Un viaggio nella Roma nascosta, a due passi dalla Fontana di Trevi
A pochi metri dalla folla che ogni giorno si accalca davanti alla Fontana di Trevi, esiste un luogo silenzioso, fresco, inatteso. Un luogo dove Roma rivela la sua natura più profonda: la città costruita su se stessa, strato dopo strato, memoria dopo memoria.
È il Vicus Caprarius – La Città dell’Acqua, un’area archeologica sotterranea scoperta nel 1999 durante i lavori di ristrutturazione dell’ex Cinema Trevi. Un ritrovamento che ha riportato alla luce un intero frammento di quartiere romano, perfettamente conservato sotto il livello stradale moderno.
Un quartiere romano sotto i tuoi piedi
Il Vicus Caprarius non è un semplice scavo: è un pezzo di città. L’area, estesa per circa 350 mq, conserva:
un’insula (una casa popolare a più piani) costruita dopo il grande incendio di Nerone del 64 d.C.;
un castellum aquae, una cisterna collegata all’Acquedotto Vergine, ancora oggi attivo e alimentatore della Fontana di Trevi;
ambienti abitativi, corridoi, scale, pavimenti e muri che raccontano la vita quotidiana di Roma in età imperiale.
Passeggiare tra queste strutture significa entrare in un paesaggio urbano antico, dove l’acqua scorre ancora tra le canalizzazioni originali.
Il nome: un omaggio a Giunone Caprina
Il toponimo Vicus Caprarius rimanda a un culto arcaico: quello di Giunone Caprina, dea legata alla fertilità, ai confini e ai cicli vitali. Nelle vicinanze sorgeva la Palus Caprina, una palude sacra dove, secondo la leggenda, Romolo ascese al cielo il 7 luglio, durante le celebrazioni dedicate alla dea.
Il Vicus Caprarius diventa così un luogo simbolico: un punto di contatto tra la Roma pastorale dei re e la Roma monumentale degli imperatori.
Agrippa, Augusto e la rifondazione della città
Quando l’insula e la cisterna del Vicus erano in uso, Roma stava cambiando volto. Agrippa, amico e collaboratore di Augusto, stava realizzando un progetto urbanistico senza precedenti:
l’Acquedotto Vergine,
le Terme di Agrippa,
e il Pantheon, costruito proprio nell’area della Palus Caprina.
Il Vicus Caprarius è quindi un tassello prezioso per comprendere la rifondazione augustea: un momento in cui la città si reinventa, ma senza cancellare le sue radici più antiche.
La Città dell’Acqua: un museo nato da una collaborazione virtuosa
La scoperta del 1999 ha dato vita a uno dei primi esempi di collaborazione pubblico‑privato nella valorizzazione del patrimonio romano. Il Gruppo Cremonini, proprietario dell’edificio, ha scelto di finanziare gli scavi e trasformare l’area in un museo aperto al pubblico.
Oggi il Vicus Caprarius è un luogo unico: un museo sotterraneo dove l’acqua scorre ancora, dove la luce filtra tra le pietre antiche, dove Roma si racconta senza bisogno di parole.
Vicus Caprarius, città dell’Acqua: Vicolo del Puttarello, a 100 metri dalla Fontana di Trevi. Sito: https://www.vicuscaprarius.com/ Biglietto: 4,00 euro intero
Periodo di costruzione: – I secolo d.C.: insula post‑neroniana – Età augustea: cisterna dell’Acquedotto Vergine – Medioevo: riutilizzi e trasformazioni
Cosa vedere:
Resti di un’insula a più piani
Castellum aquae con vasche e canalizzazioni
Materiali rinvenuti: ceramiche, lucerne, monete
Strutture murarie che mostrano secoli di storia sovrapposta
Tra i rilievi dell’Ara Pacis Augustae, nessuno affascina quanto il pannello orientale con la figura femminile seduta al centro. È uno dei simboli più potenti dell’arte augustea, ma anche uno dei più enigmatici. Da oltre un secolo gli studiosi discutono su chi rappresenti davvero questa dea: Tellus, Venere Genitrice, Cerere, Pax Augusta, persino l’Italia personificata.
La verità è che il pannello non è pensato per offrire una sola risposta. È un’immagine costruita per essere letta in più modi, una polisemia programmatica che riflette la complessità del progetto politico e religioso di Augusto.
Le principali interpretazioni: un secolo di studi
Tellus, la Terra Madre
È l’interpretazione più tradizionale: la dea come personificazione della terra fertile, circondata da animali pacifici, frutti e fiori.
Venere Genitrice
Una lettura oggi molto convincente: Venere è la madre di Enea e quindi la progenitrice della gens Iulia. La sua assenza dal ciclo mitologico dell’Ara Pacis sarebbe altrimenti inspiegabile.
Cerere, dea delle messi
Spighe, papaveri e grappoli d’uva rimandano chiaramente alla sfera agricola e alla rinascita delle campagne sotto Augusto.
Pax Augusta
La Pace stessa, raffigurata come fonte di prosperità. Questa lettura si collega al pannello accanto, dove Roma siede vittoriosa su un trofeo di armi.
Italia
Una proposta precoce ma significativa: la penisola pacificata e resa fertile dalla politica augustea.
Il pannello della Tellus è un capolavoro di ambiguità controllata. Gli attributi delle diverse dee non si escludono: si sommano.
Tellus → fecondità della terra
Venere → genealogia divina di Augusto
Cerere → abbondanza agricola
Pax → ordine cosmico ristabilito
Italia → prosperità del territorio romano
Persino i due bambini nel grembo della dea possono alludere ai nipoti di Augusto, Gaio e Lucio Cesari, rafforzando la dimensione dinastica. Il risultato è una summa visiva del programma augusteo: politica, religione, natura e mito fusi in un’unica immagine.
Il contesto culturale: Lucrezio, il Carmen saeculare e il ritorno dell’età dell’oro
Il pannello non nasce isolato: dialoga con le grandi voci culturali dell’età augustea.
Lucrezio e la Venere cosmica del De rerum natura
Nel proemio del poema, Venere è la forza generativa che muove il mondo, placa Marte e fa fiorire la natura. La dea dell’Ara Pacis riprende questa immagine: una figura che garantisce armonia universale.
Il Carmen saeculare (17 a.C.)
I cori dei Ludi Saeculares celebravano la felicitas temporis e il ritorno dell’età dell’oro sotto Augusto. Il pannello sembra tradurre in marmo quelle parole: venti miti, terra rigogliosa, prosperità diffusa.
Il neoplatonismo augusteo
L’idea di un ordine cosmico ristabilito, in cui la natura rifiorisce quando la politica è giusta, è profondamente legata alla visione filosofica delle élite dell’epoca.
La scena: un mondo riconciliato
La composizione è costruita per evocare pace e abbondanza:
la dea siede su rocce, con un chitone leggero che scopre spalla e ventre;
indossa una corona di frutti e fiori;
ai suoi piedi riposano un bue e una pecora;
due putti la accompagnano, uno porge un pomo;
nel grembo, grappoli d’uva e melograni;
ai lati, le Aurae velificantes, portatrici dei venti benefici di mare e di terra.
È la rappresentazione perfetta della pace augustea come condizione cosmica, non solo politica.
Conclusione: la dea che contiene tutte le dee
La figura centrale dell’Ara Pacis non è una sola dea. È tutte le dee necessarie a raccontare la rinascita del mondo sotto Augusto.
Tellus, Venere, Cerere, Pax, Italia, Livia, Giulia: tutte convivono in un’unica immagine, come se l’altare volesse dire che la pace augustea è un evento totale — politico, naturale, genealogico, religioso.
Un’immagine che non chiede di essere interpretata in un solo modo, ma che invita a riconoscere la complessità del progetto augusteo: rifondare Roma rifondando l’ordine del mondo.
Fonte principale
Orietta Rossini, Ara Pacis. Guida, Electa, ristampa 2025.
Ottaviano Augusto, primo imperatore romano, regnò per 41 anni dal 27 a.C. al 14 d.C. Celebre per la transizione da repubblica a impero, promosse riforme politiche e sociali stabilizzando Roma. Fu acclamato “padre della patria” e inaugurò la Pax Romana, sostenendo le arti e monumenti che arricchirono la cultura romana.
Agrippa fu molto più di un generale: fu l’architetto della Roma imperiale, ma soprattutto grande e leale amico di Augusto. Un uomo di visione e azione, capace di coniugare strategia militare, ingegneria urbana e senso civico.
Agrippina Maggiore, figlia di Marco Vipsanio Agrippa e Giulia, sposò Germanico e ebbe nove figli, tra cui Caligola e Agrippina Minore. Celebre per il suo coraggio, divenne bersaglio della gelosia di Tiberio. Dopo la morte di Germanico, fu esiliata a Ventotene, subendo gravi maltrattamenti fino alla morte per digiuno.
Livia Drusilla, prima imperatrice romana e moglie di Augusto, fu una figura chiave della storia di Roma. Nata in una famiglia nobile, esercitò notevole influenza politica, sostenendo il figlio Tiberio e orchestrando intrighi per consolidarne il potere.
La Basilica Sotterranea di Porta Maggiore, scoperta nel 1917, è un’importante struttura architettonica del I secolo d.C., rivelando misteri e decorazioni eccezionali. Rappresenta un esempio significativo di culto e simbolismo nell’antica Roma.
Il sorprendente criptoportico conservato a Palazzo Massimo, è un paesaggio inventato e immaginato per cantare e racchiudere (in un hortus conclusus) il presente felice, il piacere di vivere e di godere della pace, dell’ordine, della giustizia riportati da Augusto con la vittoria sulle forze selvagge.
La complessa realizzazione di palazzo Barberini (1625-1633), voluta da papa Urbano VIII, fu avviata da Carlo Maderno, ampliando un precedente palazzo della famiglia Sforza. Alla morte del Maderno (1629), i lavori proseguirono sotto la responsabilità di Gian Lorenzo Bernini, che continuò la collaborazione già avviata dall’architetto ticinese con il conterraneo Francesco Borromini. Capolavoro del barocco, il palazzo abbandona il tipico schema a corte rinascimentale per adottare un impianto con due ali residenziali contrapposte, saldate dal corpo principale e collegate da due elementi verticali di distribuzione. Questa disposizione era già invalsa a fine XVI secolo, tuttavia la scelta di realizzare uno scalone quadrato di rappresentanza e uno ovale, destinato a un percorso privato, appare unica e innovativa.
Nel tempo le due scale, analoghe per impostazione formale, con colonne binate affacciate sul pozzo aperto balaustrato e illuminate dall’alto, diventarono modelli per l’insegnamento accademico e la loro incerta attribuzione – quella quadrata al Bernini e quella ovale al Borromini- pretesto per un dibattito non concluso sui caratteri del barocco romano.
I Capolavori conservati a Palazzo Barberini
Palazzo Barberini custodisce alcuni dei massimi capolavori dell’arte italiana, offrendo un viaggio che attraversa Rinascimento e Barocco. Tra le opere più celebri spiccano “Giuditta e Oloferne” di Caravaggio, un drammatico esempio di chiaroscuro e intensità emotiva , e la “Fornarina” di Raffaello, ritratto enigmatico e raffinato della giovane amata dell’artista . Nel salone principale il visitatore rimane senza fiato davanti al “Trionfo della Divina Provvidenza” di Pietro da Cortona, uno dei massimi affreschi del Barocco italiano, che celebra la grandezza della famiglia Barberini . Il percorso museale include anche opere di maestri come Tiziano, Guido Reni, Piero di Cosimo ed El Greco, oltre a sculture e arredi d’epoca che completano l’immersione nella Roma seicentesca palazzobarberini.it. Palazzo Barberini non è solo un museo, ma un’esperienza totale: un luogo dove architettura, pittura e storia dialogano per raccontare secoli di creatività e potere.
Palazzo Barberini, realizzato tra il 1625 e il 1633 per volere di papa Urbano VIII, è un capolavoro del barocco italiano. Progettato inizialmente da Carlo Maderno e completato da Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini, ospita opere di artisti come Caravaggio e Raffaello, offrendo un’esperienza immersiva nella storia e nell’arte.
Il ritratto “Giovane con Turbante” a Palazzo Barberini è erroneamente attribuito a Guido Reni e non rappresenta Beatrice Cenci. La figura, simbolo di una tragica storia, ha ispirato autori romantici. Attualmente, l’opera è ritenuta di Ginevra Cantofoli, circondata da dubbi sull’attribuzione e sul soggetto ritratto.
L’opera “Davide con la testa Golia” di Gian Lorenzo Bernini, realizzata negli esordi della sua carriera, è un autoritratto che cattura la determinazione del giovane eroe biblico. La sconfitta di Golia simboleggia il peccato, mentre Davide emerge con straordinaria bellezza e virtù, esaltato da un’illuminazione intensamente concentrata.
Caravaggio qui realizza una sintesi tra realismo popolare e riferimenti colti:
– La crudezza dei piedi sporchi, simbolo della povertà e della strada. – L’aderenza alla realtà quotidiana, che abbraccia la fede semplice dei pellegrini. – Citazioni visive legate alla statuaria classica e persino a modelli rinascimentali, come il rosso vellutato del corpetto della Madonna derivato da modelli tizianeschi.
Questi elementi, difficili da cogliere per il pubblico dell’epoca, rendono l’opera straordinariamente moderna e ancora oggi dirompente per chi vi si confronta.
Tra scandalo, devozione e rivoluzione artistica: significato e storia della Madonna dei Pellegrini di Caravaggio
Nel cuore di Roma, nella suggestiva Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, si trova uno dei dipinti più potenti e moderni del Barocco italiano: la Madonna dei Pellegrini, detta anche Madonna di Loreto.
Una commissione motivata dalla devozione
L’opera fu realizzata tra il 1604 e il 1606 su incarico della vedova di Ermete Cavalletti, nobile devoto alla Madonna di Loreto, su volontà testamentaria dopo la morte del marito nel 1602. Il dipinto fu concepito come pala per la cappella di famiglia nella Basilica di Sant’Agostino.
Il titolo alla Madonna di Loreto derivava dalla profonda devozione della famiglia Cavalletti verso la Vergine lauretana, consacrata anche da un pellegrinaggio del marchese al santuario di Loreto pochi mesi prima della sua morte.
Una scena di profonda umanità
L’immagine rappresenta la Vergine Maria con il Bambino, in piedi sulla soglia di una modesta abitazione romana, mentre due pellegrini inginocchiati la venerano con semplicità; il realismo delle figure colpisce per la sua cruda verità.
Secondo la descrizione di Francesca Marini nel volume Caravaggio della collana I Classici dell’Arte (Edizioni Skira, 2003), Caravaggio porta in scena:
«Una donna del popolo, con in braccio il suo bambino, in attesa sulla porta della propria casa, e di fronte a lei due viandanti mal in arnese, con i piedi nudi, sporchi, i vestiti rattoppati, unico segno della loro condizione: le mani giunte e i due bastoni da pellegrini» (Marini, Caravaggio, Edizioni Skira, 2003, p. 136; parafrasato).
Questa descrizione sottolinea come l’opera dissolva qualsiasi idealizzazione, mostrando il sacro nella concretezza della vita quotidiana.
Scandalo, critica e accoglienza
Quando l’opera fu esposta nella cappella, suscitò grande stupore tra il popolo e tra i critici dell’epoca. Per il biografo Giovanni Baglione, ci fu “estremo schiamazzo dai popolani” alla vista dei pellegrini con i piedi sporchi e malvestiti.
Una delle ragioni dell’agitazione fu la presunta identità della modella della Madonna: secondo alcuni commentatori dell’epoca, Caravaggio avrebbe utilizzato come modello una donna di strada molto nota nella Roma del periodo, Maddalena Antognetti, detta Lena, famosa per la sua vita di cortigiana.
Questa scelta, unita alla naturalezza con cui la figura sacra è ritratta, difficilmente rientrava nei canoni devozionali classici suggeriti dagli ambienti più conservatori. Tuttavia, nonostante le critiche, l’opera non fu rimossa né censurata dal Concilio di Trento, dimostrando come il reale sentimento di fede potesse essere accolto anche quando espresso in forme artistiche non tradizionali.
Fonte bibliografica
Marini, Francesca (a cura di), Caravaggio, collana I Classici dell’Arte, Edizioni Skira per Corriere della Sera, 2003, p. 136.
La Madonna dei Pellegrini si trova ancora nella Cappella Cavalletti nella Basilica di Sant’Agostino, nella prima cappella della navata di sinistra. È un’opera che conserva intatta la sua potenza espressiva e continua ad affascinare visitatori da tutto il mondo.
La Basilica di Sant’Agostino si trova in Piazza di S. Agostino 00186 Roma RM
La Basilica è aperta dal lunedì al sabato dalle 7.30 alle 12:30 e dalle 16:00 alle 19.30. La domenica e festivi dalle 8.00 alle 12.45 e dalle 16.00 alle 19.30.
I colori del dipinto sono terrosi e vanno dal marrone scuro all’ocra. Solo l’abbigliamento di Maria ha colori primari e leggermente più saturi come il rosso della veste e il blu del mantello. I due colori sono tradizionalmente legati alla figura di Maria in quanto il rosso rappresenta la passione e il blu l’Assemblea della Chiesa.
La luce direzionale proviene da sinistra in alto e colpisce le figure a tratti, evidenziando solo alcune loro parti. I personaggi che emergono dal buio sono una nota caratteristica della pittura di Caravaggio. Questa componente scenografica permette di ottenere un clima drammatico e sacro. La vergine col Bambino, infatti, è illuminata quasi interamente. I loro incarnati sono chiari e riflettono la luce dorata che rende liscia e pura la loro pelle. Sottili linee di luce mettono in evidenza le architetture, sullo stipite e nella soglia.
Trasformazioni, abbandono e rinascita archeologica
Durante l’Alto Medioevo, il complesso dei Fori Imperiali e del Foro Romano attraversò una fase di profondo abbandono. Sebbene gran parte delle strutture antiche fosse soggetta a interramento e degrado, proprio questo processo contribuì paradossalmente alla loro conservazione. Gli unici edifici a mantenere una funzione attiva furono quelli trasformati in chiese a partire dal VI secolo d.C., garantendo così una continuità d’uso e una maggiore tutela.
Tra le principali trasformazioni medievali si ricordano:
La Curia Iulia, convertita nella chiesa di Sant’Adriano.
Il Tempio di Romolo, divenuto Santi Cosma e Damiano.
Un ambiente del Palazzo Imperiale, trasformato nella chiesa di Santa Maria Antiqua.
Il Tempio di Antonino e Faustina, adattato alla chiesa di San Lorenzo in Miranda.
Con il passare dei secoli, la memoria della funzione politica e religiosa del Foro antico svanì. In età medievale l’area venne infatti chiamata Campo Vaccino, a testimonianza del suo uso come pascolo per il bestiame.
Dal Rinascimento alla perdita dei monumenti antichi
Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, le distruzioni più significative dei monumenti dei Fori non avvennero nel Medioevo, ma nel Rinascimento. Con la ripresa dei cantieri edilizi a Roma, il Foro Romano fu sfruttato come una vera e propria cava di materiali.
Le demolizioni più pesanti si verificarono tra il 1540 e il 1550, quando la costruzione della nuova Basilica di San Pietro richiese enormi quantità di marmo e pietra. Nonostante le denunce di artisti e intellettuali come Raffaello e Michelangelo, molti edifici ancora quasi intatti – tra cui il Tempio del Divo Giulio, il Tempio di Saturno e quello dei Dioscuri – vennero smantellati fino a raggiungere l’aspetto frammentario con cui li conosciamo oggi.
È in questo periodo che nasce il celebre detto: “Per costruire la Roma dei Papi si distrusse la Roma dei Cesari.”
La riscoperta archeologica tra Settecento e Ottocento
A partire dalla fine del Settecento, con l’Illuminismo, tornò a crescere l’interesse per le antichità romane. Tuttavia, fu solo dopo l’Unità d’Italia che iniziarono gli scavi sistematici nel Foro Romano e nei Fori Imperiali.
Figure fondamentali per questa nuova stagione furono:
Pietro Rosa
Giuseppe Fiorelli
Rodolfo Lanciani
Giacomo Boni
Grazie ai loro studi e ai loro scavi, la conoscenza della Roma antica compì un salto decisivo, ponendo le basi dell’archeologia moderna e restituendo alla città la memoria storica dei suoi monumenti più rappresentativi.
Fonte: Guida Archeologica di Roma, a cura di Adriano La Regina, Milano, Electa, 2005, p. 16.
Trasformazioni, abbandono e rinascita archeologica Durante l’Alto Medioevo, il complesso dei Fori Imperiali e del Foro Romano attraversò una fase di profondo abbandono. Sebbene gran parte delle strutture antiche fosse soggetta a interramento e degrado, proprio questo processo contribuì paradossalmente alla loro conservazione. Gli unici edifici a mantenere una funzione attiva furono quelli trasformati in…
Storia, datazione e devozione dell’icona mariana più amata di Roma La Salus Populi Romani è la più importante icona mariana di Roma, un’immagine che attraversa secoli di storia, arte e devozione popolare. Custodita nella Basilica di Santa Maria Maggiore, continua a essere percepita come una presenza viva, protettrice della città e del suo popolo.È un…
Scopri la Basilica Papale di Santa Maria Maggiore a Roma: posizione sull’Esquilino, storia, fondazione leggendaria, extraterritorialità, cappelle Sistina e Paolina, reliquie, presepe di Arnolfo di Cambio, sepolture illustri e la campana “La Sperduta”
Storia, datazione e devozione dell’icona mariana più amata di Roma
La Salus Populi Romani è la più importante icona mariana di Roma, un’immagine che attraversa secoli di storia, arte e devozione popolare. Custodita nella Basilica di Santa Maria Maggiore, continua a essere percepita come una presenza viva, protettrice della città e del suo popolo. È un simbolo identitario che unisce Roma in momenti di gioia, crisi e rinascita.
Un’icona unica: materiali, stile e tradizione
La tavola, realizzata in legno di cedro e dalle dimensioni di 117 × 79 cm, raffigura la Madonna in piedi a mezza figura con il Bambino in braccio. Per secoli la tradizione popolare ha attribuito l’immagine a San Luca Evangelista, patrono dei pittori, alimentando la percezione di un’opera miracolosa e antichissima.
Numerosi sono gli interventi salvifici che la devozione romana ha collegato all’icona. Il più celebre riguarda Papa Gregorio Magno: secondo la tradizione, nel 590 il pontefice portò l’immagine in processione per implorare la fine della peste. Giunti presso il Mausoleo di Adriano, al popolo romano sarebbe apparso l’Arcangelo Michele che, per intercessione della Madonna, annunciò la conclusione dell’epidemia.
Una storia civica: il rapporto con Roma e il Comune
Fin dal Medioevo, la Salus Populi Romani è stata considerata un palladio della città. Il Comune di Roma la venerava come simbolo identitario e ne promuoveva processioni e suppliche pubbliche nei momenti di crisi: pestilenze, carestie, alluvioni, guerre.
Nel XIV secolo, l’icona venne collocata in una edicola marmorea commissionata proprio dal Comune, segno del suo ruolo pubblico e urbano.
Che cosa significa “palladio della città”
Il termine palladio deriva dal mondo antico. Nella mitologia greca, il Palladio era una statua sacra di Atena che proteggeva la città. Uno dei più famosi fu il Palladio di Troia: finché la statua rimaneva in città, la città era ritenuta invincibile.
Da qui nasce l’uso simbolico del termine: un palladio è un oggetto sacro o identitario che garantisce protezione alla comunità.
La Salus Populi Romani è considerata un palladio perché:
è percepita come protezione del popolo romano
è stata invocata durante pestilenze, carestie, guerre e calamità
è stata portata in processione dal Comune come immagine civica, non solo religiosa
è diventata un riferimento anche per i papi
continua a essere un simbolo di unità, speranza e identità urbana
In altre parole, la Salus non è solo un’icona mariana: è la Madonna che protegge Roma, un elemento fondativo della memoria collettiva della città.
L’Accademia di San Luca e la Salus: un legame profondo
Il rapporto tra la Salus Populi Romani e l’Accademia di San Luca è uno degli aspetti più affascinanti della storia dell’icona.
Poiché la tradizione attribuiva l’immagine a San Luca, patrono dei pittori, l’icona divenne un modello identitario per l’Accademia.
Gli artisti la consideravano una matrice iconografica: un’immagine perfetta, da studiare e imitare.
Nei secoli XVII e XVIII, l’Accademia realizzò copie ufficiali della Salus, destinate a chiese, confraternite e missioni in tutto il mondo.
Le copie erano spesso accompagnate da cerimonie solenni, quasi a ribadire il ruolo della Salus come fondamento dell’arte sacra romana.
Questo legame ha contribuito a diffondere l’immagine ben oltre l’Urbe, rafforzandone il carattere universale.
Le scoperte scientifiche: la nuova datazione (IX–XI secolo)
Il restauro concluso nel 2018 ha rappresentato una svolta decisiva. Grazie a indagini scientifiche avanzate – analisi stratigrafiche, studio dei pigmenti, esami del supporto ligneo – è stato possibile:
rimuovere vernici e ridipinture stratificate nei secoli
restituire alla tavola la sua luminosità originaria
proporre una datazione tra il IX e l’XI secolo
Questa scoperta ha definitivamente chiarito che l’icona non risale all’età apostolica, ma appartiene alla produzione bizantina medievale, probabilmente realizzata a Roma o per Roma in un contesto di forte influenza orientale.
Una devozione viva: dai gesuiti a Papa Francesco
Fin dalle origini della Compagnia di Gesù, i gesuiti promossero il culto della Salus e diffusero copie dell’icona in tutto il mondo. In epoca contemporanea, Papa Francesco ha rinnovato questa tradizione: visitava la Salus prima e dopo ogni viaggio apostolico, affidando alla Madonna il suo ministero.
Il suo legame personale con l’icona era così profondo che espresse il desiderio di essere sepolto proprio in Santa Maria Maggiore, sullo stesso lato della basilica dove si trova la Cappella Paolina, che custodisce la Salus. Dopo la sua morte, avvenuta nel Lunedì di Pasqua del 2025, questo desiderio è stato rispettato.
Il suo successore, Papa Leone XIV, ha più volte ricordato la Salus come “cuore spirituale della città”.
La pandemia del 2020: la Salus al centro della speranza
Durante la pandemia di Covid‑19, la Salus Populi Romani è tornata a essere un segno di protezione per la città. Il 27 marzo 2020, in una Piazza San Pietro deserta e sotto una pioggia battente, Papa Francesco ha voluto accanto a sé proprio questa icona durante il momento straordinario di preghiera e benedizione Urbi et Orbi.
L’immagine, portata dalla Cappella Paolina al sagrato della basilica, è diventata uno dei simboli più potenti della speranza durante la crisi sanitaria.
Perché la Salus Populi Romani è così importante per Roma
L’icona è un simbolo che unisce:
arte: una delle più antiche e preziose immagini mariane della città
storia: legni, processioni, miracoli e restauri
identità civica: percepita come protezione del popolo romano
spiritualità: luogo di preghiera costante, soprattutto nei momenti di crisi
La Salus Populi Romani non è solo un capolavoro medievale: è un frammento vivo della memoria collettiva di Roma, una presenza che attraversa i secoli e continua a parlare al cuore dei fedeli.
La Basilica Papale di Santa Maria Maggiore sorge sul colle Esquilino, il più alto dei sette colli di Roma. La sua posizione dominante, visibile da ampie zone della città, riflette l’importanza che questo santuario mariano ha avuto fin dall’antichità.
Uno degli elementi architettonici più riconoscibili è il campanile romanico, il più alto di Roma. Al suo interno si trova una campana particolarmente amata dai romani: “La Sperduta”, così chiamata perché un tempo veniva suonata per orientare i viandanti smarriti o per annunciare eventi straordinari. Il suo rintocco è ancora oggi uno dei simboli sonori dell’Esquilino.
Origini e datazione: una basilica del V secolo
L’edificio attuale risale al V secolo, costruito durante il pontificato di Sisto III (432–440), subito dopo il Concilio di Efeso che proclamò Maria Theotokos, Madre di Dio. Nonostante i numerosi interventi successivi, la basilica conserva ancora oggi la struttura paleocristiana originaria, soprattutto nella navata centrale e nei mosaici del V secolo.
La fondazione leggendaria: la basilica “acheropita”
La tradizione lega la nascita della basilica al celebre miracolo della neve del 5 agosto 358. Secondo la leggenda, la Vergine indicò con una nevicata miracolosa il luogo esatto dove costruire una chiesa a lei dedicata. Per questo Santa Maria Maggiore è definita acheropita, “non fatta da mano umana”.
Ogni anno, durante la festa della Dedicazione, una pioggia di petali bianchi rievoca l’evento.
Extraterritorialità: un frammento di Vaticano nel cuore di Roma
Come le altre basiliche maggiori, Santa Maria Maggiore gode dello status di extraterritorialità, sancito dai Patti Lateranensi del 1929. Pur trovandosi nel territorio italiano, appartiene giuridicamente alla Santa Sede, che ne garantisce autonomia e tutela.
Le cappelle principali: Sistina e Paolina
Cappella Sistina (o del Santissimo Sacramento)
Voluta da Sisto V e progettata da Domenico Fontana, è un capolavoro del tardo Rinascimento. Ospita i monumenti funebri di Sisto V e Pio V, oltre al prezioso reliquiario della Sacra Culla.
Cappella Paolina (o Borghese)
Commissionata da Paolo V Borghese, è uno dei massimi esempi del barocco romano. Qui è custodita la veneratissima icona della Salus Populi Romani, tra le immagini mariane più amate dai romani e dai pontefici.
Reliquie e icone sacre
Santa Maria Maggiore è un autentico scrigno di tesori spirituali:
La Sacra Culla, reliquia legata al presepe di Gesù
Reliquie di santi e martiri conservate nelle cappelle laterali
Il Presepe di Arnolfo di Cambio (1291)
Sepolture importanti: Bernini, Paolina Borghese e Papa Francesco
La basilica ospita sepolture di figure centrali della storia artistica e religiosa di Roma.
Papa Francesco
Riposa nella navata laterale accanto alla Cappella Paolina, in un sepolcro semplice con la sola iscrizione FRANCISCUS. La scelta riflette la sua profonda devozione per la Salus Populi Romani.
circa 420 (?)-434 Costruzione della Basilica attuale; esecuzione dei mosaici della navata principale e dell’arco di trionfo; dedicazione di Papa Sisto IlI alla Vergine Maria il 5 agosto 434
642-649 Pontificato di Teodoro I: la Basilica viene chiamata per la prima volta Sancta Maria ad Praesepem
1288-92 Pontificato di Nicolo IV: costruzione del transetto e della nuova abside, decorata con mosaici di Jacopo Torriti; Filippo Rusuti realizza i mosaici della facciata; Arnolfo di Cambio scolpisce il presepe per l’oratorio della Natività
1370-78 Costruzione del campanile, il punto più alto di Roma
1445-84 Commissioni dell’Arciprete, il Cardinale Guillaume d’Estouteville a Piero della Francesca e Mino da Fiesole
1492-1503 Pontificato di Alessandro VI: esecuzione del soffitto ligneo da parte di Antonio da Sangallo il Vecchio
1545 Fondazione della Cappella Musicale Liberiana per opera dell’Arciprete, il Cardinale Guido Ascanio Sforza
1562-65 Costruzione della Cappella Sforza su progetto di Michelangelo Buonarroti
1585-87 Costruzione della Cappella Sistina per la Sacra Culla e del Santissimo Sacramento
1605-13 Costruzione della Cappella Paolina per l’icona della Salus Populi Romani, del coro invernale (dal 1826 battistero) e della Canonica
1743-50 Pontificato di Benedetto XIV: restauro della Basilica eseguito da Ferdinando Fuga; nuova facciata con Loggia delle Benedizioni; restauro del pavimento; erezione del baldacchino; costruzione dalla Cappella del Crocifisso
1861-64 Costruzione della confessio davanti all’Altare maggiore
1967-71 Gli scavi sotto la Basilica riportano alla luce una domus di epoca imperiale con i resti di un importante calendario agricolo murale
La Basilica di San Clemente a Roma, dedicata a San Clemente Papa, ospita splendidi mosaici e un complesso archeologico stratificato su quattro livelli che racconta la storia della città dal I secolo al Medioevo, scoprendo antiche strutture romane.
La Basilica di San Pietro, simbolo di Roma, fu fondata nel IV secolo da Costantino sulla tomba di San Pietro. Ristrutturata nel XVI secolo, ospita opere di artisti rinomati come Michelangelo e Bernini, diventando un capolavoro del Rinascimento.
L’Accademia Nazionale di San Luca a Roma offre un’esperienza culturale unica e gratuita, con una ricca storia di promozione delle arti. Fondata nel 1593, ospita opere significative, giardini tranquilli e testimonia il ruolo di Roma nella cultura europea.
La Necropoli della Banditaccia, a Cerveteri, parte del PACT – Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia, è il più grande sepolcreto del mondo antico e uno dei siti etruschi meglio conservati. Patrimonio UNESCO dal 2004, si estende per circa 400 ettari (10 visitabili) e riproduce una vera città dei morti, con strade, piazze e quartieri funerari.
Il sepolcreto occupava una superficie di 100 ettari circa e si stima che comprendesse 20 000 tombe: l’area recintata corrisponde a circa 1/10 di questo vastissimo complesso.
La necropoli della Banditaccia è la più famosa, ma fuori dal parco si estendo altre importanti aree sepolcrali quali: Sorbo, Greppe Sant’Angelo, Cava della Pozzolana, Bufalareccia e Monte Tosto.
Le tombe, scavate nel tufo o costruite con blocchi, imitano le abitazioni etrusche, offrendo preziose informazioni su urbanistica e vita quotidiana. Tra le più celebri, la Tomba dei Rilievi, decorata con oggetti della vita domestica.
Tipologie di Tombe
Tombe a tumulo: strutture circolari con tamburo in tufo, sormontate da un tumulo di terra.
Tombe a dado: camere ipogee collegate alla strada da scalinate, con facciate in blocchi di tufo.
Tombe a caditoia: simili alle tombe a dado, ma con apertura superiore per calare le offerte.
PACT – Parco Archeologico Cerveteri Tarquinia
Indirizzo: Via della Necropoli – 00052 Cerveteri (RM)
Costo Indicativo del biglietto: 8,00 euro Gratuità: prima domenica del mese Orari: Martedì–Domenica 09:00–17:00 (chiuso il lunedì).
Consigli utili: Tempo di visita: 1–2 ore. Portare scarpe comode. Portare una torcia per illuminare l’interno delle tombe Durante il periodo invernale molte tombe potrebbero essere inaccessibili perché allagate. Nonostante le condizioni del parco non siano all’altezza di un sito UNESCO, la bellezza naturale del luogo supera ogni mancanza e rende la visita indimenticabile.
La necropoli di Monterozzi a Tarquinia, patrimonio dell’umanità UNESCO, è un importante complesso archeologico con circa 200 tombe dipinte, risalenti al VII-III secolo a.C. Solo il 3% delle oltre 6000 tombe è decorato, rispecchiando l’aristocrazia etrusca.
In una vetrina della Sala Castellani, presso il Palazzo dei Conservatori dei Musei Capitolini è esposto un pregevole manufatto in terracotta che raffigura un personaggio maschile seduto ricordato nei più antichi inventari manoscritti del Museo come “statuetta sedente di terracotta rappresentante un personaggio che stende la destra in atto di ragionare”. Si tratta di una…
Là dove la piazza del Foro comincia a salire verso il Palatino, il focolare della Casa del Re era diventato il fuoco pubblico sempre ardente nel tempio di Vesta, la dea protettrice della comunità, a simboleggiare la vita eterna di Roma.
L’edificio, rotondo come le più antiche capanne del Lazio in paglia e vimini, con un foro al centro del tetto conico per far uscire il fumo, andò naturalmente distrutto più volte a causa di incendi e fu ricostruito fedelmente con diversi materiali come ci testimoniano le fonti, rilievi e monete.
Assunse infine l’aspetto attuale grazie al restauro curato da Giulia Domna, moglie dell’imperatore Settimio Severo sul finire del II secolo d.C.
[…] La cella cui si accedeva da una scala posta a oriente non ospitava tuttavia, come di norma, la statua della divinità, che era d’altronde evocata dal fuoco perenne, mentre in un vano sotterraneo inaccessibile ai più erano custoditi gli oggetti che Enea, secondo la leggenda, avrebbe trasportato da Troia, fra i quali il magico Palladio: un piccolo simulacro arcaico di Atena-Minerva, pegno e garanzia del dominio universale promesso a Roma.
Un’immagine di Vesta è invece verosimile fosse collocata nell’edicola ionica di età adrianea, posta accanto all’ingresso della Casa delle Vestali, sacerdotesse consacrate al culto ancestrale, puro e nobile della dea.
Per celebrarlo venivano “sorteggiate” dal pontefice massimo appunto sei vergini, fra i sei e i dieci anni, di famiglie patrizie e prive di imperfezioni fisiche, che prestavano servizio per trent’anni con l’obbligo della castità.
Pittoresca era la cerimonia di vestizione in cui alle fanciulle venivano recise le chiome (appese a un albero di loto) e fatti indossare un velo bianco che copriva anche le spalle e una specie di diadema di lana diviso in sei cordoni.
Le vestali crescevano in una specie di convento moderno, articolato intorno a un cortile-giardino circondato da portici su cui davano le stanze, mentre la cucina, la macina, il forno e l’orto rendevano la casa autosufficiente.
Incaricate della mietitura rituale e della preparazione delle focacce per i sacrifici, le sacerdotesse non conducevano tuttavia una vita di clausura. Godevano anzi di assoluti privilegi: erano accompagnate dai littori come i supremi magistrati, disponevano di posti riservati agli spettacoli ed erano ritenute degne a tal punto che se un condannato a morte ne avesse incontrata una il giorno dell’esecuzione sarebbe stato graziato.
Qualora tuttavia avessero violato il voto di castità erano sepolte vive in un campo scellerato mentre se inavvertitamente avessero lasciato spegnersi il fuoco sacro che dovevano costantemente custodire venivano fustigate in pubblico: pene tremende per giovani donne cui era strappata la fanciullezza.
Terminato il ministero, la vestale poteva tuttavia decidere tranquillamente, data la sua altissima posizione sociale, di sposarsi, scegliendo fra uno stuolo di pretendenti o di diventare persino una donna in carriera.
Della lussuosa domus si visitano oggi pochi ambienti: il cortile, con le fontane e le piante fiorite in primavera, circondato dalle statue raffiguranti le vestali massime, poste a capo dell’ordine religioso, alle quali si riferiscono le iscrizioni sulle basi che ne celebrano le virtù. Il luogo conserva ancora l’atmosfera di raccoglimento che anticamente proteggeva le sacerdotesse dal caos della città circostante. (N.G.)
Dalle leggende alla città eterna Quando pensiamo alle origini di Roma, ci troviamo immersi in un mondo sospeso tra mito e storia. L’età regia, che va dalla fondazione della città nel 753 a.C. fino alla cacciata di Tarquinio il Superbo nel 509 a.C., è il periodo in cui Roma passa da piccolo villaggio sul Palatino…
La leggenda di Romolo e Remo Secondo la leggenda, Roma sarebbe stata fondata il 21 aprile del 753 a.C. da Romolo. Grazie al lavoro dell’archeologo Andrea Carandini è stata formulata un’interessante ipotesi sulla fondazione della città. Sulla base di questo imponente lavoro è stato realizzato recentemente il film del giovane regista Matteo Rovere: Il Primo…
Fori Romani: ai piedi dell’arco di Settiminio Severo non deve passare inosservata una piccola costruzione. Si tratta dell’ombelicus urbis: il punto in cui si incrociavano ad angolo retto le strade principali, il canale di comunicazione tra l’oltretomba e il mondo dei vivi.
Il Foro, prima di diventare il centro politico della nascente città di Roma a partire dall’età regia (metà dell’VIII secolo a.C.), si presentava come una valle paludosa e inospitale, dove gli abitanti dei centri dislocati sui colli vicini (Palatino, Campidoglio, Velia) seppellivano i loro morti.
Stando alla tradizione, già il secondo re di Roma, Numa Pompilio, pose qui la sua abitazione, ma è con la dinastia etrusca dei Tarquini che il Foro venne per la prima volta pavimentato, dunque utilizzato come luogo della vita pubblica, e che soprattutto si provvide a canalizzare il Velabro, il torrente che attraversava la valle rendendola paludosa, tramite la costruzione della Cloaca Maxima.
Anche grazie a questi interventi il Foro divenne un vero e proprio spazio collettivo, centro della vita politica e religiosa di Roma.
Già nel VI secolo a.C. vi si costruì il complesso del Comizio, che con la Curia Hostilia costituiva il luogo di riunione dei cittadini, dei senatori e dei magistrati romani, e vi si pose la sede dei più antichi culti della città, quello di Saturno, di Vulcano, di Marte e di Vesta.
La seconda metà del V secolo a.C. fu un periodo abbastanza oscuro per la storia di Roma e dunque per quella del Foro.
L’attività edilizia ricominciò, per quanto ne sappiamo, all’incirca dopo l’incendio gallico (data tradizionale: 390 a.C.), un episodio quasi certamente esagerato dalle fonti; dal momento che non ha lasciato archeologicamente alcuna traccia.
Una più consapevole monumentalizzazione della piazza prese l’avvio con la fine delle guerre puniche (fine III-inizio II secolo a.C.), quando Roma, ormai da tempo padrona della penisola, giunse a dominare tutto il Mediterraneo, estendendo i suoi traffici fino al Vicino Oriente e oltre. L’accresciuto potere politico, il moltiplicarsi dei contatti e degli scambi, nonché la conoscenza diretta delle grandi capitali ellenistiche (Alessandria, Pergamo, Antiochia, Atene) con i loro spettacolari impianti architettonici, posero nuove esigenze urbanistiche ed edilizie: si giunse così alla costruzione di grandi edifici in cui potessero svolgersi le attività economiche e giudiziarie (le basiliche) e al restauro monumentale dei santuari arcaici.
Alla metà del I secolo a.C., per la costruzione del suo Foro, Cesare fece demolire il Comizio e ricostruire la Curia in una posizione che la rese una sorta di appendice del Foro del dictator.
Più tardi, Augusto provvederà a diversi lavori di risistemazione, ma la sua iniziativa edilizia di maggior impatto nella storia del Foro fu la costruzione, sul lato orientale della piazza, del tempio per Cesare divinizzato. Con l’avvento del Principato, infatti, e la costruzione delle altre piazze monumentali (i Fori di Augusto, Vespasiano, Nerva, Traiano) a opera di imperatori che così lasciano un segno imperituro nell’urbanistica della città, il Foro, pur restando il centro simbolico dello Stato romano, perde la sua reale funzione politica e diventa il palcoscenico su cui inscenare il più importante rito di legittimazione del potere regale: la divinizzazione dell’imperatore post mortem (il tempio del Divo Giulio, quello di Vespasiano e Tito, di Faustina e Antonino Pio).
Fonte: Guoda Archeologica di Roma, a cura di Adriano La Regina, Electa, 2005 pag.15
IX-VI secolo a.C. Valle del Foro utilizzata come necropoli
VI secolo a.C. Regia e Cloaca Maxima (inizi VI secolo a.C.) Lapis Niger, Primo complesso del Comizio Cacciata di Tarquinio il Superbo da Roma (data tradizionale: 510 a. С.)
ETÀ REPUBBLICANA V secolo a.C. Costruzione del primo tempio di Saturno Costruzione del primo tempio dei Castori
IV secolo a.C. Incendio gallico (data tradizionale: 390 a.C.)
III secolo a.C. Costruzione della prima basilica del Foro: la Porcia (fine Il secolo a.C.)
Il secolo a.C. Basilica Emilia (179 a.C.)
I secolo a.C. Tabularium (78 a.C.) Cesare fa demolire il Comizio e costruire la basilica Giulia (metà I secolo a.C.) Ottaviano sconfigge Antonio e Cleopatra ad Azio (31 a.C.) Tempio del Divo Giulio (29 a. С.)
ETÀ IMPERIALE I secolo d.C. Tiberio restaura il tempio dei Castori Incendio neroniano (64 d.C.) Tempio di Vespasiano e Tito Arco di Tito
Il secolo d.C. Sacello di Giuturna Athenaeum di Adriano Tempio di Antonipo e Faustina (141 d.C.) Ultimo rifacimento del tempio di Vesta (191 d.C.)
III secolo d.C. Arco di Settimio Severo (203 d.C.) Rifacimento dioclezianeo della Curia (fine III secolo d.C.)
IV secolo d.C. Tempio di Romolo Basilica di Massenzio VII secolo d.C. Colonna di Foca (608 d.C.)
Il Parco Archeologico del Palatino, situato nel cuore di Roma, offre un viaggio tra storia e cultura. Luoghi significativi come il Lupercale, la villa di Augusto e il sentiero di Caco permettono di scoprire le origini della città.
Fori Romani: ai piedi dell’arco di Settiminio Severo non deve passare inosservata una piccola costruzione. Si tratta dell’ombelicus urbis: il punto in cui si incrociavano ad angolo retto le strade principali, il canale di comunicazione tra l’oltretomba e il mondo dei vivi.
Là dove la piazza del Foro comincia a salire verso il Palatino, il focolare della Casa del Re era diventato il fuoco pubblico sempre ardente nel tempio di Vesta, la dea protettrice della comunità, a simboleggiare la vita eterna di Roma. L’edificio, rotondo come le più antiche capanne del Lazio in paglia e vimini, con…