Un Giardino prima di entrare alle Terme di Diocleziano

Fin dall’istituzione del Museo Nazionale Romano, nel 1889, il Giardino fu destinato a esporre numerosi reperti archeologici provenienti da Roma e dal suburbio, databili tra la fine del I secolo a.C. e il III secolo d.C.

Ai lati dell’ingresso del Giardino sono disposti altari funerari iscritti, mentre nel viale che conduce al Museo si incontrano statue di personaggi in toga oltre a numerosi elementi architettonici (colonne, capitelli, architravi), provenienti da diversi edifici antichi; nella fontana centrale domina l’imponente massa del cratere colossale già descritta da D’Annunzio nel 1897: ” nel cortile è un grande vaso donde sgorga la verzura… La verzura nasconde gli amorini scolpiti sotto il labbro del vaso: colonne mozze, coronate di capitelli corrosi, urne…

Intorno alla fontana sono statue femminili e altari funerari iscritti di grandi dimensioni. Di fronte all’ingresso del Museo sono disposti sarcofagi e statue funerarie. Nei viali laterali sono esposte stele e cippi funerari, in travertino e marmo.

ALTARI FUNERARI ISCRITTI

I testi si aprono quasi sempre con la dedica agli Dei Mani, protettori dei sepolcri; a seguire sono indicati il nome del defunto, in molti casi gli anni vissuti, a volte seguiti dai mesi e dai giorni, il nome del dedicante e il grado di parentela. Si segnalano in questo gruppo l’ara del littore M. Claudius Artemidorus, decorata ai lati con i fasci e l’ara di Valgia Silvilla, con la raffigurazione della porta dell’Ade nella parte posteriore. Marmo, da varie zone di Roma e dal suburbio.

CRATERE COLOSSALE

Il vaso colossale, a forma di cratere sorretto da sei puttini, fu utilizzato come fontana già in età antica ma la collocazione originaria è ignota; si tratta di un raro esemplare con un solo confronto a Roma, davanti alla Basilica di S. Cecilia in Trastevere. Dal XII secolo si trovava nei pressi della Basilica dei SS. Apostoli, davanti all’atrio della chiesa o nel chiostro.

Marmo, dalla Basilica dei SS. Apostoli. Età imperiale

CIPPI FUNERARI

Nei testi sono generalmente indicati i nomi dei titolari del sepolcro e l’estensione dell’area sepolcrale con le misura in piedi della larghezza in fronte- e della profondità -in agro.

Si regnala l’iscrizione della schiava Epictesis, con incarico di lanipenda, distributrice della lana da filare; il termine verrà spesso impiegato in età imperiale con riferimento alle virtù femminili di operosità.

Travertino, Roma, dalle principali vie consolari

STELE FUNERARIE

Tra le varie stele presenti, in cui sono indicati il nome del defunto, si segnala quella della liberta Minucia Thiotima e di suo figlio Cn. Minucius Romulus, l’inscrizione è stata ricavata dal reimpiego di una cornice architettonica di cui si riconoscono, sul lato sinistro i dentelli.

STELE FUNERARIE DI SOLDATI E GUARDIE DEL CORPO DI NERONE

Le stele funerarie sono dedicate a soldati di diversi corpi di stanza a Roma: i pretoriani, guardia imperiale e le truppe di polizia. Concludono la serie le stele dei Germani corporis custodes di Nerone, guardie del corpo così chiamate perché originariamente scelte tra le robuste popolazioni nordiche. Schiavi al tempo di Augusto, i custodes in età neroniana erano straniedi di condizione libera, con un’organizzazione militare, senza raggiungere mai la dignità di una vera milizia. Implicati nell’assassinio di Nerone, furono aboliti da Galba

(Età Neroniana 54-68 d.C)

La tomba delle cinque sedie

In una vetrina della Sala Castellani, presso il Palazzo dei Conservatori dei Musei Capitolini è esposto un pregevole manufatto in terracotta che raffigura un personaggio maschile seduto ricordato nei più antichi inventari manoscritti del Museo come “statuetta sedente di terracotta rappresentante un personaggio che stende la destra in atto di ragionare”.

Si tratta di una delle tre statuette rinvenute nel 1865 nella Tomba delle Cinque Sedie di Cerveteri e acquistate da Augusto Castellani unitamente ad alcuni oggetti di oreficeria; l’anno seguente Castellani inserì quella maschile nella sua prima donazione di oggetti ai Musei Capitolini, mentre vendette le altre due al British Museum.


Le statuette erano originariamente cinque, due però non furono recuperate per il loro cattivo stato di conservazione, ed erano sedute su altrettanti sedili scolpiti nel tufo e collocati in un vano laterale al vestibolo (ricostruzioni da Prayon 1974).

La presenza in questo ambiente di un altare e la gestualità delle figure che hanno una mano protesa in avanti per porgere o ricevere un’offerta rendono probabile si tratti di un piccolo sacello domestico per il culto degli antenati.

In Etruria, infatti, forte era la devozione verso gli antenati come dimostra la presenza, nei lunghi corridoi d’accesso e nei vestiboli delle tombe, di statue che rappresentavano gli antenati evocati nelle cerimonie rituali.

Il personaggio rappresentato nella statuetta è riccamente vestito con un ampio mantello rosso, segno evidente del suo alto lignaggio, trattenuto sulla spalla da una fibula di tipo orientale di accurata fattura: dallo scrittore greco Dionigi di Alicarnasso apprendiamo, infatti, che tra le insegne del potere supremo utilizzate dai re etruschi vi erano anche una “tunica di porpora con fregi d’oro e un mantello di porpora ricamato”: indicatori di ruolo e di potere che poi passarono nel mondo romano.

Dal punto di vista cronologico, l’opera va collocata nella seconda metà del VII secolo a.C., momento in cui a Cerveteri cominciò a svilupparsi una produzione coroplastica di grande rilevanza: l’arte di modellare l’argilla diventerà infatti “l’arte nazionale degli Etruschi”, i cui capolavori, come l’Apollo di Veio e il Sarcofago degli Sposi, sono a tutti noti.

Fonte: Musei Capitolini. Guida – Mondadori Electa S.p.A. Edizione 2006 – pag 101

Il Mausoleo di Santa Costanza

Sperimentare la sospensione del tempo, tra la fine del mondo pagano e l’avvento dell’era cristiana

Il Mausoleo, costruito tra il 340 -345 d.C. all’interno del complesso monumentale di S.Agnese fuori le mura, si trova sulla via Nomentana.
Siamo nell’ultimo periodo della Storia Antica, in 126 anni si entrerà nel Medioevo. In questa chiesa già comincia a sentirsi il cambiamento epocale, il declino dell’impero che porterà quasi mille anni di decadenza, spopolamento e terrore nella città che è stata il centro della civiltà occidentale.

Sentiamo come Ilaria Berltramme nel suo libro “La storia di Roma” descrive l’atmosfera unica che si respira dentro questa chiesa dalla forma circolare:

“Ciò che troverete è un cosmo di simbologie ancora acerbe e profondamente legate all’iconografia pagana.

Guardatele bene quelle foglie di vite, attorcigliate e prepotenti. Che cosa vi dicono? Esercitano la vostra sensibilità sulla fertilità della Dea Madre, o sul vino protagonista del sacramento più sacro della cristianità? Osservate i pavoni che sono un simbolo della vita oltre la morte in tutti e due gli universi.
L’ambiguità è la lingua del luogo, ma non è maligna, né ruffiana.

È proprio il tono del periodo in cui l’antico si può ancora chiamare tradizione e il nuovo viene da Oriente, da un mondo che fino a pochi secoli prima era ancora Roma, ma nel IV secolo è già un altro pianeta. Un pianeta spesso ostile.

E, in fondo, quando nel XVII secolo una combriccola di artisti fiamminghi decise che – proprio per i tralci di vite e per la “paganità” dei mosaici antichi – quel luogo non poteva essere altro che un tempio di Bacco e quindi il “covo” ideale per le loro riunioni dedicate al dio, non erano poi così lontani dalla realtà, dal genius loci che ancora ci sussurra storie nel pulviscolo della chiesa. Durante i loro rituali, il porfido rosso del sarcofago della famiglia imperiale (quello che vedete oggi è una copia, l’originale è ai Musei Vaticani) serviva da vasca per un gaudente bagno nel vino e fu così – per inciso – che si persero le spoglie mortali della figlia di Costantino, mentre fra un bagno e l’altro il tempo risucchiava distruggendole le tessere dei mosaici della volta centrale, impedendoci oggi di leggere altre storie fragili e ambigue sulla nascita del cristianesimo. Peccato.

Infine, si tende spesso ad accomunare sotto lo stesso “cappello” sbrigativamente bizantino tutta la produzione musiva dall’inizio del Medioevo in poi, i mosaici di Santa Castanza servono anche ad abbattere un luogo comune duro a morire. Il loro farsi “cerniera” fra due epoche, due culture, due “visioni” religiose della vita e della fede restituisce un po’ di giustizia a una tradizione decorativa che a Roma è sempre stata di casa e qui si esprime in un linguaggio più che comprensibile e soprattutto localissimo.

Nella circolarità di Santa Costanza il tempo si è incastrato in un vortice. Si è disintegrato in particelle di polvere illuminate dalla luce romana. È l’ultimo momento in cui la metropoli è ancora se stessa, si guarda e si riconosce. Il filo non si è spezzato, l’antico non è una chimera. Qui è ancora una memoria viva.”

Fonte: “La storia di Roma in 100 monumenti e opere d’arte” Ilaria Beltramme. Newton Compton Editori pagine 127-130-131-132 stampato nel novembre 2015

Costanza o Costantina

Costantina o Costanza (318 circa – Bitinia, 354) è stata una nobildonna romana appartenente alla dinastia costantiniana, che governò sull’Impero romano nella prima metà del IV secolo. Costantina era la figlia dell’imperatore romano Costantino I e di Fausta, a sua volta figlia di Massimiano. Ebbe il titolo di augusta dal padre. Era sorella degli imperatori Costantino II, Costanzo II e Costante I, moglie del «re» Annibaliano e del cesare Costanzo Gallo.

Costantina, con il nome di Costanza, è venerata come santa dalla Chiesa cattolica. La leggenda vuole che, ammalata incurabile, Costanza si sarebbe recata sulla tomba di sant’Agnese a Roma, dove sarebbe miracolosamente guarita; a seguito di questo miracolo, Costanza si sarebbe convertita al cristianesimo. (Fonte Wikipedia)

Per questo motivo avrebbe fatto costruire la Chiesa di Sant’Agense, fuori dalle mura della città collegato al Mausoleo della sua famiglia.

“Questo insieme di edifici sacri e rovine […] è interamente frutto della volontà della figlia di Costantino, […] che seguendo il destino della capostipite della famiglia imperiale, Elena, scelse l’Occidente e Roma come casa. Di Costanza si sa che il padre la nominò Augusta, ma allora il termine aveva un valore abbastanza diverso da quello originario antico.
Le fonti storiche dell’epoca, inoltre, ce la restituiscono in modo drammaticamente polarizzato: è rabbiosa, crudele, vendicativa e inarrestabile per Ammiano Marcellino. Oppure una donna pia, estremamente attiva nella celebrazione delle spoglie dei martiri (quelle a Sant’Agnese in particolare), secondo le parole attribuite a papa Damaso I.

Il dinamismo della giovane nobile, in sostanza, è l’unico dato comune e a quello conviene riferirsi, dunque. […]

Al contrario di suo padre, inoltre, si sa che Costanza abbracciò la fede cristiana, senza però abbandonare l’interesse più politico per la città. […]”

Fonte “La Storia di Roma in 100 monumenti e opere d’arte” di Ilaria Beltramme – Newton Compton Editori

I Bamboccianti e il tempio di Bacco

Bambocci! Un gruppo di “falsari e guitti / e facchini, monelli, tagliaborse… / stuol d’imbriachi e gente ghiotta …” Erano i bamboccianti, un’allegra congrega di pittori fiamminghi, residenti a Roma nel XVII secolo. Amanti della bella vita, in aperta polemica con lo stile Barocco, rappresentavano scene di vita popolare.
Dediti al vino, erano famosi per i loro baccanali e riti di iniziazione di gusto pagano che celebravano in quello che credevano essere il tempio di Bacco. L’errore era dovuto alla forma circolare dell’edificio e alla sua decorazione con foglie di vite, anche sul bellissimo sarcofago in porfido rosso.
Non si trattava del tempio di Bacco, ma del mausoleo di Santa Costanza sulla via Nomentana. Chissà se la figlia di Costantino sarebbe stata contenta di vedere profanato il suo mausoleo dai barbari.

Il Museo delle Navi di Fiumicino

Nell’agosto del 1958 fu approvato il progetto per la realizzazione dell’aeroporto “Leonardo da Vinci” a Fiumicino. Il nuovo scalo, inaugurato ancora non completato il 20 agosto 1960 per permetterne il funzionamento durante i giochi delle XVII Olimpiadi, fu aperto ufficialmente al traffico nel gennaio 1961 con l’arrivo di un Lockheed Constellation della compagnia statunitense TWA proveniente da New York.
Gli scavi legati alla costruzione dell’aerostazione portarono subito alla luce alcune infrastrutture di Portus, il più grande porto dell’impero romano: il molo settentrionale del bacino fatto costruire dall’imperatore Claudio alla metà del I secolo d.C. e le strutture della parte nord orientale dello scalo (edifici di servizio,
terme, cisterne, approdi).
Durante i lavori di realizzazione delle strade di servizio all’aeroporto, tra il 1958 e il 1965, furono trovati i resti di cinque imbarcazioni di età romana, più parti di altre tre navi e vari materiali che formano la collezione del Museo.

Il Museo delle Navi fu costruito sul luogo del ritrovamento delle navi romane che qui sono esposte. Si tratta di due chiatte fluviali, le naves caudicariae che da Portus, il porto di Roma imperiale, risalivano il Tevere fino al porto fluviale della Capitale dell’Impero, una barca del pescatore, unica nel suo genere e un piccolo veliero per la navigazione di piccolo cabotaggio. Insieme ai relitti sono esposti gli oggetti che facevano parte della dotazione di bordo.

Il tiro delle barche ha continuato a essere praticato sul Tevere fino all’epoca moderna. Il trasporto per via d’acqua permetteva di far viaggiare merci voluminose e pesanti su lunghe distanze. In età romana una nave da trasporto di media grandezza poteva caricare circa 150 tonnellate e arrivare ad Ostia da Cadice o da Alessandria d’Egitto in una settimana.

Roma tra il I e il IV secolo d.C. era una città enorme ed il principale mercato del
Mediterraneo.
Giungevano qui da ogni provincia e dai centri al di fuori dei confini dell’impero ogni tipo di mercanzia, metalli, legni, marmi, beni di lusso senza dimenticare il grano, l’alimento base della popolazione.
Secondo Flavio Giuseppe, vissuto nel I secolo d.C. ogni anno arrivavano a Roma solo dall’Egitto 150.000 tonnellate di grano, sufficienti a nutrire la città per quattro mesi. Gli altri prodotti di largo consumo erano il vino, l’olio, usato non solo per l’alimentazione ma anche per l’illuminazione e per l’igiene del corpo, e una salsa di pesce molto apprezzata, il garum.

Il Museo delle navi romane – via Alessandro Guidoni, 00054 Fiumicino – ingresso: 6 euro GRATUITO la prima domenica del mese.

Museo delle Navi di Fiumicino

Siti ufficiali dei Musei e delle aree archeologiche:
Porto di Claudio e di Traiano
Necropoli di Porto
Ostia Antica

Parco privato:
Oasi di Porto

Il Pantheon

Basilica di Santa Maria ad Martyres

Breve storia

Il Pantheon fu costruito alla fine del I sec. a.C. dal console Marco Vipsanio Agrippa (genero dell’imperatore Augusto) e dedicato fra il 27 ed il 25 a.C., come sappiamo dall’iscrizione sul frontone del portico:

M(arcus) AGRIPPA L(uci) F(ilius) CO(n)S(ul) TERTIVM FECIT.

Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta fece.

Nell’80 d.C. fu distrutto da un incendio che devastò gran parte del Campo Marzio; venne restaurato o rifatto da Domiziano, anche se non vi sono elementi per comprendere la portata del suo intervento.
Nel 110 d.C. fu colpito da un fulmine e distrutto da un incendio per la seconda volta. La ricostruzione iniziò sotto Traiano, e alcuni studiosi ritengono sia stato progettato dal celebre architetto Apollodoro di Damasco.
Fu completato da Adriano, che mantenne in facciata l’antica iscrizione dedicatoria di Agrippa.

Nel 609 d.C. papa Bonifacio IV chiese all’imperatore bizantino Foca di donargli «il tempio chiamato Pantheon» e lo trasformò in chiesa, salvandolo dalla distruzione.

La consacrazione avvenne il 13 maggio del 609 o del 613, dedicandolo a Maria e a tutti i martiri con il nome di Sancta Maria ad Martyres (detto anche Santa Maria Rotonda).

In tal modo l’antica dedica «a tutti gli dèi» pagani (pan-theon in greco antico) fu sostituita da quella «a tutti i martiri» cristiani, trasformando i demoni in santi, e papa Bonifacio IV vi fece trasportare 28 carretti di reliquie di martiri cristiani.

Secondo una leggenda medievale, al momento della consacrazione gli spiriti maligni pagani fuggirono passando dall’oculo della cupola, che era stato aperto da loro stessi.

Fonte: Pantheon Architettura e Luce – Rirella Editore – Maria De Franceschini, Giuseppe Veneziano

Indirizzo: Piazza della Rotonda, 00186 Roma
Sito web: https://www.pantheonroma.com/

Costo Indicativo del biglietto: 25,50 euro

Gratuità: prima domenica del mese, durante l’iniziativa proposta dal Ministero della cultura #domenica al museo

Anno di costruzione: fra il 27 e il 25 a.C.

Forma e struttura: 

Le 10 maggiori attrazioni di Roma:

  1. Colosseo
  2. Pantheon
  3. Basilica di San Pietro e Piazza San Pietro
  4. Musei Vaticani
  5. Fontana di Trevi
  6. Musei Capitolini
  7. Piazza di Spagna
  8. Piazza Navona
  9. Parco Archeologico del Palatino
  10. Castel Sant’Angelo

La Caldara di Manziana

La Caldara di Manziana si trova a pochi km da Roma, vicino al lago di Bracciano.

Un ambiente unico, creato dall’antichissimo vulcano Sabatino, ancora quiescente.
Il vulcano rilascia gas in questa pianura, dove non può crescere nulla, l’acqua sembra ribollire come geyser dell’Islanda, ma si tratta di acqua fredda.
Questo paesaggio lunare è stato il set di diversi film, tra cui “Django” di Sergio Corbucci, “Il Primo Re” di Matteo Rovere, la serie “Il nome della Rosa”.


Questo ambiente così desolato, pieno di esalazioni faceva credere agli Etruschi di essere alle porte dell’oltretomba.
Infatti “Manziana” deriverebbe da “Mantus”, il Dio degli inferi, mentre Caldara naturalmente fa riferimento al bollire di un calderone… secondo una leggenda fu in questo luogo che si perse la ricetta per creare l’oro dal piombo.
Qualcuno butto’ la formula segreta nella Caldara di Manziana.

Anche Caliostro sembra fosse a conoscenza di questa leggenda…

L’antico borgo di Ceri e la Chiesa di Nostra Signora

Il borgo

Ceri sorge su un altopiano di tufo ed appartiene al comune di Cerveteri, nell’area metropolitana di Roma.

Abitato fin dall’età del bronzo, venne abbandonato dagli abitanti per confluire nella più grande Città Stato Etrusca Kaisra (Caere per i Romani).

Il rapporto tra questi due centri è sempre stato molto stretto, infatti nel XIII secolo gli abitanti di Caere abbandonarono la città per rifondare Ceri che era più facilmente difendibile e per tale scopo costruirono un castello.

Da quel momento il nuovo centro avrebbe preso il nome di Caere Novum (da non confondersi con Cerenova) per differenziarsi da Caere Vetus, appunto Cerveteri.

Al centro del delizioso paese, nella piazza, sorge la chiesa di Nostra Signora di Ceri, nel luogo dove anticamente si adorava la misteriosa divinità della dea Vesta.

La chiesa di Nostra Signora di Ceri

Gli affreschi, scoperti nel 1971 dietro il muro della parete nord della navata principale, vengono riportati alla luce, abbattendo il muro che li ricopriva, e restaurati negli anni successivi. Per far ciò si eseguono anche lavori di ristrutturazione della Chiesa.

I lavori di questo primo restauro terminano nel 1990. Nel 2010 si esegue un ulteriore restauro. Ne vengono fatti altri; l’ultimo è terminato nel 2013.

È un intero ciclo di affreschi con scene tratte dai libri della Genesi e dell’Esodo, con Santi ed altre scene.

Questo ciclo di affreschi costituisce una delle numerose riprese del prototipo del V secolo dell’antica chiesa di San Pietro e di quella di San Paolo fuori le Mura, andati perduti, di cui si ritiene questo ciclo sia la più antica e fedele copia; è quindi probabile che in origine la parete a sinistra (a sud) della navata centrale, distrutta nell’assedio e i bombardamenti ad opera di Cesare Borgia nel 1503, sia stata affrescata, come anche in altre chiese con affreschi analoghi, con scene del Nuovo Testamento.

Lo scopo infatti è, nell’ambito della Riforma Gregoriana, di illustrare, sulle due pareti della navata e sulla controfacciata, la storia della salvezza.

La parete destra rappresenta, con gli episodi più significativi dell’Antico Testamento, la promessa della salvezza; la parete sinistra, con la vita di Gesù e la storia della Chiesa, la realizzazione della promessa.

II tutto culmina nella controfacciata col Giudizio Universale, che dà ai giusti l’accesso al Paradiso.

Un confronto tra le caratteristiche pittoriche tra questi affreschi di Ceri con quelli nella chiesa inferiore di San Clemente a Roma fanno riscontrare delle forti analogie, specie nei particolari architettonici, per cui si suppone che siano stati eseguiti dalla stessa bottega pittorica. Le relative diversità di stile indicano una differenza cronologica, per cui gli affreschi di Ceri si ritengono di poco posteriori a quelli di San Clemente.

Queste considerazioni, insieme al confronto con altre chiese del Lazio, danno come periodo di esecuzione tra il 1100 e il 1130.

La leggenda di San Silvestro e il drago

Tra gli affreschi si trova anche una curiosa rappresentazione: un sacerdote che tiene legato a sé con un filo un drago. Si tratta di Papa Silvestro I (314 – 335 d.C.) riconosciuto santo dalla Chiesa cattolica.

Secondo la leggenda a Roma, nei pressi del Palatino, si nascondeva un terribile drago, che terrorizzava tutti gli abitanti, uccidendo molte persone. I Romani chiesero aiuto al Santo per liberarli dal mostro. San Silvestro entrò nel nascondiglio del drago, scese 365 gradini, trovò il rettile e pregando cercò ripetutamente di addomesticarlo.

Alla fine il drago si ammansì, San Silvestro sfilò un filo dalla sua veste e legò al guinzaglio il drago per portarlo in superficie. Usciti dal nascondiglio, gli abitanti di Roma uccisero il drago.

San Silvestro morì il 31 dicembre 335, per questo l’ultima notte dell’anno è dedicata a lui. Essendo il papa contemporaneo a Costantino I, quindi al momento in cui la religione cristiana divenne definitivamente la religione dell’impero, Papa Silvestro è protagonista di molte altre leggende, tra le quali la guarigione dalla lebbra proprio dell’imperatore, raffigurata nell’affresco della chiesa di Roma, I santi quattro Coronati.

I signori di Ceri

Fra il XIII secolo ed il XIV secolo Ceri fu dominio della famiglia romana dei Normanni  di Trastevere. Questa famiglia è stata, insieme ai Colonna, una delle più antiche della nobiltà Romana, tra i suoi esponenti più famosi va ricordata Jacopa dei Settesoli.

Ceri divenne passò di proprietà a diverse famiglie romane: dagli Anguillara (della quale fu esponente Renzo degli Anguillara) ai Cesi, ai Borromeo, agli Odescalchi e per finire ai Torlonia.

Maggiori informazioni sul Castello di Ceri sono disponibili qui

Principi Torlonia, i Rothschild di Roma

La vicenda romana dei Tourlonias, poi divenuti Torlonia, trova un ideale punto di partenza in palazzo Zuccari in via Gregoriana, dove nel 1754 nacque Giovanni Raimondo Torlonia, il padre del futuro principe Alessandro. Giovanni era il secondogenito del francese Marin, poi Marino, che, originario di un centro dell’Alvernia nelle vicinanze di Lione, intorno alla metà…

Roma e il mito della fondazione

La leggenda di Romolo e Remo Secondo la leggenda, Roma sarebbe stata fondata il 21  aprile del 753 a.C. da Romolo. Grazie al lavoro dell’archeologo Andrea Carandini è stata formulata un’interessante ipotesi sulla fondazione della città. Sulla base di questo imponente lavoro è stato realizzato recentemente il film del giovane regista Matteo Rovere: Il Primo…

La Mole di Adriano

La mole di Adriano venne costruita dall’imperatore fuori dalla città, in una zona che allora era molto lontana dal centro della Roma antica: l’ager Vaticano.

Era collegata all’altra sponda del Tevere tramite il ponte Elio, dal nome dell’imperatore Adriano.
Il ponte è ancora esistente, oggi lo chiamiamo ponte S. Angelo ed è famoso per le statue di angeli del Bernini.

Come il mausoleo di Augusto, la mole di adriano aveva una forma a tumulo, alla sua sommità vi erano molti grandi alberi e statue ed in cima svettava grandissima e bellissima, la statua in bronzo dell’imperatore Adriano alla guida di una quadriga.

I bellissimi cavalli della quadriga di Adriano potrebbero essere oggi a Venezia. Da Roma furono portati all’ippodromo di Costantinopoli e poi riportati in Italia dai Veneziani.

La cella dove erano conservati i sarcofagi degli imperatori aveva una forma cubica a cui si accedeva da una scala elicoidale ancora esistente.

Tutto era rivestito di marmi pregiati, all’esterno erano scritti i nomi degli imperatori che riposavano nel mausoleo: Adriano e l’imperatrice Vibia Sabina, Antonino e Faustina Maggiore, Marco Aurelio e Faustina Minore, Commodo, Settimio Severo, Geta e Caracalla.
Si pensa che il coperchio del sarcofago di Adriano sia ora utilizzato in San Pietro come acqua santiera.

Oggi nel punto dove si trovavano le sepolture degli imperatori della dinastia antonina, c’è una poesia scritta sulla pietra:

Animula vagula blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca?
Pallidula rigida nudula
Nec ut soles dabis iocos

Piccola anima vagabonda, leggiadra,
ospite e compagna del corpo.
In quali luoghi andrai ora
Tu pallida, fredda e nuda?
E non darai più gioia, come sei solita…

Si tratta della poesia che l’imperatore Adriano ha dedicato alla sua anima, poco prima di morire.

Le bellissime statue che adornavano il mausoleo vennero scagliate contro i Goti durante la guerra condotta da Totila. Altre furono depredate nei secoli.

Nel 1624 venne fatto un ritrovamento straordinario: il fauno Barberini, che venne restaurato da Bernini ed entrò nella collezione di Francesco Barberini (da cui prese il nome).

Castel Sant Angelo

La fortezza di Roma

Breve storia

L’imperatore Adriano diede ordine di costruire il suo mausoleo nel 135 d.C. sul modello del monumento funebre del primo imperatore di Roma, Ottaviano Augusto.
I lavori si conclusero un anno dopo la morte e vennero portati avanti dal successore di Adriano, l’imperatore Antonino Pio.
La costruzione ha attraversato quasi XX secoli e festeggerà i suoi millenovecento anni di storia nel 2035.
La mole Adrianea, così come veniva chiamata al tempo della Roma antica, è stata testimone privilegiato della storia di questa straordinaria città e grazia alla sua struttura e posizione strategica non ha subito il destino dei monumenti antichi, ma è stata integrata di volta in volta nella quotidianità di Roma, adattandosi alle necessità della città.


Da mausoleo funebre, diventa avamposto fortificato, ultimo bastione per la difesa della città, da oscuro e terribile carcere dove vennero rinchiusi personaggi illustri (tra cui Beatrice Cenci e Giordano Bruno), a residenza dei papi e dimora rinascimentale alla quale collaborò anche Michelangelo, di nuovo prigione risorgimentale finalmente, nel XX secolo, museo consacrato alla memoria .
La mole di Adriano diventerà “Castello” per l’apparizione dell’arcangelo Michele sulla sua sommità nell’atto di rinfoderare la spada.
Nel 590 papa Gregorio Magno interpretò questa visione come l’imminente fine dell’epidemia che stava affliggendo la città e per questo consacrò il mausoleo al principe delle milizie del Dio dell’era cristiana.
Castel Sant’Angelo entra nel demanio dello Stato Italiano nel 1870, come carcere militare e caserma.
L’edificazione dei Lungotevere (1890-1893) comportò una serie di scavi e sterri fuori e dentro l’edificio, da cui provennero diversi reperti dal quale ebbe vita un primo antiquarium.

La Mole di Adriano

La mole di Adriano venne costruita dall’imperatore fuori dalla città, in una zona che allora era molto lontana dal centro della Roma antica: l’ager Vaticano. Era collegata all’altra sponda del Tevere tramite il ponte Elio, dal nome dell’imperatore Adriano.Il ponte è ancora esistente, oggi lo chiamiamo ponte S. Angelo ed è famoso per le statue…

Gli angeli di Bernini su ponte Sant’Angelo

Nel 1669, Bernini progettò dieci angeli sul ponte Sant’Angelo a Roma, simboleggiando la passione di Cristo. Questi angeli, sospesi su nuvole, offrivano ai pellegrini una contemplazione spirituale. Originariamente, il ponte serviva ai cortei funebri e, secondo una leggenda, il suo nome cambiò nel 590 dopo l’apparizione di angeli durante una processione.

Indirizzo: Lungotevere Castello, 50 – 00186 Roma

Sito web: https://www.castelsantangelo.com/
Costo Indicativo del biglietto: 12.00 euro

Gratuità: prima domenica del mese

Altezza: 48 m

Data di costruzione: inizio 135 d.C. fine 139 d.C.

Nel 590 d.C. cambia denominazione – a seguito dell’apparizione miracolosa dell’arcangelo Michele, viene chiamato Castel Sant’Angelo

Le 10 maggiori attrazioni di Roma:

  1. Colosseo
  2. Pantheon
  3. Basilica di San Pietro e Piazza San Pietro
  4. Musei Vaticani
  5. Fontana di Trevi
  6. Musei Capitolini
  7. Piazza di Spagna
  8. Piazza Navona
  9. Parco Archeologico del Palatino
  10. Castel Sant’Angelo

Il Teatro di Villa Torlonia

Il teatro si trova dentro Villa Torlonia, ma non fa parte del museo.
L’accesso viene gestito dalla Fondazione Teatro di Roma.

Il modo più suggestivo per visitare questo gioiello è partecipare alle visite spettacolo che la Fondazione organizza durante l’anno.

Le visite sono riservate a gruppi di massimo 25 persone e durano un’ora.
Avrete la possibilità di assistere ad un racconto straordinario, ascoltare la viva voce dei protagonisti delle vicende che hanno portato alla costruzione e all’abbandono del teatro voluto da Alessandro Torlonia per onorare la giovane moglie Teresa Colonna.

Un teatro come regalo di nozze

La realizzazione del Teatro è collegata alle iniziative promosse da Alessandro per le nozze, celebrate nel 1840, con Teresa Colonna, come testimoniano la profusione di stemmi accoppiati delle due famiglie nelle decorazioni dell’edificio e un programma iconografico ispirato al tema della coppia.

Il progetto venne affidato a Quintiliano Raimondi nel 1841, ma fu terminato solo nel 1874 a causa della morte dell’architetto, nel 1848, e di altri eventi luttuosi.
I lavori vennero ripresi e terminati in occasione del matrimonio dell’unica figlia di Alessandro, Anna Maria, che nel 1872 sposò il principe Giulio Borghese.

Nonostante il desiderio del principe di rendere il Teatro luogo di ritrovo mondano per la nobiltà romana, solo nel maggio del 1905 una rappresentazione pubblica fu organizzata dal giovane Giovanni Torlonia, nipote di Alessandro.

Aspetti architettonici

Il Teatro di Villa Torlonia è uno dei più interessanti esempi di architettura teatrale dell’Ottocento italiano e sicuramente un unicum nel suo genere.

Nello stesso edificio Raimondi combina, infatti, diverse tipologie costruttive, secondo il gusto eclettico del tempo. Mentre il corpo centrale si richiama alla solenne e classica grandiosità del Pantheon, l’esedra del prospetto meridionale, composta da una serra in vetro e in ghisa, guarda a modelli prettamente nordici.

Particolarità dell’edificio è il palcoscenico, con fondale apribile che faceva entrare il parco nel gioco illusionistico degli spettacoli.

Il Teatro e i due appartamenti laterali sono completamente decorati con pitture a tempera e a olio su muro, fregi e statue in stucco e mosaici pavimentali, spesso su temi inneggianti alla coppia.

L’eclettismo dominante consente di passare da una sala gotica a una moresca, da imitazioni della pittura vascolare greca a citazioni rinascimentali, da prospettive architettoniche illusionistiche a geometrici decori, nel consueto affastellamento che costituisce quasi la caratteristica delle committenze Torlonia.

Costantino Brumidi tra Roma e Washington

L’autore di gran parte delle decorazioni è Costantino Brumidi, pittore poco noto in Italia che poi fece la sua fortuna in America affrescando il Campidoglio di Washington.

Le opere scultoree sono di artisti della scuola di Thorvaldsen, quali Vincenzo Gaiassi e Pietro Galli.

Il Teatro è destinato a ospitare eventi teatrali e musicali ma anche convegni ed esposizioni nei nuovi spazi ricavati nei seminterrati.

Fonte: Casina delle Civette a Villa Torlonia. Guida. A cura di Alberta Campitelli Mondadori Electa 2008 pag. 50

Visite spettacolo al Teatro Torlonia
Costo indicativo biglietto:15,00 euro
Calendario 2026

  • 14 febbraio ore 11:00
  • 21 febbraio ore 11:00
  • 22 febbraio ore 11:00
  • 08 marzo ore 11:00
  • 14 marzo ore 11:00
  • 28 marzo ore 11:00
  • 29 marzo ore 11:00
  • 19 aprile ore 11:00
  • 10 maggio ore 11:00
  • 23 maggio ore 11:00
  • 30 maggio ore 11:00

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Teresa Colonna (n Roma 22-2-1823 + m ivi 17-3-1875), figlia di Aspreno I Colonna (1787-1847) dei principi di Paliano e di Maria Giovanna Cattaneo della Volta (1790-1876).
La diciassettenne Teresa sposò Alessandro Torlonia il 16 luglio 1840, più grande di lei di ben 23 anni.

Il matrimonio non fu felice, Teresa si ammalò di una non ben definita malattie di nervi (probabilmente qualche patologia di origine psicologica) diede alla luce due figlie, la più piccola Giovanna Giacinta era “inferma” e visse in un istituto nascosta a tutti fino alla morte prematura.

Alessandro Raffaele Torlonia, (Roma, 1 gennaio 1800 – Roma 7 febbraio 1886)

Costantino Brumidi (Roma26 luglio 1805 – Washington19 febbraio 1880)

Il Tempio di Saturno

Il Tempio di Saturno, situato a Villa Torlonia a Roma, è un’opera romantica del 1836 che riproduce elementi classici, celebra la gloria romana attraverso rilievi storici e rappresenta l’impegno culturale della famiglia Torlonia.

Camera gotica

Il Teatro di Villa Torlonia, situato nell’appartamento ovest, è decorato con architetture gotiche, statue dorate e vetrate colorate. Non fa parte del museo, ma è visitabile tramite spettacoli organizzati dalla Fondazione Teatro di Roma, per gruppi ristretti.

Rifugio antiaereo e bunker di Villa Torlonia

Il 5 aprile 2024, il bunker di Villa Torlonia ha riaperto con un nuovo percorso che include il rifugio antiaereo sotto il casino nobile. La storia della villa, legata a Mussolini, offre dettagli sui rifugi costruiti durante la guerra.

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