Terme di Nettuno

La visione dalla terrazza, che corrisponde al primo piano dell’edificio, consente di apprezzare l’omogeneità e la qualità della decorazione musiva dell’impianto: divinità e soggetti marini rimandano al tema dell’acqua, in evidente collegamento con la funzione termale.

La prima sala presenta Anfitrite, moglie di Nettuno, su un cavallo marino e accompagnata da tritoni, nel secondo ambiente (B) è rappresentato lo stesso Nettuno con tridente che guida una quadriga di cavalli marini, circondato da delfini e tritoni che suonano conchiglie.

Il frigidarium (sala per i bagni freddi) era anch’esso pavimentato con un mosaico raffigurante Scilla, il mostro che uccideva i naviganti, circondata da divinità marine.

Questi mosaici costituiscono una importante testimonianza della ricca produzione musiva delle botteghe ostiensi dell’epoca di Adriano (117-138 d.C.).

Il mosaico delle province

Saggi di scavo al di sotto della strada, risalente agli inizi del Il secolo d.C., hanno portato alla luce un impianto termale dell’età di Claudio (41-54 d.C.), di cui non è possibile precisare l’estensione.

L’unico elemento tuttora visibile è un pregevole mosaico in bianco e nero in cui, all’interno di una cornice a meandro, sono racchiusi riquadri con rappresentazioni di armi e motivi geometrici.

La parte centrale è decorata da un riquadro su cui sono raffigurati delfini, fiancheggiato dalle personificazioni delle Province (Spagna, Sicilia, Egitto e Africa) e dei venti, simboleggiate rispettivamente da teste femminili e da teste maschili.

I motivi figurati alludono probabilmente allo sviluppo del commercio marittimo tra Roma e le province del Mediterraneo occidentale, a seguito della costruzione del porto di Claudio.

Terme dei Carrettieri

Costruite nella prima metà del Il secolo d.C., queste terme probabilmente appartenevano alla corporazione dei Cisiarii (carrettieri).

La parte nord era occupata dal frigidarium (sala per i bagni freddi), di cui si conserva l’originario pavimento in mosaico con raffigurazione di due cerchie murarie, all’interno delle quali si svolgono scene marine e scene di vita dei carrettieri.

Due ambienti posti al centro del complesso erano riscaldati e decorati con mosaici figurati, riferibili sia alla fase originaria che ad epoca posteriore.

Completavano l’arredo pregevoli rivestimenti in stucco figurato delle pareti e dei soffitti, rinvenuti in stato frammentario.

Una noria (ruota idraulica in legno), messa in luce nella zona meridionale del complesso, assicurava il sollevamento e l’utilizzo dell’acqua di falda per il funzionamento delle terme.

Ostia Antica: la porta della Città

Le mura furono costruite intorno alla metà del I secolo a.C. e si estendevano su tre lati dell’abitato (racchiudendo un’area di ca, 69 ettari), mentre a nord la città si sviluppava anche sull’altro lato del fiume. Erano dotate di tre porte, fiancheggiate da torri quadrate.

L’ingresso in città dalla Via Ostiense avveniva attraverso la Porta c.d. Romana, costituita da due vani, il cui livello originario era molto più basso dell’attuale.

La muratura in blocchi di tufo della porta era rivestita da una decorazione marmorea, ancora oggi in parte conservata.

Sui lati frontali della porta, sull’attico, era posta la medesima iscrizione, che ricorda la costruzione delle mura; l’iscrizione era fiancheggiata dalle statue di Minerva-Vittoria alata, di cui rimane un originale conservato nel Museo Ostiense, mentre una copia è presente nell’attiguo piazzale.

Mosaico con Medusa

Fonte: dai pannelli espositivi di Palazzo Massimo

In un grande clipeo a squame bipartite bianche e nere è raffigurata Medusa, una delle tre Gorgoni. Il mostro con i capelli di serpente pietrificava chiunque la guardasse: Perseo riuscì a decapitarla grazie all’aiuto di Atena, alla quale l’eroe donò la testa tagliata che compare al centro dell’egida nelle immagini della dea.

Il mosaico è arricchito da una cornice con motivo a mensole prospettiche e quattro riempitivi angolari con elementi vegetali e uccelli intenti a beccare ciliegie.

Fine I- metà Il sec. d.C.
Mosaico con testa di Medusa
Roma, via Imperiale, necropoli (1939)

Il discobolo

Il Discobolo Lancellotti, così chiamato dal nome della famiglia che lo possedeva, fu rinvenuto sull’Esquilino in un area appartenente agli Horti Lamiani, divenuti proprietà imperiale nella prima età giulio-claudia.

Discobolo – Palazzo Massimo

La statua di età antonina, raffigura un atleta mentre sta per lanciare il disco ed è una delle migliori repliche del Discobolo di Mirone.
L’atleta, nudo, con il disco nella mano destra, è colto nel momento stesso in cui sta per scattare: il corpo è quindi ripiegato su se stesso, salvo il braccio destro che si estende all’indietro per ottenere più slancio.
Il braccio sinistro si appoggia invece quasi verticalmente sotto il ginocchio destro. La gamba destra, piegata, è portante e posa completamente il piede a terra, mentre la sinisera a sua volta piegata all’indietro, è arretrata per ragioni di equilibrio e appoggia sulla punta del piede.

Ne deriva l’impressione di un accorciamento della parte inferiore del corpo e di un predominio di quella superiore.
Il torso, piegato in avanti, si appresta a compiere la semi-rotazione indispensabile al lancio del disco, mentre la testa, che si gira per guardare in direzione del braccio sollevato, esprime grande concentrazione.

La forma ovale del viso, l’adesione dei capelli – a piccole ciocche – al cranio, la resa accurata della muscolatura del torace e delle vene, il contrasto tra il volto ideale e la contrazione dei muscoli per lo sforzo appartengono alla tradizione scultorea dello stile severo.

Mirone eseguì in bronzo l’originale del Discobolo poco prima della meta del V secolo a. C., scegliendo di raffigurare l’atleta nel momento stesso del lancio così da poter rappresentare un movimento in corso, mentre l’azione metteva in moto tutti i muscoli del corpo. Mirone voleva rappresentare un’immagine che lasciasse intuire il moto precedente e quello seguente la pausa raffigurata.

L’instabilità del movimento doveva però essere temperata dall’armonia e dalla geometria dell’insieme (la figura è scomponibile in quattro triangoli sovrapposti).
L’attenzione al disegno si nota anche nei dettagli: la testa costituisce per esempio il punto d’incontro delle linee formate dalle braccia, che sembrano quasi disegnare un arco di cerchio, diviso a metà dal torace.
La figura del Discobolo è concepita a due dimensioni, con il corpo disposto su un unico piano, quasi fosse un altorilievo. La statua risulta così ideata per essere vista esclusivamente da un lato, quello verso cui l’atleta rivolge la testa e il torace.

La visione frontale, nella direzione in cui avverrà il lancio del disco, fa infatti risaltare in particolare la posizione innaturale delle gambe e del piede sinistro, che si spiega con la costruzione grafica e geometrica dell’opera, prima che plastica.

Tale bidimensionalità, voluta da Mirone, è chiaramente testimoniata proprio dal Discobolo Lancellotti, mentre altre copie, come la replica trovata nella villa di Castelporziano, raffigurano l’atleta in una posizione più naturale e sono cosi meno fedeli all’originale.

Il Discobolo era una statua celebre, che rappresentava un simbolo della paideia greca e dei valori dell’educazione ginnasiale. Non sappiamo però chi rappresentasse esattamente (la fama del gesto del lancio del disco ha cancellato la memoria del soggetto ritratto), probabilmente un atleta e non, come si è pensato, Giacinto, l’eroe ucciso involontariamente da Apollo mentre i due si allenavano nel lancio del disco. (M.C.)

Fonte: “Museo Nazionale Romano”, Soprintendenza Archeologica di Roma, a cura di Adriano La Regina, edizioni Electa 2007 pagina 42

Palazzo Altemps – sede del Museo Nazionale Romano
Indirizzo: Piazza S. Apollinare, 46 – 00186 Roma

Fanno parte del Museo Nazionale Romano
Palazzo Massimo
Terme di Diocleziano
Crypta Balbi – attualmente chiusa per restauro

L’opera che sedusse Hitler:

Nel 1936 in occasione dei giochi olimpici di Monaco, la registra Leni Rifenstahl girò un documentario il Olympia. Nel prologo c’è una bellissima scena in cui l’opera d’arte, il discobolo si trasforma si anima e diventa un’atleta in carne ed ossa.
Il fuhrer considerava il discobolo come l’opera che perfettamente rappresentava l’ideale di perfezione della razza ariana.
Il discobolo apparteneva al principe Lancellotti, erede della antica famiglia Massimo, e secondo una legge del 1909 era vincolata al suolo italiano. Ma Hitler offrì un accordo talmente vantaggioso per il governo fascista, che la legge venne aggirata. In cambio delle opere italiane di cui il discobolo faceva parte, la Germania si impegnava a fare riavere dalla Francia i capolavori che erano stati sottratti da Napoleone. Inoltre la Germania avrebbe fornito i tecnici della ZEISS per supportare la costruzione del nuovo telescopio per l’osservatorio astronomico di Monte Porzio Catone.
Scopri di più: https://www.journalchc.com/2023/02/07/arte-liberata-1937-1947-il-lungo-viaggio-del-discobolo-lancellotti/

Recentemente il discobolo è stato al centro di una polemica tra Italia e Germania. Nel 2023 il direttore del museo di Monaco di Baviera ha chiesto la restituzione dell’opera e il ministro della cultura Giuliano Sangiuliano ha rifiutato seccamente.

Leggi anche:

La grandiosa tazza di marmo con corteo marino

La tazza con corteo marino di Palazzo Massimo a roma è Tra i capolavori più affascinanti conservati a Palazzo Massimo, spicca una straordinaria tazza marmorea decorata con un fregio marino di rara eleganza. Rinvenuta nell’area del lungotevere in Sassia, probabilmente nei pressi degli antichi Horti di Agrippina, questa opera d’arte unisce raffinatezza tecnica, profondità mitologica…

Il corridoio dell’esedra

ROMA- MUSEO NAZIONALE ROMANO – PALAZZO MASSIMO. La Domus di Agrippa presenta decorazioni parietali straordinarie con colonne e figure femminili che ricordano le Cariatidi, insieme a affreschi di nature morte e battaglie navali.

Si è verificato un problema. Aggiorna la pagina e/o riprova in seguito.

L’ermafrodito dormiente

Fonte: “Museo Nazionale Romano”, Soprintendenza Archeologica di Roma, a cura di Adriano La Regina, edizioni Electa 2007 pagine 40,41

La statua raffigura Ermafiodito dormiente ed è stata trovata a Roma in un contesto privato.

Il giovane, che usa il mantello come giaciglio, è rappresentato con la testa mollemente appoggiata sul braccio destro che le fa da cuscino e con il corpo sinuoso giacente sul fianco.

È probabile che la sua sensuale nudità sia frutto del movimento nel sonno che ha anche avvolto il braccio sinistro nel mantello.

La naturalezza della nudità del giovane risalta rispetto al mantello, che ha una resa molto più fredda, e probabilmente intende cosi marcare il contrasto tra il corpo e il tessuto. L’acconciatura è complessa e molto raffinata, con lunghi capelli trattenuti da una treccia e raccolti sulla nuca, mentre solo una ciocca a metà della fronte è portata verso la sommità del cranio dove è fermata da una gemma.

La scultura, ispirata forse a immagini di Eros dormiente, è costruita con intenti illusionistici. La veduta posteriore, con le natiche in primo piano in una posa provocante, suggerisce infatti la bellezza di un corpo femminile, non contraddetta dai lineamenti del viso; anzi a una prima impressione la statua potrebbe raffigurare Arianna addormentata.

Solo girandole intorno si scopre l’organo sessuale maschile eretto e dunque l’identità reale di Ermafrodito, che il mito riteneva nato da Hermes e Afrodite attribuendogli una doppia natura sessuale.

In questo caso la consuetudine ellenistica di costruire le statue in modo che dessero un’impressione diversa a seconda del punto di vista raggiunge il virtuosismo, perché la diversa visuale cambia addirittura l’identità sessuale del personaggio raffigurato.

Dell’Ermafrodito dormiente esistono versioni diverse, distinte di norma da dettagli come il giaciglio o la posizione più o meno provocante del corpo.

È probabile che esse dipendano comunque da una celebre statua ellenistica, forse l’Hermaphroditus nobilis opera di Policle, nome purtroppo comune a più scultori di origine ateniese, tra i quali spiccano un bronzista tardoclassico e l’autore di una serie di statue di culto commissionate da magistrati romani della metà del II secolo a.C.

Quest’ultima datazione sembra anche la più confacente alla ricerca illusionistica visibile nella posa della statua, ragion per cui è forse meglio attribuire l’originale, copiato nella statua esposta, proprio allo scultore neoattico attivo nel pieno II secolo a. C. (M.C.)

Emblema a mosaico con gatto e anatre

Roma, dalla villa romana sulla Via Ardeatina, tenuta di Cecchignola

Il mosaico pavimentale, a tessere bianche, presenta un emblema centrale, in opus vermiculatum (microtessere) diviso in due registri che rappresentano un gatto in atto di afferrare al volo un volatile e due anatre, una delle quali ha nel becco un fiore di loto.
La resa dei soggetti è simile ai modi della pittura ellenistica.
L’opera, come la villa nel triclinio della quale è stata rinvenuta, è databile al primo venticinquennio del I sec. a.C.


Domenica al Museo

Possiamo pensare ai musei come un luogo dove abbiamo conservato i tesori della nostra cultura? Non è necessario organizzare estenuanti visite di ore, bombardando la nostra attenzione di troppi stimoli, uscendo dal museo come se avessimo fatto un allenamento di kick boxing. A volte si può decidere di visitare un museo per dialogare con una singola opera.

Soprattutto quando il biglietto è GRATIS.

Ogni prima domenica del mese grazie all’iniziativa del Ministero dei Beni Culturali #domenicaalmuseo è possibile visitare tutti i musei di Roma comunali e nazionali gratuitamente.

Potrebbe essere l’occasione per assistere alla prodigiosa nascita di Venere, incontrare gli occhi inquisitori del Bruto Capitolino, perdersi nel giardino immaginario dell’imperatrice Livia, conoscere il segreto del fanciullo sul destriero, identificare finalmente il cavaliere del sarcofago di Portonaccio o scoprire la vera storia del pugile a riposo

Il mistero del Ritratto di Beatrice Cenci

Il ritratto “Giovane con Turbante” a Palazzo Barberini è erroneamente attribuito a Guido Reni e non rappresenta Beatrice Cenci. La figura, simbolo di una tragica storia, ha ispirato autori romantici. Attualmente, l’opera è ritenuta di Ginevra Cantofoli, circondata da dubbi sull’attribuzione e sul soggetto ritratto.

Keep reading

La statua del Marforio

La statua colossale Marforio, risalente al II-III secolo d.C. e rappresentante Oceano, si trova nel Campidoglio dal 1592. Originariamente nel Martis forum, è diventata una statua parlante per esprimere lamentele contro le autorità. È stata restaurata e ristrutturata diverse volte, inclusa la trasformazione in Museo Capitolino nel 1733.

Keep reading

L’estasi di Santa Teresa d’Avila

La Cappella Cornaro, concessa nel 1647 al Cardinale Federico Cornaro, è un capolavoro di Gian Lorenzo Bernini, realizzato tra il 1647 e il 1652. Il fulcro è la Trasverberazione di Santa Teresa, accompagnata dalle figure della famiglia Cornaro. La rappresentazione teatrale e le critiche sull’interpretazione della santa arricchiscono l’opera.

Keep reading

David e Golia

L’opera “Davide con la testa Golia” di Gian Lorenzo Bernini, realizzata negli esordi della sua carriera, è un autoritratto che cattura la determinazione del giovane eroe biblico. La sconfitta di Golia simboleggia il peccato, mentre Davide emerge con straordinaria bellezza e virtù, esaltato da un’illuminazione intensamente concentrata.

Keep reading

Ritratto di Urbano VIII

Il ritratto di papa Urbano VIII, realizzato da Gian Lorenzo Bernini tra il 1631 e il 1632, rappresenta il pontefice con un volto luminoso e accogliente. La scelta del nome “Urbano” rifletteva il desiderio di incarnare valori di gentilezza e moderazione, trasformando l’immagine in un’icona di condotta ideale.

Keep reading

Ritratto di Gentiluomo

Il ritratto di un giovane gentiluomo anonimo di Bartolomeo Veneto, realizzato tra il 1515 e il 1520, incarna i valori del gentiluomo moderno. Espone simboli di distinzione e virtù, come una spada e una medaglia, riflettendo un equilibrio tra cultura raffinata e antichi ideali cavallereschi. È ospitato a Palazzo Barberini, Roma.

Keep reading

Ritratto di Stefano IV Colonna

Il ritratto di Stefano IV Colonna, realizzato da Bronzino nel 1546, enfatizza l’armatura del condottiero, simbolo della sua identità e delle sue imprese militari. Commissionato poco prima della morte di Colonna, il dipinto ha anche una funzione commemorativa, celebrando le sue glorie e il suo onore nella società rinascimentale.

Keep reading

Narciso

Il dipinto “Narciso” di Caravaggio, attribuito da Roberto Longhi, rappresenta un’interazione tra mitologia e modernità, esprimendo un’adorazione di Narciso per la propria immagine. La composizione verticale e le influenze stilistiche lombarde evidenziano la bellezza e l’anelito del giovane, immerso in un contesto classico e quotidiano romano.

Keep reading

Il San Giovanni Battista di Caravaggio

Il dipinto “San Giovanni Battista” di Caravaggio, realizzato tra il 1603 e il 1606, rappresenta il santo nel deserto mentre riflette sulla sua vocazione. La figura è animata, con un uso drammatico della luce. Oggetti simbolici nel paesaggio evidenziano la sua dimensione ascetica e il destino profetico.

Keep reading

Giuditta e Oloferne

Il dipinto “Giuditta decapita Oloferne” di Caravaggio, realizzato per Ottavio Costa tra XVI e XVII secolo, rappresenta il momento culminante nell’omicidio del generale assiro, come descritto nel libro biblico di Giuditta. La sua intensa rappresentazione anticipa temi drammatici della pittura e del teatro seicentesco, esplorando il spasimo della morte.

Keep reading

La Maddalena in meditazione

Piero di Lorenzo Ubalchini, noto come Piero di Cosimo, realizza un’opera intitolata “Maria Maddalena” tra il 1495 e il 1500. L’immagine ritrae una Maddalena elegante e colta, simbolo di devozione. L’opera invita a riflettere sui valori della fede e dell’introspezione, piuttosto che sul giudizio dei peccati altrui.

Keep reading

La scandalosa Maddalena di Cagnacci

Guido Cagnacci, nato nel 1601 a Sant’Arcangelo di Romagna e morto a Vienna nel 1663, dipinse “Maria Maddalena” tra il 1626 e il 1627. Quest’opera, conservata al Palazzo Barberini, riflette la sua inclinazione per figure femminili sensuali, pur mantenendo elementi di un’iconografia tradizionale legata alla penitenza e all’ascesi.

Keep reading

Enrico VIII

Il ritratto di Enrico VIII, realizzato da Hans Holbein il Giovane, è un’opera che incarna la figura del sovrano in modo cerimoniale, evidenziando la sua duplice natura di corpo fisico e corpo politico. Commissionato nel 1536, l’opera è conservata al Palazzo Barberini di Roma e rappresenta una presenza iconica del re.

Keep reading

Serre del teatro Torlonia

Il Teatro di Villa Torlonia presenta un’architettura neoclassica e due serre, innovativa per l’uso di ferro e ghisa. Dopo anni di degrado, la villa è stata aperta al pubblico nel 1978, con restauro delle strutture e degli spazi.

Keep reading

La toeletta di Afrodite

ROMA- MUSEO NAZIONALE ROMANO – PALAZZO MASSIMO. Il cubicolo B della Villa di Agrippa presenta pareti rosse in cinabro, decorazioni fastose, e rappresentazioni artistiche di divinità e scene mitologiche.

Keep reading

Il criptoportico

ROMA – MUSEO NAZIONALE ROMANO – PALAZZO MASSIMO Gli affreschi del criptoportico vennero rinvenuti nel 1879, durante gli scavi sul Tevere, sono una delle migliori testimonianze della pittura dell’epoca augustea

Keep reading

Domus di Marco Vipsanio Agrippa

Nel 1879, scavi nel giardino della casa Farnesina a Trastevere rivelarono i resti di una villa augustea, con straordinarie decorazioni murali. Sebbene manchino oggetti d’arredo, la qualità degli affreschi suggerisce un legame con Marco Vipsanio Agrippa.

Keep reading

Sala degli Imperatori

La Sala degli Imperatori del Palazzo Nuovo espone 67 busti e ritratti di imperatori romani, evidenziando l’evoluzione della ritrattistica dal periodo repubblicano al tardo-antico. Centrale è la statua di Elena Augusta, madre di Costantino I.

Keep reading

Orfeo e le sirene

Al Museo dell’Arte Salvata fino al 5 Aprile 2023

Il gruppo scultoreo in terracotta raffigura Orfeo – il mitico cantore che, con la sua voce, poteva domare persino Cerbero, il feroce cane degli Inferi – e due Sirene – spaventosi esseri mitologici dalla voce così incantevole da far impazzire i marinai che, come Ulisse, passavano accanto a loro.

Secondo il mito, Orfeo avrebbe sconfitto le Sirene durante il viaggio di ritorno degli Argonauti, nei pressi di un’isola della Sicilia o dell’Italia del Sud.

La vittoria di Orfeo sulle Sirene rappresenta simbolicamente il trionfo dell’armonia musicale, un concetto chiave del pensiero filosofico e politico pitagorico, particolarmente diffuso nelle città della Magna Grecia.

L’opera è stata prodotta proprio in questo ambiente greco d’Occidente, più
precisamente in un atelier di Taranto, dove in effetti sarebbe stata scoperta. Proveniente forse da un monumento funerario o da un santuario, si data alla fine del IV secolo a.C.

Stéphane Verger
Direttore del Museo Nazionale Romano

Il ritorno di Orfeo e le Sirene è uno dei recuperi più importanti di sempre, nella storia dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale e nella storia d’Italia. Alla bellezza della Legalità, aver ottenuto per via giudiziaria la restituzione del bene, fa da specchio la legalità della Bellezza, un’indagine messa al servizio di un reperto di impareggiabile valore artistico.

Sembra impossibile che tanti secoli addietro i nostri antenati fossero in grado di realizzare tanto.
Eppure è così, e offrire allo sguardo di tutti questo gruppo scultoreo può ricordarci da dove veniamo e quali traguardi siamo in grado di raggiungere.

Gen. B. Roberto Riccardi
Comandante Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

Maggiori informazioni sono disponibili qui