Macchine, motori diesel e Roma Antica

La Sala Macchine

Dal piano terra una piccola scala conduce alla sala più bella della Centrale, un grandioso ambiente scandito in navate da due colossali motori Diesel e caratterizzato da uno studio raffinato dei dettagli. Il pavimento a mosaico segna con bordature policrome il perimetro delle macchine, le pareti sono impreziosite da una zoccolatura in finto marmo sulla quale correva una decorazione pittorica a festoni, mentre l’illuminazione arriva da elegantissimi lumi di ghisa blu.

Nella Sala Macchine è riassunta la grandiosità dei complessi architettonici dell’area monumentale. Una galleria di divinità sulla quale predomina con la sua mole una statua di Atena conduce alla ricostruzione del frontone del Tempio di Apollo Sosiano, posto sotto il carro ponte nella posizione di maggiore prestigio per ricordare la grande opera di rinnovamento della città e di restauro degli edifici religiosi da parte dell’imperatore Augusto. Fu in quell’epoca che furono restaurati o addirittura ricostruiti ben 82 templi.

Al di là del frontone, in uno spazio delimitato e concluso sul fondo da una vetrata oltre la quale si stagliano le sagome di capannoni industriali in disuso, si suggerisce idealmente al visitatore di entrare all’interno del tempio: è ricostruita una delle edicole che decoravano l’ordine inferiore e il grande fregio sovrastante che raffigura le scene del triplice trionfo di Augusto.

Sull’altro lato della Sala sono ricomposti i complessi più evocativi del Campidoglio e, in particolare, i monumenti che sorgevano intorno al Tempio di Giove Capitolino e al santuario di Fides publica, la divinità che tutelava i trattati internazionali (teste colossali di culto, monumento c.d. di Bocco re della Mauretania, monumento dei re asiani). Si tratta di importanti testimonianze dell’epoca tardorepubblicana che in parte possono essere riferite alla figura di Silla e a un suo intervento in chiave propagandistica sul Campidoglio (statua di Aristogitone).

Dalla parte opposta, oltre i monumentali resti dell’Apollo Sosiano, si erge la testa colossale di Fortuna, i piedi e il braccio che facevano parte della statua di culto del tempio B di Largo Argentina.

Notevole interesse riveste la statua di Agrippina minore, ripresa nella posa di sacerdotessa, che probabilmente figurava nella decorazione della cella del Tempio del divo Claudio sul Celio. Doveva far parte di un progetto unitario volto ad esprimere una politica di regime e l’avvento al potere, dopo la scomparsa dell’imperatore Claudio, di sua moglie Agrippina e di Nerone, figlio di primo letto dell’imperatrice.

Museo Centrale Montemartini
Indirizzo: via Ostiense 106 – 00154 Roma

Fonte “Musei Capitolini” Comune di Roma Assessorato alle Politiche Culturali Sovraintendenza ai Beni Culturali pagg. 206-207 – Mondadori Electa 2006

Breve storia della centrale termoelettrica

Da impianto industriale a museo
Roma antica e archeologia industriale

L’impianto termoelettrico prende il nome da Giovanni Montemartini, l’assessore al Tecnologico che, nell’ambito della Giunta di Ernesto Nathan, ne predispose il progetto dal punto di vista tecnico e politico nell’ottica della municipalizzazione dei servizi e di un loro decentramento nel cuore del quartiere industriale delineatosi sull’Ostiense, tra la fine del secolo scorso e gli inizi del Novecento.

Nel 1912 la Centrale sorse, sulla sponda sinistra del Tevere, in una zona di quasi 20.000 mq, appositamente individuata perché posta fuori dalla cinta daziale e, quindi, esente dall’applicazione di imposte sul combustibile e molto vicina al fiume in modo da ottenere un facile approvvigionamento di acqua per il funzionamento degli impianti e dei macchinari. L’energia elettrica prodotta riusciva ad alimentare l’illuminazione di oltre il 50% delle vie e delle piazze della città.

Con gli ampliamenti degli anni Trenta e la sostituzione dei motori Diesel forniti dalla ditta Tosi si arrivò a un potenziamento della capacità di produzione -da 4.000 a 11.000 Kw – per adeguarsi anche alle mutate esigenze dell’utenza non solo pubblica ma anche privata. Subito dopo l’ultima guerra venne aggiunto un imponente corpo di fabbrica per l’installazione di tre caldaie che producevano fino a 60 tonnellate/ora di vapore. Pochi anni dopo, la storica Centrale, oberata da costi di manutenzione, divenuti altissimi viste le sue dimensioni, perse il ruolo di primaria importanza che aveva sempre detenuto. Nuovi impianti produttivi vennero a soddisfare le molteplici esigenze di una città in piena crescita economica e l’impianto Montemartini cadde in disuso.

Negli anni Ottanta, si attuò il recupero del complesso industriale compiuto definitivamente con i lavori di adeguamento a sede espositiva nel 1996 dall’Acea, l’Azienda municipalizzata per l’energia elettrica e l’acqua, che ha messo a disposizione ambienti monumentali per ospitare le collezioni dei Musei Capitolini.

La riconversione della Centrale Elettrica come seconda sede dei Musei Capitolini è in linea con la filosofia di recupero di antichi complessi industriali per la riqualificazione del quartiere Ostiense destinato a divenire un grande polo culturale: accanto al Mattatoio e al Teatro India ospitato nella fabbrica Mira Lanza per ampliare le attività del Teatro di Roma, il restauro dei Mercati Generali e l’acquisizione dell’area dei Gazometri permetterà di definire compiutamente l’operazione creando nuove strutture per la terza Università e realizzando il progetto Città della Scienza e della Tecnica.

Oggi, il paesaggio urbano nel quale è inserita la Centrale Montemartini è fortemente segnato dalle attività commerciali e da quelle produttive. Da un lato sorgono, maestosi, i Gazometri e i complessi industriali ancora in funzione connotati da una incessante e chiassosa frenesia di lavoro e accanto, immersi in una silenziosa realtà, si innalzano i capannoni in abbandono, veri e propri ruderi di archeologia industriale che esprimono tutto il fascino dimenticato delle grandi imprese dell’inizio del secolo.

Se ci si inoltra al di là di un anonimo cancello sulla via Ostiense, si “scopre” la facciata monumentale della Centrale Montemartini inquadrata da due lampioni di Duilio Cambellotti, simbolo storico dell’illuminazione della città, e si intravede il grandioso ambiente liberty della Sala Macchine, la turbina a vapore e i colossali motori Diesel. Ma ciò che sorprende di più è l’apparire di sagome delicatissime dalle vetrate della facciata che si distinguono appena attraverso giochi di luce e di riflessi: il nitore dei marmi antichi risplende contro la massa compatta e grigia degli apparati industriali. La realtà della Roma antica rivive in spazi estremamente dilatati e viene a coniugarsi con un’altra realtà legata a un passato più recente e più vicino alla nostra memoria.

Museo Centrale Montemartini
Indirizzo: via Ostiense 106 – 00154 Roma

Fonte “Musei Capitolini” Comune di Roma Assessorato alle Politiche Culturali Sovraintendenza ai Beni Culturali pagg. 198-199 – Mondadori Electa 2006

Marco Antonio II Colonna

La storia della famiglia Colonna è strettamente legata alla storia della città di Roma e del papato, nel bene e nel male.

Il 7 ottobre 1571, un’evento storico di portata europea, segnerà la svolta per la famiglia: la battaglia di Lepanto.

Le flotte dei cattolici sconfissero e distrussero le forze dell’impero Ottomano. A capo della flotta pontificia c’era Marco Antonio II Colonna.

Inizia una nuova fase di ascesa per la famiglia dopo una serie di vicende che avevano imposto al casato la fuga da Roma. Durante i terribili giorni del sacco di Roma del maggio 1527 e per tutto il periodo di occupazione, il palazzo Colonna venne risparmiato. I Colonna si erano resi complici dei Lanzichenecchi e questa era una colpa che la città non poteva perdonare facilmente. La vittoria di Marco Antonio Colonna a Lepanto riabilitò la famiglia.

Ma chi era Marco Antonio Colonna e quale era il suo rapporto con il papato?

All’epoca della battaglia di Lepanto, aveva 36 anni e dopo essere stato scomunicato dal Papa Paolo IV, riceveva le insegne Papali da S.Pio V e la guida della flotta Pontificia.

«Egli alto e svelto della persona, calvo in sin da giovinetto, gran fronte, viso lungo, occhi grandi, aspetto serio, tinte calde, lunghi mustacchi, portamento nobilissimo; grande intelligenza, raro valore, e cuor magnanimo… Prode condottiero di fanti e cavalli… ma anche valente capitano di mare… Il più grand’uomo del suo tempo, colonna saldissima del Cristianesimo, dell’Italia e di Roma: dal cui senno e valore deve la posterità riconoscere la grande vittoria.»

Marco Antonio Colonna ritornò trionfante a Roma.
Ma lasciò la città sei anni dopo nel 1577 alla volta di Palermo, nominato da re Filippo II, viceré della Sicilia.
In “nomen omen” come dicevano gli antichi romani: a Palermo Marco Antonio incontrò la donna fatale, la sua “Cleopatra”.
Eufrosia Siracusa, giovane e bellissima moglie del barone Calcerano Corbera.
La loro relazione era nota a tutti, compresi i rispettivi coniugi.

Sua moglie era Felice Orsini.

Felice Orsini sposò a dodici anni il diciassettenne Marco Antonio Colonna. Dalla loro unione nacquero sei figli. In suo onore il marito fece erigere Porta “Felice” a Palermo. Peccato che nello stesso luogo della città fece costruire anche una fontana ornata da mostri marini e da una bellissima sirena in cima, copiosi zampilli uscivano dei suoi seni. Tutta la città riconobbe nelle fattezze della sirena le forme dell’amante di Marco Antonio.

Lo suocero di Eufrosia minaccio’ il viceré, che per tutta risposta lo fece incarcerare per debiti e poi uccidere. La stessa sorte toccò al marito.

Poi però Marcantonio fu egli stesso vittima dei sicari durante un viaggio in Spagna nel 1584.
La bella vedova Eufrosia andò a Roma per sposare l’anziano marchese Lelio Massimo, ma venne assassinata dai figli di questo il giorno dopo le nozze. I colpevoli vennero processati e condannati a morte, mentre il padre per il dolore morì nello stesso anno.

Le magnifiche sale della Galleria Colonna

La Galleria Colonna è composta da molte e ricchissime sale e da una collezione di quasi 300 dipinti, senza menzionare i preziosi arazzi e i mobili pregiatissimi.

La sale più famosa è sicuramente la Sala della Colonna Bellica.

La celebrazione dell’eroe di famiglia, Marco Antonio Colonna II, avviene attraverso la rievocazione di eventi storici, quali la battaglia navale con i Turchi, unitamente a elementi mitologici e religiosi nell’apoteosi, dove Ercole accompagna il comandante Colonna ad incontrare la Vergine Maria in cielo.

L’affresco è stato realizzato da Giuseppe Chiari nel 1700.

La rappresentazione della battaglia fu invece realizzata anni prima dai pittori lucchesi Giovanni Coli e Filippo Ghirardi (1675-78). I due pittori lavorano insieme dagli esordi fino alla morte del più anziano. La comunione professionale permetteva loro di lavorare insieme perfino sulla stessa figura, cosa che suscitava enorme stupore. Condividevano anche la stessa abitazione, non solo a Roma, ma anche nelle altre città dove avevano lavorato. Alcuni critici hanno ipotizzato l’esistenza di una relazione omosessuale tra i pittori, ma non ci sono sufficienti prove a riguardo. Ciò che è certo è che amavano la loro libertà, tanto da rifiutare l’invito della regina Cristina di Svezia ad entrare a far parte della sua corte.

Altra sala molto bella ed importante non solo per la storia della famiglia, ma per la città di Roma, è quella dedicata all’unico pontefice proveniente dal casato Colonna: Martino V.

La Sala dell’Apoteosi di Martino V, prende il nome dalla grande tela di Benedetto Luti posta al centro del soffitto, raffigurante la presentazione in cielo del Papa di famiglia.
Oddone Colonna fu papa con il nome di Martino V dal 1417 al 1430 ristabilì la sede del papato a Roma, dopo la cattività avignonese e lo scisma d’Occidente.

Il Tevere come memoria religiosa di Roma

Nell’ultimo quarto del secolo scorso, durante la costruzione dei muraglioni d’argine del Tevere, nel tratto compreso tra Ponte Umberto e Ponte della Marmorata, fu riportata alla luce una grande quantità di materiali votivi anepigrafi, per lo più in terracotta, costituiti da statue, teste, mezze teste, ex voto riproducenti parti del corpo, statuine, ed inoltre da piccole basi di oggetti offerti, vasi, coppe ed altri materiali iscritti. I nuclei più consistenti di questi oggetti (un migliaio solo nel Museo Nazionale Romano) sono stati trovati nei pressi di Ponte Umberto (via di Monte Brianzo) e nell’area prospiciente l’isola Tiberina, in condizioni tali da rendere probabile una loro originaria collocazione in depositi votivi (favissae) scavati lungo le rive del fiume, in rapporto a sancuari ubicati nelle vicinanze. La datazione è, per lo più, di III/II sec. a.C.

Pocola deorum

Con questo nome si indica una serie di vasi a vernice nera di forma diversa, caratterizzati dalle iscrizioni sovradipinte (nome della divinità al genitivo seguito dalla parola pocolom = pocolum (vaso per bere]) ed eventualmente da una decorazione policroma, pure sovradipinta, figurata o vegetale. Talora anche l’iscrizione può mancare. Sembra che siano stati prodotti a Roma o nelle vicinanze nella prima metà del III sec., per essere venduti nei santuari ed essere utilizzati come offerta o come oggetto-ricordo.

Nella foto il vaso presenta la figura di Mercurio con una verga con due serpenti attorcigliati (caduceo) nelle mani, copricapo ad ampie falde (petaso) ed ampio mantello.

Un dio importato: Esculapio nell’Isola Tiberina

Come conseguenza di un’ambasceria inviata ad Epidauro nel 292, il primo gennaio 289 fu dedicato nell’isola Tiberina un tempio al dio greco della medicina, verosimilmente già noto a Roma attraverso la Magna Grecia. E a questo santuario che devono riferirsi parecchie delle offerte costituite da oggetti in terracotta (tra cui un gran numero di ex voto anatomici) trovati sulla riva sinistra del Tevere più o meno all’altezza dell’isola. Lo conferma il ritrovamento, nel medesimo contesto, di tre piccole basi di oggetti dedicati (forse statuette bronzee) con dedica ad Esculapio, poste da due uomini di nascita libera e forse da un liberto, databili tra la fine del III e l’inizio del Il sec. a.C.

Offerte votive

Delle offerte votive trovate nel Tevere, alcune hanno una diretta connessione con le divinità cui furono date, per chiedere soprattutto salute e fecondità, altre, come le teste e le statue (più rare quest ultime perché più costose), hanno invece una valenza meno specifica intendendo raffigurare genericamente l’offerente o il devoto. In questa vetrina, ed a fianco, si presenta una campionatura di questi oggetti tra cui una statua d’uomo con testa velata, una mezza testa virile, una placchetta con visceri, un fallo, una coppia seduta con bambino, un utero, una mano, un piede ed una testa femminile.

Ritrovamenti conservati presso il Museo Nazionale Romano – Sede Terme di Diocleziano

Un Giardino prima di entrare alle Terme di Diocleziano

Il Giardino del Museo delle Terme di Diocleziano, istituito nel 1889, espone reperti archeologici romani, con altari funerari, statue in toga e un cratere colossale. Include testimonianze funerarie di nobili, schiavi e soldati, evidenziando la vita nell’antica Roma.

La triste storia del fanciullo sul destriero

La Statua equestre di fanciullo eroizzato, presso le Terme di Diocleziano a Roma rappresenta una rarità. Le statue equestri infatti erano riservate a capi militari ed imperatori. Leggendo i simboli di questa particolare statua scopriamo la triste storia che ci racconta….

La fonte di Anna Perenna

ANNA Perenna era forse una divinità femminile della religione romana arcaica. Il 31 dicembre 1999 gli archeologici rinvennero una fonte a lei consacrata. Forse non è stato un caso che all’alba del terzo millenio riemergesse dal passato la dea a cui erano consacrati i festeggiamenti per le Idi di Marzo: il capodanno romano…

Il Chiostro del Michelangelo

Uscendo dall’androne si entra nel chiostro dell’antica certosa, tradizionalmente attribuito al Buonarroti perché a lui fu affidato nel 1561 il compito di trasformare il frigidarium delle Terme di Diocleziano in chiesa.In effetti chiesa e certosa appartengono a un progetto unitario, ma è più probabile che Michelangelo (morto nel 1564) abbia solamente suggerito l’impianto e affidato…

Il Ritrovamento della Statua di Augusto

La statua ritrae l’imperatore Augusto con la toga, il capo velato, i calcei patricii ai piedi e, accanto, la capsa (il contenitore degli atti ufficiali). La posizione dell’avambraccio destro suggerisce l’ipotesi che il princeps fosse raffigurato nell’atto di sacrificare e tenesse nella mano destra una patera, la coppa sacrificale.

Augusto è qui rappresentato in veste di Pontifex Maximus, carica, che egli assunse nel 12 a.C. e che rimarrà nella titolatura imperiale fino al IV sec. d.C., come sanzione sacerdotale al potere monarchico. La carica di Pontefice Massimo rientra nell’ambito del nuovo programma politico e religioso, a cui si deve anche la creazione del culto del Genius Augusti. Augusto sottolinea la nuova attualità dei mores maiorum, sui quali si basava la sua autolegittimazione politica, non solo facendosi rappresentare nelle vesti di un sacrificante e nell’adempimento dei suoi doveri religiosi ma anche indossando la toga, l’abito più tradizionale del cives romanus.

La testa, lavorata a parte e inserita, presenta tratti veristici mediati attraverso elementi della ritrattistica ellenistica.

La statua, generalmente attribuita ad età tardo-augustea, viene ascritta, più verosimilmente, all’ultimo decennio del I secolo a.C., in un momento di poco posteriore alla realizzazione dell’ Ara Pacis.

Altezza: 207 cm

Materiali: marmo greco per le parti nude (volto, avambraccio) e marmo di luni per le vesti.

Collocazione: conservata presso il Museo Nazionale Romano, sede di Palazzo Massimo

Il personaggio: Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto

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Triclinio: Design e Decorazione della Domus di Agrippa

ROMA, PALAZZO MASSIMO -La sala da pranzo della casa Farnesina presenta decorazioni eleganti e un ambiente confortevole per l’inverno, con pannelli neri, mosaici, e affreschi raffiguranti paesaggi e storie popolari.

Il corridoio dell’esedra

ROMA- MUSEO NAZIONALE ROMANO – PALAZZO MASSIMO. La Domus di Agrippa presenta decorazioni parietali straordinarie con colonne e figure femminili che ricordano le Cariatidi, insieme a affreschi di nature morte e battaglie navali.

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Il ritrovamento

1910 primi giorni di giugno, ancora impolverato e sporco di terra, Augusto viene immortalato in questa fotografia in B/N nella sua nuova collocazione: le Terme di Diocleziano. Nella foto si vede il fotografo che tenta di nascondere con un panno gli scaffali con i reperti del magazzino in cui era stato allestito il set fotografico.
Pochi giorni prima, il 4 giugno, Augusto era stato risvegliato da un sonno di parecchie centinaia di anni. Trovato sul Colle Oppio, tra via Labicana e via Mecenate, dal proprietario del terreno ad una profondità di 9 metri. Ruggero Partini lavorava alla costruzione di un fabbricato, quando, dalla terra spuntò prima una testa di marmo, poi un busto e, infine, un’intera statua: un uomo dal capo velato. Partini intuì che poteva valere una fortuna e, attratto dalla prospettiva di una ricompensa, denunciò il ritrovamento all’Ufficio Scavi di Roma.
Non sapeva che la legge del neo Regno d’Italia prevedeva che tutti i reperti archeologici trovati sotto terra fossero di diritto dello Stato. Tentò di tenersi la testa, ma fortunatamente per noi, la Sopritendenza ebbe la meglio e con urgenza si porto’ via una delle più belle statue dell’imperatore Augusto, datata I sec d.C.
Ancora oggi possiamo ammirare l’Augusto Pontefice Massimo di Via Labicana nella bella sala di Palazzo Massimo

©Archivio Fotografico MNR (invv. Foto: 5375, 5381, 5379) – fonte pagina Facebook del Museo Nazionale Romano – post pubblicato il 10 agosto 2020

Casa Museo di Giacomo Balla

Un universo artistico

È il 1929 quando la famiglia Balla si trasferisce nell’abitazione al civico 39b di Via Oslavia, nel quartiere romano Della Vittoria.
Casa Balla è un laboratorio di sperimentazione fatto di pareti e porte dipinte, mobili e arredi decorati, utensili autocostruiti, quadri e sculture, abiti disegnati e cuciti in casa e tanti altri oggetti che, insieme, hanno creato un unico e caleidoscopico progetto totale.
La Casa è un’officina, un universo costellato di forme e colori nel quale tutt’oggi si respira un’atmosfera che riflette le idee espresse nel manifesto sulla Ricostruzione futurista dell’universo, firmato da Giacomo Balla e Fortunato Depero nel 1915.

Nell’universo balliano convivono funzionalità ed estetica creando un connubio nuovo e vitale: l’Arte investe tutto e gli oggetti ideati e costruiti per l’uso quotidiano, tavolini, sedie, scaffali, cavalletti, posacenere, piatti, piastrelle, seppur poveri nei materiali, sono ricchissimi nella vena creativa e rendono l’appartamento un luogo magico di metamorfosi.

“Con mano ferma, il demiurgo-artigiano lavora il legno con infallibili incastri, sdegnando chiodi e colla taglia e cuce stoffe, disegna e realizza sorprendenti lampadari o seggiole “asimmetriche” che sembrano uscite da un racconto di Savinio, cementa mattonelle, e ovviamente dipinge qualche tardivo capolavoro.
E così il lavoro alla casa si perpetuò nel tempo ben oltre i confini della sua morte. [..]
Come le vecchie botteghe rinascimentali e barocche, Casa Balla divenne anche quel luogo nevralgico – senza il quale non esisterebbero musei e gallerie e libri – nel quale i segreti del mestiere si tramandano e l’esperienza diventa parte del futuro. L’appartamento di via Oslavia non è più né un documento né un monumento, ma l’immagine evidente e tridimensionale della mente che l’ha abitata e nello stesso tempo immaginata”.

Emanuele Trevi,
«Tutte le sostanze sgargiantissime».
Casa Balla e dintorni

Indirizzo: Via Oslavia 39/b – 00195 Roma
Sito web: https://casaballa.maxxi.art/
Costo biglietto intero: 18 euro
Visita solo su prenotazione.
L’appartamento si trova in un condominio e per non disturbare gli abitanti vengono organizzate visite guidate in gruppi di max 12 partecipanti in date specifiche dell’anno.

Consultare sempre il sito per avere informazioni sulle date disponbili

Giacomo Balla ( Torino, 18 luglio 1871 – Roma, 1º marzo 1958)  uno dei fondatori del movimento Futurista, avanguardia della pittura italiana nel primi anni del XX secolo. Personaggio eclettico ed eccentrico, fece parlare molto di sé quando inscenò il suo funerale a Roma, essendo ancora in vita e in perfetta salute.

Musei di arte contemporanea:

GNAMC – Galleria di Arte Moderna e Contemporanea
MaXXI – Museo

La lista completa dei musei di Roma
Musei comunali
Musei nazionali

Collezione mosaici antichi dalle domus romane

Nella Galleria III sono raccolti i mosaici figurati, policromi e bicromi (eseguiti usando solo tessere bianche e nere, una tecnica diffusa tra il I secolo a.C. il Il secolo d.C.), che illustrano l’evoluzione della decorazione musica in età imperiale.

Sono presentati emblemata con animali o nature morte, derivanti dalla tradizione ellenistica, ma molto apprezzati anche nella pittura romana.

Un altro emblema, proveniente da via Emanuele Filiberto a Roma (II secolo d.C.), raffigura una testa di Medusa all’interno di un clipeo (uno scudo circolare).

Alla pittura alessandrina sono invece ispirati alcuni mosaici di tema egizio che rappresentano scene nilotiche, illustrando gli stessi elementi con tecniche diverse: il primo, un emblema circolare trovato nel lungotevere della Lungara, è bicromo e vi appaiono alcuni pigmei cacciatori a bordo di esili barchette, sovrastanti coccodrilli e ippopotami; nel secondo, proveniente dall’Aventino e policromo, il paesaggio esotico è più complesso, ma ritornano gli ippopotami, i coccodrilli e i pigmei, indispensabili per connotare come egizio il soggetto.

Diversi mosaici hanno invece soggetti dionisiaci, come quello con Dioniso e Satiri trovato a San Giacomo in Settimiano e l’emblema rinvenuto nella Villa della Ruffinella raffigurante Dioniso e una Menade in lotta contro due guerrieri indiani (IV secolo d.C.). Un altro mosaico tardo-antico proviene dalle Capannelle, lungo la via Appia, e rappresenta i busti delle Stagioni.

Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo
Indirizzo: Largo di Villa Peretti, 2, 00185 Roma RM

Musei dedicati a Roma Antica:
Terme di Diocleziano
Palazzo Altemps
Museo Centrale Montemartini
Musei Vaticani
Musei Capitolini
Museo Nazionale Etrusco
Museo di scultura antica Barracco
Museo della Civiltà Romana

Parchi archeologici:
Parco Archeologico del Colosseo
Mercati di Traiano
Mausoleo di Augusto
Terme di Caracalla
Museo dell’Ara Pacis
Parco Archeologico Appia Antica
Basilica Sotterranea di Porta Maggiore
Villa di Livia

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La toeletta di Afrodite

ROMA- MUSEO NAZIONALE ROMANO – PALAZZO MASSIMO. Il cubicolo B della Villa di Agrippa presenta pareti rosse in cinabro, decorazioni fastose, e rappresentazioni artistiche di divinità e scene mitologiche.

Il criptoportico

ROMA – MUSEO NAZIONALE ROMANO – PALAZZO MASSIMO Gli affreschi del criptoportico vennero rinvenuti nel 1879, durante gli scavi sul Tevere, sono una delle migliori testimonianze della pittura dell’epoca augustea

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Museo delle vetrate artistiche

La Casina delle Civette si presenta come un pittoresco collage di materiali […]

Tra gli elementi decorativi che caratterizzano l’architettura dell’edificio hanno un ruolo centrale le numerose vetrate, realizzate dal laboratorio di Cesare Picchiarini (1871-1943), detto “‘Mastro Picchio”, su cartoni di noti artisti.

L’arte della vetrata policroma legata a piombo, già diffusa dal Medioevo fino all’Ottocento, conobbe un momento di grande ripresa nei primi anni del Novecento, con il successo che riscosse nella Prima Mostra della Vetrata Artistica, organizzata nel 1912 da Cesare Picchiarini, che aveva raccolto nella cerchia del suo laboratorio artisti famosi (Duilio Cambellotti, Paolo Paschetto, Vittorio Grassi, Umberto Bottazzi), i quali disegnavano i cartoni per le vetrate che poi il maestro realizzava, con grande perizia tecnica.

Dalle vetrate a disegni geometrici semplicissimi e lineari, la tecnica del laboratorio Picchiarini si evolve fino a raggiungere livelli sofisticati, come nelle vetrate figurative o composte da intricati motivi vegetali. Nessuna abitazione possiede un campionario così vasto e completo, che documenti la storia della vetrata nei primi decenni di questo secolo. Dopo il restauro dell’edificio le vetrate originarie sono state ricollocate al loro posto, mentre quelle irrimediabilmente perdute sono state ricostruite. dove possibile, sulla base dei disegni originali, ad opera della ditta Vetrate d’Arte Giuliani.

Proprio la presenza di un nucleo di vetrate così consistente e importante ha indotto a destinare l’edificio, dopo il restauro, quale Museo della vetrata.
Alle vetrate originarie già in loco si sono aggiunti moltissimi altri materiali acquisiti sul mercato antiquario o dagli eredi degli artisti che li avevano realizzati: è stato in primo luogo acquistato l’archivio di disegni e cartoni del laboratorio Picchiarini, che dopo la chiusura della celebre officina era stato rilevato dalla ditta Giuliani, che ha continuato fino ai gior ni nostri a usare bozzetti, disegni e cartoni ideati per “Mastro Picchio” da Duilio Cambellotti, Paolo Paschetto, Vittorio Grassi, Umberto Bottazzi, Arthur Ward e dallo stesso capostipite della ditta, Giulio Cesare Giuliani, che era stato a lungo allievo di Picchiarini. Sono poi state acquistate altre vetrate, come la splendida vetrata de I pavo-ni, di Umberto Bottazzi, esposta alla mostra del 1912 e da allora irreperibile, dopo aver riscosso gli elogi della critica per la perfetta fusione raggiunta tra le qualità cromatiche e l’equilibrio della composizione, l’accorta scelta delle paste vitree e dei vetri cabochon; sono stati quindi acquistati molti cartoni preparatori, in alcuni casi, proprio per le vetrate della Casina delle Civette.

Nel percorso espositivo del Museo è stato così possibile accostare i disegni e i cartoni preparatori per le vetrate effettivamente realizzate, come ad esempio quelle, denominate Il chiodo con tralci e uva (1914-1915) e I migratori (1918), di Cambellotti, rendendo possibile l’immediato raffronto tra la resa pittorica dell’acquerello e del carvincono e il corrispondente gioco di colori, tradotto nelle sfumature e nelle traspa renze del vetro. E così interessante notare come, ad esempio, nelle vetrate delle Rose e Farfalle di Paschetto si sia fatto ricorso a vetri bombati per conferire profondità al le ali delle farfalle, o come le delicate sfumature dei pampini d’uva nel Chiodo siano state sottolineate dai ritocchi a fuoco.

Le venti stanze del museo, in cui si affollano vetrate, ma anche dipinti parietali, stucchi, mosaici, boiseries, e nelle quali si inserisce il percorso espositivo delle vetrate, dei bozzeti e cartoni, portano nomi suggestivi, memoria delle fantasie e delle fissazioni del principe, che visse quida solo, sonza moglie ne figli, con la sola compagnia della servitù e di pochi amici fino al 1938, anno della sua morte. Le vetrate originali sono state ricollocate, dopo un accurato restauro, nei luoghi di provenienza; quelle acquisite sono invece poste in apposite strutture lignee, autoportanti, che ne permet-tono, in molti casi, la visione su entrambi i lati o sono illuminate dal retro. Le vetrate originali perdute, che sono state riprodotte sulla base di cartoni o bozzetti a noi pervenuti, recano la scritta “Vetrate d’Arte Giuliani 1997, posta in margine a ciascuna ad attestarne la recente esecuzione.

Sant’Ignazio da Loyola: meraviglie prospettiche nella Roma Barocca

La Chiesa di Sant’Ignazio da Loyola:
un capolavoro nascosto nel cuore di Roma

A pochi passi dal Pantheon, nel centro storico di Roma, si trova una delle meraviglie meno conosciute della città: la Chiesa di Sant’Ignazio da Loyola. Questo gioiello barocco custodisce uno degli affreschi più spettacolari di tutta Italia, spesso definito la “seconda Cappella Sistina” per dimensioni e bellezza.

Illusionismo prospettico: l’ingegno di Andrea Pozzo


Tra il 1691 e il 1695, il gesuita e artista Andrea Pozzo impiegò solo tre anni per dipingere la magnifica volta della chiesa. Utilizzando la tecnica dell’illusionismo prospettico, creò l’impressione che il soffitto sia alto il doppio della sua reale altezza. Camminando lungo la navata, i visitatori provano la sensazione che le figure dipinte sul soffitto li accompagnino in volo, sospese tra cielo e terra.

L’affresco che illumina il mondo

Al centro della volta, Sant’Ignazio riceve la luce divina da Cristo e la riflette verso i quattro continenti conosciuti all’epoca: Europa, Africa, Asia e America. Una composizione di straordinaria bellezza che esprime il desiderio di evangelizzazione globale dell’ordine gesuita.

La falsa cupola: il trompe l’oeil che inganna lo sguardo

Proseguendo lungo la navata, il visitatore scopre un secondo sorprendente inganno visivo: la cupola… che in realtà non esiste! Si tratta di un perfetto trompe l’oeil, una tela dipinta con maestria per simulare una cupola tridimensionale. L’illusione si svela solo quando ci si trova direttamente sotto, lasciando chi guarda senza fiato.

Cosa fare a Roma Gratis
Roma è da secoli capitale dell’arte e del Cristianesimo.
Le porte delle sue meravigliose chiese sono sempre aperte per accogliere fedeli e amanti della bellezza e dell’arte.
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Andrea Pozzo

Chi era Andrea Pozzo? Genio del Barocco Illusorio

Andrea Pozzo (1642–1709) fu un frate gesuita, pittore, architetto e teorico dell’arte originario di Trento. È universalmente noto per aver perfezionato l’arte dell’illusionismo prospettico, una tecnica che combina pittura e architettura per creare effetti ottici spettacolari.

Nel corso della sua carriera, Pozzo lavorò in varie città europee, tra cui Vienna e Monaco di Baviera, ma il suo capolavoro indiscusso rimane la volta della Chiesa di Sant’Ignazio da Loyola a Roma. Qui, grazie a una profonda conoscenza della prospettiva e delle regole geometriche, riuscì a trasformare una superficie piatta in uno spazio apparentemente infinito.

Oltre alla pittura, Andrea Pozzo scrisse anche un importante trattato intitolato Perspectiva pictorum et architectorum, considerato fondamentale per lo studio della prospettiva nell’arte barocca.

La sua eredità vive ancora oggi nelle opere che incantano i visitatori e nei principi che continuano a influenzare l’arte visiva.

Scopri l’Accademia di San Luca a Palazzo Carpegna

L’Accademia Nazionale di San Luca a Roma offre un’esperienza culturale unica e gratuita, con una ricca storia di promozione delle arti. Fondata nel 1593, ospita opere significative, giardini tranquilli e testimonia il ruolo di Roma nella cultura europea.

Il Mausoleo di Santa Costanza

Sperimentare la sospensione del tempo, tra la fine del mondo pagano e l’avvento dell’era cristiana Il Mausoleo, costruito tra il 340 -345 d.C. all’interno del complesso monumentale di S.Agnese fuori le mura, si trova sulla via Nomentana.Siamo nell’ultimo periodo della…

Visita al Casino del Bel Respiro: Guida Completa

Il Casino del Bel Respiro, rappresentanza del Governo italiano, offre visite guidate su prenotazione, permettendo di scoprire la bellezza del XVII secolo. L’accesso è limitato a gruppi di 30 e il percorso è fisso per motivi di sicurezza.