Il Tempio di Giove Capitolino

Nella più antica storia di Roma il VI secolo a.C. corrisponde al regno della dinastia etrusca dei Tarquini, periodo contraddistinto dall’espansione della città e del suo dominio del Lazio e dalla realizzazione di importanti opere di edilizia pubblica.

Tarquinio Prisco (616-579 a.C.), quinto re di Roma e primo della dinastia etrusca, durante una battaglia contro i Sabini votò un tempio a Giove Ottimo Massimo, Giunone e Minerva in cambio della vittoria. Iniziò cosi la sistemazione dell’area prescelta sul Monte Tarpeo facendo spianare la cima occidentale del colle e facendovi costruire mura di contenimento.

Il figlio Tarquinio il Superbo riprese il progetto interrotto, ma non riuscì a completarlo perché scacciato da Roma in seguito a una rivolta popolare contro la monarchia: il tempio venne così dedicato nel primo anno della repubblica romana, il 13 settembre del 509 a.C. dal console Orazio Pulvillo.

Gli storici riferiscono che nell’area destinata al tempio già esistevano piccoli centri di culto. Furono pertanto interrogate dagli auguri le rispettive divinità e quasi tutte acconsentirono allo spostamento del sacello a loro dedicato: soltanto Terminus e Juventas si rifiutarono e i loro altari rimasero inglobati all’interno del nuovo tempio.

Tra le varie leggende legate alla costruzione del tempio si tramanda anche che durante lo scavo delle fondazioni del nuovo edificio venne trovato un cranio umano perfettamente conservato e da questo prodigio si capì che il colle, chiamato da allora Capitolium, sarebbe diventato il centro del potere imperiale di Roma

Il Tempio di Giove, Giunone e Minerva, collocato in posizione dominante, si qualifica come il santuario delle divinità protettrici della città e come tale doveva essere percepito sia dalla vicina Etruria, sia dai popoli latini che avevano il proprio comune centro religioso nel santuario di luppiter Latiaris sul Monte Cavo.

Del grande edificio voluto dai Tarquini rimane solo parte delle imponenti strutture di fondazione in blocchi di cappellaccio. Sistematicamente distrutto in età post-antica e utilizzato come cava di materiali pregiati, il tempio stupisce ancora oggi per le sue straordinarie dimensioni, anche se non se ne conservano purtroppo ne l’alzato né la ricca decorazione architettonica. Esso perì nel I secolo a.C. in seguito ad un violento incendio (83 a.C.) e sappiamo che fu ricostruito sulle medesime fondazioni e con le stesse misure di quello arcaico, utilizzando, secondo una fonte letteraria, le colonne in marmo pentelico sottratte all’Olympeion di Atene. la mancanza di elementi certi, risultano dunque preziose al fine della ricostruzione primo edificio sia la descrizione che ne fa Dionigi di Alicarnasso, sia i commenti dell’architetto Vitruvio. Il tempio era costruito sopra un altissimo podio ed era di circa 200 piedi (ossia 60 metri); la larghezza era di poco inferiore alla lunghezza: era rivolto a Sud e presentava tre file di colonne sulla fronte e una su ciascun lato.

Aveva tre celle parallele, separate da muri ma coperte da uno stesso tetto: quella centrale dedicata a Giove, le laterali a Giunone e Minerva. Il pavimento dell’edificio templare assai più alto dell’attuale piano di calpestio dell’area museale, si trovava all’incirca all’altezza dell’attuale Terrazza Caffarelli. Vitruvio aggiunge che le colonne erano molto distanti tra loro: si trattava dunque di un tempio aerostilo.

Questa caratteristica, tipica dei templi tuscanici, non consentiva l’uso di architravi di pietra, che sarebbero risultati troppo pesanti per una luce tanto larga, ma solo di legno. In effetti gli intercolumni ricostruibili sulla base delle strutture conservate misurano m 12,50 quello centrale e m 8 quelli laterali. Le dimensioni colossali del tempio capitolino (m 62 x 54) vengono apprezzate al meglio se confrontate con quelle dei templi coevi: per esempio il Tempio dell’Area Sacra del Foro Boario, che misurava m 10,60 x 10,60, quello di Portonaccio a Veio di m 18,50 x 18,50.

Da fonti storiche sappiamo che Tarquinio Prisco commissionò a Vulca, coroplasta di Veio, la statua di culto in terracotta dedicata a Giove. Il dio era rappresentato stante e con un fulmine nella mano destra; durante determinate festività il suo volto veniva colorato di rosso. Sempre ad artisti veienti fu commissionata la grande quadriga di terracotta che doveva sovrastare il tetto.

A proposito di quest’ultima si narra che, durante la cottura, invece di perdere acqua, il manufatto aumentò di volume tanto da spaccare il forno che la conteneva. Questo prodigio fu interpretato dai sacerdoti come presagio della futura potenza di Roma. Del tempio di età arcaica sono rimaste solo parti delle grandiose strutture di fondazione: l’edificio è stato completamente ricostruito per ben quattro volte in età romana; inoltre è noto dagli autori antichi che gli elementi decorativi rovinati o da sostituine, in quanto considerati sacri, venivano sepolti nelle paludi. Per queste ragioni il suo apparato decorativo è ricostruibile solo sulla scorta del confronto con edifici coevi.

Possiamo immaginare che le colonne fossero in tufo intonacato, che i muri delle celle e gli stipiti delle porte fossero decorati da lastre di argilla dipinta. Il tetto poi doveva presentare sulla fronte un timpano aperto, all’interno del quale si vedevano le testate del columen e dei mutuli coperte da lastre di terracotta variamente decorate.

Gli spioventi del tetto, come la sottostante tettoia, dovevano presentare lastre decorate con motivi floreali, palmette e fiori di loto alternati, sime e cortine traforate, mentre nei lati lunghi i margini del tetto erano decorate dalle antefisse forse a testa di Sileno e di Menade. La storia del Tempio di Giove Capitolino è indissolubilmente intrecciata all’espansione dell’imperialismo romano: presso il santuario capitolino si svolgevano i riti che precedevano la partenza per le guerre di conquista, come pure al Tempio di Giove approdavano le processioni trionfali accondate dal Senato ai generali vittoriosi; esso divenne presto il simbolo della città di Roma e come tale fu riprodotto in tutte le nuove città fondate.

Fonte: Musei Capitolini Guida, Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali, Sovrintendenza ai beni culturali, realizzazione editoriale di Mondadori Electa S.p,A, edizione 2006, pagine 131,133,134,135

Le fondazioni del tempio di Giove Capitolino sono ora visibili nell’esedra di Marco Aurelio, dove è possibile ammirarle in tutta la loro imponenza. Nell’area si trova un’approfondita descrizione del tempio e una serie di splendidi reperti del periodo, raccolti per aiutare il visitatore ad immaginare la sontuosità del tempio arcaico.

Musei Capitolini, Esedra di Marco Aurelio
Indirizzo: Piazza del Campidoglio 1 00186 Roma
Sito web: http://www.museicapitolini.org/
Costo Indicativo del biglietto: 11,50 euro intero
Gratuità: ogni prima domenica del mese per i non residenti. Sempre gratuito per i residenti nel comune di Roma

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Il Tempio di Giove Capitolino

Nel VI secolo a.C., Roma sotto la dinastia etrusca dei Tarquini sviluppò il Tempio di Giove Capitolino, simbolo del potere imperiale. Nonostante le distruzioni nel tempo, le fondazioni rimangono visibili. Il tempio rappresentava una manifestazione della religione e dell’espansione di Roma, diventando un importante luogo di culto e celebrazione.

Ricostruzione del Colosso di Costantino

Alla fine del Quattrocento, i frammenti della statua di Costantino furono collocati al Palazzo dei Conservatori. Nel 2022, è stata inaugurata una replica 1:1 al Giardino di Villa Caffarelli, ricostruita grazie alla tecnologia digitale e per celebrare l’imperatore.

Piazza del Campidoglio

Michelangelo, su incarico di Paolo III Farnese, progettò piazza del Campidoglio a Roma, creando uno spazio pubblico innovativo. Mantenne il Palazzo senatorio e il Palazzo dei Conservatori, aggiungendo il Palazzo nuovo. Al centro, collocò il monumento equestre di Marco Aurelio. L’opera fu completata da altri architetti nel Seicento.

Agrippina Maggiore

Agrippina Maggiore, figlia di Marco Vipsanio Agrippa e Giulia, sposò Germanico e ebbe nove figli, tra cui Caligola e Agrippina Minore. Celebre per il suo coraggio, divenne bersaglio della gelosia di Tiberio. Dopo la morte di Germanico, fu esiliata a Ventotene, subendo gravi maltrattamenti fino alla morte per digiuno.

La statua del Marforio

La statua colossale Marforio, risalente al II-III secolo d.C. e rappresentante Oceano, si trova nel Campidoglio dal 1592. Originariamente nel Martis forum, è diventata una statua parlante per esprimere lamentele contro le autorità. È stata restaurata e ristrutturata diverse volte, inclusa la trasformazione in Museo Capitolino nel 1733.

Sala degli Imperatori

La Sala degli Imperatori del Palazzo Nuovo espone 67 busti e ritratti di imperatori romani, evidenziando l’evoluzione della ritrattistica dal periodo repubblicano al tardo-antico. Centrale è la statua di Elena Augusta, madre di Costantino I.

La sala del Gladiatore

La sala contiene il Galata Capitolino, scultura centrale erroneamente associata a un gladiatore. Vicino ci sono opere di qualità come l’Amazzone ferita. Raffigura un Gallo ferito, simbolo di resistenza. La datazione della scultura è dibattuta tra studiosi.

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La loggia dipinta di Palazzo Altemps

La Loggia dipinta è uno degli ambienti più suggestivi del palazzo.
Posta sopra il portico meridionale, è interamente decorata da affreschi attribuiti ad Antonio Viviani che li esegui intorno al 1595 per il cardinale Marco Sittico Altemps.

Lo spazio aperto definito dalle tre arcate a riquadri prospicienti il cortile è dipinto come un giardino incantato, con piante di diversa fioritura e di vite che crescono su tralicci di legno disegnati a creare aeree architetture prospettiche come, sempre a Roma, nel Palazzo Rospigliosi e a Villa Giulia.

La vegetazione del pergolato è popolata di uccelli e vari animali e di frutta (come l’ananas) importati dal Nuovo Mondo in seguito alle recenti scoperte geografiche.

La Virtù, la Fama e i riferimenti araldici delle famiglie Orsini e Altemps definiscono lo spazio illusivo nelle lunette laterali – la soluzione di putti che giocano con animali esotici come lo struzzo, già ellenistica, è ripresa da un disegno di Raffaello – mentre il lato orientale è chiuso da una fontana incorniciata da un’edicola classicheggiante rivestita di marmi, stucchi e raffinatissimi mosaici in pasta vitrea, fiancheggiata da due statue di portatori d’acqua e sormontata da un elegante coronamento composto da tre piccoli Fauni sotto a una conchiglia.

In consonanza con la sistemazione altempsiana delle sculture nella loggia è stata riproposta, assieme ad are iscritte, una galleria di ritratti dei dodici Cesari, collocati su due basi rinascimentali e altre dieci di restauro.

Non tutti i ritratti hanno un’attribuzione certa. Molti di essi sono probabilmente di privati ai quali, in epoca moderna, è stato assegnato arbitrariamente un nome imperiale per favorire i collezionisti desiderosi di completare la serie degli imperatori come quella dei filosofi, pure sempre in auge.

A tale scopo si operarono numerose falsificazioni, conferendo a ritratti anonimi l’iconografia degli imperatori “rari”, dedotta sovente dalle effigi delle monete.

Nessun dubbio rimane però sul busto di Adriano che chiude la rassegna in cui la struttura compatta e turgida del volto e del collo sembra confermare quanto tramandato dalle fonti circa la robustezza dell’imperatore, che in questa immagine dunque non sarebbe ancora raffigurato nella regalità ideale e divina del suo mandato.

Fonte: Museo Nazionale Romano, a cura di Adriano La Regina, 2005 Ministero per i beni e le attività culturali, Soprintendenza Archeologica di Roma, Mondadori Electa S.p.A., Milano, pagine 144-145.

Palazzo Altemps
Indirizzo: Piazza S. Apollinare, 46 – 00186 Roma
Sito web: https://museonazionaleromano.beniculturali.it/palazzo-altemps/
Costo Indicativo del biglietto: 8,00 euro
Gratuità: prima domenica del mese

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La loggia dipinta di Palazzo Altemps

La Loggia dipinta è uno degli ambienti più suggestivi del palazzo. Posta sopra il portico meridionale, è interamente decorata da affreschi attribuiti ad Antonio Viviani che li esegui intorno al 1595 per il cardinale Marco Sittico Altemps. Lo spazio aperto definito dalle tre arcate a riquadri prospicienti il cortile è dipinto come un giardino incantato,…

Busto di Giulio Cesare

Roma – Palazzo Altemps. Il busto di Giulio Cesare, di bronzo e calcare rosso del Cattaro, è un’opera moderna di un’officina dell’Italia settentrionale, collegata ai Gonzaga nel XVI secolo.

Il Galata suicida

Roma – Palazzo Altemps. Un guerriero si trafigge con una spada mentre sostiene la moglie morente. Le sculture, collegate ai Galati, sono copie di opere celebrative di Attalo I per le vittorie romane di Cesare

Il grande sarcofago Ludovisi

Chi è il personaggio al centro della scena?Cosa rappresenta il sarcofago?Un dialogo muto in mezzo alla battaglia Il sarcofago, rinvenuto a Roma nel 1621 fuori Porta Tiburtina, venne subito dopo donato al cardinale Ludovico Ludovisi dal Capitolo di Santa Maria Maggiore. L’opera presenta scene di battaglia sia sul lato principale che sui due lati brevi. La…

Il Sarcofago di Ercole

Sulla fronte del sarcofago sono rappresentate nove delle dodici imprese di Ercole, secondo la sequenza cronologica fissata dai testi antichi: vittoria contro il leone di Nemea, combattimento con l’idra di Lerna e il cinghiale Erimanto, lotta con la cerva di Cerinea, caccia agli uccelli della palude dello Stinfale, vittoria su Ippolita regina delle Amazzoni, impresa…

Statua di Ares

La scultura raffigura il dio della guerra nudo, con una muscolatura molto accentuata, seduto su una roccia in una posizione di riposo. Nella mano sinistra sostiene una spada mentre ai suoi piedi è un piccolo Eros che gioca tra lo scudo e l’elmo, come allusione al rapporto amoroso tra Ares e Afrodite.

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Vicus Caprarius – La Città dell’Acqua


Un viaggio nella Roma nascosta, a due passi dalla Fontana di Trevi

A pochi metri dalla folla che ogni giorno si accalca davanti alla Fontana di Trevi, esiste un luogo silenzioso, fresco, inatteso.
Un luogo dove Roma rivela la sua natura più profonda: la città costruita su se stessa, strato dopo strato, memoria dopo memoria.

È il Vicus Caprarius – La Città dell’Acqua, un’area archeologica sotterranea scoperta nel 1999 durante i lavori di ristrutturazione dell’ex Cinema Trevi.
Un ritrovamento che ha riportato alla luce un intero frammento di quartiere romano, perfettamente conservato sotto il livello stradale moderno.

Un quartiere romano sotto i tuoi piedi

Il Vicus Caprarius non è un semplice scavo: è un pezzo di città.
L’area, estesa per circa 350 mq, conserva:

  • un’insula (una casa popolare a più piani) costruita dopo il grande incendio di Nerone del 64 d.C.;
  • un castellum aquae, una cisterna collegata all’Acquedotto Vergine, ancora oggi attivo e alimentatore della Fontana di Trevi;
  • ambienti abitativi, corridoi, scale, pavimenti e muri che raccontano la vita quotidiana di Roma in età imperiale.

Passeggiare tra queste strutture significa entrare in un paesaggio urbano antico, dove l’acqua scorre ancora tra le canalizzazioni originali.

Il nome: un omaggio a Giunone Caprina

Il toponimo Vicus Caprarius rimanda a un culto arcaico: quello di Giunone Caprina, dea legata alla fertilità, ai confini e ai cicli vitali.
Nelle vicinanze sorgeva la Palus Caprina, una palude sacra dove, secondo la leggenda, Romolo ascese al cielo il 7 luglio, durante le celebrazioni dedicate alla dea.

Il Vicus Caprarius diventa così un luogo simbolico:
un punto di contatto tra la Roma pastorale dei re e la Roma monumentale degli imperatori.

Agrippa, Augusto e la rifondazione della città

Quando l’insula e la cisterna del Vicus erano in uso, Roma stava cambiando volto.
Agrippa, amico e collaboratore di Augusto, stava realizzando un progetto urbanistico senza precedenti:

  • l’Acquedotto Vergine,
  • le Terme di Agrippa,
  • e il Pantheon, costruito proprio nell’area della Palus Caprina.

Il Vicus Caprarius è quindi un tassello prezioso per comprendere la rifondazione augustea: un momento in cui la città si reinventa, ma senza cancellare le sue radici più antiche.

La Città dell’Acqua: un museo nato da una collaborazione virtuosa

La scoperta del 1999 ha dato vita a uno dei primi esempi di collaborazione pubblico‑privato nella valorizzazione del patrimonio romano.
Il Gruppo Cremonini, proprietario dell’edificio, ha scelto di finanziare gli scavi e trasformare l’area in un museo aperto al pubblico.

Oggi il Vicus Caprarius è un luogo unico: un museo sotterraneo dove l’acqua scorre ancora, dove la luce filtra tra le pietre antiche, dove Roma si racconta senza bisogno di parole.

Vicus Caprarius, città dell’Acqua: Vicolo del Puttarello, a 100 metri dalla Fontana di Trevi.
Sito: https://www.vicuscaprarius.com/
Biglietto: 4,00 euro intero

Periodo di costruzione:
– I secolo d.C.: insula post‑neroniana
– Età augustea: cisterna dell’Acquedotto Vergine
– Medioevo: riutilizzi e trasformazioni

Cosa vedere:

  • Resti di un’insula a più piani
  • Castellum aquae con vasche e canalizzazioni
  • Materiali rinvenuti: ceramiche, lucerne, monete
  • Strutture murarie che mostrano secoli di storia sovrapposta

Un rilievo, molte identità: il cuore simbolico dell’Ara Pacis

Tra i rilievi dell’Ara Pacis Augustae, nessuno affascina quanto il pannello orientale con la figura femminile seduta al centro. È uno dei simboli più potenti dell’arte augustea, ma anche uno dei più enigmatici.
Da oltre un secolo gli studiosi discutono su chi rappresenti davvero questa dea: Tellus, Venere Genitrice, Cerere, Pax Augusta, persino l’Italia personificata.

La verità è che il pannello non è pensato per offrire una sola risposta.
È un’immagine costruita per essere letta in più modi, una polisemia programmatica che riflette la complessità del progetto politico e religioso di Augusto.

Le principali interpretazioni: un secolo di studi

Ara Pacis - Pannello della Tellus

Tellus, la Terra Madre

È l’interpretazione più tradizionale: la dea come personificazione della terra fertile, circondata da animali pacifici, frutti e fiori.

Venere Genitrice

Una lettura oggi molto convincente: Venere è la madre di Enea e quindi la progenitrice della gens Iulia. La sua assenza dal ciclo mitologico dell’Ara Pacis sarebbe altrimenti inspiegabile.

Cerere, dea delle messi

Spighe, papaveri e grappoli d’uva rimandano chiaramente alla sfera agricola e alla rinascita delle campagne sotto Augusto.

Pax Augusta

La Pace stessa, raffigurata come fonte di prosperità. Questa lettura si collega al pannello accanto, dove Roma siede vittoriosa su un trofeo di armi.

Italia

Una proposta precoce ma significativa: la penisola pacificata e resa fertile dalla politica augustea.

Il pannello della Tellus è un capolavoro di ambiguità controllata.
Gli attributi delle diverse dee non si escludono: si sommano.

  • Tellus → fecondità della terra
  • Venere → genealogia divina di Augusto
  • Cerere → abbondanza agricola
  • Pax → ordine cosmico ristabilito
  • Italia → prosperità del territorio romano

Persino i due bambini nel grembo della dea possono alludere ai nipoti di Augusto, Gaio e Lucio Cesari, rafforzando la dimensione dinastica. Il risultato è una summa visiva del programma augusteo: politica, religione, natura e mito fusi in un’unica immagine.

Il contesto culturale: Lucrezio, il Carmen saeculare e il ritorno dell’età dell’oro

Il pannello non nasce isolato: dialoga con le grandi voci culturali dell’età augustea.

Lucrezio e la Venere cosmica del De rerum natura

Nel proemio del poema, Venere è la forza generativa che muove il mondo, placa Marte e fa fiorire la natura.
La dea dell’Ara Pacis riprende questa immagine: una figura che garantisce armonia universale.

Il Carmen saeculare (17 a.C.)

I cori dei Ludi Saeculares celebravano la felicitas temporis e il ritorno dell’età dell’oro sotto Augusto. Il pannello sembra tradurre in marmo quelle parole: venti miti, terra rigogliosa, prosperità diffusa.

Il neoplatonismo augusteo

L’idea di un ordine cosmico ristabilito, in cui la natura rifiorisce quando la politica è giusta, è profondamente legata alla visione filosofica delle élite dell’epoca.

La scena: un mondo riconciliato

La composizione è costruita per evocare pace e abbondanza:

  • la dea siede su rocce, con un chitone leggero che scopre spalla e ventre;
  • indossa una corona di frutti e fiori;
  • ai suoi piedi riposano un bue e una pecora;
  • due putti la accompagnano, uno porge un pomo;
  • nel grembo, grappoli d’uva e melograni;
  • ai lati, le Aurae velificantes, portatrici dei venti benefici di mare e di terra.

È la rappresentazione perfetta della pace augustea come condizione cosmica, non solo politica.

Conclusione: la dea che contiene tutte le dee

La figura centrale dell’Ara Pacis non è una sola dea.
È tutte le dee necessarie a raccontare la rinascita del mondo sotto Augusto.

Tellus, Venere, Cerere, Pax, Italia, Livia, Giulia: tutte convivono in un’unica immagine, come se l’altare volesse dire che la pace augustea è un evento totale — politico, naturale, genealogico, religioso.

Un’immagine che non chiede di essere interpretata in un solo modo, ma che invita a riconoscere la complessità del progetto augusteo: rifondare Roma rifondando l’ordine del mondo.


Fonte principale

Orietta Rossini, Ara Pacis. Guida, Electa, ristampa 2025.

Museo dell’Ara Pacis

Ottaviano Augusto

Ottaviano Augusto, primo imperatore romano, regnò per 41 anni dal 27 a.C. al 14 d.C. Celebre per la transizione da repubblica a impero, promosse riforme politiche e sociali stabilizzando Roma. Fu acclamato “padre della patria” e inaugurò la Pax Romana, sostenendo le arti e monumenti che arricchirono la cultura romana.

Marco Vipsanio Agrippa

Agrippa fu molto più di un generale: fu l’architetto della Roma imperiale, ma soprattutto grande e leale amico di Augusto. Un uomo di visione e azione, capace di coniugare strategia militare, ingegneria urbana e senso civico.

Agrippina Maggiore

Agrippina Maggiore, figlia di Marco Vipsanio Agrippa e Giulia, sposò Germanico e ebbe nove figli, tra cui Caligola e Agrippina Minore. Celebre per il suo coraggio, divenne bersaglio della gelosia di Tiberio. Dopo la morte di Germanico, fu esiliata a Ventotene, subendo gravi maltrattamenti fino alla morte per digiuno.

Livia Drusilla

Livia Drusilla, prima imperatrice romana e moglie di Augusto, fu una figura chiave della storia di Roma. Nata in una famiglia nobile, esercitò notevole influenza politica, sostenendo il figlio Tiberio e orchestrando intrighi per consolidarne il potere.

Basilica sotterranea di Porta Maggiore

La Basilica Sotterranea di Porta Maggiore, scoperta nel 1917, è un’importante struttura architettonica del I secolo d.C., rivelando misteri e decorazioni eccezionali. Rappresenta un esempio significativo di culto e simbolismo nell’antica Roma.

Le pareti ingannevoli

Il sorprendente criptoportico conservato a Palazzo Massimo, è un paesaggio inventato e immaginato per cantare e racchiudere (in un hortus conclusus) il presente felice, il piacere di vivere e di godere della pace, dell’ordine, della giustizia riportati da Augusto con la vittoria sulle forze selvagge.

Palazzo Barberini

La complessa realizzazione di palazzo Barberini (1625-1633), voluta da papa Urbano VIII, fu avviata da Carlo Maderno, ampliando un precedente palazzo della famiglia Sforza. Alla morte del Maderno (1629), i lavori proseguirono sotto la responsabilità di Gian Lorenzo Bernini, che continuò la collaborazione già avviata dall’architetto ticinese con il conterraneo Francesco Borromini. Capolavoro del barocco, il palazzo abbandona il tipico schema a corte rinascimentale per adottare un impianto con due ali residenziali contrapposte, saldate dal corpo principale e collegate da due elementi verticali di distribuzione. Questa disposizione era già invalsa a fine XVI secolo, tuttavia la scelta di realizzare uno scalone quadrato di rappresentanza e uno ovale, destinato a un percorso privato, appare unica e innovativa.

Nel tempo le due scale, analoghe per impostazione formale, con colonne binate affacciate sul pozzo aperto balaustrato e illuminate dall’alto, diventarono modelli per l’insegnamento accademico e la loro incerta attribuzione – quella quadrata al Bernini e quella ovale al Borromini- pretesto per un dibattito non concluso sui caratteri del barocco romano.

I Capolavori conservati a Palazzo Barberini

Palazzo Barberini custodisce alcuni dei massimi capolavori dell’arte italiana, offrendo un viaggio che attraversa Rinascimento e Barocco. Tra le opere più celebri spiccano “Giuditta e Oloferne” di Caravaggio, un drammatico esempio di chiaroscuro e intensità emotiva , e la “Fornarina” di Raffaello, ritratto enigmatico e raffinato della giovane amata dell’artista . Nel salone principale il visitatore rimane senza fiato davanti al “Trionfo della Divina Provvidenza” di Pietro da Cortona, uno dei massimi affreschi del Barocco italiano, che celebra la grandezza della famiglia Barberini . Il percorso museale include anche opere di maestri come Tiziano, Guido Reni, Piero di Cosimo ed El Greco, oltre a sculture e arredi d’epoca che completano l’immersione nella Roma seicentesca palazzobarberini.it. Palazzo Barberini non è solo un museo, ma un’esperienza totale: un luogo dove architettura, pittura e storia dialogano per raccontare secoli di creatività e potere.

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Palazzo Barberini

Palazzo Barberini, realizzato tra il 1625 e il 1633 per volere di papa Urbano VIII, è un capolavoro del barocco italiano. Progettato inizialmente da Carlo Maderno e completato da Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini, ospita opere di artisti come Caravaggio e Raffaello, offrendo un’esperienza immersiva nella storia e nell’arte.

Il mistero del Ritratto di Beatrice Cenci

Il ritratto “Giovane con Turbante” a Palazzo Barberini è erroneamente attribuito a Guido Reni e non rappresenta Beatrice Cenci. La figura, simbolo di una tragica storia, ha ispirato autori romantici. Attualmente, l’opera è ritenuta di Ginevra Cantofoli, circondata da dubbi sull’attribuzione e sul soggetto ritratto.

David e Golia

L’opera “Davide con la testa Golia” di Gian Lorenzo Bernini, realizzata negli esordi della sua carriera, è un autoritratto che cattura la determinazione del giovane eroe biblico. La sconfitta di Golia simboleggia il peccato, mentre Davide emerge con straordinaria bellezza e virtù, esaltato da un’illuminazione intensamente concentrata.

CARAVAGGIO A ROMA: la Madonna dei Pellegrini nella Basilica di Sant’Agostino

Il significato rivoluzionario

Caravaggio qui realizza una sintesi tra realismo popolare e riferimenti colti:

– La crudezza dei piedi sporchi, simbolo della povertà e della strada.
– L’aderenza alla realtà quotidiana, che abbraccia la fede semplice dei pellegrini.
– Citazioni visive legate alla statuaria classica e persino a modelli rinascimentali, come il rosso vellutato del corpetto della Madonna derivato da modelli tizianeschi.

Questi elementi, difficili da cogliere per il pubblico dell’epoca, rendono l’opera straordinariamente moderna e ancora oggi dirompente per chi vi si confronta.

Tra scandalo, devozione e rivoluzione artistica: significato e storia della Madonna dei Pellegrini di Caravaggio

Nel cuore di Roma, nella suggestiva Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, si trova uno dei dipinti più potenti e moderni del Barocco italiano: la Madonna dei Pellegrini, detta anche Madonna di Loreto.

Una commissione motivata dalla devozione

L’opera fu realizzata tra il 1604 e il 1606 su incarico della vedova di Ermete Cavalletti, nobile devoto alla Madonna di Loreto, su volontà testamentaria dopo la morte del marito nel 1602. Il dipinto fu concepito come pala per la cappella di famiglia nella Basilica di Sant’Agostino.

Il titolo alla Madonna di Loreto derivava dalla profonda devozione della famiglia Cavalletti verso la Vergine lauretana, consacrata anche da un pellegrinaggio del marchese al santuario di Loreto pochi mesi prima della sua morte.

Una scena di profonda umanità

L’immagine rappresenta la Vergine Maria con il Bambino, in piedi sulla soglia di una modesta abitazione romana, mentre due pellegrini inginocchiati la venerano con semplicità; il realismo delle figure colpisce per la sua cruda verità.

Secondo la descrizione di Francesca Marini nel volume Caravaggio della collana I Classici dell’Arte (Edizioni Skira, 2003), Caravaggio porta in scena:

«Una donna del popolo, con in braccio il suo bambino, in attesa sulla porta della propria casa, e di fronte a lei due viandanti mal in arnese, con i piedi nudi, sporchi, i vestiti rattoppati, unico segno della loro condizione: le mani giunte e i due bastoni da pellegrini» (Marini, Caravaggio, Edizioni Skira, 2003, p. 136; parafrasato).

Questa descrizione sottolinea come l’opera dissolva qualsiasi idealizzazione, mostrando il sacro nella concretezza della vita quotidiana.

Scandalo, critica e accoglienza

Quando l’opera fu esposta nella cappella, suscitò grande stupore tra il popolo e tra i critici dell’epoca. Per il biografo Giovanni Baglione, ci fu “estremo schiamazzo dai popolani” alla vista dei pellegrini con i piedi sporchi e malvestiti.

Una delle ragioni dell’agitazione fu la presunta identità della modella della Madonna: secondo alcuni commentatori dell’epoca, Caravaggio avrebbe utilizzato come modello una donna di strada molto nota nella Roma del periodo, Maddalena Antognetti, detta Lena, famosa per la sua vita di cortigiana.

Questa scelta, unita alla naturalezza con cui la figura sacra è ritratta, difficilmente rientrava nei canoni devozionali classici suggeriti dagli ambienti più conservatori. Tuttavia, nonostante le critiche, l’opera non fu rimossa né censurata dal Concilio di Trento, dimostrando come il reale sentimento di fede potesse essere accolto anche quando espresso in forme artistiche non tradizionali.

Fonte bibliografica

Marini, Francesca (a cura di), Caravaggio, collana I Classici dell’Arte, Edizioni Skira per Corriere della Sera, 2003, p. 136.

Link Utili:

https://it.wikipedia.org/wiki/Ermete_Cavalletti
https://www.artesvelata.it/donne-caravaggio-lena/amp/

Chiesa di Sant’Agostino

Basilica di Sant’Agostino a Roma

La Madonna dei Pellegrini si trova ancora nella Cappella Cavalletti nella Basilica di Sant’Agostino, nella prima cappella della navata di sinistra. È un’opera che conserva intatta la sua potenza espressiva e continua ad affascinare visitatori da tutto il mondo.

La Basilica di Sant’Agostino si trova in Piazza di S. Agostino
00186 Roma RM

La Basilica è aperta dal lunedì al sabato dalle 7.30 alle 12:30 e dalle 16:00 alle 19.30. La domenica e festivi dalle 8.00 alle 12.45 e dalle 16.00 alle 19.30.

Sito web: https://www.santagostinoroma.it/

Descrizione sintetica dell’Opera:


Olio su tela. 1604-1606, Cappella Cavalletti, Basilica di Sant’Agostino a Roma
Michelangelo Merisi, detto Caravaggio
Il colore e l’illuminazione

I colori del dipinto sono terrosi e vanno dal marrone scuro all’ocra. Solo l’abbigliamento di Maria ha colori primari e leggermente più saturi come il rosso della veste e il blu del mantello. I due colori sono tradizionalmente legati alla figura di Maria in quanto il rosso rappresenta la passione e il blu l’Assemblea della Chiesa.

La luce direzionale proviene da sinistra in alto e colpisce le figure a tratti, evidenziando solo alcune loro parti. I personaggi che emergono dal buio sono una nota caratteristica della pittura di Caravaggio. Questa componente scenografica permette di ottenere un clima drammatico e sacro. La vergine col Bambino, infatti, è illuminata quasi interamente. I loro incarnati sono chiari e riflettono la luce dorata che rende liscia e pura la loro pelle. Sottili linee di luce mettono in evidenza le architetture, sullo stipite e nella soglia.

I Fori Imperiali nel Medioevo

Trasformazioni, abbandono e rinascita archeologica

Durante l’Alto Medioevo, il complesso dei Fori Imperiali e del Foro Romano attraversò una fase di profondo abbandono. Sebbene gran parte delle strutture antiche fosse soggetta a interramento e degrado, proprio questo processo contribuì paradossalmente alla loro conservazione. Gli unici edifici a mantenere una funzione attiva furono quelli trasformati in chiese a partire dal VI secolo d.C., garantendo così una continuità d’uso e una maggiore tutela.

Tra le principali trasformazioni medievali si ricordano:

  • La Curia Iulia, convertita nella chiesa di Sant’Adriano.
  • Il Tempio di Romolo, divenuto Santi Cosma e Damiano.
  • Un ambiente del Palazzo Imperiale, trasformato nella chiesa di Santa Maria Antiqua.
  • Il Tempio di Antonino e Faustina, adattato alla chiesa di San Lorenzo in Miranda.

Con il passare dei secoli, la memoria della funzione politica e religiosa del Foro antico svanì. In età medievale l’area venne infatti chiamata Campo Vaccino, a testimonianza del suo uso come pascolo per il bestiame.

Dal Rinascimento alla perdita dei monumenti antichi

Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, le distruzioni più significative dei monumenti dei Fori non avvennero nel Medioevo, ma nel Rinascimento. Con la ripresa dei cantieri edilizi a Roma, il Foro Romano fu sfruttato come una vera e propria cava di materiali.

Le demolizioni più pesanti si verificarono tra il 1540 e il 1550, quando la costruzione della nuova Basilica di San Pietro richiese enormi quantità di marmo e pietra. Nonostante le denunce di artisti e intellettuali come Raffaello e Michelangelo, molti edifici ancora quasi intatti – tra cui il Tempio del Divo Giulio, il Tempio di Saturno e quello dei Dioscuri – vennero smantellati fino a raggiungere l’aspetto frammentario con cui li conosciamo oggi.

È in questo periodo che nasce il celebre detto:
“Per costruire la Roma dei Papi si distrusse la Roma dei Cesari.”

La riscoperta archeologica tra Settecento e Ottocento

A partire dalla fine del Settecento, con l’Illuminismo, tornò a crescere l’interesse per le antichità romane. Tuttavia, fu solo dopo l’Unità d’Italia che iniziarono gli scavi sistematici nel Foro Romano e nei Fori Imperiali.

Figure fondamentali per questa nuova stagione furono:

  • Pietro Rosa
  • Giuseppe Fiorelli
  • Rodolfo Lanciani
  • Giacomo Boni

Grazie ai loro studi e ai loro scavi, la conoscenza della Roma antica compì un salto decisivo, ponendo le basi dell’archeologia moderna e restituendo alla città la memoria storica dei suoi monumenti più rappresentativi.

Fonte: Guida Archeologica di Roma, a cura di Adriano La Regina, Milano, Electa, 2005, p. 16.


Parco Archelogico del Colosseo e del Palatino

I Fori Imperiali nel Medioevo

Trasformazioni, abbandono e rinascita archeologica Durante l’Alto Medioevo, il complesso dei Fori Imperiali e del Foro Romano attraversò una fase di profondo abbandono. Sebbene gran parte delle strutture antiche fosse soggetta a interramento e degrado, proprio questo processo contribuì paradossalmente alla loro conservazione. Gli unici edifici a mantenere una funzione attiva furono quelli trasformati in…

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Salus Populi Romani

Storia, datazione e devozione dell’icona mariana più amata di Roma La Salus Populi Romani è la più importante icona mariana di Roma, un’immagine che attraversa secoli di storia, arte e devozione popolare. Custodita nella Basilica di Santa Maria Maggiore, continua a essere percepita come una presenza viva, protettrice della città e del suo popolo.È un…

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Salus Populi Romani

Storia, datazione e devozione dell’icona mariana più amata di Roma

La Salus Populi Romani è la più importante icona mariana di Roma, un’immagine che attraversa secoli di storia, arte e devozione popolare. Custodita nella Basilica di Santa Maria Maggiore, continua a essere percepita come una presenza viva, protettrice della città e del suo popolo.
È un simbolo identitario che unisce Roma in momenti di gioia, crisi e rinascita.

Un’icona unica: materiali, stile e tradizione

La tavola, realizzata in legno di cedro e dalle dimensioni di 117 × 79 cm, raffigura la Madonna in piedi a mezza figura con il Bambino in braccio.
Per secoli la tradizione popolare ha attribuito l’immagine a San Luca Evangelista, patrono dei pittori, alimentando la percezione di un’opera miracolosa e antichissima.

Numerosi sono gli interventi salvifici che la devozione romana ha collegato all’icona. Il più celebre riguarda Papa Gregorio Magno: secondo la tradizione, nel 590 il pontefice portò l’immagine in processione per implorare la fine della peste. Giunti presso il Mausoleo di Adriano, al popolo romano sarebbe apparso l’Arcangelo Michele che, per intercessione della Madonna, annunciò la conclusione dell’epidemia.

Una storia civica: il rapporto con Roma e il Comune

Fin dal Medioevo, la Salus Populi Romani è stata considerata un palladio della città.
Il Comune di Roma la venerava come simbolo identitario e ne promuoveva processioni e suppliche pubbliche nei momenti di crisi: pestilenze, carestie, alluvioni, guerre.

Nel XIV secolo, l’icona venne collocata in una edicola marmorea commissionata proprio dal Comune, segno del suo ruolo pubblico e urbano.

Che cosa significa “palladio della città”

Il termine palladio deriva dal mondo antico.
Nella mitologia greca, il Palladio era una statua sacra di Atena che proteggeva la città. Uno dei più famosi fu il Palladio di Troia: finché la statua rimaneva in città, la città era ritenuta invincibile.

Da qui nasce l’uso simbolico del termine: un palladio è un oggetto sacro o identitario che garantisce protezione alla comunità.

La Salus Populi Romani è considerata un palladio perché:

  • è percepita come protezione del popolo romano
  • è stata invocata durante pestilenze, carestie, guerre e calamità
  • è stata portata in processione dal Comune come immagine civica, non solo religiosa
  • è diventata un riferimento anche per i papi
  • continua a essere un simbolo di unità, speranza e identità urbana

In altre parole, la Salus non è solo un’icona mariana:
è la Madonna che protegge Roma, un elemento fondativo della memoria collettiva della città.

L’Accademia di San Luca e la Salus: un legame profondo

Il rapporto tra la Salus Populi Romani e l’Accademia di San Luca è uno degli aspetti più affascinanti della storia dell’icona.

  • Poiché la tradizione attribuiva l’immagine a San Luca, patrono dei pittori, l’icona divenne un modello identitario per l’Accademia.
  • Gli artisti la consideravano una matrice iconografica: un’immagine perfetta, da studiare e imitare.
  • Nei secoli XVII e XVIII, l’Accademia realizzò copie ufficiali della Salus, destinate a chiese, confraternite e missioni in tutto il mondo.
  • Le copie erano spesso accompagnate da cerimonie solenni, quasi a ribadire il ruolo della Salus come fondamento dell’arte sacra romana.
  • Questo legame ha contribuito a diffondere l’immagine ben oltre l’Urbe, rafforzandone il carattere universale.

Le scoperte scientifiche: la nuova datazione (IX–XI secolo)

Il restauro concluso nel 2018 ha rappresentato una svolta decisiva.
Grazie a indagini scientifiche avanzate – analisi stratigrafiche, studio dei pigmenti, esami del supporto ligneo – è stato possibile:

  • rimuovere vernici e ridipinture stratificate nei secoli
  • restituire alla tavola la sua luminosità originaria
  • proporre una datazione tra il IX e l’XI secolo

Questa scoperta ha definitivamente chiarito che l’icona non risale all’età apostolica, ma appartiene alla produzione bizantina medievale, probabilmente realizzata a Roma o per Roma in un contesto di forte influenza orientale.

Una devozione viva: dai gesuiti a Papa Francesco

Fin dalle origini della Compagnia di Gesù, i gesuiti promossero il culto della Salus e diffusero copie dell’icona in tutto il mondo.
In epoca contemporanea, Papa Francesco ha rinnovato questa tradizione: visitava la Salus prima e dopo ogni viaggio apostolico, affidando alla Madonna il suo ministero.

Il suo legame personale con l’icona era così profondo che espresse il desiderio di essere sepolto proprio in Santa Maria Maggiore, sullo stesso lato della basilica dove si trova la Cappella Paolina, che custodisce la Salus.
Dopo la sua morte, avvenuta nel Lunedì di Pasqua del 2025, questo desiderio è stato rispettato.

Il suo successore, Papa Leone XIV, ha più volte ricordato la Salus come “cuore spirituale della città”.

La pandemia del 2020: la Salus al centro della speranza

Durante la pandemia di Covid‑19, la Salus Populi Romani è tornata a essere un segno di protezione per la città.
Il 27 marzo 2020, in una Piazza San Pietro deserta e sotto una pioggia battente, Papa Francesco ha voluto accanto a sé proprio questa icona durante il momento straordinario di preghiera e benedizione Urbi et Orbi.

L’immagine, portata dalla Cappella Paolina al sagrato della basilica, è diventata uno dei simboli più potenti della speranza durante la crisi sanitaria.

Perché la Salus Populi Romani è così importante per Roma

L’icona è un simbolo che unisce:

  • arte: una delle più antiche e preziose immagini mariane della città
  • storia: legni, processioni, miracoli e restauri
  • identità civica: percepita come protezione del popolo romano
  • spiritualità: luogo di preghiera costante, soprattutto nei momenti di crisi

La Salus Populi Romani non è solo un capolavoro medievale: è un frammento vivo della memoria collettiva di Roma, una presenza che attraversa i secoli e continua a parlare al cuore dei fedeli.

Fonti e risorse

Fonti bibliografiche

  • Schnell, Guida artistica n. 2975, 1ª edizione italiana 2023.
    © Capitolo di Santa Maria Maggiore; © Verlag Schnell & Steiner GmbH.
    ISBN 978‑3‑7954‑7266‑5.
  • Salus Populi Romani. L’icona restaurata (Musei Vaticani, 2022).
    Analisi tecniche e risultati del restauro del 2018.
  • Studi dell’Accademia Nazionale di San Luca sulla tradizione pittorica romana.

Risorse web istituzionali

(ricercabili facilmente online)

  • Basilica Papale di Santa Maria Maggiore – storia, arte, liturgia.
  • Musei Vaticani – documentazione sul restauro dell’icona.
  • Accademia Nazionale di San Luca – archivio digitale e studi.
  • Vatican News – articoli sulla pandemia e sulla devozione papale.
  • Osservatore Romano – approfondimenti storici e liturgici.

Basilica Papale di Santa Maria Maggiore
Via Liberiana, 27
00185 Roma

Basilica Papale di Santa Maria Maggiore a Roma: storia, posizione, cappelle, reliquie, presepe e sepolture

Dove si trova: la basilica sul colle Esquilino

La Basilica Papale di Santa Maria Maggiore sorge sul colle Esquilino, il più alto dei sette colli di Roma. La sua posizione dominante, visibile da ampie zone della città, riflette l’importanza che questo santuario mariano ha avuto fin dall’antichità.

Uno degli elementi architettonici più riconoscibili è il campanile romanico, il più alto di Roma. Al suo interno si trova una campana particolarmente amata dai romani: “La Sperduta”, così chiamata perché un tempo veniva suonata per orientare i viandanti smarriti o per annunciare eventi straordinari. Il suo rintocco è ancora oggi uno dei simboli sonori dell’Esquilino.

Origini e datazione: una basilica del V secolo

L’edificio attuale risale al V secolo, costruito durante il pontificato di Sisto III (432–440), subito dopo il Concilio di Efeso che proclamò Maria Theotokos, Madre di Dio.
Nonostante i numerosi interventi successivi, la basilica conserva ancora oggi la struttura paleocristiana originaria, soprattutto nella navata centrale e nei mosaici del V secolo.

La fondazione leggendaria: la basilica “acheropita”

La tradizione lega la nascita della basilica al celebre miracolo della neve del 5 agosto 358.
Secondo la leggenda, la Vergine indicò con una nevicata miracolosa il luogo esatto dove costruire una chiesa a lei dedicata. Per questo Santa Maria Maggiore è definita acheropita, “non fatta da mano umana”.

Ogni anno, durante la festa della Dedicazione, una pioggia di petali bianchi rievoca l’evento.

Extraterritorialità: un frammento di Vaticano nel cuore di Roma

Come le altre basiliche maggiori, Santa Maria Maggiore gode dello status di extraterritorialità, sancito dai Patti Lateranensi del 1929.
Pur trovandosi nel territorio italiano, appartiene giuridicamente alla Santa Sede, che ne garantisce autonomia e tutela.

Le cappelle principali: Sistina e Paolina

Cappella Sistina (o del Santissimo Sacramento)

Voluta da Sisto V e progettata da Domenico Fontana, è un capolavoro del tardo Rinascimento.
Ospita i monumenti funebri di Sisto V e Pio V, oltre al prezioso reliquiario della Sacra Culla.

Cappella Paolina (o Borghese)

Commissionata da Paolo V Borghese, è uno dei massimi esempi del barocco romano.
Qui è custodita la veneratissima icona della Salus Populi Romani, tra le immagini mariane più amate dai romani e dai pontefici.

Reliquie e icone sacre

Santa Maria Maggiore è un autentico scrigno di tesori spirituali:

  • La Sacra Culla, reliquia legata al presepe di Gesù
  • La Salus Populi Romani, icona bizantina di profonda devozione popolare
  • Mosaici paleocristiani del V secolo
  • Reliquie di santi e martiri conservate nelle cappelle laterali
  • Il Presepe di Arnolfo di Cambio (1291)

Sepolture importanti: Bernini, Paolina Borghese e Papa Francesco

La basilica ospita sepolture di figure centrali della storia artistica e religiosa di Roma.

Papa Francesco

Riposa nella navata laterale accanto alla Cappella Paolina, in un sepolcro semplice con la sola iscrizione FRANCISCUS.
La scelta riflette la sua profonda devozione per la Salus Populi Romani.

Gian Lorenzo Bernini

Il grande maestro del Barocco romano è sepolto in una semplice lastra nel pavimento vicino alla Cappella del Presepe.

Paolina Borghese (Paolina Bonaparte)

Sorella di Napoleone e moglie di Camillo Borghese, è sepolta nella basilica, legata alla committenza della Cappella Paolina.

Basilica Papale di Santa Maria Maggiore
Via Liberiana, 27
00185 Roma

352-366 Fondazione della Basilica Liberiana

circa 420 (?)-434 Costruzione della Basilica attuale; esecuzione dei mosaici della navata principale e dell’arco di trionfo; dedicazione di Papa Sisto IlI alla Vergine Maria il 5 agosto 434

642-649 Pontificato di Teodoro I: la Basilica viene chiamata per la prima volta Sancta Maria ad Praesepem

1288-92 Pontificato di Nicolo IV: costruzione del transetto e della nuova abside, decorata con mosaici di Jacopo Torriti; Filippo Rusuti realizza i mosaici della facciata; Arnolfo di Cambio scolpisce il presepe per l’oratorio della Natività

1370-78 Costruzione del campanile, il punto più alto di Roma

1445-84 Commissioni dell’Arciprete, il Cardinale Guillaume d’Estouteville a Piero della Francesca e Mino da Fiesole

1492-1503 Pontificato di Alessandro VI: esecuzione del soffitto ligneo da parte di Antonio da Sangallo il Vecchio

1545 Fondazione della Cappella Musicale Liberiana per opera dell’Arciprete, il Cardinale Guido Ascanio Sforza

1562-65 Costruzione della Cappella Sforza su progetto di Michelangelo Buonarroti

1585-87 Costruzione della Cappella Sistina per la Sacra Culla e del Santissimo Sacramento

1605-13 Costruzione della Cappella Paolina per l’icona della Salus Populi Romani, del coro invernale (dal 1826 battistero) e della Canonica

1743-50 Pontificato di Benedetto XIV: restauro della Basilica eseguito da Ferdinando Fuga; nuova facciata con Loggia delle Benedizioni; restauro del pavimento; erezione del baldacchino; costruzione dalla Cappella del Crocifisso

1861-64 Costruzione della confessio davanti all’Altare maggiore

1967-71 Gli scavi sotto la Basilica riportano alla luce una domus di epoca imperiale con i resti di un importante calendario agricolo murale

Elenco delle Basiliche Papali di Roma
Basilica di San Pietro in Vaticano 
Basilica di San Giovanni in Laterano 
Basilica di Santa Maria Maggiore
Basilica di San Paolo fuori le Mura 

Le Meraviglie Archeologiche della Basilica di San Clemente

La Basilica di San Clemente a Roma, dedicata a San Clemente Papa, ospita splendidi mosaici e un complesso archeologico stratificato su quattro livelli che racconta la storia della città dal I secolo al Medioevo, scoprendo antiche strutture romane.

La Basilica di San Pietro: Un Capolavoro del Rinascimento

La Basilica di San Pietro, simbolo di Roma, fu fondata nel IV secolo da Costantino sulla tomba di San Pietro. Ristrutturata nel XVI secolo, ospita opere di artisti rinomati come Michelangelo e Bernini, diventando un capolavoro del Rinascimento.

Scopri l’Accademia di San Luca a Palazzo Carpegna

L’Accademia Nazionale di San Luca a Roma offre un’esperienza culturale unica e gratuita, con una ricca storia di promozione delle arti. Fondata nel 1593, ospita opere significative, giardini tranquilli e testimonia il ruolo di Roma nella cultura europea.

Guida alla Necropoli della Banditaccia di Cerveteri

Parco Archeologico

Museo /Nazionale

Classificazione: 1 su 5.
Orari, Biglietti e Cosa Vedere

La Necropoli della Banditaccia, a Cerveteri, parte del PACT – Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia, è il più grande sepolcreto del mondo antico e uno dei siti etruschi meglio conservati. Patrimonio UNESCO dal 2004, si estende per circa 400 ettari (10 visitabili) e riproduce una vera città dei morti, con strade, piazze e quartieri funerari.

Il sepolcreto occupava una superficie di 100 ettari circa e si stima che comprendesse 20 000 tombe: l’area recintata corrisponde a circa 1/10 di questo vastissimo complesso.

La necropoli della Banditaccia è la più famosa, ma fuori dal parco si estendo altre importanti aree sepolcrali quali: Sorbo, Greppe Sant’Angelo, Cava della Pozzolana, Bufalareccia e Monte Tosto.

Sempre fuori dal recinto, gestita dai volontari del Gatc – Gruppo Archeologico del Territorio Cerite è possibile visitare la splendida Tomba delle 5 Sedie

Perché visitarla?

Le tombe, scavate nel tufo o costruite con blocchi, imitano le abitazioni etrusche, offrendo preziose informazioni su urbanistica e vita quotidiana. Tra le più celebri, la Tomba dei Rilievi, decorata con oggetti della vita domestica.

Tomba dei Rilievi - Necropoli della Banditaccia di Cerveteri

Tipologie di Tombe

Tombe a tumulo: strutture circolari con tamburo in tufo, sormontate da un tumulo di terra.

Tombe a dado: camere ipogee collegate alla strada da scalinate, con facciate in blocchi di tufo.

Tombe a caditoia: simili alle tombe a dado, ma con apertura superiore per calare le offerte.

PACT – Parco Archeologico Cerveteri Tarquinia

Indirizzo: Via della Necropoli – 00052 Cerveteri (RM)

Sito web: https://pact.cultura.gov.it/necropoli-della-banditaccia-di-cerveteri/

Costo Indicativo del biglietto: 8,00 euro
Gratuità: prima domenica del mese
Orari: Martedì–Domenica 09:00–17:00 (chiuso il lunedì).

Consigli utili:
Tempo di visita: 1–2 ore.
Portare scarpe comode.
Portare una torcia per illuminare l’interno delle tombe
Durante il periodo invernale molte tombe potrebbero essere inaccessibili perché allagate.
Nonostante le condizioni del parco non siano all’altezza di un sito UNESCO, la bellezza naturale del luogo supera ogni mancanza e rende la visita indimenticabile.


Parchi archeologici fuori Roma:
Necropoli dei Monterozzi di Tarquinia
Parco Archeologico di Ostia Antica
Parco Archeologico di Portus
Villa Adriana
Villa d’Este

Parchi archeologici:
Parco Archeologico del Colosseo
Mercati di Traiano
Mausoleo di Augusto
Terme di Caracalla
Parco Archeologico Appia Antica
Basilica Sotterranea di Porta Maggiore
Villa di Livia

Tour Virtuale con Google Arts

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La Necropoli dei Monterozzi: un patrimonio UNESCO

La necropoli di Monterozzi a Tarquinia, patrimonio dell’umanità UNESCO, è un importante complesso archeologico con circa 200 tombe dipinte, risalenti al VII-III secolo a.C. Solo il 3% delle oltre 6000 tombe è decorato, rispecchiando l’aristocrazia etrusca.

La tomba delle cinque sedie

In una vetrina della Sala Castellani, presso il Palazzo dei Conservatori dei Musei Capitolini è esposto un pregevole manufatto in terracotta che raffigura un personaggio maschile seduto ricordato nei più antichi inventari manoscritti del Museo come “statuetta sedente di terracotta rappresentante un personaggio che stende la destra in atto di ragionare”. Si tratta di una…