Odoardo e Gildippe uccisi in battaglia da Solimano


Affresco di Johann Friedrich Overbeck, 1826

L’esaltazione dei valori epico-cristiani della Gerusalemme Liberata riaffiora nuovamente in questo affresco, ritenuto dall’autore la prova migliore fra quelle da lui realizzate nel Casino Massimo.

L’ultimo sguardo tra Gildippe morente e Odoardo, mentre Solimano sta per colpire durante la battaglia per Gersulemme

Overbeck immortalò sul lato sinistro della parete la commovente scena dedicata ai valorosi sposi guerrieri Odoardo e Gildippe, sempre uniti in guerra e ora congiunti anche nella morte. (Gerusalemme Liberata, XX, 96-100)

“… cosí cade egli, e sol di lei gli duole
che ‘l cielo eterna sua compagna fece.
Vorrian formar né pòn formar parole,
forman sospiri di parole in vece:
l’un mira l’altro, e l’un pur come sòle
si stringe a l’altro, mentre ancor ciò lece:
e si cela in un punto ad ambi il die,
e congiunte se ‘n van l’anime pie…”

Vista d’insieme della stanza dedicata alla Gerusalemme Liberata

La coppia è raffigurata a cavallo: dinanzi a loro appare Solimano pronto a colpire Odoardo, il quale con la mano destra tenta di vendicarsi del saraceno che aveva ferito la fanciulla.

Un momento carico di pathos per quell’ultimo e fuggevole sguardo che i due amanti si scambiano prima che il tragico destino si compia.

Il giovane boemo Führich, nonostante i ripetuti tentativi di eguagliare il suo illustre predecessore, non riuscì ad allontanarsi dalla sua formazione artistica di stampo più “barocco” che classico, come rivelano i due affreschi da lui eseguiti per completare la decorazione della parete ovest.

Nella stessa stanza è rappresentato anche un altro momento del canto XX della Gerusalemme Liberata. E’ il momento in cui gli occhi della bellissima maga Armida, incontrano la figura di Ronaldo. Eppure anche se presa dall’amore e dall’ammirazione, dal suo cocchio dorato, scocca una freccia per ucciderlo e prega perché la freccia manchi il bersagli.

Casino Giustiniani Lancelotti Massimo al Laterano
Indirizzo: via Matteo Boiardo, 16 – 00185 Roma

Telefono: 06 70495651

Giorni di apertura:
Martedì e giovedì ore 9.00-12.00/16.00-18.00 
Domenica ore 10.00-12.00
L’edificio è proprietà privata ed è sede della delegazione dei Francescani di Terra Santa.

Costo Indicativo del biglietto: gratuito, è gradita un’offerta libera per sostenere le spese di conservazione del palazzo.

Gratuità: sempre

La vicenda letteraria

Gildippe e Odoardo compaiono nel poema “La Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso in vari passaggi, ma sono particolarmente presenti nel Canto XX, dove si svolge la battaglia finale per Gerusalemme. Le loro gesta sono raccontate soprattutto in questo canto, dove vengono descritti il loro coraggio e la loro tragica fine.

Gildippe è una donna guerriera, un’innovazione significativa di Tasso, poiché è una delle prime volte che una donna viene rappresentata come combattente al fianco del proprio marito. Odoardo, il marito di Gildippe, è anch’egli un valoroso guerriero.

Entrambi perdono la vita in battaglia, dimostrando grande coraggio e fedeltà reciproca.

La scena è particolarmente toccante perché Odoardo cerca disperatamente di proteggere Gildippe fino all’ultimo momento. Anche se entrambi sanno che la morte è vicina, il loro coraggio e la loro dedizione sono emblematici del sacrificio e dell’onore che caratterizzano i protagonisti del poema. Nella battaglia Odoardo e Gildippe si scontrano con Solimano, il più valoroso e celebre campione dei musulmani. Odoardo perderà un braccio prima di morire.

Armida e Rinaldo sono due personaggi molto importanti nel poema epico di Tasso. Attraverso la loro storia l’autore esplora temi di tentazione, redenzione e il conflitto tra dovere e desiderio personale.

Armida è una bellissima maga pagana che viene inviata a ostacolare i crociati con i suoi incantesimi. Utilizza la sua bellezza e i suoi poteri magici per sedurre e distrarre i cavalieri cristiani, tra cui Rinaldo. Armida riesce a imprigionare Rinaldo nel suo giardino incantato, dove tenta di tenerlo lontano dalla guerra e dalla sua missione.

Rinaldo è uno dei più valorosi cavalieri cristiani. Egli è giovane, coraggioso e impetuoso. Dopo essere stato sedotto e imprigionato da Armida, viene liberato da Carlo e Ubaldo, due suoi compagni crociati, che lo riportano sulla retta via e lo convincono a tornare a combattere per la causa cristiana. Rinaldo riesce a redimersi e gioca un ruolo cruciale nella vittoria finale dei crociati.

Elena la madre irrequieta e indomabile di Costantino

Elena era di Drepano, in Bitinia; da giovane lavorava come “stabularia” (termine traducibile grosso modo con ostessa, da stabulum, luogo di soggiorno, ma anche locanda, n.d.r.). E’ in una taberna di Drepano incontrò Costanzo Cloro.
Siamo nel 273 e, causa le numerose incursioni dei Goti sul Bosforo, Drepano era considerata città di retrovia. Per gli ufficiali dell’impero, una sorta di riposo del guerriero.
Naturalmente Elena era bella e Costanzo Cloro se ne innamorò. Nel caldo della passione forse l’avrebbe anche sposata, ma la legge romana del tempo vietava agli alti ufficiali il matrimonio con le donne del luogo.

È inutile ripetere come i vari panegiristi facessero prestigiosi giochi di equilibrismo per dimostrare che l’unione di Elena con Costanzo Cloro fosse regolare e quindi Costantino un figlio legittimo, non un bastardo. Nel 284 i soldati vicino a Nicomedia eleggono imperatore Diocleziano.

Costanzo Cloro era stato un ufficiale superiore di Carino; ma, primula rossa dei tempi, era rimasto fedele alla memoria del defunto imperatore. Questo esempio di lealtà piacque a Diocleziano, che lo inviò sul Reno al fianco del suo commilitone Massimiano. Elena non vide piú il suo amante-marito e si rinchiuse in una solitudine di madre.

A diciassette anni Costantino accompagnò Diocleziano in Egitto, in Persia, poi combatté anno dopo anno sul Danubio, finché, scomparso Diocleziano dalla scena politica, lasciò Nicomedia e raggiunse il padre in Gallia e poi in Britannia. I legionari della Britannia, morto Costanzo Cloro a Eboracum (York), eleggono Costantino imperatore. Si trasferisce a Treviri (306) e da lí chiama la madre Elena. Che diventa Augusta.
A Treviri c’è anche Teodora, la moglie legittima di Costanzo Cloro, al letto del quale Costantino ha giurato di rispettare e Teodora e i sei figli avuti da lei.
Ma Elena è inflessibile: non starà mai nella stessa corte con la donna che le ha strappato l’uomo della sua vita.

Costantino cede di fronte alla madre ed esilia Teodora a Tolosa.

Nel frattempo la giovane Minervina, concubina di Costantino dal tempo di Nicomedia, che in pratica ha ricalcato le orme di Elena, abbandona il campo (non sappiamo se morta o ripudiata), ed Elena si prende cura come una madre dell’educazione e della crescita del figlio di lei, Crispo.

Nel 312 Elena è a Roma, dove per opera di Osio, vescovo di Cordoba, simpatizza e poi si converte al cristianesimo.

Nel 326 la tragedia di Crispo la travolge. Si raffredda perfino con il figlio e non ha pace finché non smaschera Fausta.

Elena, l’Augusta, non era a Nicomedia nell’estate del 325, e a Roma visse la morte di Crispo nell’esilio di Pola con lo strazio e la lacerazione di una madre. Non credette mai alla colpevolezza del nipote. Era sicura del contrario e si mise a spiare Fausta.

Ordí la tela entro cui impigliarla con la pazienza vendicativa della vecchia. Raggiunse la prova delle sfrenatezze di Fausta prima di quanto avesse calcolato. E fu biblicamente implacabile al ritorno di Costantino. Il quale, nella punizione, vi aggiunse una ferocia pari all’orrore della scoperta. Né si placò con la morte della moglie, soffocata in un bagno, ma quanti erano sospetti o complici o le erano stati amici furono, senza distinzione, ammazzati.

Poi parte per la Palestina, in espiazione. Per la sua morte (328-329 circa) gli elogi, le preghiere, le omelie si sprecano. Il suo corpo trasportato a Roma fu sepolto nel mausoleo imperiale collegato con la chiesa dei Ss. Pietro e Marcellino.
Costantino chiamò con il nome di Elena due città: una in Palestina, l’altra Drepano, dove era nata.

Il suo bellissimo sarcofago in porfido rosso è conservato presso i Musei Vaticani, insieme con il sarcofago della nipote Costanza o Costantina.

Fonte: Archeo Monografie, Aprile/maggio 2024, Carocci Editore

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Camera gotica

Teatro di Villa Torlonia

Ci troviamo nell’appartamento ovest del Teatro di Villa Torlonia

La sala ha le pareti e la volta “a schifo” integralmente dipinte a raffigurare architetture in stile gotico articolate in un succedesi di nicchie con guglie e colonne che ospitano statue dorate, ricche cornici con motivi a tortiglione e foglie d’acanto.

Al centro dei partiti architettonici sono inseriti dei tondi con scene cavalleresche su fondo nero, mentre sopra le porte sono riprodotte finte vetrate dai colori sgargianti con gli stemmi Torlonia e Colonna.

Al centro del bel pavimento in marmo vi è un piccolo mosaico policromo rettangolare, di semplice fattura con due figure femminili che in segno di pace recano ramoscelli d’ulivo a due guerrieri romani.

Il teatro si trova dentro Villa Torlonia, ma non fa parte del museo.
L’accesso viene gestito dalla Fondazione Teatro di Roma.

Villa Torlonia – Via Nomentana , 70 – 00161 Roma

Il modo più suggestivo per visitare questo gioiello è partecipare alle visite spettacolo che la Fondazione organizza durante l’anno.

Le visite sono riservate a gruppi di massimo 25 persone e durano un’ora.
Avrete la possibilità di assistere ad un racconto straordinario, ascoltare la viva voce dei protagonisti delle vicende che hanno portato alla costruzione e all’abbandono del teatro voluto da Alessandro Torlonia per onorare la giovane moglie Teresa Colonna.

Il Teatro di Villa Torlonia

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Serre del teatro Torlonia

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Agrippina Maggiore


Agrippina Maggiore era la figlia di Marco Vipsanio Agrippa e di Giulia, figlia di Ottaviano Augusto (23 ottobre 14 a.C – 18 ottobre 33 d.C.). Faceva parte della dinastia Giulio Claudia.
Ando’ in sposa a Germanico, figlio adottivo di Tiberio.
La coppia ebbe nove figli, tra cui Caligola e Agrippina Minore (madre di Nerone).
Agrippina seguiva il marito al fronte ed insieme furono protagonisti di atti di eroismo che li resero famosi ed amati sia dal popolo che dal Senato romano. Questo provocò la gelosia di Tiberio e timori per il suo potere.
Dopo poco tempo Germanico venne avvelenato.


La morte di Germanico sconvolse tutto l’impero, dal popolo che lo adorava alla moglie Agrippina; le statue degli dei vennero tirate giù in molte città, poiché la gente non voleva adorarli dopo che essi avevano lasciato morire l’amato erede al trono.

La reazione del popolo peggiorò la situazione di Agrippina presso Tiberio e alla fine venne esiliata a Ventotene (all’epoca l’isola si chiamava Pandataria). L’esilio era un’arma che Tiberio aveva già precedentemente utilizzato per sbarazzarsi della madre di Agrippina, Giulia Maggiore la figlia di Augusto.

“… la relegò nell’isola di Pandataria e, dal momento che anche qui lo insultava, la fece bastonare da un centurione che le cavò un occhio. Agrippina decise allora di lasciarsi morire di fame, ma Tiberio ordinò di nutrirla aprendole la bocca con la forza. Quando, per la sua ostinazione, fu trovata morta, non cessò di accanirsi contro di lei, ma dopo aver raccomandato di annoverare fra i giorni nefasti quello della sua nascita….”
Svetonio, Vita dei Cesari

Cronologia:
23 ottobre 14 a.C. nasce Agrippina Maggiore, figlia di Marco Vipsanio Agrippa e Giulia Maggiore, figlia di Augusto.

4 d.C. matrimonio con Germanico Giulio Cesare, figlio adottivo di Tiberio e futuro erede al trono.

4-19 d.C. partorisce nove figli con Germanico, tra cui Gaio Cesare (noto come Caligola) e Agrippina Minore (la madre del futuro imperatore Nerone).

14 d.C. Segue Germanico nelle campagne militari in Germania, dimostrando grande coraggio e capacità di comando.

19 d.C. Germanico muore in circostanze misteriose ad Antiochia, e Agrippina torna a Roma con le sue ceneri.

24 d.C. Agrippina viene accusata di linguaggio insolente e esiliata da Tiberio sull’isola di Ventotene, dove muore il 18 ottobre 33 d.C.

Agrippina Maggiore è ricordata come una figura di grande importanza nella dinastia giulio-claudia, nonché per il suo ruolo attivo nelle campagne militari e nella vita politica dell’epoca

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Livia Drusilla

Livia Drusilla (58 a.C.- 29 d.C.) divenne la prima imperatrice romana, moglie dell’imperatore Augusto. La sua vita ricca di intrighi, amore e ambizione, l’ha resa una figura cruciale nella storia di Roma antica.

Famiglia e Primi Anni
Livia nacque in una nobile famiglia senatoria, i Claudii, una delle dinastie più antiche e prestigiose di Roma. Figlia di Marco Livio Druso Claudiano e Alfidia, ricevette un’educazione raffinata e aristocratica, sviluppando presto una forte personalità e astuzia politica.

Opposizione a Cesare e Primo Matrimonio
La famiglia di Livia si oppose attivamente a Giulio Cesare e, successivamente, a Ottaviano. Fu data in sposa a Tiberio Claudio Nerone, con cui ebbe due figli, Tiberio e Druso. Questo matrimonio sancì le alleanze politiche tra le famiglie. Livia rimase con il suo primo marito anche durante il periodo di fuga a causa delle guerre civili, dimostrando grande lealtà e coraggio.

Incontro e Matrimonio con Augusto
Il momento cruciale della sua vita avvenne nel 39 a.C., all’età di diciannove anni, quando, appena pochi giorni dopo aver dato alla luce il suo secondo figlio Druso, Livia sposò Ottaviano. Quando lo incontrò, fu amore a prima vista. Così, nonostante fosse già incinta, Ottaviano fece in modo di sciogliere il matrimonio tra Livia e Tiberio Claudio Nerone e la sposò immediatamente. La giovane Livia, da allora divenne la sua determinata e fidata consigliera.

Rapporti Complicati
La vita di Livia a corte fu complicata, ma non priva di successi diplomatici. I suoi rapporti con Giulia, la figlia di Ottaviano Augusto, furono tesi e spesso difficili. Tuttavia, Livia seppe mantenere un controllo intelligente sui suoi figli e sul marito, Augusto. L’entusiasmo iniziale di Marco Vipsanio Agrippa, importante generale e consigliere di Augusto, per Livia fu rapidamente stemperato dalla sua ambizione e dalle sue azioni calcolatrici.

Intrighi e Ambizioni
Livia fu un’abile manipolatrice e architetto di svariate congiure per assicurare il potere a suo figlio Tiberio. Tra i suoi obiettivi principali vi fu l’eliminazione dei possibili rivali. Il destino di Agrippa Postumo, ultimo nipote maschio di Augusto (figlio di Giulia e di Marco Agrippa) fu segnato dalla presunta complicità di Livia nell’ordire la sua eliminazione. Fece lo stesso con Germanico, generoso generale e padre di Caligola, e con sua moglie Agrippina Maggiore, consolidando la traiettoria politica verso l’ascesa di Tiberio.

Infine, il suo Lascito
Livia rimase una figura di potere e influenza fino alla sua morte nel 29 d.C. Sotto il nome di Giulia Augusta, ottenuto dopo la morte di Augusto, incarnò l’immagine della matrona romana perfetta: austera, virtuosa, e inesorabile.

La complessità e le manovre di Livia Drusilla hanno dipinto la figura di una donna formidabile e intraprendente. La storia ricorda Livia non solo per la sua bellezza e grazia, ma anche per la sua perspicacia politica, la sua ambizione e il suo implacabile sostegno al figlio Tiberio, segnando così un’era nei primi giorni dell’Impero Romano.

Cronologia:
30 gennaio 59/58 a.C. – Nasce a Roma, figlia di Marco Livio Druso Claudiano e di Alfidia

42 a.C. – Sposa Tiberio Claudio Nerone, con cui ha i figli Tiberio e Druso Maggiore

39 a.C. – Divorzia da Tiberio Claudio Nerone quando era ancora incinta di Druso

38 a.C. – Nasce Druso Maggiore e Livia sposa Ottaviano

16 gennaio 27 a.C. – Ottaviano diventa Augusto

2 d.C. – Diventa Augusta dell’Impero Romano, influenzando profondamente le decisioni politiche di Augusto

19 agosto 14 d.C. – Morte di Augusto; Livia viene adottata nel testamento del marito con il nome di “Giulia Augusta”

14 – 29 d.C. – Continua a esercitare la sua influenza politica, principalmente come consigliera di suo figlio, l’imperatore Tiberio.

28 settembre 29 d.C. – Muore a Roma all’età di 86/87 anni

41 d.C. – Divinizzata dal nipote Claudio, diventando un esempio di virtù femminile e potere imperiale.

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Ottaviano Augusto

Ottaviano Augusto, primo imperatore romano, regnò per 41 anni dal 27 a.C. al 14 d.C. Celebre per la transizione da repubblica a impero, promosse riforme politiche e sociali stabilizzando Roma. Fu acclamato “padre della patria” e inaugurò la Pax Romana, sostenendo le arti e monumenti che arricchirono…

Nerone

Nerone, nato nel 37 d.C., divenne imperatore nel 54 d.C. sotto l’influenza ambiziosa di sua madre Agrippina. Famoso per l’incendio di Roma e la persecutoria gestione del potere, venne deposto e suicidò nel 68 d.C. La sua eredità include la grandiosa Domus Aurea e il circo dove…

Le pareti ingannevoli

Il sorprendente criptoportico conservato a Palazzo Massimo, è un paesaggio inventato e immaginato per cantare e racchiudere (in un hortus conclusus) il presente felice, il piacere di vivere e di godere della pace, dell’ordine, della giustizia riportati da Augusto con la vittoria sulle forze selvagge.

Tomba Bartoccini

Anno di rinvenimento: 1959
Datazione: 530-520 a.C.

È costituita da una camera centrale su cui se ne aprono altre tre, tutte con soffitto a doppio spiovente.

Decorazione: la camera principale presenta la travatura centrale (columen) decorata a rosoni e gli spioventi a scacchiera; sul frontone della parete di fondo è una scena di banchetto, sul frontone opposto sono due ippocampi affrontati; lungo le pareti gruppi di fasce delimitano motivi a scacchiera ed a fiorellini.

Il frontone della camera di fondo presenta ai lati del sostegno del columen due gruppi di animali in lotta; i frontoni delle camere laterali presentano pantere e leoni affrontati.

È la più vasta tomba dipinta tarquiniense di età arcaica, con motivi di prevalente carattere decorativo, ad eccezione della scena di banchetto che è considerata la più antica documentazione simposiaca della pittura etrusca.

Interessante documento di riutilizzazione della tomba sono i numerosi graffiti di probabile epoca tardo gotica nella camera centrale per uso non funerario.

Necropoli dei Monterozzi
SITO UNESCO
Indirizzo: Via Ripagretta, 01016 Tarquinia VT

Tomba Bartoccini

La tomba dipinta tarquiniense, risalente al 530-520 a.C., presenta una camera centrale e tre laterali decorate con motivi a scacchiera e scene di banchetto. È il più antico esempio di pittura etrusca simposiaca, con graffiti successivi.

Tomba dei Leopardi

Il sepolcro scoperto nel 1875 risale al 470 a.C. e presenta decorazioni vivaci. La camera funeraria ospita una scena di banchetto con leopardi e simbologie di immortalità, riflettendo pratiche funerarie etrusche. Si trova a Tarquinia, Patrimonio UNESCO.

Tomba delle Leonesse

La tomba rinvenuta nel 1874, datata intorno al 520 a.C., presenta una camera decorata con elementi pittorici che rappresentano la vita aristocratica e il simposio, autentico rifugio di relazioni sociali, e si trova nella Necropoli dei Monterozzi.

Tomba dei Leopardi

Anno di rinvenimento: 1875
Datazione: 470 a.C. circa

Attraverso un breve corridoio a gradini si scende alla camera funeraria, rettangolare e con tetto a doppio spiovente.

Decorazione: soffitto con scacchiera sugli spioventi e cerchi concentrici sul trave di colmo.

Sul frontoncino della parete di fondo, ai lati di un alberello, si fronteggiano i due leopardi che danno il nome al sepolcro.

Sulle pareti un grande fregio con il banchetto in onore dei defunti: i banchettanti, distesi sui letti tricliniari e serviti da giovani servitori nudi, sono dipinti sulla parete di fondo; verso di loro incedono – dipinti sulle pareti laterali – altri inservienti con il vasellame per le bevande ed i danzatori ed i musici che allietano il simposio.

Tra i convitati, da notare la coppia che si scambia un uovo, simboli di immortalità.

La modesta qualità delle pitture, con personaggi dalla corporatura rigida e sproporzionata, è mascherata tuttavia dalla fresca vivacità della ricca policromia.

Necropoli dei Monterozzi
SITO UNESCO
Indirizzo: Via Ripagretta, 01016 Tarquinia VT

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I cavalli alati simbolo di Tarquinia

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Tomba delle Leonesse

Anno di rinvenimento: 1874
Datazione: intorno al 520 a.C.

È costituita da una camera unica con soffitto a doppio spiovente ed accesso costituito da dromos a gradini.

Decorazione: il soffitto è decorato con un motivo a scacchiera e le pareti sono scandite da sei colonne che conferiscono alla tomba il carattere di padiglione.
Sul frontone della parete di fondo sono rappresentate due leonesse maculate affrontate.

Al centro della parete viè un grande cratere a volute ai lati del quale sono due musici, sulla sinistra è una danzatrice, sul lato opposto una coppia di danzatori. Sulle pareti laterali sono raffigurati banchettanti sdraiati.

Inferiormente, su tutti i lati, corre un fregio naturalistico costituito da delfini che si tuffano tra le onde marine.

Questa decorazione parietale fornisce un’immagine di vita aristocratica in cui il simposio è un’occasione d’incontro all’interno di una ristretta cerchia sociale.

La Necropoli dei Monterozzi
Sito UNESCO
Indirizzo: via Ripagretta, 01016 Tarquinia, Viterbo

I cavalli alati simbolo di Tarquinia

Il santuario dell’Ara della Regina
Museo archeologico di Tarquinia

Intorno al 400-390 a.C. fu costruito sul pianoro della Civita a Tarquinia il più grande tempio d’Etruria, conosciuto come Ara della Regina.
L’edificio, che incorporò due templi precedenti del 570 e del 530 a.C., sorgeva su un alto podio risultando ben visibile da lontano e presentava sulla fronte una vasta terrazza interrotta da una scenografica scalinata.

La pianta era costituita da una cella preceduta da un pronao con quattro colonne e fiancheggiata da due corridoi.

Il tetto in legno era rivestito di terrecotte architettoniche riccamente colorate; il frontone era aperto e l’altorilievo con i cavalli alati decorava la testata del trave di sinistra alla quale era fissato con grandi chiodi bronzei.
Secondo alcuni studiosi la decorazione frontonale si ricollegava alle origini mitiche della città il personaggio sul carro, non conservato, è identificato come Tinia (Giove) o Hercle (Ercole) che ritorna all’Olimpo sul carro.

Rinvenuto nel 1938 durante gli scavi di Pietro Romanelli, l’opera è universalmente riconosciuta come uno dei maggiori capolavori della scultura etrusca in terracotta, ormai assurto a simbolo della città di Tarquinia.

Pietro Romanelli, rinvenì a circa 3 metri di profondità i numerosi frammenti della lastra – un centinaio – i cui delicati disegni a china illustrano il giornale di scavo. Rapidamente e sapientemente restaurato, già alla fine di ottobre dello stesso anno il gruppo veniva esposto nelle sale del Museo tarquiniese: recentemente – a più di 60 anni dalla scoperta – i “cavalli alati” sono stati sottoposti ad un nuovo generale e moderno intervento conservativo che permette di meglio apprezzarne la straordinaria fattura.

La lastra – alta metri 1,15 e larga metri 1,25 – era in origine applicata alla testata del trave sinistro del triangolo frontonale della facciata del tempio: il suo margine superiore, tagliato obliquamente, ricalca infatti l’inclinazione di quello del grande trave di legno. Gli animali, magistralmente modellati a mano, si distaccano progressivamente dalla lastra di fondo: inizialmente a bassorilievo fino a divenire a tutto tondo all’altezza delle teste e delle ali. L’altorilievo era fissato alla struttura lignea del tetto mediante numerosi lunghi chiodi di bronzo alcuni dei quali – recuperati nello scavo – in occasione del recente restauro sono stati reinseriti nei fori originali. La scultura era arricchita da una vivace policromia di cui restano abbondanti tracce.

I cavalli, volti a sinistra con le froge dilatate e la bocca semiaperta, fremono impazienti pronti a spiccare il volo; le criniere, corte e folte, si spartiscono alla sommità del capo; le lunghe code sono annodate in alto.

Riccamente bardati gli animali erano aggiogati ad una biga, di cui resta il solo timone, montata verosimilmente da un eroe o da una divinità: il carro doveva decorare una seconda lastra affiancata sulla destra a quella con i destrieri ma della quale purtroppo lo scavo non restituì alcun frammento. Difficile, dati i pochi elementi rimasti, l’interpretazione del programma figurativo rappresentato nella decorazione del frontone ma – per analogia con i santuari urbani di altre città etrusche – esso doveva in qualche modo ricollegarsi alle origini della città e ai suoi miti di fondazione.

I “cavalli alati” di Tarquinia sono opera di un artigiano etrusco che nel plasmarli – nei decenni iniziali del IV sec a.C. – mostra una perfetta conoscenza della scultura greca di età classica ma resta nel contempo profondamente legato alla tradizione locale come rivelano la sproporzione volumetrica dei colli e delle teste rispetto al resto dei corpi esili e allungati, la voluta accentuazione delle annotazioni anatomiche, il gusto decorativo dei monili etc.

Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia – Palazzo Vitelleschi
Indirizzo: Piazza Cavour, 1a, 01016 Tarquinia VT
web: https://pact.cultura.gov.it/museo-archeologico-nazionale-di-tarquinia/

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La Necropoli dei Monterozzi: un patrimonio UNESCO

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L’uso di decorare con pitture le camere sepolcrali è attestato in numerosi centri etruschi ma è solo a Tarquinia che il fenomeno assume dimensioni così ampie e continuate nel tempo: esso è infatti attestato dal VII al III secolo a.C., praticamente per tutta la durata della vita dell’antica città etrusca.

Le tombe dipinte costituiscono tuttavia una minima parte dei sepolcri cittadini, circa il 3% delle più di 6000 tombe ad oggi individuate: esse sono infatti espressione della classe aristocratica che sola poteva permettersi il lusso di decorare i propri sepolcri.

La scoperta delle prime tombe dipinte risale al Rinascimento e ad oggi si conoscono circa 200 sepolcri affrescati; molti di essi furono però rinterrati dopo la scoperta, ritenendo all’epoca di preservarne al meglio in tal modo la decorazione dipinta mentre di altri si è persa purtroppo l’esatta ubicazione. Al momento sono accessibili circa 60 ipogei.

La Soprintendenza sta attrezzando progressivamente nel tempo gli ipogei per consentire la pubblica fruizione: si provvede a tale scopo all’installazione di barriere trasparenti all’ingresso della camera funeraria che – isolando l’ambiente dipinto – impediscono che al suo interno si verifichino quegli sbalzi di temperatura e umidità dovuti alla presenza dei visitatori e che sono tra i maggiori fattori di degrado della pellicola pittorica.

Indirizzo: Via Ripagretta, 01016 Tarquinia VT
Sito web: https://pact.cultura.gov.it/necropoli-dei-monterozzi-di-tarquinia/
Costo Indicativo del biglietto:
Gratuità: prima domenica del mese

Accessibilità: gli ambienti ipogei sono accessibili attraverso corridoi inclinati o gradini, non adatti a carrozzini o passeggini

COME RAGGIUNGERE TARQUINIA DA ROMA
Con l’auto
– da Roma: prendere l’autostrada fino a Civitavecchia e la Statale Aurelia (100 km circa).