Le magnifiche sale della Galleria Colonna

La Galleria Colonna è composta da molte e ricchissime sale e da una collezione di quasi 300 dipinti, senza menzionare i preziosi arazzi e i mobili pregiatissimi.

La sale più famosa è sicuramente la Sala della Colonna Bellica.

La celebrazione dell’eroe di famiglia, Marco Antonio Colonna II, avviene attraverso la rievocazione di eventi storici, quali la battaglia navale con i Turchi, unitamente a elementi mitologici e religiosi nell’apoteosi, dove Ercole accompagna il comandante Colonna ad incontrare la Vergine Maria in cielo.

L’affresco è stato realizzato da Giuseppe Chiari nel 1700.

La rappresentazione della battaglia fu invece realizzata anni prima dai pittori lucchesi Giovanni Coli e Filippo Ghirardi (1675-78). I due pittori lavorano insieme dagli esordi fino alla morte del più anziano. La comunione professionale permetteva loro di lavorare insieme perfino sulla stessa figura, cosa che suscitava enorme stupore. Condividevano anche la stessa abitazione, non solo a Roma, ma anche nelle altre città dove avevano lavorato. Alcuni critici hanno ipotizzato l’esistenza di una relazione omosessuale tra i pittori, ma non ci sono sufficienti prove a riguardo. Ciò che è certo è che amavano la loro libertà, tanto da rifiutare l’invito della regina Cristina di Svezia ad entrare a far parte della sua corte.

Altra sala molto bella ed importante non solo per la storia della famiglia, ma per la città di Roma, è quella dedicata all’unico pontefice proveniente dal casato Colonna: Martino V.

La Sala dell’Apoteosi di Martino V, prende il nome dalla grande tela di Benedetto Luti posta al centro del soffitto, raffigurante la presentazione in cielo del Papa di famiglia.
Oddone Colonna fu papa con il nome di Martino V dal 1417 al 1430 ristabilì la sede del papato a Roma, dopo la cattività avignonese e lo scisma d’Occidente.

Il Tevere come memoria religiosa di Roma

Nell’ultimo quarto del secolo scorso, durante la costruzione dei muraglioni d’argine del Tevere, nel tratto compreso tra Ponte Umberto e Ponte della Marmorata, fu riportata alla luce una grande quantità di materiali votivi anepigrafi, per lo più in terracotta, costituiti da statue, teste, mezze teste, ex voto riproducenti parti del corpo, statuine, ed inoltre da piccole basi di oggetti offerti, vasi, coppe ed altri materiali iscritti. I nuclei più consistenti di questi oggetti (un migliaio solo nel Museo Nazionale Romano) sono stati trovati nei pressi di Ponte Umberto (via di Monte Brianzo) e nell’area prospiciente l’isola Tiberina, in condizioni tali da rendere probabile una loro originaria collocazione in depositi votivi (favissae) scavati lungo le rive del fiume, in rapporto a sancuari ubicati nelle vicinanze. La datazione è, per lo più, di III/II sec. a.C.

Pocola deorum

Con questo nome si indica una serie di vasi a vernice nera di forma diversa, caratterizzati dalle iscrizioni sovradipinte (nome della divinità al genitivo seguito dalla parola pocolom = pocolum (vaso per bere]) ed eventualmente da una decorazione policroma, pure sovradipinta, figurata o vegetale. Talora anche l’iscrizione può mancare. Sembra che siano stati prodotti a Roma o nelle vicinanze nella prima metà del III sec., per essere venduti nei santuari ed essere utilizzati come offerta o come oggetto-ricordo.

Nella foto il vaso presenta la figura di Mercurio con una verga con due serpenti attorcigliati (caduceo) nelle mani, copricapo ad ampie falde (petaso) ed ampio mantello.

Un dio importato: Esculapio nell’Isola Tiberina

Come conseguenza di un’ambasceria inviata ad Epidauro nel 292, il primo gennaio 289 fu dedicato nell’isola Tiberina un tempio al dio greco della medicina, verosimilmente già noto a Roma attraverso la Magna Grecia. E a questo santuario che devono riferirsi parecchie delle offerte costituite da oggetti in terracotta (tra cui un gran numero di ex voto anatomici) trovati sulla riva sinistra del Tevere più o meno all’altezza dell’isola. Lo conferma il ritrovamento, nel medesimo contesto, di tre piccole basi di oggetti dedicati (forse statuette bronzee) con dedica ad Esculapio, poste da due uomini di nascita libera e forse da un liberto, databili tra la fine del III e l’inizio del Il sec. a.C.

Offerte votive

Delle offerte votive trovate nel Tevere, alcune hanno una diretta connessione con le divinità cui furono date, per chiedere soprattutto salute e fecondità, altre, come le teste e le statue (più rare quest ultime perché più costose), hanno invece una valenza meno specifica intendendo raffigurare genericamente l’offerente o il devoto. In questa vetrina, ed a fianco, si presenta una campionatura di questi oggetti tra cui una statua d’uomo con testa velata, una mezza testa virile, una placchetta con visceri, un fallo, una coppia seduta con bambino, un utero, una mano, un piede ed una testa femminile.

Ritrovamenti conservati presso il Museo Nazionale Romano – Sede Terme di Diocleziano

Un Giardino prima di entrare alle Terme di Diocleziano

Il Giardino del Museo delle Terme di Diocleziano, istituito nel 1889, espone reperti archeologici romani, con altari funerari, statue in toga e un cratere colossale. Include testimonianze funerarie di nobili, schiavi e soldati, evidenziando la vita nell’antica Roma.

La triste storia del fanciullo sul destriero

La Statua equestre di fanciullo eroizzato, presso le Terme di Diocleziano a Roma rappresenta una rarità. Le statue equestri infatti erano riservate a capi militari ed imperatori. Leggendo i simboli di questa particolare statua scopriamo la triste storia che ci racconta….

La fonte di Anna Perenna

ANNA Perenna era forse una divinità femminile della religione romana arcaica. Il 31 dicembre 1999 gli archeologici rinvennero una fonte a lei consacrata. Forse non è stato un caso che all’alba del terzo millenio riemergesse dal passato la dea a cui erano consacrati i festeggiamenti per le Idi di Marzo: il capodanno romano…

Il Chiostro del Michelangelo

Uscendo dall’androne si entra nel chiostro dell’antica certosa, tradizionalmente attribuito al Buonarroti perché a lui fu affidato nel 1561 il compito di trasformare il frigidarium delle Terme di Diocleziano in chiesa.In effetti chiesa e certosa appartengono a un progetto unitario, ma è più probabile che Michelangelo (morto nel 1564) abbia solamente suggerito l’impianto e affidato…

Il Ritrovamento della Statua di Augusto

La statua ritrae l’imperatore Augusto con la toga, il capo velato, i calcei patricii ai piedi e, accanto, la capsa (il contenitore degli atti ufficiali). La posizione dell’avambraccio destro suggerisce l’ipotesi che il princeps fosse raffigurato nell’atto di sacrificare e tenesse nella mano destra una patera, la coppa sacrificale.

Augusto è qui rappresentato in veste di Pontifex Maximus, carica, che egli assunse nel 12 a.C. e che rimarrà nella titolatura imperiale fino al IV sec. d.C., come sanzione sacerdotale al potere monarchico. La carica di Pontefice Massimo rientra nell’ambito del nuovo programma politico e religioso, a cui si deve anche la creazione del culto del Genius Augusti. Augusto sottolinea la nuova attualità dei mores maiorum, sui quali si basava la sua autolegittimazione politica, non solo facendosi rappresentare nelle vesti di un sacrificante e nell’adempimento dei suoi doveri religiosi ma anche indossando la toga, l’abito più tradizionale del cives romanus.

La testa, lavorata a parte e inserita, presenta tratti veristici mediati attraverso elementi della ritrattistica ellenistica.

La statua, generalmente attribuita ad età tardo-augustea, viene ascritta, più verosimilmente, all’ultimo decennio del I secolo a.C., in un momento di poco posteriore alla realizzazione dell’ Ara Pacis.

Altezza: 207 cm

Materiali: marmo greco per le parti nude (volto, avambraccio) e marmo di luni per le vesti.

Collocazione: conservata presso il Museo Nazionale Romano, sede di Palazzo Massimo

Il personaggio: Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto

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La grandiosa tazza di marmo con corteo marino

La tazza con corteo marino di Palazzo Massimo a roma è Tra i capolavori più affascinanti conservati a Palazzo Massimo, spicca una straordinaria tazza marmorea decorata con un fregio marino di rara eleganza. Rinvenuta nell’area del lungotevere in…

Triclinio: Design e Decorazione della Domus di Agrippa

ROMA, PALAZZO MASSIMO -La sala da pranzo della casa Farnesina presenta decorazioni eleganti e un ambiente confortevole per l’inverno, con pannelli neri, mosaici, e affreschi raffiguranti paesaggi e storie popolari.

Il corridoio dell’esedra

ROMA- MUSEO NAZIONALE ROMANO – PALAZZO MASSIMO. La Domus di Agrippa presenta decorazioni parietali straordinarie con colonne e figure femminili che ricordano le Cariatidi, insieme a affreschi di nature morte e battaglie navali.

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Il ritrovamento

1910 primi giorni di giugno, ancora impolverato e sporco di terra, Augusto viene immortalato in questa fotografia in B/N nella sua nuova collocazione: le Terme di Diocleziano. Nella foto si vede il fotografo che tenta di nascondere con un panno gli scaffali con i reperti del magazzino in cui era stato allestito il set fotografico.
Pochi giorni prima, il 4 giugno, Augusto era stato risvegliato da un sonno di parecchie centinaia di anni. Trovato sul Colle Oppio, tra via Labicana e via Mecenate, dal proprietario del terreno ad una profondità di 9 metri. Ruggero Partini lavorava alla costruzione di un fabbricato, quando, dalla terra spuntò prima una testa di marmo, poi un busto e, infine, un’intera statua: un uomo dal capo velato. Partini intuì che poteva valere una fortuna e, attratto dalla prospettiva di una ricompensa, denunciò il ritrovamento all’Ufficio Scavi di Roma.
Non sapeva che la legge del neo Regno d’Italia prevedeva che tutti i reperti archeologici trovati sotto terra fossero di diritto dello Stato. Tentò di tenersi la testa, ma fortunatamente per noi, la Sopritendenza ebbe la meglio e con urgenza si porto’ via una delle più belle statue dell’imperatore Augusto, datata I sec d.C.
Ancora oggi possiamo ammirare l’Augusto Pontefice Massimo di Via Labicana nella bella sala di Palazzo Massimo

©Archivio Fotografico MNR (invv. Foto: 5375, 5381, 5379) – fonte pagina Facebook del Museo Nazionale Romano – post pubblicato il 10 agosto 2020

Casa Museo di Giacomo Balla

Un universo artistico

È il 1929 quando la famiglia Balla si trasferisce nell’abitazione al civico 39b di Via Oslavia, nel quartiere romano Della Vittoria.
Casa Balla è un laboratorio di sperimentazione fatto di pareti e porte dipinte, mobili e arredi decorati, utensili autocostruiti, quadri e sculture, abiti disegnati e cuciti in casa e tanti altri oggetti che, insieme, hanno creato un unico e caleidoscopico progetto totale.
La Casa è un’officina, un universo costellato di forme e colori nel quale tutt’oggi si respira un’atmosfera che riflette le idee espresse nel manifesto sulla Ricostruzione futurista dell’universo, firmato da Giacomo Balla e Fortunato Depero nel 1915.

Nell’universo balliano convivono funzionalità ed estetica creando un connubio nuovo e vitale: l’Arte investe tutto e gli oggetti ideati e costruiti per l’uso quotidiano, tavolini, sedie, scaffali, cavalletti, posacenere, piatti, piastrelle, seppur poveri nei materiali, sono ricchissimi nella vena creativa e rendono l’appartamento un luogo magico di metamorfosi.

“Con mano ferma, il demiurgo-artigiano lavora il legno con infallibili incastri, sdegnando chiodi e colla taglia e cuce stoffe, disegna e realizza sorprendenti lampadari o seggiole “asimmetriche” che sembrano uscite da un racconto di Savinio, cementa mattonelle, e ovviamente dipinge qualche tardivo capolavoro.
E così il lavoro alla casa si perpetuò nel tempo ben oltre i confini della sua morte. [..]
Come le vecchie botteghe rinascimentali e barocche, Casa Balla divenne anche quel luogo nevralgico – senza il quale non esisterebbero musei e gallerie e libri – nel quale i segreti del mestiere si tramandano e l’esperienza diventa parte del futuro. L’appartamento di via Oslavia non è più né un documento né un monumento, ma l’immagine evidente e tridimensionale della mente che l’ha abitata e nello stesso tempo immaginata”.

Emanuele Trevi,
«Tutte le sostanze sgargiantissime».
Casa Balla e dintorni

Indirizzo: Via Oslavia 39/b – 00195 Roma
Sito web: https://casaballa.maxxi.art/
Costo biglietto intero: 18 euro
Visita solo su prenotazione.
L’appartamento si trova in un condominio e per non disturbare gli abitanti vengono organizzate visite guidate in gruppi di max 12 partecipanti in date specifiche dell’anno.

Consultare sempre il sito per avere informazioni sulle date disponbili

Giacomo Balla ( Torino, 18 luglio 1871 – Roma, 1º marzo 1958)  uno dei fondatori del movimento Futurista, avanguardia della pittura italiana nel primi anni del XX secolo. Personaggio eclettico ed eccentrico, fece parlare molto di sé quando inscenò il suo funerale a Roma, essendo ancora in vita e in perfetta salute.

Musei di arte contemporanea:

GNAMC – Galleria di Arte Moderna e Contemporanea
MaXXI – Museo

La lista completa dei musei di Roma
Musei comunali
Musei nazionali

Collezione mosaici antichi dalle domus romane

Nella Galleria III sono raccolti i mosaici figurati, policromi e bicromi (eseguiti usando solo tessere bianche e nere, una tecnica diffusa tra il I secolo a.C. il Il secolo d.C.), che illustrano l’evoluzione della decorazione musica in età imperiale.

Sono presentati emblemata con animali o nature morte, derivanti dalla tradizione ellenistica, ma molto apprezzati anche nella pittura romana.

Un altro emblema, proveniente da via Emanuele Filiberto a Roma (II secolo d.C.), raffigura una testa di Medusa all’interno di un clipeo (uno scudo circolare).

Alla pittura alessandrina sono invece ispirati alcuni mosaici di tema egizio che rappresentano scene nilotiche, illustrando gli stessi elementi con tecniche diverse: il primo, un emblema circolare trovato nel lungotevere della Lungara, è bicromo e vi appaiono alcuni pigmei cacciatori a bordo di esili barchette, sovrastanti coccodrilli e ippopotami; nel secondo, proveniente dall’Aventino e policromo, il paesaggio esotico è più complesso, ma ritornano gli ippopotami, i coccodrilli e i pigmei, indispensabili per connotare come egizio il soggetto.

Diversi mosaici hanno invece soggetti dionisiaci, come quello con Dioniso e Satiri trovato a San Giacomo in Settimiano e l’emblema rinvenuto nella Villa della Ruffinella raffigurante Dioniso e una Menade in lotta contro due guerrieri indiani (IV secolo d.C.). Un altro mosaico tardo-antico proviene dalle Capannelle, lungo la via Appia, e rappresenta i busti delle Stagioni.

Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo
Indirizzo: Largo di Villa Peretti, 2, 00185 Roma RM

Musei dedicati a Roma Antica:
Terme di Diocleziano
Palazzo Altemps
Museo Centrale Montemartini
Musei Vaticani
Musei Capitolini
Museo Nazionale Etrusco
Museo di scultura antica Barracco
Museo della Civiltà Romana

Parchi archeologici:
Parco Archeologico del Colosseo
Mercati di Traiano
Mausoleo di Augusto
Terme di Caracalla
Museo dell’Ara Pacis
Parco Archeologico Appia Antica
Basilica Sotterranea di Porta Maggiore
Villa di Livia

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La toeletta di Afrodite

ROMA- MUSEO NAZIONALE ROMANO – PALAZZO MASSIMO. Il cubicolo B della Villa di Agrippa presenta pareti rosse in cinabro, decorazioni fastose, e rappresentazioni artistiche di divinità e scene mitologiche.

Il criptoportico

ROMA – MUSEO NAZIONALE ROMANO – PALAZZO MASSIMO Gli affreschi del criptoportico vennero rinvenuti nel 1879, durante gli scavi sul Tevere, sono una delle migliori testimonianze della pittura dell’epoca augustea

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Museo delle vetrate artistiche

La Casina delle Civette si presenta come un pittoresco collage di materiali […]

Tra gli elementi decorativi che caratterizzano l’architettura dell’edificio hanno un ruolo centrale le numerose vetrate, realizzate dal laboratorio di Cesare Picchiarini (1871-1943), detto “‘Mastro Picchio”, su cartoni di noti artisti.

L’arte della vetrata policroma legata a piombo, già diffusa dal Medioevo fino all’Ottocento, conobbe un momento di grande ripresa nei primi anni del Novecento, con il successo che riscosse nella Prima Mostra della Vetrata Artistica, organizzata nel 1912 da Cesare Picchiarini, che aveva raccolto nella cerchia del suo laboratorio artisti famosi (Duilio Cambellotti, Paolo Paschetto, Vittorio Grassi, Umberto Bottazzi), i quali disegnavano i cartoni per le vetrate che poi il maestro realizzava, con grande perizia tecnica.

Dalle vetrate a disegni geometrici semplicissimi e lineari, la tecnica del laboratorio Picchiarini si evolve fino a raggiungere livelli sofisticati, come nelle vetrate figurative o composte da intricati motivi vegetali. Nessuna abitazione possiede un campionario così vasto e completo, che documenti la storia della vetrata nei primi decenni di questo secolo. Dopo il restauro dell’edificio le vetrate originarie sono state ricollocate al loro posto, mentre quelle irrimediabilmente perdute sono state ricostruite. dove possibile, sulla base dei disegni originali, ad opera della ditta Vetrate d’Arte Giuliani.

Proprio la presenza di un nucleo di vetrate così consistente e importante ha indotto a destinare l’edificio, dopo il restauro, quale Museo della vetrata.
Alle vetrate originarie già in loco si sono aggiunti moltissimi altri materiali acquisiti sul mercato antiquario o dagli eredi degli artisti che li avevano realizzati: è stato in primo luogo acquistato l’archivio di disegni e cartoni del laboratorio Picchiarini, che dopo la chiusura della celebre officina era stato rilevato dalla ditta Giuliani, che ha continuato fino ai gior ni nostri a usare bozzetti, disegni e cartoni ideati per “Mastro Picchio” da Duilio Cambellotti, Paolo Paschetto, Vittorio Grassi, Umberto Bottazzi, Arthur Ward e dallo stesso capostipite della ditta, Giulio Cesare Giuliani, che era stato a lungo allievo di Picchiarini. Sono poi state acquistate altre vetrate, come la splendida vetrata de I pavo-ni, di Umberto Bottazzi, esposta alla mostra del 1912 e da allora irreperibile, dopo aver riscosso gli elogi della critica per la perfetta fusione raggiunta tra le qualità cromatiche e l’equilibrio della composizione, l’accorta scelta delle paste vitree e dei vetri cabochon; sono stati quindi acquistati molti cartoni preparatori, in alcuni casi, proprio per le vetrate della Casina delle Civette.

Nel percorso espositivo del Museo è stato così possibile accostare i disegni e i cartoni preparatori per le vetrate effettivamente realizzate, come ad esempio quelle, denominate Il chiodo con tralci e uva (1914-1915) e I migratori (1918), di Cambellotti, rendendo possibile l’immediato raffronto tra la resa pittorica dell’acquerello e del carvincono e il corrispondente gioco di colori, tradotto nelle sfumature e nelle traspa renze del vetro. E così interessante notare come, ad esempio, nelle vetrate delle Rose e Farfalle di Paschetto si sia fatto ricorso a vetri bombati per conferire profondità al le ali delle farfalle, o come le delicate sfumature dei pampini d’uva nel Chiodo siano state sottolineate dai ritocchi a fuoco.

Le venti stanze del museo, in cui si affollano vetrate, ma anche dipinti parietali, stucchi, mosaici, boiseries, e nelle quali si inserisce il percorso espositivo delle vetrate, dei bozzeti e cartoni, portano nomi suggestivi, memoria delle fantasie e delle fissazioni del principe, che visse quida solo, sonza moglie ne figli, con la sola compagnia della servitù e di pochi amici fino al 1938, anno della sua morte. Le vetrate originali sono state ricollocate, dopo un accurato restauro, nei luoghi di provenienza; quelle acquisite sono invece poste in apposite strutture lignee, autoportanti, che ne permet-tono, in molti casi, la visione su entrambi i lati o sono illuminate dal retro. Le vetrate originali perdute, che sono state riprodotte sulla base di cartoni o bozzetti a noi pervenuti, recano la scritta “Vetrate d’Arte Giuliani 1997, posta in margine a ciascuna ad attestarne la recente esecuzione.

Sant’Ignazio da Loyola: meraviglie prospettiche nella Roma Barocca

La Chiesa di Sant’Ignazio da Loyola:
un capolavoro nascosto nel cuore di Roma

A pochi passi dal Pantheon, nel centro storico di Roma, si trova una delle meraviglie meno conosciute della città: la Chiesa di Sant’Ignazio da Loyola. Questo gioiello barocco custodisce uno degli affreschi più spettacolari di tutta Italia, spesso definito la “seconda Cappella Sistina” per dimensioni e bellezza.

Illusionismo prospettico: l’ingegno di Andrea Pozzo


Tra il 1691 e il 1695, il gesuita e artista Andrea Pozzo impiegò solo tre anni per dipingere la magnifica volta della chiesa. Utilizzando la tecnica dell’illusionismo prospettico, creò l’impressione che il soffitto sia alto il doppio della sua reale altezza. Camminando lungo la navata, i visitatori provano la sensazione che le figure dipinte sul soffitto li accompagnino in volo, sospese tra cielo e terra.

L’affresco che illumina il mondo

Al centro della volta, Sant’Ignazio riceve la luce divina da Cristo e la riflette verso i quattro continenti conosciuti all’epoca: Europa, Africa, Asia e America. Una composizione di straordinaria bellezza che esprime il desiderio di evangelizzazione globale dell’ordine gesuita.

La falsa cupola: il trompe l’oeil che inganna lo sguardo

Proseguendo lungo la navata, il visitatore scopre un secondo sorprendente inganno visivo: la cupola… che in realtà non esiste! Si tratta di un perfetto trompe l’oeil, una tela dipinta con maestria per simulare una cupola tridimensionale. L’illusione si svela solo quando ci si trova direttamente sotto, lasciando chi guarda senza fiato.

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Andrea Pozzo

Chi era Andrea Pozzo? Genio del Barocco Illusorio

Andrea Pozzo (1642–1709) fu un frate gesuita, pittore, architetto e teorico dell’arte originario di Trento. È universalmente noto per aver perfezionato l’arte dell’illusionismo prospettico, una tecnica che combina pittura e architettura per creare effetti ottici spettacolari.

Nel corso della sua carriera, Pozzo lavorò in varie città europee, tra cui Vienna e Monaco di Baviera, ma il suo capolavoro indiscusso rimane la volta della Chiesa di Sant’Ignazio da Loyola a Roma. Qui, grazie a una profonda conoscenza della prospettiva e delle regole geometriche, riuscì a trasformare una superficie piatta in uno spazio apparentemente infinito.

Oltre alla pittura, Andrea Pozzo scrisse anche un importante trattato intitolato Perspectiva pictorum et architectorum, considerato fondamentale per lo studio della prospettiva nell’arte barocca.

La sua eredità vive ancora oggi nelle opere che incantano i visitatori e nei principi che continuano a influenzare l’arte visiva.

Scopri l’Accademia di San Luca a Palazzo Carpegna

L’Accademia Nazionale di San Luca a Roma offre un’esperienza culturale unica e gratuita, con una ricca storia di promozione delle arti. Fondata nel 1593, ospita opere significative, giardini tranquilli e testimonia il ruolo di Roma nella cultura europea.

Il Mausoleo di Santa Costanza

Sperimentare la sospensione del tempo, tra la fine del mondo pagano e l’avvento dell’era cristiana Il Mausoleo, costruito tra il 340 -345 d.C. all’interno del complesso monumentale di S.Agnese fuori le mura, si trova sulla via Nomentana.Siamo nell’ultimo periodo della…

Visita al Casino del Bel Respiro: Guida Completa

Il Casino del Bel Respiro, rappresentanza del Governo italiano, offre visite guidate su prenotazione, permettendo di scoprire la bellezza del XVII secolo. L’accesso è limitato a gruppi di 30 e il percorso è fisso per motivi di sicurezza.

I Nazareni a Roma

Nel luglio del 1809 un gruppo di allievi dell’Accademia di Vienna e dell’Accademia di Belle Arti di Copenaghen si raccolse, sotto la guida di Johann Friedrich Overbeck (1789-1869) e di Franz Pforr (1788-1812), nella lega di San Luca (Lukasbund), un sodalizio fondato sul modello delle confraternite religiose, il cui scopo era quello di ricondurre l’arte “sulla via della verità” seguendo l’esempio degli antichi maestri. Questi artisti si ribellavano principalmente al metodo d’insegnamento accademico basato sull’imitazione e sulla copia di opere celebri e dei calchi in gesso.

Animati da un profondo fervore spirituale, e stimolati dalle teorie sull’arte di Wilhelm Heinrich Wackenroder (1773-1798), dei fratelli Schlegel (in particolare Friedrich, 1772-1829), e di Friedrich Schiller (1759-1805), nel 1810 i giovani pittori tedeschi giunsero a Roma e si riunirono in confraternita nel convento abbandonato di S. Isidoro a Capo le case.

Altri presero probabilmente in affitto alcune camere nella vicina Villa Malta, all’epoca proprietà del principe ereditario, poi re, Ludwig di Baviera (1786-1868) e punto d’incontro di artisti e intellettuali del tempo.

La magrezza, i capelli spesso lunghi e la dottrina ideologica che li caratterizzava valsero loro, sulla scia della visione sentimentale dell’epoca, l’appellativo di Nazareni, in evidente allusione a Cristo.

La rivalutazione romantica del Medioevo cristiano fu d’altronde alla base del loro rinnovamento artistico ispirato ai cosiddetti “primitivi”: Giotto, Masaccio, Beata Angelico, Signorelli e ai grandi pittori del primo Rinascimento quali Perugino, Raffaello, Michelangelo. A questi aggiunsero anche la conoscenza di Dürer, van Eyck, di manieristi come Taddeo Zuccari e dei grandi paesaggisti del 600, fino ad arrivare all’ariosa pittura di Tiepolo, passando per il Veronese.

Sebbene non siano del tutto chiare le motivazioni che spinsero Carlo Massimo ad affidare la decorazione della sua dimora a pittori tedeschi, all’epoca già conosciuti e apprezzati a Roma per aver affrescato una sala di Palazzo Zuccari, residenza del console prussiano Bartholdy, la presenza degli artisti mitteleuropei in casa Massimo si inserisce perfettamente nella temperie culturale della Roma internazionale d’inizio Ottocento.

Del resto il marchese potrebbe essere entrato in contatto con i Nazareni tramite altri artisti dell’Europa centro-settentrionale all’epoca residenti a Roma, quali Bertel Thorvaldsen (1770-1844), Johann Christian Reinhart (1761-1847), Ernst Platner (1773-1855), peraltro assidui frequentatori dei salotti della Roma nobiliare.

Ancora potrebbero essersi rivelate determinanti, anche in virtù delle loro origini, le figure di Cristina di Sassonia, sposata con un Massimo, e di Ludwig di Baviera, per giustificare l’affidamento ai pittori tedeschi di una delle più prestigiose commissioni della Roma di quegli anni: la decorazione del Casino lateranense.
Non bisognerà infine dimenticare il presunto ruolo avuto nella committenza dallo scultore veneto Antonio Canova (1757-1822) il quale, già nel 1815, nella sua importante impresa decorativa delle lunette della Galleria Chiaramonti in Vaticano aveva coinvolto il nazareno Philipp Veit (1793-1877) e il tedesco Johann Karl Eggers (1787-1863), affiancandoli a un gruppo di artisti italiani, tra cui Giovanni Colombo (1784 ca.-1853) l’unico pittore straniero ad essere ammesso nella cerchia dei Nazareni.

Fonte: Monica Minati “Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano” ETS edizioni terra santa 2014 pp 38-39

Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano

Il Casino durante i secoli

Il Casino Giustiniani Massimo è ciò che rimane di una vasta proprietà che il grande collezionista e mecenate Vincenzo Giustiniani (1564-1637) fece costruire tra il 1605 e il 1618.

Vincenzo Giustiniani è passato alla storia anche per aver protetto, nel suo circolo di artisti Caravaggio.

L’erede adottivo di Vincenzo, Andrea Giustiniani Banca si occupò di sistemare la collezione di opere antiche e di abbellire le facciate del Casino inserendo rilievi e rosoni, secondo il gusto del XVII secolo.

In questo periodo un grande interesse per l’antico animava le ricche famiglie nobili. Andrea concepì l’abbellimento del Casino come un personale programma propagandistico. Il giovane aveva sposato Anna Maria Flaminia Pamphili, nipote del Papa Innocenzo X e figlia della famosa Pimpaccia, la potentissima Olimpia Maidalchini, per questo aquile (simbolo della famiglia Giustiniani) e colombe (simbolo della famiglia Pamphili) compaiono sulla facciata del Casino. Sulle pareti ci sono grandi teste antiche, rilievi presi da sarcofagi romani e al centro del giardino una grande statua, un “pastiche” (la composizione della figura è avvenuta tramite assemblaggio di più statue non pertinenti) che rappresenta l’imperatore Giustiniano per ricordare il nome della famiglia nobile di cui Andrea era erede.

Sezione delle Sale al pian terreno. Fonte “Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano” di Monica Minati

La proprietà era molto vasta nel XVII ma durante i secoli, a causa delle alterne vicende della famiglia e del riassetto urbanistico della città con la nascita del Regno d’Italia, fu molto ridotta.

Per dare un’idea della grandiosità della proprietà basti pensare che il bellissimo portale che oggi si trova come ingresso a Villa Celimontana è stato smontato proprio dalla proprietà dei Giustiniani al Laterano.

Il principe Vincenzo III Giustiniani fu costretto a vendere la proprietà alla nobile e antichissima famiglia Massimo nel 1802.

Carlo Massimo (1766-1827) fu il primo ad interessarsi alla decorazione degli interni del Casino, fino a quel momento restati spogli. Chiamò un gruppo di pittori tedeschi, “I Nazareni” per dipingere le tre sale al piano terreno.

I lavori durano dal 1817 al 1829 e coinvolsero 5 artisti: Philipp Veit, Joseph Anton Koch, Julius Schnorr von Carolsfeld, Johann Friedrich Overbeck, Joseph von Fuhrich per la realizzazione di tre cicli pittorici dedicati ai capolavori della letteratura italiana: “La Divina Commedia” di Dante, “L’Orlando furioso” di Ludovico Ariosto e “La Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso.

Alla fine del XIX secolo, Filippo Massimo trasferì buona parte della collezione di statue antiche, dalla proprietà in Laterano ad altre proprietà della famiglia, successivamente la restante parte della collezione fu rimossa a seguito delle invasive trasformazioni urbanistiche del piano di lottizzazione di Roma.

Durante il periodo di occupazione tedesca, nella seconda guerra mondiale, il carcere e caserma delle SS si trovava in via Tasso, 145 non lontano dal casino, essendo poco lontano dal Casino, gli ufficiali e sotto ufficiali tedeschi utilizzarono le tre sale affrescate come mensa.

Nel 1948 il Casino fu venduto all’Ordine della Custodia della Terra Santa che ne è tuttora proprietario.

Indirizzo: via Matteo Boiardo, 16 – 00185 Roma

Telefono: 06 70495651

Giorni di apertura:
Martedì e giovedì ore 9.00-12.00/16.00-18.00 
Domenica ore 10.00-12.00
L’edificio è proprietà privata ed è sede della delegazione dei Francescani di Terra Santa.
Per entrare suonate il campanello e siate pazienti se non dovessero aprire subito, c’è solo un guardiano e potrebbe essersi allontanato un attimo ( a noi è successo 🙂 )

Sito web: non esiste al momento un sito ufficiale

Costo Indicativo del biglietto: gratuito, è gradita un’offerta libera per sostenere le spese di conservazione del palazzo.

Gratuità: sempre

Sono poche le fonti ufficiali disponibili ma in sede è possibile acquistare, in diverse lingue, una bellissima guida al costo di 15,90 euro circa. Potete chiedere al guardiano.

Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano. Ediz. illustrata
di Monica Minati
ETS – Edizioni Terra Santa

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La nobile famiglia Massimo è una delle più antiche di Roma e ha dei legami inscindibili con la città eterna.

Palazzo Massimo – attuale sede del Museo Nazionale Romano apparteneva alla famiglia ed era stato costruito come Istituto dei Gesuiti.

In quegli anni altre famiglie stavano abbellendo le loro residenze di “campagna” – come la potente famiglia Torlonia

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L’affresco di Overbeck rappresenta Gildippe e Odoardo nel momento drammatico della loro morte durante la battaglia per Gerusalemme, esprimendo coraggio e dedizione. Altri personaggi includono Armida, maga seduttrice di Rinaldo, simbolo di conflitto tra amore e dovere.

Roma e il mito della fondazione

La leggenda di Romolo e Remo

Secondo la leggenda, Roma sarebbe stata fondata il 21  aprile del 753 a.C. da Romolo.

Grazie al lavoro dell’archeologo Andrea Carandini è stata formulata un’interessante ipotesi sulla fondazione della città. Sulla base di questo imponente lavoro è stato realizzato recentemente il film del giovane regista Matteo Rovere: Il Primo Re

Secondo il famoso archeologo prima della nascita di Roma esisteva un vasto complesso proto-urbano non centralizzato, formato da diversi villaggi posti sui colli: il Septimontium.

Rome in 753BC

La prima azione dei mitici gemelli è stata quella di unire le genti che abitavano in quella vasta zona, al tempo in cui il Lazio era sotto il dominio di Alba Longa e tutte le genti Latine attribuivano la massima autorità religiosa a Giove Latino venerato nel santuario del Monte Albano.

Il nuovo ordine doveva essere retto da un Re. A questo punto per capire gli eventi che hanno portato alla fondazione di Roma, dobbiamo fare uno sforzo di immaginazione e ricordare che oltre 27 secoli fa il modo con cui gli uomini interagivano con il mondo esterno era totalmente diverso. Siamo ancora nella Preistoria, alla fine dell’Età del Ferro, un tempo in cui la comunicazione fra il mondo umano e sovraumano era un continuo dialogo di rimandi simbolici e sacri. Giove, il dio dei fulmini, al vertice del Pantheon pagano, incarnava la memoria ancestrale del momento in cui gli uomini impararono a dominare il fuoco che dal fulmine si propagava nei boschi, un momento fondamentale che ha permesso un salto evolutivo enorme (grazie alla possibilità di cucinare i cibi).

Romolo diventa Augustus, il prescelto dagli Dei

In questo contesto era fondamentale, prima di ogni grande impresa, chiedere il consenso degli dèi. Chiedere quindi chi sarà alla guida dei Latini? Sarà Romolo o sarà Remo? Per interrogare gli dèi bisognava chiedere ad un loro ministro in terra: l’augure.

L’augure crea “un osservatorio” ponendosi sul colle Aventino, rivolgendo lo sguardo verso il Monte Albano (sede del santuario di Giove Latino) aspettando un segno.

Giove indica Romolo come il prescelto, l’Augustus che significa Consacrato (un po’ come Cristo è l’unto del Signore, il prescelto).  

Sorgerà quindi ROMA sul colle Palatino. Se Giove avesse scelto Remo la città sarebbe sorta sull’Aventino (oppure verso l’attuale EUR) e si sarebbe chiamata REMORIA.

A questo punto Romolo non è più il gemello di Remo, la sua natura è stata transustanziata e diventata sacra. Romolo non appartiene più all’ordine degli uomini, ma all’ordine degli Dei e deve fare la loro volontà.

Il trasferimento della sacralità, dal prescelto al Pomerium, confine sacro

Il nuovo Re procede al trasferimento della sacralità che ha ricevuto sul suo corpo al terreno che ha scelto per fondare la sua città. Grazie ad un complesso rituale, Romolo procede alla creazione del solco sacro, il Pomerium.

Secondo le fonti antiche il Pomerium comprenderebbe i colli Palatino e Germalus, viene fondata la Roma Quadrata.

Dopo aver creato il solco sacro, Romolo crea una fossa, nel punto in cui si incrociavano le strade principali, il mundus , dentro la quale tutti i capi delle tribù del Septimontium sono invitati a gettare una zolla di terra e le primizie perché tutto si fonda insieme nella nuova città. Quindi Romolo suona una antica tromba, il Lituo,  e pronuncia il nome pubblico della città: Roma ed i nomi segreti della città che non potevano essere rivelati.

Il sacrilegio e la morte di Remo

Si costruiscono le mura. Questo è un terreno sacro, chi viola i suoi confini compie un sacrilegio e merita la morte. Il primo a sfidare gli Dei, attenzione gli Dei e non Romolo secondo la logica antica, è proprio Remo.

Romolo è Augusto, non è più un uomo è un ministro degli Dei, chiamato a compiere la loro volontà anche contro il proprio sangue. Remo viene quindi ucciso. Questa vicenda viene resa benissimo nel film Il Primo Re di Matteo Rovere

Secondo Carandini, l’ordinamento che nasce con la città è una sorta di Monarchia Costituzionale, in cui il Re e i capi tribù governano insieme la Res Publica.

La casa del Re in un primo momento viene costruita dentro le mura del Palatino, sopra il Lupercale nella zona dove si trovava anche la Scala di Caco. Ma il nuovo ordinamento politico necessita di uno spazio – in un territorio neutrale – in cui tutte le genti del Septimontium possano incontrarsi.

Il Foro, il centro politico

Il luogo identificato è il Foro (che significa “fuori”, fuori dalle mura di Roma appunto in un territorio neutro).

Si trattava di una zona paludosa a 6 metri sopra il livello del mare, quindi soggetta ad essere invasa dalle acque del Tevere. In questa zona si trovavano due templi antichi legati al culto del fuoco: il tempio di Vesta ed il Volcanal.

Romolo decide di spostare la sua dimora dal Palatino (protetto dalle mura inviolabili) al Foro, in una zona pericolosa per incontrare tutte le genti su cui regna in un’area dedicata alla politica.

Templi arcaici nel Foro: Casa delle Vestali, Domus Regia e Vulcanale

Nasce la prima Domus Regia vicino alla casa delle Vestali. Il fuoco delle Vestali era un fuoco sacro che rappresentava la vita della città, della comunità dei suoi cittadini. Venne spento nel 391 d.C. per ordine dell’imperatore Teodosio e dopo poco la città antica morì…

Il tempio delle Vestali era quindi legato al fuoco sacro vitale della città, custodiva al suo interno i 7 talismani che assicuravano la salvezza della città.

Il vulcanale era un antico tempio dedicato al fuoco della guerra. Divenne sede del Comizio, il luogo dove i capi dei vari rioni si riunivano per prendere le decisioni. E’ in questo luogo, sempre secondo Andrea Carandini, che avvenne lo smembramento del Re. Romolo venne ucciso, fatto a pezzi dai membri del Comizio che portarono un pezzo del corpo del re in ogni rione (erano circa 30).

Le fonti antiche riportano di una tempesta e di un’eclissi che avrebbe portato in cielo Romolo trasformandolo nel dio Quirino. Questo è l’effetto dell’atto simbolico del rituale arcaico che attraverso il sangue, permetteva al Re di diventare divino (ricorda il mito di Osiride in Egitto e di Dioniso in Grecia, ma anche di Ercole).

Dentro il Volcanal è stata trovata un’antichissima pietra, il Lapis Niger che riporta una scritta in proto-latino che non è mai stata tradotta che riporta una frase che ha a che fare con il re e con la sacralità della sua persona.

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