Grandi divinità femminili e antichi santuari nel Lazio

Il Santuario di Demetra e Kore ad Ariccia

Nella sala III al piano terra del Museo delle Terme di Diocleziano si trova l’eccezionale complesso votivo del santuario di Demetra e Kore di Aricia, datato fine del IV e prima metà del III secolo a.C. e comprendente tre statue sedute e i notevoli busti in terracotta delle due divinità.

In particolare, i busti di impronta “siciliana” sono di grande bellezza. Rappresentano Demetra e Kore nell’ascesa dagli inferi.

Il mito di Demetra e Kore era infatti suddiviso in tre momenti: la discesa o perdita, la ricerca e l’ascesa.

I misteri Eleusini erano la rappresentazione di questo mito. Molto importanti nel mondo antico. Tra gli imperatori che furono iniziati ricordiamo Adriano (124 d.C. circa), Marco Aurelio (dopo il 170 d.C.), Giuliano (361-363 d.C.). Furono proibiti da Teodosio nel 392 d.C. circa.

I busti di Demetra e Kore

A un maestro raffinatissimo deve essere attribuito il busto di Demetra/Cerere, più grandioso e matronale, che raffigura la dea in maestosa serenità. La bellissima diva in terracotta, ha i capelli intrecciati con un diadema composto da spighe, orecchini pendenti a forma di rosetta ed un collare a forma di serpente, che simboleggia il susseguirsi delle stagioni e il dominio della divinità sul tempo. Demetra viene rappresentata con i grandi occhi aperti, uno sguardo estatico, lo sguardo di un occhio colpito dalla luce uscendo dall’oscurità. La dea infatti è rappresentata nel momento in cui sta riemergendo dalla terra riportando con sé la figlia, Kore, rapita dal dio degli Inferi Ade.

Il secondo busto rappresenta Kore, figlia di Demetra nel momento della sua liberazione dagli Inferi. Lo sguardo è più giovane e meno sicuro della felice soluzione della vicenda. Anche Kore fissa un punto indefinito verso l’alto, indicando in questo modo la sua emersione dal regno delle ombre.

Il mito di Demetra e Kore

Secondo la mitologia greca, un giorno Kore (che in greco significa “fanciulla”) venne rapita da Ade, dio degli Inferi che voleva farne la sua sposa. La madre Demetra, si mise in cerca della figlia senza riuscire a trovarla. La disperazione della Dea fu tale da portare carestia e un lungo inverno sulla terra.

Zeus sentendo la disperazione degli uomini e accogliendo le preghiere delle altre divinità, intimò ad Ade di restituire la fanciulla. Prima di liberare la ragazza, Ade le offrì un melograno. Secondo la legge del Fato, non poteva lasciare gli inferi, chiunque avesse mangiato i suoi frutti.

Kore fortunatamente mangiò solo alcuni semi, ma a causa di questi fu condannata a tornare ciclicamente negli inferi. Sei mesi poteva stare sulla terra con la madre e gli altri sei doveva regnare negli inferi insieme al marito Ade.

In questo modo la religione greca spiegava l’alternarsi delle stagioni: primavera ed estate quanto Demetra e Kore erano felici insieme, autunno e inverno quando erano separate.

Il viaggio di Demetra alla ricerca della figlia era suddiviso in tre fasi: la discesa, la ricerca e l’ascesa. I nostri busti sono rappresentati nella fase dell’ascesa, a conclusione della vicenda.

La scoperta del Santuario

I resti del piccolo santuario vennero riportati alla luce nel 1927, durante lavori agricoli in località Casaletto di Valle Ariccia. Nella sua stipe votiva furono trovati numerosi ex voto figurati, teste maschili e femminili e oggetti votivi anatomici.

L’odierna Ariccia deriva da Aricia, un’antica città del Lazio pre-romana che vanta un’origine greca, fondata forse tra il X e il IX secolo a.C.

Le tre statue sedute che vediamo in questa sala, fanno parte dei ritrovamenti del santuario di Ariccia e sono databili IV secolo a.C.

Tre statue in trono

Statua di Demetra in trono

Statua di Demetra in argilla beige rosata lavorata a stecca in parte a matrice.
La dea indossa chitone e mantello, è seduta su di un trono ampio e decorato, riccamente ornata da un diadema ed una corona di spighe. All’indice porta un’anello, il polso ed il braccio impreziositi da bracciali e in mano tiene un fascio di spighe, tipico attributo della divinità. Il volto è in atteggiamento di ascolto.

Statua di Kore seduta

La giovane viene rappresentata seduta, elegantemente vestita, adornata di gioielli orecchini e di una diadema con le spighe tra i capelli. In mano ha un piccolo porcellino. Il maialino era la vittima sacrificale durante i misteri eleusini. I maialini di Aricia erano già famosi, come oggi è famosa la “porchetta di Ariccia”.

Statua di offerente

Insieme a Demetra e Kore viene rappresentata anche una giovane donna, probabilmente devota e iniziata ai miti eleusini, nell’atto di seguire le due dee. L’offerente, in terracotta rossastra è ornata da un diadema a foglie lanceolate, indossa orecchini a bottone e pendaglio a cuspide, di tipo magnogreco.

I misteri eleusini

I misteri eleusini erano una serie di riti che rappresentavano il mitico ratto di Kore e la ricerca della madre. Si suddividevano in piccoli misteri – riti di purificazione che venivano effettuati in primavera – e grandi misteri – riti consacratori che si svolgevano in autunno. Potevano partecipare solo gli iniziati. Prima di intraprendere il percorso di iniziazione dovevano giurare di mantenere segreti i riti. Rivelare i loro contenuti equivaleva ad una condanna a morte. I piccoli misteri erano il momento in cui i devoti potevano chiedere di essere ammessi al culto. Dovevano sacrificare un maialino alle dee, compiere riti di purificazione, giurare di non rivelare mai i misteri. Dopo questi riti venivano considerati ystai (“iniziati”) degni di essere testimoni dei Grandi Misteri.

Museo Terme di Diocleziano
Indirizzo: Via Enrico de Nicola, 78 – 00185 Roma
Sito web: https://museonazionaleromano.beniculturali.it/terme-di-diocleziano/
Costo Indicativo del biglietto: 10,00 euro
Gratuità: prima domenica del mese

Musei dedicati a Roma Antica:
Musei Capitolini
Museo Centrale Montemartini
Musei Vaticani
Museo Nazionale Romano
Museo Nazionale Etrusco
Museo di scultura antica Barracco
Museo della Civiltà Romana

Parchi archeologici:
Parco Archeologico del Colosseo
Mercati di Traiano
Mausoleo di Augusto
Terme di Caracalla
Museo dell’Ara Pacis
Parco Archeologico Appia Antica
Basilica Sotterranea di Porta Maggiore
Villa di Livia

Link utili: http://www.osservatoriocollialbani.it/2022/12/29/mirabilia-albane-il-santuario-di-demetra-a-valle-ariccia/#:~:text=Il%20rinvenimento,Soprintendenza%20e%20conseguente%20scavo%20archeologico

https://www.cerealialudi.org/en/approfondimenti-cultura/da-eleusi-ad-ariccia/

Misteri eleusini: https://it.wikipedia.org/wiki/Misteri_eleusini

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Sepolcro dei Platorini

La tomba, scoperta nel 1880 e ricostruita nel 1911 da Roberto Paribeni, è caratterizzata da una pianta rettangolare, decorazioni tiberiane e conservazione di urne cinerarie, evidenziando le complesse relazioni tra gli occupanti e la rilevanza storica del sepolcro.

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La Tomba del Guerriero di Lanuvio

La Tomba del Guerriero di Lanuvio, risalente al V secolo a.C., evidenzia l’influsso greco attraverso il ritrovamento di armi e attrezzi atletici. Lanuvium, famosa per tre imperatori romani, fu fondata secondo leggende legate alla cultura greca.

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Lapis Niger

Nel Foro Romano, sotto una pavimentazione troncata, si trova la più antica iscrizione in lingua latina, risalente al VI secolo a.C., legata a un santuario dedicato al dio Vulcano e alla legge sacra del luogo.

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Gli angeli di Bernini su ponte Sant’Angelo

Sul ponte Sant’Angelo a Roma, Bernini nel 1669 progettò 10 angeli, che furono realizzati principalmente dai suoi allievi, con i simboli della passione di Cristo.

Tutti gli angeli poggiano i piedi su una nuvola, in questo modo sono più alti rispetto al piedistallo e alla vista dei pellegrini sembravano fluttuare nel cielo, poggiando appunto su una nuvola.

Il pellegrino sul ponte aveva modo di riflettere, attraverso i simboli della passione, sul sacrificio di Cristo e sul percorso di redenzione che porta alla resurrezione.

Nel Medioevo il ponte era un punto nevralgico nel percorso dei pellegrini, pertanto dedicarlo agli angeli e alla celebrazione della passione di Cristo era perfettamente logico.

Il ponte ha sempre avuto una funzione spirituale, fin da quando il suo nome era Ponte Elio e serviva fondamentalmente ai cortei funebri che avrebbero accompagnato gli imperatori al loro Mausoleo (Adriano, Antonino, Marco Aurelio, fino a Caracalla). Nell’era cristiana il ponte avrebbe cambiato nome – diventando il ponte di San Pietro, perché collegava la città ai luoghi dove il santo era stato crocifisso.

Secondo una leggenda, fu proprio l’intervento di schiere angeliche, testimoniato dalla popolazione di Roma, a fare cambiare il nome al ponte e al castello.
Nel 590 durante una processione indetta da Papa Gregorio Magno, per pregare contro la pestilenza che insieme all’occupazione Longobarda, stava devastando la città, una schiera di angeli apparve cantando lodi alla Madonna della Salute (portata in processione) finché comparve l’Arcangelo Michele, alla sommità del castello nell’atto di rinfoderare la spada.

La pestilenza finì e da quel momento il Mausoleo di Adriano divenne Castel Sant’Angelo.

Le 10 maggiori attrazioni di Roma:

  1. Colosseo
  2. Pantheon
  3. Basilica di San Pietro e Piazza San Pietro
  4. Musei Vaticani
  5. Fontana di Trevi
  6. Musei Capitolini
  7. Piazza di Spagna
  8. Piazza Navona
  9. Parco Archeologico del Palatino
  10. Castel Sant’Angelo

Cosa vedere assolutamente a Roma?

Le dieci attrazioni della capitale Se è la tua prima visita a Roma Roma è una città enorme che vanta quasi 3000 anni di storia, la sua offerta culturale è vastissima. Tuttavia, la prima volta che si visita questa meravigliosa città, sono 10 le attrazioni che devono essere assolutamente viste, perché sono il simbolo ed…

Gian Lorenzo Bernini

Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) è stato un eminente artista italiano famoso per il suo impatto sul barocco, eccellendo in scultura, architettura e pittura. Considerato un genio dai contemporanei, ha lasciato un’eredità duratura influenzando generazioni future, con opere iconiche come “Estasi di Santa Teresa” e il colonnato di San Pietro.

Casa romana sotto il museo Barracco

Nella via legata al nome dei fabbricanti e venditori di bauli (dei Baullari) del rione Parione, sorge un piccolo edificio dalle linee armoniose e severe, conforme alla migliore tradizione rinascimentale di stampo fiorentino. L’aveva voluto Tommaso Le Roy (1513), alto prelato della corte pontificia, per farne la propria abitazione secondo il gusto allora prevalente.

Di bell’aspetto, ingentilito nelle forme da un ricco abito cinquecentesco, il palazzetto ai Baullari fonda le sue radici nelle antichità del Campo Marzio.[…]

In tale importante consesso non sfigura neppure il suo sottosuolo che accoglie dignitoso i resti di un edificio tardo-imperiale.

Vi si accede da una comoda scala che conduce alla profondità di circa 5 m, ove si raccolgono gli avanzi di un enigmatico edificio aperto su un portico e scandito da una cornice di sei colonne a fusto liscio.

Un paramento in opera vittata coi suoi corsi di laterizi avvolge in un abbraccio quella serie di colonne e segna lo spazio di quel cortile. Vi si addossa un labrum marmoreo che il foro sul fondo denuncia come fontana. Una ricca e variegata pavimentazione di marmo, disposta su più livelli, ne invade il terreno, partecipando alla sua lussuosa ornamentazione. Che siano le venature verdastre del cipollino o i giochi policromi e geometrici dell’opus sectile si tratta comunque di una pavimentazione per ricchi che presuppone pertanto una destinazione (nell’incertezza se pubblica o privata ) certamente elevata.

Gli allettamenti per la decorazione marmorea delle pareti e gli affreschi superstiti non lasciano dubbi sulla sontuosità dell’arredo. Si tratta di quadretti ritagliati nella superficie pittorica che disegnano figure di leggiadri amorini impegnati in diverse attività di pesca, una caccia di cervi e di tigri, un’anatra variopinta, con la biscia tra il becco, colta in un paesaggio lacustre. Una rappresentazione libera da impegni contenutistici di rilievo che si accontenta di una raffigurazione di taglio genericamente naturalistico.

Si potrebbe ritenere una ricca domus patrizia di età tardo antica, una delle tante che occupavano l’area del Campo Marzio occidentale, se la presenza di un mensa ponderaria, non sviasse verso altre destinazioni a carattere pubblico.

È da escludere, sulla base di un’erronea interpretazione di uno degli affreschi, che si tratti della statio (caserma-alloggio) di una delle fazioni del circo, la “Prasina” (“Verde”), che è invece da collocarsi presso il vicolo del Pavone.
È molto più probabile che si trattasse un emporio destinato a servire uno dei quartieri centrali e più popolosi della città.

Museo Museo di scultura antica Giovanni Barracco
Indirizzo: Corso Vittorio Emanuele 166/A – 00186 Roma

Visite su prenotazione. Consulta il sito per verificare disponibilità e date: https://www.sovraintendenzaroma.it/i_luoghi/roma_antica/monumenti/casa_romana_sotto_il_museo_barracco

Fonte “Roma sotterranea” Ivana Della Portella, Arsenale editrice 2002 pag.156

Sala Caldaie

Delle tre caldaie contenute nella sala ne sopravvive solo una sul fondo: si erge per un’altezza di oltre quindici metri di altezza e si configura quasi come un avveniristico fondale costituito di mattoncini, tubi, passerelle e scalette di metallo.

Attraverso maniche oscillanti collegate al soffitto e alla caldaia, il carbone entrava nell’immensa zona destinata alla combustione provenendo da magazzini situati ai piani superiori.

L’esposizione delle statue, come già nella Sala Macchine, sembra esaltare proprio per lo stridente contrasto, la sensualità di alcune statue femminili o il forte modellato dei corpi maschili oppure la delicatezza di intaglio delle fontane e degli oggetti decorativi.

I temi illustrati in questa sala riflettono alcuni aspetti strettamente legati alla sfera privata attraverso la ricostruzione dell’apparato decorativo delle grandi ville ta nobiliari, gli horti, una espressione monumentale ai confini tra il pubblico e il privato che si configura come una profonda trasformazione urbanistica. La nascita di immense ville private che venivano a recingere, con una corona di verde, il centro monumentale è l’espressione della rivoluzionaria opera di risanamento urbanistico verificatasi tra la fine dell’età repubblicana e l’inizio dell’epoca augustea.

Gli Horti di Sallustio e gli Horti Liciniani esaltano la grandezza dei proprietari con un impressionante apparato decorativo che tutti potevano intravedere anche dall’esterno. Originali greci conservati come preziosi oggetti di antiquariato, splendide creazioni romane che si rifanno a modelli greci, raffinatissime fontane monumentali permettono di ricostruire la grandiosità di queste residenze concepite come le regge dei grandi dinasti ellenistici.

Al palazzo residenziale si associano padiglioni immersi nel verde, ninfei, auditori, tempietti e, addirittura, nel caso dei giardini di Cesare passati poi a Sallustio, si ricostruisce un giardino conformato a guisa di circo e una decorazione propagandistica che rievoca la grandezza di Augusto.

La vita di questi parchi ha uno sviluppo continuo nel corso dell’età imperiale raggiungendo momenti di grande fulgore ancora in epoca tardoantica come testimoniano i ritrovamenti degli Horti Liciniani presso la chiesa di S. Bibiana.

Qui furono scoperte le statue di Magistrati ripresi nell’atto di dare l’avvio alle corse nel circo e il grandissimo mosaico policromo con scene di caccia al cinghiale e di cattura di animali selvatici.

Museo Centrale Montemartini
Indirizzo: via Ostiense 106 – 00154 Roma

Fonte “Musei Capitolini” Comune di Roma Assessorato alle Politiche Culturali Sovraintendenza ai Beni Culturali pag. 214 Mondadori Electa 2006

Macchine, motori diesel e Roma Antica

La Sala Macchine

Dal piano terra una piccola scala conduce alla sala più bella della Centrale, un grandioso ambiente scandito in navate da due colossali motori Diesel e caratterizzato da uno studio raffinato dei dettagli. Il pavimento a mosaico segna con bordature policrome il perimetro delle macchine, le pareti sono impreziosite da una zoccolatura in finto marmo sulla quale correva una decorazione pittorica a festoni, mentre l’illuminazione arriva da elegantissimi lumi di ghisa blu.

Nella Sala Macchine è riassunta la grandiosità dei complessi architettonici dell’area monumentale. Una galleria di divinità sulla quale predomina con la sua mole una statua di Atena conduce alla ricostruzione del frontone del Tempio di Apollo Sosiano, posto sotto il carro ponte nella posizione di maggiore prestigio per ricordare la grande opera di rinnovamento della città e di restauro degli edifici religiosi da parte dell’imperatore Augusto. Fu in quell’epoca che furono restaurati o addirittura ricostruiti ben 82 templi.

Al di là del frontone, in uno spazio delimitato e concluso sul fondo da una vetrata oltre la quale si stagliano le sagome di capannoni industriali in disuso, si suggerisce idealmente al visitatore di entrare all’interno del tempio: è ricostruita una delle edicole che decoravano l’ordine inferiore e il grande fregio sovrastante che raffigura le scene del triplice trionfo di Augusto.

Sull’altro lato della Sala sono ricomposti i complessi più evocativi del Campidoglio e, in particolare, i monumenti che sorgevano intorno al Tempio di Giove Capitolino e al santuario di Fides publica, la divinità che tutelava i trattati internazionali (teste colossali di culto, monumento c.d. di Bocco re della Mauretania, monumento dei re asiani). Si tratta di importanti testimonianze dell’epoca tardorepubblicana che in parte possono essere riferite alla figura di Silla e a un suo intervento in chiave propagandistica sul Campidoglio (statua di Aristogitone).

Dalla parte opposta, oltre i monumentali resti dell’Apollo Sosiano, si erge la testa colossale di Fortuna, i piedi e il braccio che facevano parte della statua di culto del tempio B di Largo Argentina.

Notevole interesse riveste la statua di Agrippina minore, ripresa nella posa di sacerdotessa, che probabilmente figurava nella decorazione della cella del Tempio del divo Claudio sul Celio. Doveva far parte di un progetto unitario volto ad esprimere una politica di regime e l’avvento al potere, dopo la scomparsa dell’imperatore Claudio, di sua moglie Agrippina e di Nerone, figlio di primo letto dell’imperatrice.

Museo Centrale Montemartini
Indirizzo: via Ostiense 106 – 00154 Roma

Fonte “Musei Capitolini” Comune di Roma Assessorato alle Politiche Culturali Sovraintendenza ai Beni Culturali pagg. 206-207 – Mondadori Electa 2006

Breve storia della centrale termoelettrica

Da impianto industriale a museo
Roma antica e archeologia industriale

L’impianto termoelettrico prende il nome da Giovanni Montemartini, l’assessore al Tecnologico che, nell’ambito della Giunta di Ernesto Nathan, ne predispose il progetto dal punto di vista tecnico e politico nell’ottica della municipalizzazione dei servizi e di un loro decentramento nel cuore del quartiere industriale delineatosi sull’Ostiense, tra la fine del secolo scorso e gli inizi del Novecento.

Nel 1912 la Centrale sorse, sulla sponda sinistra del Tevere, in una zona di quasi 20.000 mq, appositamente individuata perché posta fuori dalla cinta daziale e, quindi, esente dall’applicazione di imposte sul combustibile e molto vicina al fiume in modo da ottenere un facile approvvigionamento di acqua per il funzionamento degli impianti e dei macchinari. L’energia elettrica prodotta riusciva ad alimentare l’illuminazione di oltre il 50% delle vie e delle piazze della città.

Con gli ampliamenti degli anni Trenta e la sostituzione dei motori Diesel forniti dalla ditta Tosi si arrivò a un potenziamento della capacità di produzione -da 4.000 a 11.000 Kw – per adeguarsi anche alle mutate esigenze dell’utenza non solo pubblica ma anche privata. Subito dopo l’ultima guerra venne aggiunto un imponente corpo di fabbrica per l’installazione di tre caldaie che producevano fino a 60 tonnellate/ora di vapore. Pochi anni dopo, la storica Centrale, oberata da costi di manutenzione, divenuti altissimi viste le sue dimensioni, perse il ruolo di primaria importanza che aveva sempre detenuto. Nuovi impianti produttivi vennero a soddisfare le molteplici esigenze di una città in piena crescita economica e l’impianto Montemartini cadde in disuso.

Negli anni Ottanta, si attuò il recupero del complesso industriale compiuto definitivamente con i lavori di adeguamento a sede espositiva nel 1996 dall’Acea, l’Azienda municipalizzata per l’energia elettrica e l’acqua, che ha messo a disposizione ambienti monumentali per ospitare le collezioni dei Musei Capitolini.

La riconversione della Centrale Elettrica come seconda sede dei Musei Capitolini è in linea con la filosofia di recupero di antichi complessi industriali per la riqualificazione del quartiere Ostiense destinato a divenire un grande polo culturale: accanto al Mattatoio e al Teatro India ospitato nella fabbrica Mira Lanza per ampliare le attività del Teatro di Roma, il restauro dei Mercati Generali e l’acquisizione dell’area dei Gazometri permetterà di definire compiutamente l’operazione creando nuove strutture per la terza Università e realizzando il progetto Città della Scienza e della Tecnica.

Oggi, il paesaggio urbano nel quale è inserita la Centrale Montemartini è fortemente segnato dalle attività commerciali e da quelle produttive. Da un lato sorgono, maestosi, i Gazometri e i complessi industriali ancora in funzione connotati da una incessante e chiassosa frenesia di lavoro e accanto, immersi in una silenziosa realtà, si innalzano i capannoni in abbandono, veri e propri ruderi di archeologia industriale che esprimono tutto il fascino dimenticato delle grandi imprese dell’inizio del secolo.

Se ci si inoltra al di là di un anonimo cancello sulla via Ostiense, si “scopre” la facciata monumentale della Centrale Montemartini inquadrata da due lampioni di Duilio Cambellotti, simbolo storico dell’illuminazione della città, e si intravede il grandioso ambiente liberty della Sala Macchine, la turbina a vapore e i colossali motori Diesel. Ma ciò che sorprende di più è l’apparire di sagome delicatissime dalle vetrate della facciata che si distinguono appena attraverso giochi di luce e di riflessi: il nitore dei marmi antichi risplende contro la massa compatta e grigia degli apparati industriali. La realtà della Roma antica rivive in spazi estremamente dilatati e viene a coniugarsi con un’altra realtà legata a un passato più recente e più vicino alla nostra memoria.

Museo Centrale Montemartini
Indirizzo: via Ostiense 106 – 00154 Roma

Fonte “Musei Capitolini” Comune di Roma Assessorato alle Politiche Culturali Sovraintendenza ai Beni Culturali pagg. 198-199 – Mondadori Electa 2006

Marco Antonio II Colonna

La storia della famiglia Colonna è strettamente legata alla storia della città di Roma e del papato, nel bene e nel male.

Il 7 ottobre 1571, un’evento storico di portata europea, segnerà la svolta per la famiglia: la battaglia di Lepanto.

Le flotte dei cattolici sconfissero e distrussero le forze dell’impero Ottomano. A capo della flotta pontificia c’era Marco Antonio II Colonna.

Inizia una nuova fase di ascesa per la famiglia dopo una serie di vicende che avevano imposto al casato la fuga da Roma. Durante i terribili giorni del sacco di Roma del maggio 1527 e per tutto il periodo di occupazione, il palazzo Colonna venne risparmiato. I Colonna si erano resi complici dei Lanzichenecchi e questa era una colpa che la città non poteva perdonare facilmente. La vittoria di Marco Antonio Colonna a Lepanto riabilitò la famiglia.

Ma chi era Marco Antonio Colonna e quale era il suo rapporto con il papato?

All’epoca della battaglia di Lepanto, aveva 36 anni e dopo essere stato scomunicato dal Papa Paolo IV, riceveva le insegne Papali da S.Pio V e la guida della flotta Pontificia.

«Egli alto e svelto della persona, calvo in sin da giovinetto, gran fronte, viso lungo, occhi grandi, aspetto serio, tinte calde, lunghi mustacchi, portamento nobilissimo; grande intelligenza, raro valore, e cuor magnanimo… Prode condottiero di fanti e cavalli… ma anche valente capitano di mare… Il più grand’uomo del suo tempo, colonna saldissima del Cristianesimo, dell’Italia e di Roma: dal cui senno e valore deve la posterità riconoscere la grande vittoria.»

Marco Antonio Colonna ritornò trionfante a Roma.
Ma lasciò la città sei anni dopo nel 1577 alla volta di Palermo, nominato da re Filippo II, viceré della Sicilia.
In “nomen omen” come dicevano gli antichi romani: a Palermo Marco Antonio incontrò la donna fatale, la sua “Cleopatra”.
Eufrosia Siracusa, giovane e bellissima moglie del barone Calcerano Corbera.
La loro relazione era nota a tutti, compresi i rispettivi coniugi.

Sua moglie era Felice Orsini.

Felice Orsini sposò a dodici anni il diciassettenne Marco Antonio Colonna. Dalla loro unione nacquero sei figli. In suo onore il marito fece erigere Porta “Felice” a Palermo. Peccato che nello stesso luogo della città fece costruire anche una fontana ornata da mostri marini e da una bellissima sirena in cima, copiosi zampilli uscivano dei suoi seni. Tutta la città riconobbe nelle fattezze della sirena le forme dell’amante di Marco Antonio.

Lo suocero di Eufrosia minaccio’ il viceré, che per tutta risposta lo fece incarcerare per debiti e poi uccidere. La stessa sorte toccò al marito.

Poi però Marcantonio fu egli stesso vittima dei sicari durante un viaggio in Spagna nel 1584.
La bella vedova Eufrosia andò a Roma per sposare l’anziano marchese Lelio Massimo, ma venne assassinata dai figli di questo il giorno dopo le nozze. I colpevoli vennero processati e condannati a morte, mentre il padre per il dolore morì nello stesso anno.

Le magnifiche sale della Galleria Colonna

La Galleria Colonna è composta da molte e ricchissime sale e da una collezione di quasi 300 dipinti, senza menzionare i preziosi arazzi e i mobili pregiatissimi.

La sale più famosa è sicuramente la Sala della Colonna Bellica.

La celebrazione dell’eroe di famiglia, Marco Antonio Colonna II, avviene attraverso la rievocazione di eventi storici, quali la battaglia navale con i Turchi, unitamente a elementi mitologici e religiosi nell’apoteosi, dove Ercole accompagna il comandante Colonna ad incontrare la Vergine Maria in cielo.

L’affresco è stato realizzato da Giuseppe Chiari nel 1700.

La rappresentazione della battaglia fu invece realizzata anni prima dai pittori lucchesi Giovanni Coli e Filippo Ghirardi (1675-78). I due pittori lavorano insieme dagli esordi fino alla morte del più anziano. La comunione professionale permetteva loro di lavorare insieme perfino sulla stessa figura, cosa che suscitava enorme stupore. Condividevano anche la stessa abitazione, non solo a Roma, ma anche nelle altre città dove avevano lavorato. Alcuni critici hanno ipotizzato l’esistenza di una relazione omosessuale tra i pittori, ma non ci sono sufficienti prove a riguardo. Ciò che è certo è che amavano la loro libertà, tanto da rifiutare l’invito della regina Cristina di Svezia ad entrare a far parte della sua corte.

Altra sala molto bella ed importante non solo per la storia della famiglia, ma per la città di Roma, è quella dedicata all’unico pontefice proveniente dal casato Colonna: Martino V.

La Sala dell’Apoteosi di Martino V, prende il nome dalla grande tela di Benedetto Luti posta al centro del soffitto, raffigurante la presentazione in cielo del Papa di famiglia.
Oddone Colonna fu papa con il nome di Martino V dal 1417 al 1430 ristabilì la sede del papato a Roma, dopo la cattività avignonese e lo scisma d’Occidente.

Il Tevere come memoria religiosa di Roma

Nell’ultimo quarto del secolo scorso, durante la costruzione dei muraglioni d’argine del Tevere, nel tratto compreso tra Ponte Umberto e Ponte della Marmorata, fu riportata alla luce una grande quantità di materiali votivi anepigrafi, per lo più in terracotta, costituiti da statue, teste, mezze teste, ex voto riproducenti parti del corpo, statuine, ed inoltre da piccole basi di oggetti offerti, vasi, coppe ed altri materiali iscritti. I nuclei più consistenti di questi oggetti (un migliaio solo nel Museo Nazionale Romano) sono stati trovati nei pressi di Ponte Umberto (via di Monte Brianzo) e nell’area prospiciente l’isola Tiberina, in condizioni tali da rendere probabile una loro originaria collocazione in depositi votivi (favissae) scavati lungo le rive del fiume, in rapporto a sancuari ubicati nelle vicinanze. La datazione è, per lo più, di III/II sec. a.C.

Pocola deorum

Con questo nome si indica una serie di vasi a vernice nera di forma diversa, caratterizzati dalle iscrizioni sovradipinte (nome della divinità al genitivo seguito dalla parola pocolom = pocolum (vaso per bere]) ed eventualmente da una decorazione policroma, pure sovradipinta, figurata o vegetale. Talora anche l’iscrizione può mancare. Sembra che siano stati prodotti a Roma o nelle vicinanze nella prima metà del III sec., per essere venduti nei santuari ed essere utilizzati come offerta o come oggetto-ricordo.

Nella foto il vaso presenta la figura di Mercurio con una verga con due serpenti attorcigliati (caduceo) nelle mani, copricapo ad ampie falde (petaso) ed ampio mantello.

Un dio importato: Esculapio nell’Isola Tiberina

Come conseguenza di un’ambasceria inviata ad Epidauro nel 292, il primo gennaio 289 fu dedicato nell’isola Tiberina un tempio al dio greco della medicina, verosimilmente già noto a Roma attraverso la Magna Grecia. E a questo santuario che devono riferirsi parecchie delle offerte costituite da oggetti in terracotta (tra cui un gran numero di ex voto anatomici) trovati sulla riva sinistra del Tevere più o meno all’altezza dell’isola. Lo conferma il ritrovamento, nel medesimo contesto, di tre piccole basi di oggetti dedicati (forse statuette bronzee) con dedica ad Esculapio, poste da due uomini di nascita libera e forse da un liberto, databili tra la fine del III e l’inizio del Il sec. a.C.

Offerte votive

Delle offerte votive trovate nel Tevere, alcune hanno una diretta connessione con le divinità cui furono date, per chiedere soprattutto salute e fecondità, altre, come le teste e le statue (più rare quest ultime perché più costose), hanno invece una valenza meno specifica intendendo raffigurare genericamente l’offerente o il devoto. In questa vetrina, ed a fianco, si presenta una campionatura di questi oggetti tra cui una statua d’uomo con testa velata, una mezza testa virile, una placchetta con visceri, un fallo, una coppia seduta con bambino, un utero, una mano, un piede ed una testa femminile.

Ritrovamenti conservati presso il Museo Nazionale Romano – Sede Terme di Diocleziano

Un Giardino prima di entrare alle Terme di Diocleziano

Il Giardino del Museo delle Terme di Diocleziano, istituito nel 1889, espone reperti archeologici romani, con altari funerari, statue in toga e un cratere colossale. Include testimonianze funerarie di nobili, schiavi e soldati, evidenziando la vita nell’antica Roma.

La triste storia del fanciullo sul destriero

La Statua equestre di fanciullo eroizzato, presso le Terme di Diocleziano a Roma rappresenta una rarità. Le statue equestri infatti erano riservate a capi militari ed imperatori. Leggendo i simboli di questa particolare statua scopriamo la triste storia che ci racconta….

La fonte di Anna Perenna

ANNA Perenna era forse una divinità femminile della religione romana arcaica. Il 31 dicembre 1999 gli archeologici rinvennero una fonte a lei consacrata. Forse non è stato un caso che all’alba del terzo millenio riemergesse dal passato la dea a cui erano consacrati i festeggiamenti per le Idi di Marzo: il capodanno romano…

Il Chiostro del Michelangelo

Uscendo dall’androne si entra nel chiostro dell’antica certosa, tradizionalmente attribuito al Buonarroti perché a lui fu affidato nel 1561 il compito di trasformare il frigidarium delle Terme di Diocleziano in chiesa.In effetti chiesa e certosa appartengono a un progetto unitario, ma è più probabile che Michelangelo (morto nel 1564) abbia solamente suggerito l’impianto e affidato…

Il Ritrovamento della Statua di Augusto

La statua ritrae l’imperatore Augusto con la toga, il capo velato, i calcei patricii ai piedi e, accanto, la capsa (il contenitore degli atti ufficiali). La posizione dell’avambraccio destro suggerisce l’ipotesi che il princeps fosse raffigurato nell’atto di sacrificare e tenesse nella mano destra una patera, la coppa sacrificale.

Augusto è qui rappresentato in veste di Pontifex Maximus, carica, che egli assunse nel 12 a.C. e che rimarrà nella titolatura imperiale fino al IV sec. d.C., come sanzione sacerdotale al potere monarchico. La carica di Pontefice Massimo rientra nell’ambito del nuovo programma politico e religioso, a cui si deve anche la creazione del culto del Genius Augusti. Augusto sottolinea la nuova attualità dei mores maiorum, sui quali si basava la sua autolegittimazione politica, non solo facendosi rappresentare nelle vesti di un sacrificante e nell’adempimento dei suoi doveri religiosi ma anche indossando la toga, l’abito più tradizionale del cives romanus.

La testa, lavorata a parte e inserita, presenta tratti veristici mediati attraverso elementi della ritrattistica ellenistica.

La statua, generalmente attribuita ad età tardo-augustea, viene ascritta, più verosimilmente, all’ultimo decennio del I secolo a.C., in un momento di poco posteriore alla realizzazione dell’ Ara Pacis.

Altezza: 207 cm

Materiali: marmo greco per le parti nude (volto, avambraccio) e marmo di luni per le vesti.

Collocazione: conservata presso il Museo Nazionale Romano, sede di Palazzo Massimo

Il personaggio: Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto

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Triclinio: Design e Decorazione della Domus di Agrippa

ROMA, PALAZZO MASSIMO -La sala da pranzo della casa Farnesina presenta decorazioni eleganti e un ambiente confortevole per l’inverno, con pannelli neri, mosaici, e affreschi raffiguranti paesaggi e storie popolari.

Il corridoio dell’esedra

ROMA- MUSEO NAZIONALE ROMANO – PALAZZO MASSIMO. La Domus di Agrippa presenta decorazioni parietali straordinarie con colonne e figure femminili che ricordano le Cariatidi, insieme a affreschi di nature morte e battaglie navali.

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Il ritrovamento

1910 primi giorni di giugno, ancora impolverato e sporco di terra, Augusto viene immortalato in questa fotografia in B/N nella sua nuova collocazione: le Terme di Diocleziano. Nella foto si vede il fotografo che tenta di nascondere con un panno gli scaffali con i reperti del magazzino in cui era stato allestito il set fotografico.
Pochi giorni prima, il 4 giugno, Augusto era stato risvegliato da un sonno di parecchie centinaia di anni. Trovato sul Colle Oppio, tra via Labicana e via Mecenate, dal proprietario del terreno ad una profondità di 9 metri. Ruggero Partini lavorava alla costruzione di un fabbricato, quando, dalla terra spuntò prima una testa di marmo, poi un busto e, infine, un’intera statua: un uomo dal capo velato. Partini intuì che poteva valere una fortuna e, attratto dalla prospettiva di una ricompensa, denunciò il ritrovamento all’Ufficio Scavi di Roma.
Non sapeva che la legge del neo Regno d’Italia prevedeva che tutti i reperti archeologici trovati sotto terra fossero di diritto dello Stato. Tentò di tenersi la testa, ma fortunatamente per noi, la Sopritendenza ebbe la meglio e con urgenza si porto’ via una delle più belle statue dell’imperatore Augusto, datata I sec d.C.
Ancora oggi possiamo ammirare l’Augusto Pontefice Massimo di Via Labicana nella bella sala di Palazzo Massimo

©Archivio Fotografico MNR (invv. Foto: 5375, 5381, 5379) – fonte pagina Facebook del Museo Nazionale Romano – post pubblicato il 10 agosto 2020