Dies Natalis Sol Invictus

Dies Natalis Solis Invicti

Il significato del Solstizio d’inverno

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Sol Invictus – gli imperatori consacrati – Eliogabalo e Aureliano

Nei giorni immediatamente successivi al solstizio d’inverno, la luce del Sole è più flebile, la durata del giorno minima. Dal 25 dicembre si cominciano a vedere i primi effetti del movimento di rotazione terreste e comincia ad aumentare la durata e l’intensità della luce.

Anticamente in questo particolare periodo dell’anno cadeva il Dies Natalis Solis Invicti, il giorno di nascita del sole vincitore.

Fu l’imperatore Eliogabalo a istituire il culto del Deus Sol Invictus nell’impero romano.

L’imperatore siriano, nato con il nome di Sesto Vario Avito Bassiano, ma più noto come Eliogabalo introdusse il culto di El-Gabel, a cui era consacrato, prima associandolo alla figura di Giove e poi tentando di far confluire tutte le divinità in questo nuovo dio del Sole.

Fece costruire sul Palatino un imponente tempio chiamato Elagabalium dove vennero portate le sacre relique del Dio Siriano.

Per rendere ancora più importante il santuario, l’imperatore fece portare anche i sacri talismani di Roma: gli Ancilia dei Salii e il Palladio e perfino la Magna Mater e il fuoco di Vesta.

Le divinità solari sono state sempre presenti nel pantheon romano, fino dalla fondazione della città, quando Tito Tazio, re sabino che governava insieme a Romolo sulla polis, introdusse il culto del Sol Indiges (indigeno o invocato), a cui in qualche modo richiamava anche il culto del Sol Invictus di Eliogabalo.

Con l’imperatore Aureliano, nato in Dacia e figlio di una sacerdotessa del Sole Invitto, il culto del dio ritornò nel Pantheon Romano. Aureliano vide nella divinità solare, così universalmente diffusa tra le varie genti dell’impero, un elemento di coesione. E’ probabile che si debba a lui l’istituzione della festa solstiziale del Dies Natalis Solis Invicti, il “Giorno di nascita del Sole Invitto”. La scelta di questa data (a ridosso del solstizio d’inverno) poteva rendere più importante la festa, in quanto la innestava, concludendola, sulla festa romana più antica, i Saturnali.

L’imperatore Costantino, ufficializzò per la prima volta il festeggiamento della natività di Gesù nel 330, con un decreto fu fatta coincidere con la festività pagana della nascita di Sol Invictus.

La celebrazione del Sole Invitto proprio il 25 dicembre è tuttavia testimoniata solo nel Cronografo del 354 insieme alla testimonianza del Natale, di cui si trova traccia già nel Commentario su Daniele di sant’Ippolito di Roma, risalente al 203-204.

Nel 390 circa venne definitivamente fissata al 25 dicembre, la natività di Cristo.

Il culto del Sole Invitto rimase attivo fino all’editto di Teodosio del 380, quando tutti i culti pagani furono vietati.

Il sincretismo con la festa pagana, non toglie nulla al mistero della nascita di Cristo.

Le celebrazioni del 25 dicembre, indicavano un bisogno da parte dell’Uomo di trovare un giorno nell’anno in cui il Macrocosmo ed il Microcosmo, potessero andare in risonanza. La natura ed il suo riposo vegetativo, trovavano corrispondenza nel bisogno dell’uomo di ritirarsi in meditazione e fare un bilancio.

In quei tre giorni in cui il sole sorge apparentemente sempre nello stesso punto dell’orizzonte l’uomo e la natura, nelle tenebre, insieme alle proprie ombre, ai propri incubi e paure, potevano fare pace con il proprio lato oscuro, fare morire un seme e germogliare una nuova pianta. E ancora oggi, questo potrebbe essere il senso più profondo e bello di quello che chiamiamo Natale.

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Misurazione del tempo e potere

La spiegazione astronomica

La misurazione del tempo è una conquista che ha richiesto millenni.

Nell’antichità si poteva fare affidamento solo a pochi specifici momenti osservabili astronomicamente: gli equinozi ed i solstizi.

Il Sole sorge ad Est solo durante gli equinozi di primavera e di autunno, per il resto dell’anno la posizione del Sole sull’orizzonte all’alba, cambierà di giorno in giorno.
Durante la primavera e l’estate il Sole sorge a Nord-Est e tramonta a Nord Ovest. Durante l’autunno e l’inverno sorge a Sud-Est e tramonta Sud-Ovest.
Durante questo tragitto, per effetto del moto rivoluzionario della Terra, il Sole sembrerà sorgere nello stesso punto dell’orizzonte il 22, 23 e 24 dicembre.
Il 25 dicembre sarà il primo giorno in cui riprenderà il movimento verso Nord fino al solstizio d’estate. Per questo veniva chiamato Dies Natalis Solis Invictus, il giorno della nascita del sole vincitore.
Il Sole Invitto aveva una particolare valenza sia per l’agricoltura che per la vita delle persone: gli inverni erano momenti in cui la fame e le malattie potevano essere fatali, aver superato il momento critico poteva voler dire riuscire a vedere un’altra primavera.

Il valore simbolico e metafisico

Questo giorno speciale, che mostrava un nuovo percorso del sole sull’orizzonte è stato interpretato come il giorno della vittoria della luce sulle tenebre, del bene che sconfigge il male. Moltissime sono le divinità nate nei giorni del solstizio d’inverno:

  • Aton – divinità Egiziana
  • Horus – figlio di Iside e Osidiride – divinità Egiziana
  • Dionisio – divnità greca
  • Mitra – divinità siriana
  • El- Gabel – divinità siriana

Culto del Sol Invictus: alcune date importanti

VIII secolo a.C. il sabino Tito Tazio (co-reggente insieme a Romolo della neo fondata Roma) introduce il culto del Sol Indiges, il suo tempio era nei pressi del Circo Massimo.

46 a.C. Giulio Cesare impone il passaggio dall’arcaico calendario lunare al calendario solare, chiamato calendario giuliano in suo onore (rimarrà in uso per oltre 1600 anni, sostituito con il calendario gregoriano nel 1582 d.C.). Il solstizio d’inverno era fissato al 25 dicembre, mentre dal 17 al 23 dicembre si celebravano i Saturnalia in onore del Dio Saturno.

220 d.C. viene istituito il culto del Sole Invitto dall’imperatore Elio Gabalo (218-222 d.C.) essendo egli stesso sacerdote del dio siriano El-Gabel

270 – 275 d.C. il culto del Sol Invictus viene riconosciuto come culto ufficiale dell’impero romano, per ordine dell’Imperatore Aureliano, essendo egli un devoto e figlio di una sacerdotessa del dio.

354 d.C. viene documentato per la prima volta il festeggiamento del Dies Natalis Solis Invictus.


Una storia d’amore incisa sulla pietra

Non si sa quando esattamente sia stato concesso che anche le donne potessero ricevere nei funerali un elogio funebre (laudatio).
Certo, per donne importanti, alla fine della Repubblica l’uso era già divenuto frequente. Alcuni elogi furono poi anche incisi su marmo. Tra questi la cosiddetta laudatio Turiae (elogio di Turia) di cui si presentano due dei sei frammenti conosciuti (il testo completo doveva constare di circa 180 righe suddivise in due colonne).

E’ da dire però che l’identificazione della donna con Turia, moglie del senatore Quinto Lucrezio Vespillo oggi non è più accettata. Il marito che pronuncia l’elogio dichiara di doverle, in sostanza, i beni e la vita stessa perchè, quando durante le guerre civili, fu costretto alla clandestinità ed all’esilio, fu lei, dapprima come fidanzata e poi come moglie, ad aiutarlo in ogni modo, a custodirne gli interessi, a difenderne la casa, a supplicare i potenti per la sua riabilitazione. Tornata la pace e ricongiunta al marito, non potendo avere figli, lo lasciò libero di averne con un’altra donna, ma egli rifiutò.

Testo dell’Elogio funebre

Con i tuoi gioielli fornisti alla mia fuga vari ed ampi sostegni strappandoti di dosso e consegnandomi tutto l’oro e le perle che avevi; quindi, astutamente eludendo la sorveglianza dei miei nemici, colmasti la mia lontananza di schiavi, denaro, provviste. Richiesta la restituzione dei beni confiscati, impresa alla quale ti induceva un animo impavido, la tua straordinaria devozione mi procurava la clemenza • di coloro contro i quali macchinavi, cionondimeno levando sempre la tua voce con fermezza d’animo. Frattanto una schiera d’uomini assoldati da Milone, approfittando dei torbidi della guerra civile, cercò di occupare e saccheggiare la casa che, già sua, avevo comprato quando era esule, ma tu riuscisti felicemente a respingere l’attacco ed a salvarla.

Se fui reso alla patria lo devo a te quanto a Cesare infatti se tu non avessi conservato la mia vita, anche Cesare avrebbe promesso inutilmente il suo intervento.

Così sono debitore alla tua dedizione e alla sua clemenza.

Perché raccontare oggi le nostre decisioni più intime e nascoste nel segreto nel cuore?

Come, sollecitato con pronti avvisi ad evitare pericoli immediati o imminenti, mi sia salvato grazie ai tuoi consigli? E come tu sia riuscita ad impedire che l’audacia mi trascinasse, e finalmente placato, mi abbia preparato un sicuro rifugio ed abbia fatto partecipi delle tue decisioni tua sorella e suo marito Gaio Cluvio, tutti coinvolti nel pericolo?

Se tentassi di accennare a tutto, non finirei mai.”

Fonte: pannelli espositivi del Museo Nazionale Romano, sede Terme di Diocleziano

Museo Terme di Diocleziano
Indirizzo: Via Enrico de Nicola, 78 – 00185 Roma
Sito web: https://museonazionaleromano.beniculturali.it/terme-di-diocleziano/
Costo Indicativo del biglietto: 10,00 euro
Gratuità: prima domenica del mese

Musei dedicati a Roma Antica:
Musei Capitolini
Museo Centrale Montemartini
Musei Vaticani
Museo Nazionale Romano
Museo Nazionale Etrusco
Museo di scultura antica Barracco
Museo della Civiltà Romana

Parchi archeologici:
Parco Archeologico del Colosseo
Mercati di Traiano
Mausoleo di Augusto
Terme di Caracalla
Museo dell’Ara Pacis
Parco Archeologico Appia Antica
Basilica Sotterranea di Porta Maggiore
Villa di Livia

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Sepolcro dei Platorini

La tomba, scoperta nel 1880 e ricostruita nel 1911 da Roberto Paribeni, è caratterizzata da una pianta rettangolare, decorazioni tiberiane e conservazione di urne cinerarie, evidenziando le complesse relazioni tra gli occupanti e la rilevanza storica del sepolcro.

La Tomba del Guerriero di Lanuvio

La Tomba del Guerriero di Lanuvio, risalente al V secolo a.C., evidenzia l’influsso greco attraverso il ritrovamento di armi e attrezzi atletici. Lanuvium, famosa per tre imperatori romani, fu fondata secondo leggende legate alla cultura greca.

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L’idolo del Gianicolo e i culti misterici d’Oriente

Il tempio del Gianicolo e le sue divinità

L’idoletto rappresenta un personaggio maschile avvolto dalle sette spire di un serpente, allusive alle sette sfere celesti, ed identificato con l’egizio Osiride o il siriaco Adone, divinità che nascono e muoiono ogni anno, entrambe legate al ciclo delle stagioni.
Proprio per rappresentare l’allegoria della morte e della rinascita del dio, e dunque del neofita prima e dopo l’iniziazione, la statuetta era periodicamente estratta dal suo ripostiglio, venerata dai sacerdoti e dai fedeli e riposta fino alla nuova cerimonia di iniziazione al culto misterico. (N.G.)

Fonte: “Museo Nazionale Romano”, Soprintendenza Archeologica di Roma, a cura di Adriano La Regina, edizioni Electa 2007 pagina 96

Il Santuario del Gianicolo

Presso una fonte sorgiva si scorgono i resti di un santuario di provenienza siriaca. Nel bosco, alle pendici del Gianicolo, cresceva un culto venuto dall’oriente, alimentato dallo spirito […] di Furrina. Un luogo funesto, segnato dalla terribilità del suo genius loci e da inquietanti delitti. La sua scoperta risale al 1906, quando la campagna di scavo mise in luce tre fasi di costruzione di cui solo l’ultima facilmente leggibile.

Dall’altra parte del Tevere, lontano dai culti ufficiali, dalle liturgie istituzionali, le comunità straniere di schiavi, liberti e commercianti arricchiti, portavano i loro riti e feticci, animando il pantheon tradizionale con la complessità dei culti misterici. Nella Regio XIV, dunque, trovavano ospitalità le aspirazioni trascendentali dell’oriente, con le loro ansie di riscatto, con i loro concetti di morte e resurrezione.

In tale clima dobbiamo collocare il primitivo sorgere del tempio nelle forme di un tèmenos con una vasca o piscina sacra; come pure la sua successiva trasformazione per opera di un tal Gaionas, ricco e munifico mercante siriano che aveva importato a Roma i suoi culti. Una distruzione metteva fine al primo santuario che veniva ricostruito in nuove forme e con diverso orientamento in una fase successiva, quella attualmente visibile, assegnata al IV secolo. L’edificio doveva presentarsi come un organismo chiuso, organizzato in tre corpi distinti: al centro un cortile, a ovest una costruzione a pianta basilicale e a est un’altra a pianta ottagonale. Un orientamento sfalsato di otto gradi tra i muri perimetrali e quelli corti interni ha corretto la direzione dell’asse del tempio verso est, ovvero in direzione del sorgere del sole, come vuole la tradizione sacrale.

Il cortile spartiva i due ambienti principali del culto, dei quali uno, quello basilicale, era destinato alle liturgie pubbliche, mentre l’altro, quello ottagonale, era riservato ai riti misterici. L’edificio basilicale con un impianto simile a tre navate, con quella centrale più larga e quelle laterali più piccole, dotate di nicchie, fa ritenere che tre fossero le divinità venerate. E, poiché nei pressi dell’abside centrale venne rinvenuta una statua acefala seduta su un trono, che può essere inter-pretata, nel contesto siriaco, come Giove heliopolitano (Hadad, ovvero Giove Serapide), non è escluso che le altre due fossero quelle di completamento della triade heliopolitana: Atargatis (la dea Syria dei romani) e il figlio Simios (romanizzato come Mercurio e associato a sua volta a Dioniso). Uno strano rito di fondazione doveva essere alla base dell’instaurazione del culto se, sotto il piano della nicchia di Giove-Hadad, venne ritrovato un teschio senza denti e senza mascella inferiore, misteriosamente sparito dopo il suo rinvenimento.

Ma i misteri non finiscono qui. Nella parte mistilinea del sacello, quella rivolta a est, vennero ritrovate una statua egiziana in basalto nero (proveniente dall’abside) e un’altra di Dioniso con il volto e le mani dorate. Venne rinvenuto, inoltre, un’idoletto bronzeo deposto, adagiato sul dorso, all’interno di un altare triangolare. Un giovane imbalsamato entro una stretta guaina e costretto entro le sette spire di un serpente che poggia la sua testa sul capo della statuetta. Al momento della scoperta tra le spire furono rinvenute sette uova in una disposizione simbolica. Un ritrovamento sconcertante che appassionò non poco gli studiosi nella ricerca dell’identità e del ruolo di quell’idolo singolare. Non è chiaro di chi si tratta. Certamente è una deità dai connotati egizio-siriaci, un dio solare sincretizzato che muore e rinasce. Che sia Simios o Adone o, piuttosto, Osiride o Dioniso, rappresenta le istanze di un culto misterico a carattere salvifico.

Fonte: Roma sotterranea, Ivana Della Portella, arsenale editrice, 2002, pagine 110-111-112

Museo Nazionale Romano, Sede Terme di Diocleziano

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Grandi divinità femminili e antichi santuari nel Lazio

Il Santuario di Demetra e Kore ad Ariccia

Nella sala III al piano terra del Museo delle Terme di Diocleziano si trova l’eccezionale complesso votivo del santuario di Demetra e Kore di Aricia, datato fine del IV e prima metà del III secolo a.C. e comprendente tre statue sedute e i notevoli busti in terracotta delle due divinità.

In particolare, i busti di impronta “siciliana” sono di grande bellezza. Rappresentano Demetra e Kore nell’ascesa dagli inferi.

Il mito di Demetra e Kore era infatti suddiviso in tre momenti: la discesa o perdita, la ricerca e l’ascesa.

I misteri Eleusini erano la rappresentazione di questo mito. Molto importanti nel mondo antico. Tra gli imperatori che furono iniziati ricordiamo Adriano (124 d.C. circa), Marco Aurelio (dopo il 170 d.C.), Giuliano (361-363 d.C.). Furono proibiti da Teodosio nel 392 d.C. circa.

I busti di Demetra e Kore

A un maestro raffinatissimo deve essere attribuito il busto di Demetra/Cerere, più grandioso e matronale, che raffigura la dea in maestosa serenità. La bellissima diva in terracotta, ha i capelli intrecciati con un diadema composto da spighe, orecchini pendenti a forma di rosetta ed un collare a forma di serpente, che simboleggia il susseguirsi delle stagioni e il dominio della divinità sul tempo. Demetra viene rappresentata con i grandi occhi aperti, uno sguardo estatico, lo sguardo di un occhio colpito dalla luce uscendo dall’oscurità. La dea infatti è rappresentata nel momento in cui sta riemergendo dalla terra riportando con sé la figlia, Kore, rapita dal dio degli Inferi Ade.

Il secondo busto rappresenta Kore, figlia di Demetra nel momento della sua liberazione dagli Inferi. Lo sguardo è più giovane e meno sicuro della felice soluzione della vicenda. Anche Kore fissa un punto indefinito verso l’alto, indicando in questo modo la sua emersione dal regno delle ombre.

Il mito di Demetra e Kore

Secondo la mitologia greca, un giorno Kore (che in greco significa “fanciulla”) venne rapita da Ade, dio degli Inferi che voleva farne la sua sposa. La madre Demetra, si mise in cerca della figlia senza riuscire a trovarla. La disperazione della Dea fu tale da portare carestia e un lungo inverno sulla terra.

Zeus sentendo la disperazione degli uomini e accogliendo le preghiere delle altre divinità, intimò ad Ade di restituire la fanciulla. Prima di liberare la ragazza, Ade le offrì un melograno. Secondo la legge del Fato, non poteva lasciare gli inferi, chiunque avesse mangiato i suoi frutti.

Kore fortunatamente mangiò solo alcuni semi, ma a causa di questi fu condannata a tornare ciclicamente negli inferi. Sei mesi poteva stare sulla terra con la madre e gli altri sei doveva regnare negli inferi insieme al marito Ade.

In questo modo la religione greca spiegava l’alternarsi delle stagioni: primavera ed estate quanto Demetra e Kore erano felici insieme, autunno e inverno quando erano separate.

Il viaggio di Demetra alla ricerca della figlia era suddiviso in tre fasi: la discesa, la ricerca e l’ascesa. I nostri busti sono rappresentati nella fase dell’ascesa, a conclusione della vicenda.

La scoperta del Santuario

I resti del piccolo santuario vennero riportati alla luce nel 1927, durante lavori agricoli in località Casaletto di Valle Ariccia. Nella sua stipe votiva furono trovati numerosi ex voto figurati, teste maschili e femminili e oggetti votivi anatomici.

L’odierna Ariccia deriva da Aricia, un’antica città del Lazio pre-romana che vanta un’origine greca, fondata forse tra il X e il IX secolo a.C.

Le tre statue sedute che vediamo in questa sala, fanno parte dei ritrovamenti del santuario di Ariccia e sono databili IV secolo a.C.

Tre statue in trono

Statua di Demetra in trono

Statua di Demetra in argilla beige rosata lavorata a stecca in parte a matrice.
La dea indossa chitone e mantello, è seduta su di un trono ampio e decorato, riccamente ornata da un diadema ed una corona di spighe. All’indice porta un’anello, il polso ed il braccio impreziositi da bracciali e in mano tiene un fascio di spighe, tipico attributo della divinità. Il volto è in atteggiamento di ascolto.

Statua di Kore seduta

La giovane viene rappresentata seduta, elegantemente vestita, adornata di gioielli orecchini e di una diadema con le spighe tra i capelli. In mano ha un piccolo porcellino. Il maialino era la vittima sacrificale durante i misteri eleusini. I maialini di Aricia erano già famosi, come oggi è famosa la “porchetta di Ariccia”.

Statua di offerente

Insieme a Demetra e Kore viene rappresentata anche una giovane donna, probabilmente devota e iniziata ai miti eleusini, nell’atto di seguire le due dee. L’offerente, in terracotta rossastra è ornata da un diadema a foglie lanceolate, indossa orecchini a bottone e pendaglio a cuspide, di tipo magnogreco.

I misteri eleusini

I misteri eleusini erano una serie di riti che rappresentavano il mitico ratto di Kore e la ricerca della madre. Si suddividevano in piccoli misteri – riti di purificazione che venivano effettuati in primavera – e grandi misteri – riti consacratori che si svolgevano in autunno. Potevano partecipare solo gli iniziati. Prima di intraprendere il percorso di iniziazione dovevano giurare di mantenere segreti i riti. Rivelare i loro contenuti equivaleva ad una condanna a morte. I piccoli misteri erano il momento in cui i devoti potevano chiedere di essere ammessi al culto. Dovevano sacrificare un maialino alle dee, compiere riti di purificazione, giurare di non rivelare mai i misteri. Dopo questi riti venivano considerati ystai (“iniziati”) degni di essere testimoni dei Grandi Misteri.

Museo Terme di Diocleziano
Indirizzo: Via Enrico de Nicola, 78 – 00185 Roma
Sito web: https://museonazionaleromano.beniculturali.it/terme-di-diocleziano/
Costo Indicativo del biglietto: 10,00 euro
Gratuità: prima domenica del mese

Musei dedicati a Roma Antica:
Musei Capitolini
Museo Centrale Montemartini
Musei Vaticani
Museo Nazionale Romano
Museo Nazionale Etrusco
Museo di scultura antica Barracco
Museo della Civiltà Romana

Parchi archeologici:
Parco Archeologico del Colosseo
Mercati di Traiano
Mausoleo di Augusto
Terme di Caracalla
Museo dell’Ara Pacis
Parco Archeologico Appia Antica
Basilica Sotterranea di Porta Maggiore
Villa di Livia

Link utili: http://www.osservatoriocollialbani.it/2022/12/29/mirabilia-albane-il-santuario-di-demetra-a-valle-ariccia/#:~:text=Il%20rinvenimento,Soprintendenza%20e%20conseguente%20scavo%20archeologico

https://www.cerealialudi.org/en/approfondimenti-cultura/da-eleusi-ad-ariccia/

Misteri eleusini: https://it.wikipedia.org/wiki/Misteri_eleusini

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Il Chiostro del Michelangelo

Uscendo dall’androne si entra nel chiostro dell’antica certosa, tradizionalmente attribuito al Buonarroti perché a lui fu affidato nel 1561 il compito di trasformare il frigidarium delle Terme di Diocleziano in chiesa.In effetti chiesa e certosa appartengono a un progetto unitario, ma è più probabile che Michelangelo (morto nel 1564) abbia solamente suggerito l’impianto e affidato…

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Gli angeli di Bernini su ponte Sant’Angelo

Sul ponte Sant’Angelo a Roma, Bernini nel 1669 progettò 10 angeli, che furono realizzati principalmente dai suoi allievi, con i simboli della passione di Cristo.

Tutti gli angeli poggiano i piedi su una nuvola, in questo modo sono più alti rispetto al piedistallo e alla vista dei pellegrini sembravano fluttuare nel cielo, poggiando appunto su una nuvola.

Il pellegrino sul ponte aveva modo di riflettere, attraverso i simboli della passione, sul sacrificio di Cristo e sul percorso di redenzione che porta alla resurrezione.

Nel Medioevo il ponte era un punto nevralgico nel percorso dei pellegrini, pertanto dedicarlo agli angeli e alla celebrazione della passione di Cristo era perfettamente logico.

Il ponte ha sempre avuto una funzione spirituale, fin da quando il suo nome era Ponte Elio e serviva fondamentalmente ai cortei funebri che avrebbero accompagnato gli imperatori al loro Mausoleo (Adriano, Antonino, Marco Aurelio, fino a Caracalla). Nell’era cristiana il ponte avrebbe cambiato nome – diventando il ponte di San Pietro, perché collegava la città ai luoghi dove il santo era stato crocifisso.

Secondo una leggenda, fu proprio l’intervento di schiere angeliche, testimoniato dalla popolazione di Roma, a fare cambiare il nome al ponte e al castello.
Nel 590 durante una processione indetta da Papa Gregorio Magno, per pregare contro la pestilenza che insieme all’occupazione Longobarda, stava devastando la città, una schiera di angeli apparve cantando lodi alla Madonna della Salute (portata in processione) finché comparve l’Arcangelo Michele, alla sommità del castello nell’atto di rinfoderare la spada.

La pestilenza finì e da quel momento il Mausoleo di Adriano divenne Castel Sant’Angelo.

Le 10 maggiori attrazioni di Roma:

  1. Colosseo
  2. Pantheon
  3. Basilica di San Pietro e Piazza San Pietro
  4. Musei Vaticani
  5. Fontana di Trevi
  6. Musei Capitolini
  7. Piazza di Spagna
  8. Piazza Navona
  9. Parco Archeologico del Palatino
  10. Castel Sant’Angelo

Cosa vedere assolutamente a Roma?

Le dieci attrazioni della capitale Se è la tua prima visita a Roma Roma è una città enorme che vanta quasi 3000 anni di storia, la sua offerta culturale è vastissima. Tuttavia, la prima volta che si visita questa meravigliosa città, sono 10 le attrazioni che devono essere assolutamente viste, perché sono il simbolo ed…

Gian Lorenzo Bernini

Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) è stato un eminente artista italiano famoso per il suo impatto sul barocco, eccellendo in scultura, architettura e pittura. Considerato un genio dai contemporanei, ha lasciato un’eredità duratura influenzando generazioni future, con opere iconiche come “Estasi di Santa Teresa” e il colonnato di San Pietro.

Casa romana sotto il museo Barracco

Nella via legata al nome dei fabbricanti e venditori di bauli (dei Baullari) del rione Parione, sorge un piccolo edificio dalle linee armoniose e severe, conforme alla migliore tradizione rinascimentale di stampo fiorentino. L’aveva voluto Tommaso Le Roy (1513), alto prelato della corte pontificia, per farne la propria abitazione secondo il gusto allora prevalente.

Di bell’aspetto, ingentilito nelle forme da un ricco abito cinquecentesco, il palazzetto ai Baullari fonda le sue radici nelle antichità del Campo Marzio.[…]

In tale importante consesso non sfigura neppure il suo sottosuolo che accoglie dignitoso i resti di un edificio tardo-imperiale.

Vi si accede da una comoda scala che conduce alla profondità di circa 5 m, ove si raccolgono gli avanzi di un enigmatico edificio aperto su un portico e scandito da una cornice di sei colonne a fusto liscio.

Un paramento in opera vittata coi suoi corsi di laterizi avvolge in un abbraccio quella serie di colonne e segna lo spazio di quel cortile. Vi si addossa un labrum marmoreo che il foro sul fondo denuncia come fontana. Una ricca e variegata pavimentazione di marmo, disposta su più livelli, ne invade il terreno, partecipando alla sua lussuosa ornamentazione. Che siano le venature verdastre del cipollino o i giochi policromi e geometrici dell’opus sectile si tratta comunque di una pavimentazione per ricchi che presuppone pertanto una destinazione (nell’incertezza se pubblica o privata ) certamente elevata.

Gli allettamenti per la decorazione marmorea delle pareti e gli affreschi superstiti non lasciano dubbi sulla sontuosità dell’arredo. Si tratta di quadretti ritagliati nella superficie pittorica che disegnano figure di leggiadri amorini impegnati in diverse attività di pesca, una caccia di cervi e di tigri, un’anatra variopinta, con la biscia tra il becco, colta in un paesaggio lacustre. Una rappresentazione libera da impegni contenutistici di rilievo che si accontenta di una raffigurazione di taglio genericamente naturalistico.

Si potrebbe ritenere una ricca domus patrizia di età tardo antica, una delle tante che occupavano l’area del Campo Marzio occidentale, se la presenza di un mensa ponderaria, non sviasse verso altre destinazioni a carattere pubblico.

È da escludere, sulla base di un’erronea interpretazione di uno degli affreschi, che si tratti della statio (caserma-alloggio) di una delle fazioni del circo, la “Prasina” (“Verde”), che è invece da collocarsi presso il vicolo del Pavone.
È molto più probabile che si trattasse un emporio destinato a servire uno dei quartieri centrali e più popolosi della città.

Museo Museo di scultura antica Giovanni Barracco
Indirizzo: Corso Vittorio Emanuele 166/A – 00186 Roma

Visite su prenotazione. Consulta il sito per verificare disponibilità e date: https://www.sovraintendenzaroma.it/i_luoghi/roma_antica/monumenti/casa_romana_sotto_il_museo_barracco

Fonte “Roma sotterranea” Ivana Della Portella, Arsenale editrice 2002 pag.156

Sala Caldaie

Delle tre caldaie contenute nella sala ne sopravvive solo una sul fondo: si erge per un’altezza di oltre quindici metri di altezza e si configura quasi come un avveniristico fondale costituito di mattoncini, tubi, passerelle e scalette di metallo.

Attraverso maniche oscillanti collegate al soffitto e alla caldaia, il carbone entrava nell’immensa zona destinata alla combustione provenendo da magazzini situati ai piani superiori.

L’esposizione delle statue, come già nella Sala Macchine, sembra esaltare proprio per lo stridente contrasto, la sensualità di alcune statue femminili o il forte modellato dei corpi maschili oppure la delicatezza di intaglio delle fontane e degli oggetti decorativi.

I temi illustrati in questa sala riflettono alcuni aspetti strettamente legati alla sfera privata attraverso la ricostruzione dell’apparato decorativo delle grandi ville ta nobiliari, gli horti, una espressione monumentale ai confini tra il pubblico e il privato che si configura come una profonda trasformazione urbanistica. La nascita di immense ville private che venivano a recingere, con una corona di verde, il centro monumentale è l’espressione della rivoluzionaria opera di risanamento urbanistico verificatasi tra la fine dell’età repubblicana e l’inizio dell’epoca augustea.

Gli Horti di Sallustio e gli Horti Liciniani esaltano la grandezza dei proprietari con un impressionante apparato decorativo che tutti potevano intravedere anche dall’esterno. Originali greci conservati come preziosi oggetti di antiquariato, splendide creazioni romane che si rifanno a modelli greci, raffinatissime fontane monumentali permettono di ricostruire la grandiosità di queste residenze concepite come le regge dei grandi dinasti ellenistici.

Al palazzo residenziale si associano padiglioni immersi nel verde, ninfei, auditori, tempietti e, addirittura, nel caso dei giardini di Cesare passati poi a Sallustio, si ricostruisce un giardino conformato a guisa di circo e una decorazione propagandistica che rievoca la grandezza di Augusto.

La vita di questi parchi ha uno sviluppo continuo nel corso dell’età imperiale raggiungendo momenti di grande fulgore ancora in epoca tardoantica come testimoniano i ritrovamenti degli Horti Liciniani presso la chiesa di S. Bibiana.

Qui furono scoperte le statue di Magistrati ripresi nell’atto di dare l’avvio alle corse nel circo e il grandissimo mosaico policromo con scene di caccia al cinghiale e di cattura di animali selvatici.

Museo Centrale Montemartini
Indirizzo: via Ostiense 106 – 00154 Roma

Fonte “Musei Capitolini” Comune di Roma Assessorato alle Politiche Culturali Sovraintendenza ai Beni Culturali pag. 214 Mondadori Electa 2006

Macchine, motori diesel e Roma Antica

La Sala Macchine

Dal piano terra una piccola scala conduce alla sala più bella della Centrale, un grandioso ambiente scandito in navate da due colossali motori Diesel e caratterizzato da uno studio raffinato dei dettagli. Il pavimento a mosaico segna con bordature policrome il perimetro delle macchine, le pareti sono impreziosite da una zoccolatura in finto marmo sulla quale correva una decorazione pittorica a festoni, mentre l’illuminazione arriva da elegantissimi lumi di ghisa blu.

Nella Sala Macchine è riassunta la grandiosità dei complessi architettonici dell’area monumentale. Una galleria di divinità sulla quale predomina con la sua mole una statua di Atena conduce alla ricostruzione del frontone del Tempio di Apollo Sosiano, posto sotto il carro ponte nella posizione di maggiore prestigio per ricordare la grande opera di rinnovamento della città e di restauro degli edifici religiosi da parte dell’imperatore Augusto. Fu in quell’epoca che furono restaurati o addirittura ricostruiti ben 82 templi.

Al di là del frontone, in uno spazio delimitato e concluso sul fondo da una vetrata oltre la quale si stagliano le sagome di capannoni industriali in disuso, si suggerisce idealmente al visitatore di entrare all’interno del tempio: è ricostruita una delle edicole che decoravano l’ordine inferiore e il grande fregio sovrastante che raffigura le scene del triplice trionfo di Augusto.

Sull’altro lato della Sala sono ricomposti i complessi più evocativi del Campidoglio e, in particolare, i monumenti che sorgevano intorno al Tempio di Giove Capitolino e al santuario di Fides publica, la divinità che tutelava i trattati internazionali (teste colossali di culto, monumento c.d. di Bocco re della Mauretania, monumento dei re asiani). Si tratta di importanti testimonianze dell’epoca tardorepubblicana che in parte possono essere riferite alla figura di Silla e a un suo intervento in chiave propagandistica sul Campidoglio (statua di Aristogitone).

Dalla parte opposta, oltre i monumentali resti dell’Apollo Sosiano, si erge la testa colossale di Fortuna, i piedi e il braccio che facevano parte della statua di culto del tempio B di Largo Argentina.

Notevole interesse riveste la statua di Agrippina minore, ripresa nella posa di sacerdotessa, che probabilmente figurava nella decorazione della cella del Tempio del divo Claudio sul Celio. Doveva far parte di un progetto unitario volto ad esprimere una politica di regime e l’avvento al potere, dopo la scomparsa dell’imperatore Claudio, di sua moglie Agrippina e di Nerone, figlio di primo letto dell’imperatrice.

Museo Centrale Montemartini
Indirizzo: via Ostiense 106 – 00154 Roma

Fonte “Musei Capitolini” Comune di Roma Assessorato alle Politiche Culturali Sovraintendenza ai Beni Culturali pagg. 206-207 – Mondadori Electa 2006

Breve storia della centrale termoelettrica

Da impianto industriale a museo
Roma antica e archeologia industriale

L’impianto termoelettrico prende il nome da Giovanni Montemartini, l’assessore al Tecnologico che, nell’ambito della Giunta di Ernesto Nathan, ne predispose il progetto dal punto di vista tecnico e politico nell’ottica della municipalizzazione dei servizi e di un loro decentramento nel cuore del quartiere industriale delineatosi sull’Ostiense, tra la fine del secolo scorso e gli inizi del Novecento.

Nel 1912 la Centrale sorse, sulla sponda sinistra del Tevere, in una zona di quasi 20.000 mq, appositamente individuata perché posta fuori dalla cinta daziale e, quindi, esente dall’applicazione di imposte sul combustibile e molto vicina al fiume in modo da ottenere un facile approvvigionamento di acqua per il funzionamento degli impianti e dei macchinari. L’energia elettrica prodotta riusciva ad alimentare l’illuminazione di oltre il 50% delle vie e delle piazze della città.

Con gli ampliamenti degli anni Trenta e la sostituzione dei motori Diesel forniti dalla ditta Tosi si arrivò a un potenziamento della capacità di produzione -da 4.000 a 11.000 Kw – per adeguarsi anche alle mutate esigenze dell’utenza non solo pubblica ma anche privata. Subito dopo l’ultima guerra venne aggiunto un imponente corpo di fabbrica per l’installazione di tre caldaie che producevano fino a 60 tonnellate/ora di vapore. Pochi anni dopo, la storica Centrale, oberata da costi di manutenzione, divenuti altissimi viste le sue dimensioni, perse il ruolo di primaria importanza che aveva sempre detenuto. Nuovi impianti produttivi vennero a soddisfare le molteplici esigenze di una città in piena crescita economica e l’impianto Montemartini cadde in disuso.

Negli anni Ottanta, si attuò il recupero del complesso industriale compiuto definitivamente con i lavori di adeguamento a sede espositiva nel 1996 dall’Acea, l’Azienda municipalizzata per l’energia elettrica e l’acqua, che ha messo a disposizione ambienti monumentali per ospitare le collezioni dei Musei Capitolini.

La riconversione della Centrale Elettrica come seconda sede dei Musei Capitolini è in linea con la filosofia di recupero di antichi complessi industriali per la riqualificazione del quartiere Ostiense destinato a divenire un grande polo culturale: accanto al Mattatoio e al Teatro India ospitato nella fabbrica Mira Lanza per ampliare le attività del Teatro di Roma, il restauro dei Mercati Generali e l’acquisizione dell’area dei Gazometri permetterà di definire compiutamente l’operazione creando nuove strutture per la terza Università e realizzando il progetto Città della Scienza e della Tecnica.

Oggi, il paesaggio urbano nel quale è inserita la Centrale Montemartini è fortemente segnato dalle attività commerciali e da quelle produttive. Da un lato sorgono, maestosi, i Gazometri e i complessi industriali ancora in funzione connotati da una incessante e chiassosa frenesia di lavoro e accanto, immersi in una silenziosa realtà, si innalzano i capannoni in abbandono, veri e propri ruderi di archeologia industriale che esprimono tutto il fascino dimenticato delle grandi imprese dell’inizio del secolo.

Se ci si inoltra al di là di un anonimo cancello sulla via Ostiense, si “scopre” la facciata monumentale della Centrale Montemartini inquadrata da due lampioni di Duilio Cambellotti, simbolo storico dell’illuminazione della città, e si intravede il grandioso ambiente liberty della Sala Macchine, la turbina a vapore e i colossali motori Diesel. Ma ciò che sorprende di più è l’apparire di sagome delicatissime dalle vetrate della facciata che si distinguono appena attraverso giochi di luce e di riflessi: il nitore dei marmi antichi risplende contro la massa compatta e grigia degli apparati industriali. La realtà della Roma antica rivive in spazi estremamente dilatati e viene a coniugarsi con un’altra realtà legata a un passato più recente e più vicino alla nostra memoria.

Museo Centrale Montemartini
Indirizzo: via Ostiense 106 – 00154 Roma

Fonte “Musei Capitolini” Comune di Roma Assessorato alle Politiche Culturali Sovraintendenza ai Beni Culturali pagg. 198-199 – Mondadori Electa 2006

Marco Antonio II Colonna

La storia della famiglia Colonna è strettamente legata alla storia della città di Roma e del papato, nel bene e nel male.

Il 7 ottobre 1571, un’evento storico di portata europea, segnerà la svolta per la famiglia: la battaglia di Lepanto.

Le flotte dei cattolici sconfissero e distrussero le forze dell’impero Ottomano. A capo della flotta pontificia c’era Marco Antonio II Colonna.

Inizia una nuova fase di ascesa per la famiglia dopo una serie di vicende che avevano imposto al casato la fuga da Roma. Durante i terribili giorni del sacco di Roma del maggio 1527 e per tutto il periodo di occupazione, il palazzo Colonna venne risparmiato. I Colonna si erano resi complici dei Lanzichenecchi e questa era una colpa che la città non poteva perdonare facilmente. La vittoria di Marco Antonio Colonna a Lepanto riabilitò la famiglia.

Ma chi era Marco Antonio Colonna e quale era il suo rapporto con il papato?

All’epoca della battaglia di Lepanto, aveva 36 anni e dopo essere stato scomunicato dal Papa Paolo IV, riceveva le insegne Papali da S.Pio V e la guida della flotta Pontificia.

«Egli alto e svelto della persona, calvo in sin da giovinetto, gran fronte, viso lungo, occhi grandi, aspetto serio, tinte calde, lunghi mustacchi, portamento nobilissimo; grande intelligenza, raro valore, e cuor magnanimo… Prode condottiero di fanti e cavalli… ma anche valente capitano di mare… Il più grand’uomo del suo tempo, colonna saldissima del Cristianesimo, dell’Italia e di Roma: dal cui senno e valore deve la posterità riconoscere la grande vittoria.»

Marco Antonio Colonna ritornò trionfante a Roma.
Ma lasciò la città sei anni dopo nel 1577 alla volta di Palermo, nominato da re Filippo II, viceré della Sicilia.
In “nomen omen” come dicevano gli antichi romani: a Palermo Marco Antonio incontrò la donna fatale, la sua “Cleopatra”.
Eufrosia Siracusa, giovane e bellissima moglie del barone Calcerano Corbera.
La loro relazione era nota a tutti, compresi i rispettivi coniugi.

Sua moglie era Felice Orsini.

Felice Orsini sposò a dodici anni il diciassettenne Marco Antonio Colonna. Dalla loro unione nacquero sei figli. In suo onore il marito fece erigere Porta “Felice” a Palermo. Peccato che nello stesso luogo della città fece costruire anche una fontana ornata da mostri marini e da una bellissima sirena in cima, copiosi zampilli uscivano dei suoi seni. Tutta la città riconobbe nelle fattezze della sirena le forme dell’amante di Marco Antonio.

Lo suocero di Eufrosia minaccio’ il viceré, che per tutta risposta lo fece incarcerare per debiti e poi uccidere. La stessa sorte toccò al marito.

Poi però Marcantonio fu egli stesso vittima dei sicari durante un viaggio in Spagna nel 1584.
La bella vedova Eufrosia andò a Roma per sposare l’anziano marchese Lelio Massimo, ma venne assassinata dai figli di questo il giorno dopo le nozze. I colpevoli vennero processati e condannati a morte, mentre il padre per il dolore morì nello stesso anno.