Il Bruto Capitolino

La potenza del ritratto romano

Dante, Shakesheare, Jeaques Luis David ne furono profondamente affascinati

L’identificazione, fin dal Cinquecento, con il mitico primo console della Repubblica Romana, Lucio Giunio Bruto è oggi ritenuta non improbabile.

Il fascino di questo personaggio, unitamente al suo valore simbolico, fecero sì che Napoleone lo volesse a Parigi nel 1797 (insieme ad altre bellissime opere quali: il Galata morente, la Venere Capitolina, e lo Spinario).

Solo 18 anni dopo, nel 1815, grazie all’accorato intervento di Antonio Canova, la statua fece ritorno a Roma e fu da quel momento esposta presso i Musei Capitolini, dove è a tutt’oggi conservata.

Il primo console della Repubblica Romana era molto conosciuto durante il periodo della rivoluzione francese, come testimonia l’opera di Jeaques Luis David del 1789: I littori riportano a Bruto i corpi dei suoi figli, Bruto, in questa opera, rappresenta il simbolo di un amor di patria superiore perfino all’amore paterno.

La continua rivoluzione di Bruto

Bruto è strettamente legato alla lotta al potere costituito. Talvolta come difensore del popolo dalla tirannide, talvolta come portatore di nuove rivoluzionarie forme di governo come fu la Repubblica Romana. Durante i secoli il suo fantasma è riapparso ogniqualvolta il potere costituito veniva messo in discussione.

L’apparizione di Bruto ci dà il segno della fine di un’epoca e l’avvento di una nuova. Così è stato per la nascita della Repubblica Romana e per il diritto che ne stava alla base (che per mille anni è stato il punto di riferimento di tutto il continente europeo), così è stato al tempo di Dante quando il potere del Papato veniva sfidato dagli Imperatori germanici, così quando l’Inghilterra elisabettiana si apprestava a diventare una grande potenza marittima, così quando i moti rivoluziani della Francia si propagarono per tutta Europa fino alla breve esperienza della Repubblica Romana nel XIX secolo.

Bruto è nel limbo di Dante, si aggira nelle corti rinascimentali, tanto da suggerire l’identificazione con il busto oggi ai Musei Capitolini, è l’ispiratore di ben tre capolavori di Shakespare: “Lo stupro di Lucrezia”, “Giulio Cesare” e “Amleto” è presente nei quadri di Jacques Luis David.


Amleto in lingua nordica, come Brutus, significa “sciocco”, anche il principe di Danimarca deve fingere di essere stupido per non destare sospetti.
Come tutti coloro che vedono molto più lontano degli altri, sanno che passeranno per pazzi fino al momento in cui tutti vedranno quello che loro hanno sempre saputo.
Amleto, come Bruto, è portatore di un cambio di regime.
Come Bruto, alla fine della tragedia deve morire insiema il mondo che ha contribuito a cambiare…
Nel capolavoro di Shakespeare la corona di Danimarca passa al principe di Norvegia grazia al voto di morente di Amleto.
Nel “Giulio Cesare”, il protagonista è il nipote di Lucio, Marco Giunio Bruto, che tenta di difendere per l’ultima volta la Repubblica, prima dell’avvento, inevitabile dell’impero.
Bruto è il futuro, Bruto è il passato, Bruto è dentro di noi e ci parla di libertà, per questo il suo busto sembra ricambiare il nostro sguardo e ricordarci che abbiamo un dovere gli uni nei confronti degli altri: nostra madre è la terra, ci ha generati uguali e fratelli.
Pari in gloria a Romolo, Bruto è un eroe leggendario, il primo fondò la città il secondo gli diede la libertà.

La statua del così detto “Bruto Capitolino“, presso i Musei Capitolini, è un’antica statua in bronzo (IV-III sec. A.C.) con occhi in pasta vitrea, particolarmente penetranti ed intensi.
Si tratta di uno dei migliori esempi di ritrattistica romana, caratterizzato da una profonda indagine psicologica.

Il ritratto aveva sicuramente una funzione pubblica e doveva ispirare ammirazione e reverenza nei confronti di un personaggio chiamato ad incarnare la “gravitas” romana.

Soltanto la testa è originale, mentre il busto è stato aggiunto in epoca successiva. Analizzando la posizione del capo, si è ipotizzato che si trattasse di una statua equestre.

L’estrema rarità di ritratti in bronzo di questo periodo, insieme alla possibilità di una collocazione cronologica così antica, rendono quest’opera una delle più preziose delle collezioni capitoline.

Di provenienza ignota, fu donata al popolo romano nel 1564 alla morte del Cardinale Rodolfo Pio da Carpi.

Chi era Lucius Iunius Brutus

Lucius Iunus (545 a.C. circa – 509 a.C.) di stirpe troiana, da parte di padre, ed etrusca da parte di madre, era il nipote dell’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo.
A noi è noto con il soprannome “Brutus” che significa “stolto”.
Da cotanta stirpe era disceso uno sciocco, lo scemo di corte, forse instupidito dalla morte del padre e del fratello per mano dello zio…
Tarquinio il Superbo aveva usurpato il trono uccidendo il re Servio Tullio e trasformato la monarchia in una tirannia.
Il regime di terrore instaurato, rendeva lo stesso re sospettoso ed afflitto da continue visioni della sua imminente fine.
Per placare le paure, Tarquinio pensò di mandare i suoi figli ad interrogare l’oracolo di Delfi.

Bruto, li accompagnava, come intrattenimento durante il lungo viaggio. Arrivati a Delfi ottennero l’oscuro responso dalla Pizia “otterrà il sommo potere di Roma, colui che per primo bacerà la madre”.
Appena arrivati a Roma, Bruto finse di inciampare, cadde e baciò il suolo, avendo interpretato “terra” come “madre” nel responso dell’oracolo.
Le violenze dei Tarquini proseguirono, finché il principe Sesto violentò la nobile Lucrezia spingendola al suicidio per il disonore.
Allora Bruto capì che era giunto il suo momento.
Si spogliò dei panni dello sciocco, indossati per difendere la propria vita e si lanciò in un discorso potente, provocando l’insurrezione del popolo romano e la cacciata dei Tarquini.
Instaurata la Repubblica, divenne console e fece giurare al popolo che Roma non avrebbe mai più avuto un re. Quando a tentare la restaurazione dei Tarquini, furono proprio i suoi due figli, Bruto li condannò a morte ed assistette impassibile e senza lacrime alla loro esecuzione.

Roma e il mito della fondazione

La leggenda di Romolo e Remo Secondo la leggenda, Roma sarebbe stata fondata il 21  aprile del 753 a.C. da Romolo. Grazie al lavoro dell’archeologo Andrea Carandini è stata formulata un’interessante ipotesi sulla fondazione della città. Sulla base di questo imponente lavoro è stato realizzato recentemente il film del giovane regista Matteo Rovere: Il Primo…

Musei Capitolini

I Musei Capitolini di Roma vennero fondati nel 1471. Ospitano una collezione straordinaria di opere d’arte e reperti storici. Ecco alcune delle opere più famose e importanti: la Lupa Capitolina, il Bruto Capitolino, la statua di Marco Aurelio, il Galata Morente e il mosaico delle colombe.

Il Colosseo

L’anfiteatro Flavio, il più grande del mondo antico

Un po’ di storia

Il Colosseo, originariamente conosciuto come Anfiteatro Flavio (in latino: Amphitheatrum Flavium) o semplicemente Amphitheatrum, situato nel centro della città di Roma, è il più grande anfiteatro romano del mondo.

In grado di contenere un numero di spettatori stimato tra 50.000 e 87.000 unità, è il più importante anfiteatro romano, nonché il più imponente monumento dell’antica Roma che sia giunto fino a noi.

Inserito nel 1980 nella lista dei Patrimoni dell’umanità dall’UNESCO, assieme a tutto il Centro storico di Roma, le Zone extraterritoriali della Santa Sede in Italia e la Basilica di San Paolo fuori le mura, nel 2007 il complesso, unico monumento europeo, è stato anche inserito fra le Nuove sette meraviglie del mondo, a seguito di un concorso organizzato da New Open World Corporation (NOWC).

Il nome “Colosseo” si diffuse solo nel Medioevo, e deriva dalla deformazione popolare dell’aggettivo latino “colosseum” (traducibile in “colossale”, come appariva nell’Alto Medioevo tra le casette a uno o due piani)o, più probabilmente, dalla vicinanza della colossale statua acrolitica di Nerone che sorgeva nei pressi. Presto l’edificio divenne simbolo della città imperiale, espressione di un’ideologia in cui la volontà celebrativa giunge a definire modelli per lo svago e il divertimento del popolo.

Anticamente era usato per gli spettacoli di gladiatori e altre manifestazioni pubbliche (spettacoli di caccia, battaglie navali, rievocazioni di battaglie famose, e drammi basati sulla mitologia classica). La tradizione che lo vuole luogo di martirio di cristiani è infondata. Non più in uso dopo il VI secolo, l’enorme struttura venne variamente riutilizzata nei secoli, anche come cava di materiale.

Oggi è un simbolo della città di Roma e una delle sue maggiori attrazioni turistiche sotto forma di monumento archeologico regolarmente visitabile.

Parco Archeologico del Colosseo
Indirizzo: Piazza del Colosseo, 1 – 00184 Roma
Sito web: https://parcocolosseo.it/

Costo Indicativo del biglietto: 18.00 €

Gratuità: prima domenica del mese, durante l’iniziativa proposta dal Ministero della cultura #domenica al museo

Anno di costruzione: iniziata nel 70 d.C. da Vespasiano, fu conclusa dall’imperatore Tito che lo anaugurò il 21 Aprile dell’80 d.C.

Forma e struttura: l’edificio forma un’ellisse di 527 m di perimetro, con assi che misurano 187,5 e 156,5 m.
L’arena all’interno misura 86 × 54 m, con una superficie di 3 357 m².
L’altezza attuale raggiunge 48,5 m, ma originariamente arrivava a 52 m.

Le 10 maggiori attrazioni di Roma:

  1. Colosseo
  2. Pantheon
  3. Basilica di San Pietro e Piazza San Pietro
  4. Musei Vaticani
  5. Fontana di Trevi
  6. Musei Capitolini
  7. Piazza di Spagna
  8. Piazza Navona
  9. Parco Archeologico del Palatino
  10. Castel Sant’Angelo

Cronologia:

ETÀ REGIA
VII-VI secolo a.C.
Prime tracce di insediamento

ETÀ REPUBBLICANA
II-I secolo a.C.
La valle come uno dei quartieri più popolosi di Roma

ETÀ IMPERIALE
64 d.C.
Incendio che distrusse mezza Roma e dalle fonti attribuito a Nerone

64-68 d. C.
Domus Aurea e costruzione della statua colossale di Nerone

70 d.C. circa
Costruzione dell’Anfiteatro Flavio (Colosseo) iniziata dall’imperatore Vespasiano

80 d.C.
Inaugurazione del Colosseo da parte di Tito

81-96 d.C.
Conclusione dei lavori al Colosseo, costruzione del Ludus Magnus e della Meta Sudans da parte di Domiziano

121 d.C.
Costruzione del tempio di Venere e Roma per volontà e su progetto dell’imperatore Adriano

217-222 d.C.
Chiusura del Colosseo dopo un incendio devastante e per restauro radicale di gran parte delle strutture

307 d.C.
Restauro del tempio di Venere e Roma da parte di Massenzio

315 d.C.
Costruzione e dedica dell’Arco di Costantino

Fine del IV-inizi del V secolo
Inizio della decadenza e del degrado del Colosseo anche a seguito di incendi e terremoti

410 d.C.
Saccheggio dei Visigoti di Alarico

438 d.C.
Definitiva abolizione degli spettacoli gladiatori da parte dell’imperatore Valentiniano III

523 d. C.
Definitiva abolizione delle venationes
nel Colosseo

ETÀ MEDIEVALE
VI-XIV secolo
Colosseo come cava di materiali edilizi

VII secolo
Prima comparsa nelle fonti del nome Colysaeus

XII secolo
Costruzione della fortezza dei Frangipane nel settore est del Colosseo

ETÀ RINASCIMENTALE
XV-XVI secolo
Colosseo come cava di materiali edilizi per la costruzione, tra le altre, della basilica di San Pietro

ETÀ MODERNA E CONTEMPORANEA
XVII-XVIII secolo
Demolizioni ridotte e primi tentativi di tutela per il Colosseo
1720
Arena del Colosseo sede della Via Crucis papale

Dagli inizi dell’Ottocento
Primi scavi sistematici nel Colosseo

1805-1807
Costruzione dello sperone est del Colosseo (R. Stern)

1826
Costruzione dello sperone ovest del Colosseo (G. Valadier)

1936
Demolizione della Meta Sudans

The “boxer at rest”. Who was he really?

National Roman Museum

The bronze statue named “the boxer at rest” is one of the very rare original bronzes found in Rome.
The boxer at rest has aroused, from the moment of his discovery, amazement and wonder. The expression and posture of this athlete impose an emotional participation in the spectator.
The spontaneous question then is: who was this athlete in real life? What is its history? Why do we feel so involved?

The boxer at rest
Bronze statue, attributed to the school of Lysippos

The Greek original, attributed by many to Lysippos, dates back to the 4th century. B.C. and is kept in the National Roman Museum of Palazzo Massimo.

The statue of the boxer at rest is a Greek original in bronze, which is why it is very valuable.
After the fall of the Roman Empire, bronze became very rare and precious. All the statues have been cast over the centuries to make weapons and tools. This statue was saved because it was carefully hidden. It was found, in 1885, after hundreds of years, arousing great amazement and admiration.

And this is still the case today. Entering the room in which it is exhibited, you experience the very strong sensation of finding yourself in front of a man of flesh and blood, alive and true like you. Entering his space means entering his time.

Gay Talese – presents “The boxer at rest” during the special exhibition at the Metropolitan Museum of Art NY in 2013

And his time is a very special time.
The Greek language had a specific word for this: “kairos” the fatal time … the moment of the verdict …
The boxer is alone, he is confronted with pain, vulnerability and with the expectation of the final verdict … will he be a winner or a loser?
Suddently you enter in the room and he moves his head towards you and wait the verdict form your mouth…

You cannot stand in front of him without entering into his expectation, without noticing the marks on his face, without feeling his feelings … And in the end you will want to know more about this man you feel you have always known…

There are many theories, which see in the boxer, some mythical hero of ancient Greece.

Personally I prefer the recent hypothesis that instead the boxer was Mys from Taranto: an athlete who really existed in Magna Graecia.

Famous for the defeats suffered and for the tenacity and confidence that led him, at the extraordinary age of 40, to win Olympia matches in 340 B.C.

Lysippus, as a great artist he was, represented him not on the podium … but immediately before … when Mys is thinking about his whole life, trying to find a sense of his earthly experience … In the fateful time, when he asks: what is really worth in life?
Mys is the stoic hero who has won self-respect: there is no greater victory than this…

Stanza delle Rondini

Dopo una piccola loggia chiusa da belle vetrate a tortiglioni nei toni del giallo, si passa in una stanza dominata dai colori freddi dell’azzurro e del blu.
Il soffitto era in origine dipinto a fingere un cielo con voli di rondine ma è andato perduto. Restano però, agli angoli, stucchi con rondini in amore, che covano i piccoli e che li nutrono.
Completano il tema decorativo alcune vetrate con rondini in volo, di pregevole fattura ma di autore ignoto.

Sebbene Cambellotti abbia nella sua opera spesso trattato questo soggetto (come dimostrano i cartoni e la prova di esecuzione) queste vetrate sono ben lontane dalle saettanti e stilizzate sagome da lui dipinte.

Si tratta, con molta probabilità, di prodotti del laboratorio Picchiarini mutuati da soggetti in voga.

Fonti:
Casina delle Civette a Villa Torlonia”
a cura di Alberta Campitelli
testi di
Annapaola Agati
Alberta Campitelli
Mondadori Electa

Leggi anche:
La Casina delle Civette
– Principi Torlonia, i Rothschild di Roma
– Casino Nobile: Sala da Ballo
– Serra e Torre Moresca

La Casina delle Civette

La Casina delle Civette è sicuramente il complesso architettonico più conosciuto dei Musei di Villa Torlonia.

Il suo stile inconfondibile e la ricchezza delle vetrate liberty che conserva al suo interno ne fanno un edificio unico nel suo genere.

Nel 1840 Giuseppe Jappelli aveva progettato una casina svizzera.
Nel 1908-1914 vennero aggiunte logge, scale, balconi e porticati, il complesso assunse un aspetto tipicamente liberty, con un esuberante apparto decorativo: mascheroni, grottesche, vasi, anfore, statue allegoriche troneggianti su esili colonnine, inserti marmorei antichi, aeree loggetta sorrette da colonne con capitelli riccamente scolpiti, arditi camini.

Ad oggi la Casina delle Civette è composta da due fabbricati, di cui uno accessibile al pubblico, l’altro destinato alla biblioteca (accessibile solo su prenotazione).
L’edificio aperto al pubblico è composto di 12 sale, su due piani.

Casina delle Civette – Piano Terra
Casina delle Civette – I piano

La presenza ossessiva del tema della civetta negli elementi decorativi più disparati, quali stucchi, maioliche, vetrate, stoffe da parati e oggetti d’arredo, determinò la nuova denominazione della Capanna Svizzera come Casina delle Civette.

L’eccentrico e stravagante principe Giovanni Torlonia, nipote di Alessandro, scelse di risiedere nel villino e non in uno dei palazzi lussuosi della famiglia.


Dopo la sua morte, nel 1938, la Casina fu abitata ancora per qualche anno dalla servitù, ma con l’occupazione delle truppe anglo-americane, dal 1944 al 1947, ebbe inizio un lungo periodo di degrado. All’atto della riconsegna ai Torlonia le vetrate erano in frantumi, gli stucchi a pezzi, gli arredi distrutti. Quando la villa venne acquisita dal Comune di Roma le condizioni di degrado dell’edificio erano gravissime.

Giovanni Torlonia
10 Ottobre 1873 – 8 Aprile 1938

Poco sappiamo della personalità di Don Giovanni, noto per la sua scontrosità e misantropia, il cui motto “Sapienza e Solitudine” era scolpito sulla pietra, sopra la porta di casa.

Per i suoi interessi esoterici egli scelse la civetta, inquietante uccello notturno, simbolo di chiaroveggenza, come sua immagine guida, che volle ripetuta, con
ossessiva insistenza, in ogni angolo della casa.

La Casina delle Civette – piantina
Piano terra
1. Hall
2. Stanza del Chiodo
3. Stanza delle Civette
4. Sala da pranzo
5. Fumoir
6. Stanza dei Trifogli
7. Salottino delle 24 ore
Primo piano
1. Bagno del principe
2. Camera da letto
3. Balcone delle Rose
4. Salottino dei Satiri
5. Corridoio
6. Scala
7. Stanza dei Ciclamini
8. Bagno
9. Stanza degli ospiti
10. Stanza delle Rondini
11. Stanza della Torretta
12. Biblioteca

Fonti:
Casina delle Civette a Villa Torlonia”
a cura di Alberta Campitelli
testi di
Annapaola Agati
Alberta Campitelli
Mondadori Electa

Leggi anche:
Principi Torlonia, i Rothschild di Roma

Museo delle vetrate artistiche

La Casina delle Civette, Museo della vetrata, ospita opere di Cesare Picchiarini e artisti del Novecento, valorizzando vetrate storiche e contemporanee attraverso un percorso espositivo ricco di design e tecnica.

Salottino delle 24 ore

Ricavato al piano terra del piccolo corpo ottagonale di origine jappelliana, era il salottino riservato del principe Giovanni, che lo aveva voluto ricoperto di decori allusivi alla sua famiglia. La volta a padiglione è tutta dipinta, ad opera di Giovanni Copranesi, con il Volo delle 24 ore, simbolo del tempo, reso mediante gruppi di tre…

Stanza del Chiodo

La stanza del principe Torlonia, adibita a studio, presenta una vetrata disegnata da Duilio Cambellotti (1914-1915), con un motivo di pampini e grappoli d’uva. Esposta una bozza acquerellata e un cartone della realizzazione.

Salottino dei Satiri

Il corridoio si apre all’improvviso in un piccolo vano, ricavato nella sommità del cupolino ottagonale, un piccolo rifugio che un tempo aveva lungo tutto il perimetro accoglienti sedili dei quali resta un solo elemento. La denominazione deriva dai piccoli satiri in stucco (in gran parte mutili), seduti sul bordo del lucernaio che sormonta il salottino…

Stanza delle Rondini

Dopo una piccola loggia chiusa da belle vetrate a tortiglioni nei toni del giallo, si passa in una stanza dominata dai colori freddi dell’azzurro e del blu. Il soffitto era in origine dipinto a fingere un cielo con voli di rondine ma è andato perduto. Restano però, agli angoli, stucchi con rondini in amore, che…

La camera da letto del principe

E difficile, oggi, avere un idea dell’aspetto della camera del principe, dei cui arredi resta veramente ben poco. Dalle descrizioni che ci sono note risulta un ambiente davvero particolare, ossessivamente ingombro di mobili e suppellettili ridondanti di civette, poste ovunque quale elemento decorativo. La stoffa da parati alle pareti era a civette stilizzate, i pomelli…

Stanza del Chiodo

La stanza, usata dal principe Torlonia come studio, è caratterizzata dalla bellissima vetrata a forma di testa di chiodo, realizzata su disegno di Duilio Cambellotti negli anni 1914-1915.

I numerosi quadrotti che la compongono formano un disegno di pampini, tralci e grappoli d’uva, ottenuto con vetri colorati ma anche con ritocchi a pennello.

Nella stessa stanza è esposto il bozzetto preparatorio, acquerellato, con due diverse ipotesi decorative, con l’edera o con l’uva come poi fu effettivamente eseguito.
Il cartone esposto accanto, sempre per la medesima vetrata, permette di conoscere un’altra fase della complessa esecuzione della vetrata.

Fonte: Casina delle Civette a Villa Torlonia
Guida Electa – 2008 Comune di Roma

Salottino delle 24 ore

Ricavato al piano terra del piccolo corpo ottagonale di origine jappelliana, era il salottino riservato del principe Giovanni, che lo aveva voluto ricoperto di decori allusivi alla sua famiglia.

La volta a padiglione è tutta dipinta, ad opera di Giovanni Copranesi, con il Volo delle 24 ore, simbolo del tempo, reso mediante gruppi di tre ragazze in volo all’interno di ognuno degli otto riquadri, delimitati da tralci di rose.

Nello sfondo si intravedono stelle comete, emblema, insieme alle rose, della famiglia Torlonia, mentre alla base di ogni riquadro sono raffigurate, in stucco policromo, delle fenici che risorgono dalle ceneri, simbolo dell’eternità.
Il messaggio che ne deriva è l’eternità del nome dei Torlonia nel volgere del tempo.
Alle pareti vi erano ricchi broccati che incorniciavano le piccole finestre con semplici vetri molati e bacchette di ottone. Al centro del pavimento vi è un bel mosaico policromo che raffigura Marte e Venere, in origine nel Casino dei Principi, qui trasportato nel corso di uno degli ultimi interventi.

Fonte: Casina delle Civette a Villa Torlonia
Guida Electa – 2008 Comune di Roma

Salottino dei Satiri

Il corridoio si apre all’improvviso in un piccolo vano, ricavato nella sommità del cupolino ottagonale, un piccolo rifugio che un tempo aveva lungo tutto il perimetro accoglienti sedili dei quali resta un solo elemento.

La denominazione deriva dai piccoli satiri in stucco (in gran parte mutili), seduti sul bordo del lucernaio che sormonta il salottino e che incornicia una vetrata con nastri e foglie d’edera.

L’ambiente è ricolmo di elementi decorativi in stucco e in legno intagliato con motivi fitomorti e zoomorfi (chiocciole e tralci d’edera) che si ripetono anche nelle vetrate del piccolo balcone aperto sulla villa e nei capitelli delle colonnine che reggono la tettoia in legno finemente intagliato.

Fonte:

La camera da letto del principe

E difficile, oggi, avere un idea dell’aspetto della camera del principe, dei cui arredi resta veramente ben poco.

Dalle descrizioni che ci sono note risulta un ambiente davvero particolare, ossessivamente ingombro di mobili e suppellettili ridondanti di civette, poste ovunque quale elemento decorativo.

La stoffa da parati alle pareti era a civette stilizzate, i pomelli del letto avevano civette intarsiate, i lampadari avevano decori con civette, la brocca aveva la forma di una civetta, in un affastellarsi di oggetti dedicati all’uccello notturno.
Nel vano ancora visibile in una parete era incassata la vetrata, purtroppo perduta, opera di Duilio Cambellotti, Civette nella notte, della quale al pianterreno vi è la prova di esecuzione.
Oggi di tanti decori resta solo, sul soffitto, il volo di pipistrelli ad ali spiegate, a stucco, su un fondo blu scuro di cielo stellato.

Alcuni mobili, restaurati, vi sono stati collocati a rendere, seppur in minima parte, l’idea dell’arredo originario.

Si tratta di un tavolinetto in legno a intarsi, di un elemento del letto, forse una testata, e di un lampadario in ferro battuto.
Vi sono esposti quattro cartoni di Duilio Cambellotti della serie I migratori, ideata per la scala, quindi due vetrate centinate, a due ante, disegnate da Umberto Bottazzi per casa Zingone nel 1914, con tondi centrali con trionfi di frutta all’interno di un rigoroso disegno geometrico.
L’elemento più affascinante della sala è la vetrata l’idolo, di Vittorio Grassi, acquistata di recente sul mercato, una delle più belle creazioni dell’artista, legato al laboratorio Picchiarini.

Il soggetto misterioso di un idolo dal complesso copricapo, che ricorda lo stile egizio, è raffigurato all’interno di una cascata luminosa di gemme, quasi un’onda marina nei colori del verde e dell’azzurro che contrastano con i toni blu della figura.
Sulla parete di fronte campeggia un’altra splendida vetrata, I cigni di Umberto Bottazza, del 1921, di recente entrata a far parte della collezione del Museo.

Si tralta di un’opera dal forte cromatismo, giocato sulle intense tonalità del blu, del viola e del rosso a rendere i due cigni appaiati che scivolano sull’acqua.

Principi Torlonia, i Rothschild di Roma

La vicenda romana dei Tourlonias, poi divenuti Torlonia, trova un ideale punto di partenza in palazzo Zuccari in via Gregoriana, dove nel 1754 nacque Giovanni Raimondo Torlonia, il padre del futuro principe Alessandro.

Giovanni era il secondogenito del francese Marin, poi Marino, che, originario di un centro dell’Alvernia nelle vicinanze di Lione, intorno alla metà del Settecento si era trasferito a Roma al servizio di un abate francese per passare successivamente alle dipendenze del Cardinale Acquaviva.

E forse, grazie al lascito dell’Acquaviva, Marino poté aprire un negozio di stoffe, specializzato pare nell’importazione di sete e di broccati di Lione, che ebbe la sua prima sede in palazzo Zuccari.

Da qui prese avvio la vocazione economica e finanziaria che negli anni successivi avrebbe contraddistinto le attività della famiglia, conducendola a raggiungere vertici assoluti in questi settori; infatti, lo stesso Marino affiancò ben presto alla mercatura l’attività del Banco.

L’età dei Torlonia: l’arte di ostentare il lusso nella Roma papale
Lezione tenuta da Marco Fabio Apolloni il 7 settembre 2008 organizzata da LaTerza nell’ambito della rassegna “Lezioni di Storia: le età di Roma”

Dopo la morte di Marino, agli inizi degli anni ottanta del XVIII secolo, Giovanni decise di abbandonare la vendita di stoffe per dedicarsi esclusivamente al Banco (che da tempo aveva sede nel più centrale palazzo Raggi al Corso), avviandosi verso una dirompente ascesa economica e sociale.

Giovanni aveva avuto cinque figli, tre maschi e due femmine; alla sua morte, nel 1829, l’eredità più cospicua (comprensiva tra l’altro del feudo di Civitella Cesi, cui era associato il titolo principesco, del marchesato di Roma Vecchia e del palazzo di piazza Venezia) e il Banco passarono ad Alessandro, il quartogenito, che sin da ragazzo aveva mostrato un’indole determinata, un’ intraprendenza non comune e uno spiccato fiuto per gli affari, doti che convinsero il padre a individuarlo come suo diretto successore, stabilendo una precisa norma testamentaria a tal proposito e affidandogli, sin dal 1826, la direzione del Banco.

E Alessandro si dimostrò sicuramente degno della fiducia di Giovanni, sviluppando e innovando, sotto vari punti di vista, le premesse paterne, così sul fronte finanziario e imprenditoriale come negli scavi di antichità e nella pratica collezionistica, accresciuta e ripensata fino alla fondazione di un Museo.

Il principe impresse al Banco una più marcata vocazione internazionale; ha segnato la storia della finanza la modalità con la quale, grazie al coinvolgimento della Maison Rothschild di Parigi, riuscì ad erogare allo Stato Pontificio un prestito di 3 milioni di scudi, realizzando un’operazione mai condotta fino ad allora.