Rifugio antiaereo e bunker di Villa Torlonia

Il 5 aprile 2024 ha riaperto il bunker di Villa Torlonia con un nuovo allestimento: il nuovo percorso prevede l’accesso al rifugio antiaereo e al bunker situati sotto il casino nobile della villa.
Resta ancora chiuso il rifugio antiaereo situato sotto il laghetto del Fucino.

Cenni storici

Questo breve viaggio vi porterà a conoscere le vicende avvenute a Villa Torlonia nel secolo scorso. Nel 1925 il Principe Giovanni Torlonia decise di concedere a Mussolini e alla sua famiglia, l’utilizzo della Villa ad eccezione della Casina della Civette (che elesse a sua dimora personale).

Mussolini utilizzò la villa come sede di rappresentanza fino al 1929, quando vi trasferì la famiglia. Con lo scoppio della guerra, per difendere il capo del governo, si cominciò a pensare alla costruzione di un rifugio in caso di bombardamento.

Sotto il laghetto del Fucino

Nel 1940, utilizzando ambienti pre-esistenti, si costruì un rifugio antiaereo sotto il laghetto del Fucino. Aveva tutti i confort per l’epoca: impianto di ricircolo dell’aria, luce elettrica e un telefono per comunicare con l’esterno. Nel rifugio c’erano diversi ambienti e perfino un gabinetto. Questo rifugio fu considerato insicuro per due motivi principali: si trovava a 150 metri dal Casino Nobile, una distanza eccessivamente pericolosa in caso di bombardamenti e trovarsi sotto uno specchio d’acqua lo rendeva un bersagli particolarmente facile per gli aerei.

Sotto il Casino Nobile

Nel 1941 si decise di utilizzare le cantine sotto il Casino Nobile per creare un rifugio antiaereo, ma anche questo, trovandosi a pochi metri sotto terra non fu considerato abbastanza sicuro. Il rifugio antiaereo aveva la luce elettrica, porte antigas, telefono, mura in cemento armato.


Nel 1942 venne affidato agli ingegneri del corpo nazionale dei vigili del fuoco un progetto per la realizzazione di un vero e proprio bunker.
Il bunker a pianta a croce, verrà realizzato a 6,5 metri di profondità con pareti in cemento armato spesse 4 metri.


La famiglia Mussolini non lo utilizzerà mai perché il duce verrà destituito il 24 luglio del 1943. Verrà invece utilizzato dagli abitanti della villa e del quartiere durante i bombardamenti sulla città dal luglio 1943 a maggio 1944.

Il percorso della visita

Per partecipare alla visita guidata (accessibile solo previa prenotazione) dovrete mostrare il biglietto – già acquistato – alla biglietteria del Casino nobile e lasciare il vostro nominativo.
Dalla biglietteria vi indicheranno il punto di incontro da cui partire con la guida.
L’ingresso è sul lato sinistro del Casino Nobile (dando le spalle all’ingresso).
Scenderete per alcuni gradini e vi troverete nel primo ambiente, il rifugio antiaereo. Siamo a pochi metri di profondità sotto la sala da ballo del Casino Nobile. Vi immergerete nell’atmosfera degli anni precedenti alla guerra, grazie alle foto della famiglia Mussolini che qui aveva la sua residenza. Un serie di video dell’Istituto Luce del tempo vi racconteranno brevemente gli incontri di Mussolini con personaggi famosi del tempo prima della guerra, il matrimonio della figlia Edda con Galeazzo Ciano nel 1930 e la creazione degli orti di guerra durante il secondo conflitto mondiale.
Procedendo vi troverete in altri ambienti, e sarete seguiti dalle proiezioni di persone, vestite con abiti degli anni 40, che entreranno nel rifugio con voi con un sottofondo musicale.

Onestamente le proiezioni dei rifugiati sono poco realistiche, le persone sono troppo tranquille per essere sotto attacco aereo (c’è chi gioca a carte, chi legge il giornale, bambini che giocano con gli aeroplanini mentre si sentono in lontananza i rumori degli aerei).
Si entrerà poi nel bunker vero e proprio, passando davanti ad un colombario romano che venne scoperto durante gli scavi e qui assisterete ad una simulazione di un attacco aereo.
Uscirete poi nel giardino di Villa Torlonia.

Gli allestimenti precedenti

Fino al 2019 era possibile visitare sia il rifugio anti-aereo entrambi i rifugi: quello sotto il Casino Nobile e quello sotto il laghetto del Fucino. Si spera che in futuro anche questo secondo percorso sia fruibile al pubblico. I due rifugi erano gestiti da associazioni di cittadini che si occupavano di gestire le visite e la biglietteria. Dal 2020 al 2024 i rifugi sono stati chiusi al pubblico. In questi video è possibile vedere gli interni del rifugio sotto il laghetto.

Indirizzo: Musei di Villa Torlonia – Bunker e Rifugio Antiaereo Casino Nobile – Roma
Via Nomentana, 70

Costo della visita: 13 euro + 1 euro di prevendita (online) – ridotto a 6 euro + 1 euro di prevendita (online) per i possessori di carta MiC

Acquista online qui


Modalità di accesso: prenotazione obbligatoria.
L’accesso è consentito solo con visita guidata, i gruppi saranno composti da un massimo di 20 persone (30 per i gruppi scolastici).

Durata della visita: massimo 50 minuti. La visita è sconsigliata a chi soffre di claustrofobia, fotofobia o fonofobia.

Il sito non è accessibile a persone che hanno disabilità motorie (sono presenti scale ripide).

Calendario 2025:
– visite guidate per singoli ogni sabato alle ore 10.00, 15.00, 16.00 e 17.00
ogni domenica ogni domenica alle ore 10.00, 11.00, 12.00, 14.00 e 17.00
– visite in inglese ogni sabato alle ore 11.00
Consultare sempre il calendario prima di prenotare

Leggi anche:
Musei di Villa Torlonia
Casino Nobile
Casino dei Principi
Casina delle Civette
Serra e Torre Moresca
Teatro Torlonia

Il Tempio di Saturno

Il Tempio di Saturno, situato a Villa Torlonia a Roma, è un’opera romantica del 1836 che riproduce elementi classici, celebra la gloria romana attraverso rilievi storici e rappresenta l’impegno culturale della famiglia Torlonia.

Camera gotica

Il Teatro di Villa Torlonia, situato nell’appartamento ovest, è decorato con architetture gotiche, statue dorate e vetrate colorate. Non fa parte del museo, ma è visitabile tramite spettacoli organizzati dalla Fondazione Teatro di Roma, per gruppi ristretti.

Rifugio antiaereo e bunker di Villa Torlonia

Il 5 aprile 2024, il bunker di Villa Torlonia ha riaperto con un nuovo percorso che include il rifugio antiaereo sotto il casino nobile. La storia della villa, legata a Mussolini, offre dettagli sui rifugi costruiti durante la guerra.

Si è verificato un problema. Aggiorna la pagina e/o riprova in seguito.


Nerone

L’ultimo erede di Augusto

Chi era Nerone?

Lucius Domitius Ahenobarbus, conosciuto come Nerone, nacque ad Anzio, il 15 dicembre 37 d.C. , “… nove mesi dopo la morte di Tiberio, diciotto giorni prima della calende di gennaio, proprio al sorgere del sole in modo che fu toccato dai suoi raggi prima ancora della terra. Intorno al suo oroscopo molti misero insieme immediatamente tutta una serie di terribili predizioni e un presagio lo si vide anche nelle parole di suo padre Domizio, mentre rispondeva alle felicitazioni degli amici: che da lui e da Agrippina era potuto nascere soltanto qualcosa di dannoso per lo Stato”. Svetonio,Libro sesto, 6, Vite dei Cesari.

Sua madre era Agrippina Minore, sorella dell’imperatore Caligola, figlia di Agrippina Maggiore e di Britannico, discendenti di Augusto. Agrippina fu una figura molto importante per il destino di Nerone. Donna spietatamente ambiziosa, fu esiliata dal fratello Caligola nel 39 d.C. per aver organizzato una congiura contro di lui. Alla morte del fratello nel 41 riuscì a tornare a Roma, riprendersi il figlio e nel 49 d.C. sposare lo zio Claudio, diventando così imperatrice. In quegli anni, ingelosita dall’amore che Nerone provava per la zia Domizia Lepida, che si era occupata di lui mentre Agrippina era in esilio, la fece condannare a morte, costringendo il figlio undicenne a mentire e testimoniare contro di lei.
Nerone veniva usato come una pedina dalla madre che mirava alla gestione del potere. A tale scopo a 16 anni lo fidanzò con la sorellastra Claudia Ottavia, figlia di Claudio. Nel 54 Claudio morì per avvelenamento, forse voluto da Agrippina e poco dopo anche il suo erede Britannico. Nerone divenne imperatore il 13 ottobre del 54, aveva 17 anni e fu posto sotto la tutela della potente madre.
Ma le cose tra madre e figlio cominciarono gradatamente ad andare sempre peggio: Nerone sentiva troppo incombente la figura della madre e cercò di sbarazzarsi di lei. Dopo vari tentativi, finalmente riesce a farla assassinare nel 59.

Da qui cominciano una serie di assassini, Nerone fa uccidere Claudia Ottavia perché desiderava sposare Poppea Sabina, ma poi si stufa anche di lei e la uccide mentre era incinta, dopo solo tre anni di matrimonio. L’anno dopo nel 66 si sposa con Statilia Messalina. Messalina faceva parte della famiglia di Tito Tauro Statilio, che sua madre Agrippina aveva accusato di magia e fatto processare, per impadronirsi dei suoi beni.

Diventato sempre più tirannico e avendo sperperato le casse dello stato per il suo sfarzo, si era inimicato il Senato e piano piano anche il popolo. Dopo una serie di congiure sventate, il Senato, con l’appoggio dell’esercito lo depose.
Nerone si suicidò il 9 giugno del 68, fuori Roma,

Per quale motivo è famoso Nerone?

Nerone è famoso per l’incendio che devastò e distrusse quasi completamente Roma nel 64 d.C. e per la conseguente persecuzione dei Cristiani, durante la quale morirono anche gli apostoli Pietro e Paolo.

Già Svetonio lo accusava apertamente di esserne stato l’artefice:

“In realtà, con il pretesto che era disgustato dalla bruttezza degli antichi edifici e dalla strettezza e sinuosità delle strade, incendiò Roma e lo fece così apertamente che molti ex consoli, avendo sorpreso nei loro possedimenti alcuni suoi servi di camera con stoppa e torce tra le mani, non osarono toccarli, mentre alcuni magazzini di grano, che occupavano presso la « Casa dorata » un terreno da lui ardentemente desiderato, furono abbattuti con macchine da guerra e incendiati perché erano stati costruiti con muri di sasso. Il fuoco divampò per sei giorni e sette notti, obbligando la plebe a cercare alloggio nei monumenti pubblici e nelle tombe. […] Nerone contemplò questo incendio dall’alto della torre di Mecenate e affascinato, come diceva, dalla bellezza della fiamma, cantò la « Presa di Troia», indossando il suo costume da teatro..” Svetonio, “Vita dei Cesari”, Libro sesto, 38

Secondo gli storiografi moderni, Nerone non era responsabile dell’incendio, trovandosi ad Anzio. Si precipitò a Roma e cercò di soccorrere i cittadini che avevamo bisogno.


Cosa pensavano i contemporanei di lui?

Gli storici antichi hanno avuto per Nerone una vera avversione, mentre oggi si tende a rivalutarne la figura.

Nerone è stato per l’antichità, il modello del tiranno da non imitare, l’uomo che si era fatto soggiogare dal potere e alla fine ne era morto.

Il Senato e l’aristocrazia gli erano nemici, ma solo quando l’esercito si ribellò fu la rovina. D’altra parte Nerone non si era mai interessato alle campagne militari e non aveva preso parte a nessuna campagna.

Il popolo invece lo amava per gli splendidi giochi che aveva offerto e per le donazioni elargite.

Quale eredità ci ha lasciato Nerone?

L’eredità più importante che ci ha lasciato è sicuramente la Domus Aurea, che venne interrata subito dopo la sua morte, per fare spazio al Colosseo.

La costruzione era così grandiosa che non si era mai visto una cosa del genere a Roma, ancora Svetonio:

“[…] si fece erigere una casa che andava dal Palatino all’Esquilino, e la battezzò subito « il passaggio» e quando un incendio la distrusse, se la fece ricostruire e la chiamò « Casa d’oro». Per dare un’idea della sua estensione e del suo splendore, sarà sufficiente dire questo: aveva un vestibolo in cui era stata rizzata una statua colossale di Nerone, alta centoventi piedi; era tanto vasta che la circondava un portico, a tre ordini di colonne, lungo mille passi e vi si trovava anche uno specchio d’acqua simile al mare, sul quale si affacciavano edifici che formavano tante città; per di più vi era un’estensione di campagna dove si vedevano campi coltivati, vigneti, pascoli e foreste, abitate da ogni genere di animali domestici e selvaggi. Nel resto dell’edificio tutto era ricoperto d’oro e rivestito di pietre preziose e di conchiglie e di perle, i soffitti delle sale da pranzo erano fatti di tavolette d’avorio mobili e percorsi da tubazioni, per poter lanciare sui commensali fiori, oppure profumi. La principale di queste sale era rotonda, e girava continuamente, giorno e notte, su se stessa, come il mondo; nei bagni fluivano le acque del mare e quelle di Albula. Quando un tale palazzo fu terminato e Nerone lo inaugurò, tutta la sua approvazione si ridusse a dire « che finalmente cominciava ad avere una dimora come si addice ad un uomo ».” Svetonio, Libro sesto, 31, Vita dei Cesari

Costruì anche un circo, dove si presume venne sepolto San Pietro, dove oggi si trova al Basilica di San Pietro.
Si occupò anche di terminare i lavori di Portus, il porto voluto dall’imperatore Claudio.


Lucius Domitius Ahenobarbus (15 dicembre 37 d.C.) nasce ad Anzio (Roma) assumerà il nome di Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico quando prenderà il potere

Imperatore romano dal 54 al 68 d.C.
Durata del Regno: 14 anni

Predecessore: Claudio
Successore: Galba
Dinastia: Giulio-Claudia

Come è morto Nerone? Si suicidò per sfuggire alla rivolta del popolo contro di lui

Elenco degli imperatori Romani d’Occidente

Cronologia:
37 d.C. – 15 dicembre – nasce ad Antium (oggi Anzio) con il nome di Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico.

39 d.C. scoperta una congiura contro Caligola, Agrippina, sorella dell’imperatore e madre di Nerone, viene mandata in esilio a Ventotene

41 d.C. muore assassinato Caligola, Agrippina può tornare a Roma

49 d.C. Agrippina sposa l’imperatore Claudio, suo zio

53 d.C., 9 gennaio – matrimonio con la sorellastra Claudia Ottavia, figlia dell’imperatore Claudio

54 d.C. , 13 ottobre – diventa imperatore

59 d.C. Agrippina Minore, madre di Nerone, viene assassinata

62 d.C. Claudia Ottavia viene assassinata per permettere a Nerone di sposare Poppea Sabina, il matrimonio viene celebrato nello stesso anno

64 d.C., 17 luglio scoppia un devastante incendio che distruggerà la città bruciando per 6 giorni consecutivi. Nerone venne accusato di aver appiccato il fuoco. Seguì una persecuzione dei Cristiani

64-68 d.C. Costruzione della Domus Aurea

65 d.C. Poppea Sabina viene uccisa da Nerone mentre era incinta

66 d.C. Nerone si sposa con Statilia Messalina

68 d.C., 9 giugno – Nerone si suicida per non farsi prendere dagli insorti contro di lui, il Senato decreta per la prima volta la “damnatio memorie” per un imperatore. Si estingue la dinastia Giulio Claudia

Leggi anche:

Ottaviano Augusto

Ottaviano Augusto, primo imperatore romano, regnò per 41 anni dal 27 a.C. al 14 d.C. Celebre per la transizione da repubblica a impero, promosse riforme politiche e sociali stabilizzando Roma. Fu acclamato “padre della patria” e inaugurò la Pax Romana, sostenendo le arti e monumenti che arricchirono la cultura romana.

Portus l’antico porto di Roma

46 d.C. l’imperatore Claudio fa costruire un porto 3km a nord di Ostia, il Portus Ostiensis Augusti. 64 d.C. il porto viene inaugurato da Nerone. 100-112 d.C. Apollodoro di Damasco per conto di Traiano aggiunge il bacino esagonale al porto di Claudio  537 d.C. invasione dei Goti, i cittadini di Portus fuggirono, spopolando la città…

Lucio Vero

Uno spirito epicureo

Chi era Lucio Vero?

Lucio Ceionio Commodo portava lo stesso nome del padre che sembrava essere destinato alla porpora. Lucio Senior era stato scelto da Adriano come suo successore, ma la morte improvvisa costrinse l’imperatore a cambiare i suoi piani. Lucio quindi perse il padre all’età di sette anni e venne affidato alle cure di Antonino Pio, successore di Adriano. Crebbe insieme a Marco Aurelio ed ebbe la stessa educazione e gli stessi precettori. Era un giovane di bell’aspetto e di carattere allegro, amante delle frivolezze. Aveva folti capelli biondi e il vezzo di cospargerli di polvere d’oro per renderli più lucenti.
Un carattere molto diverso da Marco Aurelio, che comunque lo amò come un fratello.

Per quale motivo è famoso Lucio Vero?

Contrariamente alle testimonianze degli storici antichi, Lucio Vero fu in grado di condurre campagne militari vittoriose sia in Oriente contro i Parti che in Occidente contro i Marcomanni.

Ripristinò la disciplina nell’esercito e utilizzò sapientemente le armi della diplomazia per risparmiare sangue romano dove era possibile.

Partì per la guerra contro i Parti nel 162 ed ottenne la vittoria nel 166. Tornò a Roma per celebrare insieme e Marco Aurelio i trionfi.

Naturalmente il carattere di un uomo non può essere cambiato e Lucio seppe ritagliarsi momenti di piacere anche in quelle condizioni. Come ci racconta Pierre Grimal:

“Il genere di vita condotto da Lucio in Siria, le feste e i giochi da lui organizzati, i suoi divertimenti, a caccia e nella frescura di Dafne, possono comunque aver infastidito Marco. Lucio, inoltre, non nascondeva una relazione con una donna originaria di Smirne chiamata (o soprannominata) Pantea, che era uno dei nomi della dea Iside. Luciano, che si trovava allora in Siria, la dice «compagna del re»

La loro intimità era così nota che Marco Aurelio, nei Pensieri, la immagina seduta presso la tomba di Lucio a piangerlo. Questa situazione spiega forse perché Marco abbia inviato in Asia la figlia Lucilla, fidanzata di Lucio, in modo che il matrimonio fosse celebrato senza attendere il suo ritorno. Sperava che ciò avrebbe indotto il fratello a una maggiore discrezione? Ma altri motivi possono avere spinto Marco. Prima di tutto l’età di Lucilla che, nel 164, era prossima ai quindici anni, poi il desiderio di rendere effettivo il vincolo familiare tra i due Augusti progettato sin dal 161.” (Fonte: “Marco Aurelio”, Pierre Grimal, Edizione Speciale per Il Giornale, Biblioteca Storica, 2004 Garzanti Libri, Milano, pagina 150)

La vita breve di Lucio non gli risparmiò prove e sofferenze, tanto che il soggiorno a Roma venne funestato dalla terribile Peste Antonina. Il periodo di riposo a Roma durò poco, perché Lucio dovette ripartire, insieme a Marco Aurelio per combattere contro i Marcomanni già nel 168.

“I due imperatori trascorsero l’inverno 168-169 nel quartier generale di Aquileia, dove Lucio tentava sempre di convincere il fratello ad abbandonare il progetto di un’offensiva. La Vita di Marco afferma che Marco e Lucio, quell’inverno o, più probabilmente, durante l’estate e l’autunno 168, avevano superato Aquileia, attraversato le Alpi e presi tutti i provvedimenti necessari per difendere l’Italia e l’Illirico (la costa dalmata e tutto il suo retroterra) contro un attacco dei Barbari. […] Alla fine Marco cedette alle richieste del fratello e una lettera venne inviata al senato per annunciare il prossimo ritorno di Lucio. Entrambi si misero in cammino. Come al solito Marco accompagnò Lucio, almeno durante l’inizio del viaggio. Quando arrivarono ad Altinum (l’attuale Altino, nel Veneto, alla foce del Piave), Lucio si ammalò improvvisamente, colpito da un attacco di apoplessia – lo stesso male dal quale era stato colpito un tempo, in occasione della sua partenza per l’Oriente. Gli furono praticati immediatamente dei salassi, ma invano. Morì dopo essere rimasto tre giorni privo di conoscenza. Marco non poteva tornare all’esercito. La pietas gli imponeva di riportare a Roma la salma del fratello e di presiedere alle esequie.

Si diffusero diverse voci. Si mormorò che Lucio era stato assassinato da Marco, o da Faustina, la moglie di Marco, o dalla propria moglie, Lucilla, e si immaginarono vari motivi. Secondo alcuni Lucio avrebbe organizzato un complotto per uccidere Marco e prenderne il posto. Marco l’avrebbe saputo da un liberto di Lucio, Agaclito, e avrebbe agito per garantire la propria sicurezza. Il comportamento tenuto da Marco Aurelio verso Avidio Cassio, poco dopo, e la sua innata clemenza rendono la storia del tutto inverosimile. […] Marco comunque, come voleva il suo carattere, rese alla memoria di Lucio tutti gli onori tradizionali: fece depositare le ceneri del defunto nel monumento funebre innalzato da Adriano, che aveva ormai carattere dinastico (l’attuale Castel Sant’Angelo), dichiarò che il fratello era divenuto dio (divus) e colmò di favori tutte le persone della sua casa.” (Fonte: “Marco Aurelio”, Pierre Grimal, Edizione Speciale per Il Giornale, Biblioteca Storica, 2004 Garzanti Libri, Milano, pagine 158-159)

Cosa pensavano i contemporanei di lui?

Gli storici antichi hanno avuto per Lucio Vero un atteggiamento estremamente severo, come dice Pierre Grimal nel suo libro “Marco Aurelio”

“Lucio al contrario [ di Marco Aurelio n.d.r] , uomo bello e affascinante come lo era stato il padre, è stato oggetto di giudizi severi da parte degli storici antichi e, soprattutto, da parte dell’autore della Historia Augusta, che nella biografia a lui dedicata ne traccia un ritratto poco lusinghiero. Lo dice appassionato (al contrario di Marco) ai giochi del circo e al teatro, nonché ai combattimenti dei gladiatori, al punto da compromettere la propria salute. Ciò peraltro, aggiunge l’autore della Vita, non gli alienò l’affetto di Antonino, che apprezzava in lui la franchezza, l’allegria (il testo qui è incerto ma il suo significato complessivo lascia pochi dubbi). Durante la sua adolescenza, le manifestazioni di questo carattere non superarono i limiti della decenza. Gli piaceva scherzare, giocare, abbandonarsi ai piaceri, senza tuttavia cadere in alcun eccesso […]”
(Fonte: “Marco Aurelio”, Pierre Grimal, Edizione Speciale per Il Giornale, Biblioteca Storica, 2004 Garzanti Libri, Milano, pagine 131-132)

Quale eredità ci ha lasciato Lucio Vero?

Il giovane Lucio fu imperatore solo per otto anni e spese la maggior parte del suo tempo insieme all’esercito, lontano da Roma. Abbiamo di lui diversi e pregevoli ritratti, ma poche opere, perché Lucio non si occupò dell’amministrazione della città. Aveva una villa fuori Roma, molto ricca e sontuosa di cui sono conservati elementi decorativi e pavimenti in mosaico presso il Museo Nazionale Romano, sede di Palazzo Massimo.


Lucius Ceionius Commodus (15 dicembre 130 d.C.) nasce ad Altino (Roma)

Imperatore romano dal 7 marzo 161 insieme a Marco Aurelio fino alla morte nel 169 d.C.
Durata del Regno: 8 anni

Predecessore: Antonino Pio
Successore: Commodo
Dinastia: Antonini

Come è morto Lucio Vero? Morì a causa di un colpo apoplettico, così come era successo a suo padre

Elenco degli imperatori Romani d’Occidente

Cronologia:
130 d.C. – 15 dicembre – nasce ad Altino con il nome di Lucio Ceionio Commodo. Portava lo stesso nome del padre, che era stato designato come successore di Adriano.

1 gennaio 138 d.C. – il padre di Lucio, muore improvvisamente per un colpo apoplettico

25 gennaio 138 d.C. – Adriano adotta Tito Aurelio Fulvio Boionio Arrio Antonino che prende il nome di Tito Elio Cesare Antonino e adotta a sua volta Lucio Vero e Marco Aurelio

10 luglio 138 d.C. Adriano muore a Baia. Antonino diventa imperatore

154 d.C. Lucio Vero diventa questore

155-156 d.C. Lucio Vero è console.

7 marzo 161 d.C. muore Antonino Pio. Marco Aurelio associa Lucio al suo potere istituendo per la prima volta una diarchia. Lucio sino allora chiamato Commodo, assume il nome definitivo di Vero, che era il nome di famiglia di Marco Aurelio.
Si tratta di fatto di una adozione da parte di Marco, che provvede a stringere ancora di più i legami famigliari, promettendo a Lucio in sposa su figlia Lucilla che nel 161 aveva 13 anni.

162 d.C. Lucio parte per l’Oriente per dirigere le operazioni militari contro i Parti. Ad ottobre viene iniziato ad Eleusi

164 d.C. Matrimonio con Lucilla ad Efeso

12 ottobre 166 d.C. viene celebrato a Roma il trionfo di Lucio e Marco Aurelio sui Parti

167 d.C. Peste Antonina. Scoppia una delle peggiori pestilenze del mondo antico. Fu probabilmente un’epidemia di vaiolo o di morbillo, propagata dai soldati dell’esercito romano, di ritorno dalla guerra contro i Parti. L’epidemia uccise un terzo della popolazione e decimò l’esercito romano.

168 d.C. Marco Aurelio e Lucio Vero partono in guerra contro i Marcomanni. I due imperatori svernano ad Aquileia.

169 d.C. forse a febbraio, Lucio Vero muore improvvisamente ad Altino, a 38 anni per un colpo apoplettico.

Leggi anche:

Marco Aurelio

Marco Aurelio, imperatore romano e filosofo, regnò dal 161 al 180 d.C., noto per la sua filosofia stoica. Considerato un sovrano illuminato, la sua eredità resiste attraverso la saggezza dei suoi scritti, influenzando generazioni future nella ricerca di virtù e serenità.

Lucio Elio Aurelio Commodo

Lucio Elio Aurelio Commodo (180-192 d.C.), imperatore romano, noto per i suoi eccessi e il governo autoritario, successe a Marco Aurelio. La sua eredità include un impero indebolito e la damnatio memoriae, ma anche il tentativo di riabilitazione dopo la morte.

Gli obelischi di Villa Torlonia

Geroglifici moderni

Camminando nel parco di Villa Torlonia, non è possibile non notare la presenza di due obelischi in granito rosa. Questi sono in tutto e per tutto simili agli obelischi egiziani antichi che furono trasportati a Roma nei primi secoli dell’impero. Ma sono moderni, anzi modernissimi. Risalgono al 1839 e furono commissionati da Alessandro Torlonia per celebrare la memoria del padre, Giovanni Raimondo Torlonia e della madre. Anna Maria. Il granito proviene dalla cava di Baveno, sul Lago Maggiore, sono alti oltre 10 metri e pesano 22 tonnellate ciascuno. I geroglifici sono stati incisi a Roma, sotto la direzione dell’egittologo, don Luigi Ungarelli Barnabita.

Questa la traduzione della dedica sull’obelisco dedicato a Giovanni Raimondo Torlonia:

ALESSANDRO TORLONIA DUCA DI CERI FECE ESTRARRE DALLA CAVA DI BAVENO NEL SEMPIONE DUE NOBILI OBELISCHI. / QUESTO OBELISCO È DEDICATO DA ALESSANDRO PRINCIPE DI CIVITELLA CESI A SUO PADRE GIOVANNI GIÀ DUCA DI BRACCIANO, PER RENDERE ETERNO IL SUO NOME IN PATRIA. / L’ANNO 1842, IL MESE DI MESORI IL GIORNO 28 NEL QUALE L’OBELISCO LAVORATO IN GRANITO ROSA FU ERETTO VERSO LA PORTA RIVOLTA A SETTENTRIONE.

Questa la traduzione dell’iscrizione dell’obelisco dedicato ad Anna Maria Torlonia:

IL FIGLIO DEL DUCA DI BRACCIANO HA ABBELLITO L’EDIFICIO DI SUO PADRE HA EDIFICATO CASE SONTUOSE, BRILLANTI COME IL SOLE, PER L’ETERNITÀ / CON SINGOLARE MUNIFICENZA IL DUCA ALESSANDRO TORLONIA FECE NAVIGARE I DUE OBELISCHI DAL TICINO SINO A ROMA. / QUESTO MONOLITO VENGA CHIAMATO OBELISCO DELLA FU DUCHESSA ANNA MARIA TORLONIA, FATTO SCOLPIRE DA SUO FIGLIO IN SEGNO DI OMAGGIO. / L’ANNO 1842, IL MESE DI THOT, IL GIORNO 23, FU ERETTO VERSO LA PORTA RIVOLTA A MEZZOGIORNO: CIÒ SIA PER GIORNI SENZA FINE.

La grande impresa

Questi due obelischi furono protagonisti di una grande impresa. Già la realizzazione era stata una bella sfida, considerando che i blocchi uscirono dalla cave abbozzati, vennero trasportati fino a Milano affinché lo scalpellino Antonio di Nicola Pirovano, gli desse la forma finale e solo a Roma furono completati con l’iscrizione in geroglifico.

Ma la grande avventura fu il trasporto e la messa in posa nel parco della villa. I due obelischi percorsero 2880 chilometri, passando per fiumi, canali, mare ed infine trasportati via terra.

Arrivarono a Sacco Pastore il 26 dicembre 1939 e impiegarono 8 giorni per essere trasportati fino al parco di Villa Torlonia, percorrendo circa 4 chilometri. Al loro arrivo il 26 dicembre, si era riunita una folla immensa per ammirare gli obelischi.
Sulla piana, la mattina del 26 dicembre 1839, si raduna una folla immensa. I signori arrivano su carrozze e cocchi, cavalli vengono legati alle palizzate. Tutto intorno si ergono i baracchini di venditori che, fiutando l’affare, si sono precipitati ad allestire i propri banchi dove sanno che accorreranno centinaia di persone. All’improvviso si leva uno squillo di trombe, le bande cominciano a suonare e dalle navi attraccate partono colpi di cannone a salve: il principe Alessandro Torlonia è arrivato. Un rullo di tamburi inaugura le operazioni di sollevamento della nave che verrà trasportata, tutta intera con dentro gli obelischi, fino alla villa.” (Fonte “La storia di Montesacro”, a cura di Sara Fabrizi, edizioni Community Book, pag.76, edizione 2021).

Il 4 gennaio 1840 cominciarono i lavori per incidere le dediche in geroglifico, con gli obelischi ancora poggiati sull’imbarcazione che li aveva trasportati. Il modello dei geroglifici era stato preso dall’obelisco di San Giovanni in Laterano.

Il 4 giugno 1842 in un clima di grande festa a cui parteciparono anche Papa Gregorio XVI e il re di Baviera Ludovico I, venne innalzato l’obelisco dedicato a Giovanni Torlonia ed un mese dopo quello dedicato ad Anna Maria.

Il ratto di Proserpina

Descrizione dell’opera

Bernini mette in scena il rapimento della giovanissima Proserpina da parte di Plutone, re degli Inferi, avvenuto mentre la fanciulla raccoglieva fiori con le compagne presso la riva del lago di Pergusa, vicino Enna.

Il dio, con la corona e la folta barba inanellata in lunghi riccioli, sembra essere appena salito dal regno dei morti, portando con sé Cerbero, il feroce mastino a tre teste, che ha lasciato il suo compito di guardiano per seguirlo in questa poco eroica impresa: per afferrare al volo la ragazza, che tenta di divincolarsi, Plutone ha fatto cadere a terra il bidente.

La collocazione del Ratto nel Palazzo di Villa Ludovisi davanti a una porta, che rimandava forse a quella degli Inferi, contribuiva ad accrescere la suggestione del racconto. La favola – come ben sapevano i raffinati frequentatori ammessi alla visione della collezione del cardinal Borghese prima e di quella Ludovisi poi – si conclude con l’intercessione di Giove affinché Proserpina torni sei mesi l’anno (la primavera e l’estate) sulla terra, in modo da placare l’ira della madre Cerere.

L’interpretazione simbolica del tempo

Il tema, narrato da Ovidio nel V libro delle Metamorfosi e ampiamente ripreso da Claudiano nel De raptu Proserpinae, era particolarmente amato dal committente, che aveva nella sua collezione diversi bassorilievi antichi con lo stesso soggetto.

Come a breve sarebbe accaduto per Apollo e Dafne, Scipione fece incidere sulla perduta base della scultura un distico latino scritto dall’amico Maffeo Barberini, che redi. tava “Quisquis humi pronus flores legis, in-spice, saevi / me Ditis ad domum rapi” (trad. “Chiunque tu sia che prono a terra raccogli fiori, guardami mentre sono rapita per la dimora del crudele Plutone”).

I versi sono tratti da una raccolta manoscritta, intitolata Dodici distichi per una Gallaria, nella quale il cardinale Barberini descrive appunto dodici soggetti da dipingere in un’immaginaria galleria.

I distici dovevano fornire la corretta chiave di lettura della favola pagana, esortando a non attardarsi a raccogliere fiori e ad abbandonare i piaceri mondani: la sventurata Proserpina era stata trascinata negli Inferi a causa della sua colpevole distrazione.

In un senso più ampio la scultura e la poesia raccontavano insieme l’alternanza delle stagioni, la precarietà dell’esistenza e la resurrezione dell’anima, un tema certo più adatto alla villa di un cardinale rispetto a quello del violento rapimento di una fanciulla. L’iscrizione, che completava il significato del gruppo, si prestò forse a essere interpretata anche come un sottile avvertimento per il nuovo cardinal nipote che lo ricevette in dono, un invito a esercitare con moderazione il potere.

Citazioni e influenze

Bernini fu certo consapevole delle dotte elucubrazioni dei suoi mecenati, ma si concentrò sulla sfida di fissare nel marmo un’azione complessa: Plutone vede la ragazza, la desidera e la prende (” paene simul visa est dilectaque raptaque Diti”, aveva scritto Ovidio), ma Proserpina si ribella, piange, la veste le scivola via, cerca di liberarsi, mentre il dio rinforza la presa fino ad affondare le dita nella morbida carne.

Il giovane artista riprese il tema di una figura che ne solleva un’altra, già affrontato nell’Enea e Anchise, ma qui il lento incedere del virtuoso eroe è diventato il balzo rapace del dio e le braccia parallele dei protagonisti esercitano due forze contrarie, conferendo dinamismo all’azione. Bernini si ricordò anche del celebre Ratto delle Sabine di Giambologna, il cui movimento avvitato è però trasformato in un’opposizione di curve tangenti, definite dall’inarcarsi dei corpi nudi.

Per la sua Proserpina cercò ispirazione nella pittura, citò Taddeo Zuccari nella Sala della Primavera del Palazzo Farnese di Caprarola, ma soprattutto tenne a mente la calda sensualità delle figure femminili di Rubens, dalla Susanna oggi in Galleria Borghese all’Orizia della tela di Vienna, dalla quale deriva il braccio allungato verso l’alto della fanciulla.

Proprio quel braccio destro, realizzato ignorando la regola di contenere la scultura all’interno del blocco di marmo, testimonia già a questa data il dominio assoluto della materia, un’abilità inarrivabile che obbliga la pietra a essere altro da sé.

Fonte: “Bernini. I grandi maestri dell’arte.” A cura di Maria Rodinò di Miglione. Scala Group editore, edizione 2024, pagine 22 e 24

Roma, Galleria Borghese
Piazzale Scipione Borghese 5,
00197 Roma, Italia
https://galleriaborghese.beniculturali.it/

Data: 1621-1622
Marmo, altezza 255 cm
Artista: Gian Lorenzo Bernini
Committente: Cardinale Scipione Borghese,  uno dei più importanti mecenati e collezionisti del primo seicento.

L’artista:

Gian Lorenzo Bernini

Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) è stato un eminente artista italiano famoso per il suo impatto sul barocco, eccellendo in scultura, architettura e pittura. Considerato un genio dai contemporanei, ha lasciato un’eredità duratura influenzando generazioni future, con opere iconiche come “Estasi di Santa Teresa” e il colonnato di San Pietro.

Il ratto di Proserpina

Bernini rappresenta il rapimento di Proserpina da Plutone, simbolizzando la transizione delle stagioni e la fragilità della vita. La scultura combina poesia e arte per riflettere sull’esistenza e invita a considerare la responsabilità del potere.

Enea, Anchise e Ascanio

Descrizione dell’opera

La fuga di Enea dalla città di Troia in fiamme fu, secondo la narrazione fatta da Virgilio nel II libro dell’Eneide, l’evento che diede origine alla fondazione dell’impero di Roma e quindi, nell’ottica cristiana, di quello della Chiesa: era stata quindi più volte rappresentata in pittura.

Bernini immagina l’eroe che avanza lento, con lo sguardo fisso, portando sulle spalle l’anziano padre Anchise, che con la mano sinistra ha appoggiato sulla testa di Enea il keramos Troikos, il vaso con le ossa degli avi, decorato con le statuette dei Penati, mentre il piccolo Ascanio compare impaurito subito dietro di loro.

Anchise indossa un berretto frigio, di foggia orientale, e ha i fianchi coperti dalla pelle di leone che scivola poi sulla gamba sinistra di Enea. Ascanio porta invece il fuoco sacro di Vesta e trascina un grande mantello con le frange. La pelle e il drappo si uniscono a formare un solido supporto per la scultura, che altrimenti risulterebbe pericolosamente sbilanciata in avanti. […]

Citazioni e influenze

La critica ha individuato i riferimenti visivi di Bernini nel Cristo di Michelangelo in Santa Maria sopra Minerva a Roma, ma soprattutto in precedenti pittorici, dal celebre affresco di Raffaello nella Stanza dell’Incendio di Borgo a quello della Sala dell’Eneide di Palazzo Fava a Bologna, dove i Carracci, modello dichiarato dello scultore, rappresentano Enea di schiena e Anchise che si tiene in equilibrio appoggiando la mano destra sulla spalla del figlio, proprio come nel gruppo Borghese.

Significato simbolico dell’opera

Il soggetto della scultura si adattava molto bene a raccontare anche la relazione tra lo zio Paolo V e il nipote Scipione, tra la saggezza della vecchiaia e il vigore della giovinezza, tanto più che in latino il termine scipio indica il bastone al quale ci si appoggia e come tale il cardinal nipote era celebrato dai letterati della corte Borghese. […]

L’antico tema delle tre età della vita, rappresentato dal contrasto tra l’atletico corpo di Enea e quello scarnificato dell’anziano padre, può allora essere letto in un più puntuale riferimento al sostegno fornito da Scipione/Enea alla politica di
Paolo V/Anchise.

Fonte: “Bernini. I grandi maestri dell’arte.” A cura di Maria Rodinò di Miglione. Scala Group editore, edizione 2024, pagina 12

Roma, Galleria Borghese
Piazzale Scipione Borghese 5,
00197 Roma, Italia
https://galleriaborghese.beniculturali.it/

Data: 1618-1619
Marmo, altezza 219 cm
Artista: Gian Lorenzo Bernini
Committente: Cardinale Scipione Borghese,  uno dei più importanti mecenati e collezionisti del primo seicento.

L’artista:

Gian Lorenzo Bernini

Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) è stato un eminente artista italiano famoso per il suo impatto sul barocco, eccellendo in scultura, architettura e pittura. Considerato un genio dai contemporanei, ha lasciato un’eredità duratura influenzando generazioni future, con opere iconiche come “Estasi di Santa Teresa” e il colonnato di San Pietro.

Enea, Anchise e Ascanio

La scultura di Bernini raffigura la fuga di Enea da Troia, simbolo di forza e politica, incarna la relazione tra vita e morte, gioventù e saggezza. Riferimenti a opere di Michelangelo e Raffaello arricchiscono il significato.

Fontana dei Quattro Fiumi

La Fontana dei Fiumi, realizzata da Bernini tra il 1647 e il 1651, celebra il potere papale tramite simboli dei fiumi e un obelisco. Rappresenta quattro continenti e riflette l’abilità architettonica dell’artista, integrandosi elegantemente nella piazza.

La statua del Marforio

Il nome di questa statua colossale, conosciuta fin dal XII secolo come Marforio, deriva probabilmente dalla collocazione originaria ritenuta essere nel medioevo il Martis forum (foro di Marte), nell’area tra il Foro Romano e i Fori Imperiali.

L’opera, lunga oltre sei metri, rappresenta verosimilmente la personificazione di Oceano (la divinità che soprintendeva a tutte le acque del mondo) ed è databile tra il II e il III secolo d.C..

La statua venne trasferita nella piazza del Campidoglio nel 1592 e in questa occasione venne deciso il suo inserimento in una quinta architettonica progettata da Giacomo Della Porta, con la sua nuova funzione di elemento decorativo per fontana.

È in questa epoca che il Marforio svolse il ruolo di statua parlante, ovvero di statua antica prescelta (al pari del più celebre Pasquino, della Madama Lucrezia e dell’abate Luigi) per l’esposizione in forma anonima di lagnanze o invettive rivolte alle autorità.

Con la costruzione del Palazzo Nuovo la Fontana del Marforio venne a trovarsi nel cortile del più recente tra i palazzi capitolini (1644). La successiva trasformazione di questo edificio nel Museo Capitolino (1733), comportò un nuovo allestimento della fontana e del prospetto architettonico, affidato all’architetto Filippo Barigioni. In questa occasione il Marforio venne sottoposto ad un nuovo intervento di restauro, eseguito dallo scultore romano Carlo Antonio Napolioni.

Musei Capitolini
Indirizzo: Piazza del Campidoglio 1 – 00186 Roma
Sito web: https://www.museicapitolini.org
Costo Indicativo del biglietto: 13,00 euro
Gratuità: prima domenica del mese
Gratuito per residenti possessori di Mic Card e per turisti in possesso di Roma Pass

Musei dedicati a Roma Antica:
Museo Centrale Montemartini
Musei Vaticani
Museo Nazionale Romano
Museo Nazionale Etrusco
Museo di scultura antica Barracco
Museo della Civiltà Romana

Parchi archeologici:
Parco Archeologico del Colosseo
Mercati di Traiano
Mausoleo di Augusto
Terme di Caracalla
Museo dell’Ara Pacis
Parco Archeologico Appia Antica
Basilica Sotterranea di Porta Maggiore
Villa di Livia

Ricostruzione del Colosso di Costantino

Alla fine del Quattrocento, i frammenti della statua di Costantino furono collocati al Palazzo dei Conservatori. Nel 2022, è stata inaugurata una replica 1:1 al Giardino di Villa Caffarelli, ricostruita grazie alla tecnologia digitale e per celebrare l’imperatore.

Piazza del Campidoglio

Michelangelo, su incarico di Paolo III Farnese, progettò piazza del Campidoglio a Roma, creando uno spazio pubblico innovativo. Mantenne il Palazzo senatorio e il Palazzo dei Conservatori, aggiungendo il Palazzo nuovo. Al centro, collocò il monumento equestre di Marco Aurelio. L’opera fu completata da altri architetti nel Seicento.

Si è verificato un problema. Aggiorna la pagina e/o riprova in seguito.

Fontana dei Quattro Fiumi

Realizzata da Gian Lorenzo Bernini tra il 1647 e il 1651

“Roma è una città ricca di fontane e Bernini amava l’acqua, che faceva bene “al suo spirito”, come dirà a Chantelou.

Nella Fontana dei Fiumi con un’intuizione geniale riesce a sintetizzare le esigenze dinastiche di Innocenzo X, la citazione classica dei possenti nudi maschili sdraiati – che da sempre rappresentano i Fiumi nell’arte romana – e l’idea della grande roccia al centro, aperta su quattro lati come un antico arco quadrifronte, ma abitata da animali veri e fantastici, che nuotano anche nell’acqua, mentre le piante, un tempo colorate, spuntano ovunque. Gli elementi naturali si uniscono così alle figure simboliche dei Fiumi (i quattro continenti) e all’obelisco egizio (la sapienza divina), per celebrare il ruolo del papa e della Chiesa, evangelizzatrice delle genti di tutto il mondo.

La fontana diviene il fulcro della piazza dei Pamphilj, è un centrotavola monumentale che non ne disturba l’unità visiva, perché il piccolo obelisco, innalzato su un alto plinto, insiste su una grande apertura che svuota la roccia, sfidando le leggi della statica e rivelando al mondo le capacità architettoniche di Bernini, messe in dubbio l’anno precedente con la demolizione del campanile. Domenico Bernini racconta che il padre volle togliersi la soddisfazione di prendere in giro “i più idioti o i men prattici” che credevano di “haver veduta tremar la guglia”: l’artista, che era anche autore, regista e attore di numerose commedie, organizzò una divertente messa in scena, nella quale si finse preoccupato per il rischio di un imminente crollo dell’obelisco, che decise allora di fissare con “quattro deboli spaghi” alle case circostanti, prima di andar via compiaciuto e rassicurato.

La fontana presenta quattro diversi punti di vista, corrispondenti ai lati dell’obelisco, ma due di essi, quelli paralleli alla facciata di Sant’Agnese in Agone, consentono una visione privilegiata delle dinamiche sculture sedute sulle rocce.

Uscendo dalla chiesa, lo spettatore vede a sinistra il Rio della Plata, l’unica figura che presenta un volto dai tratti non europei, con un’esotica cavigliera e una gran quantità di monete e a destra il Danubio, che rappresenta l’Europa, mentre un cavallo sbuca dalla montagna al centro. Sul lato opposto, quello orientale, compare il Gange con il lungo remo e il Nilo, che si copre la testa: tra di loro si scorge un leone, che sembra uscito dalla cavità per abbeverarsi e una palma agitata dal vento. Girando intorno alla bassa vasca, al centro degli altri lati i due grandi stemmi del papa Pamphilj, sostenuti dal Danubio e dal Nilo; una colomba in bronzo, con l’ulivo di pace nel becco, sormonta l’obelisco, alludendo alla luce di Innocenzo X Pamphilj e insieme allo Spirito Santo che si diffonde tra i popoli che abitano i quattro continenti.

Fonte: Bernini, collana “I grandi Maestri dell’Arte” a cura di Maria Rodinò di Miglione, Scala Group, pag. 82”

Le 10 maggiori attrazioni di Roma:

  1. Colosseo
  2. Pantheon
  3. Basilica di San Pietro e Piazza San Pietro
  4. Musei Vaticani
  5. Fontana di Trevi
  6. Musei Capitolini
  7. Piazza di Spagna
  8. Piazza Navona
  9. Parco Archeologico del Palatino
  10. Castel Sant’Angelo

Articoli correlati:

Lo Stadio di Domiziano

Sotto Piazza Navona giace lo stadio di Domiziano, costruito nell’86 d.C. per ospitare i giochi greci. L’Agon Capitolinus combinava sport e arte, ma era meno popolare degli anfiteatri. Oggi, resti antichi si integrano nell’urbanistica moderna.

Leggi tutto

L’estasi di Santa Teresa d’Avila

Cappella Cornaro

La cappella fu concessa nel 1647 al Cardinale veneziano Federico Cornaro (o Corner), per farne la sua sepoltura.
La decorazione è un capolavoro di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), realizzata tra il 1647 e il 1652 con la collaborazione di diversi artisti e artigiani.

All’interno del sontuoso altare sorretto da due coppie di colonne in marmo africano, si rivela la folgorante visione della Trasverberazione del cuore di santa Teresa, meravigliosamente illuminata dall’alto attraverso una finestra celata dietro il timpano, e da una pioggia di raggi in bronzo dorato.
Teresa di Gesù, fondatrice dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi (Avila, 1515 – Alba de Tormes, 1582) e canonizzata a Roma nel 1622, narra questa grazia mistica nella sua Autobiografia.
Ai lati della scena principale, su due palchetti in prospettiva, otto membri della nobile e potente famiglia Cornaro assistono meravigliati all’evento.
Le sculture sono attribuibili al Bernini stesso e ai suoi collaboratori.
La volta è rivestita da una Gloria dello Spirito Santo affrescata da Guido Ubaldo Abbatini (circa 1600-1656).

Un’estasi conturbante

“Il corpo della santa è sospeso sopra le nubi, quasi scompare al di sotto di un vorticoso e inquieto panneggio, la testa è arrovesciata all’indietro, attraversata da un sussulto che le fa socchiudere gli occhi e aprire le labbra in un sospiro. Secondo Lavin, Bernini allude al matrimonio mistico di Teresa e Cristo, al quale assistono gli angeli dipinti nella volta, che sono giunti insieme alla colomba dello Spirito Santo per suonare e lanciare fiori. Sull’arco d’ingresso due angeli in stucco bianco stanno scendendo a portare una corona di fiori per Teresa…”

Fonte: “I Grandi Maestri dell’Arte”, Bernini a cura di Maria Rodinò di Miglione, Scala Group, pagina 70

L’intensità di questa estasi non fu accolta con favore da tutti, la voluttà e la sensualità della santa finì per scandalizzare più di una persona, che riteneva oscena la statua: un venere piuttosto che una vergine, più vicina alla prostituzione che non alla beatitudine.

L’elemento teatrale nella cappella

Nella cappella Bernini ricorda anche diversi antenati del committente, che si sporgono da inginocchiatoi coperti da drappi e cuscini, come da palchi teatrali: sono figure vive e animate, arrivate fin lì dopo aver idealmente percorso la navata in stucco alle loro spalle.

I defunti Cornaro, vissuti in epoche diverse, non vengono commemorati da busti racchiusi in nicchie, ma sembrano così appartenere a una dimensione intermedia tra quella dei viventi, che frequentano la cappella, e la visione sacra che appare nel tabernacolo.

Gli otto uomini sono tutti in abiti cardinalizi, tranne il doge Giovanni I, padre del committente, che indossa il tipico copricapo dogale, e sono colti in atteggiamenti diversi, alcuni assorti nei loro discorsi, altri rivolti verso santa Teresa o verso la navata della chiesa: il secondo personaggio che si affaccia dal palchetto di destra, per guardare verso l’osservatore, è l’unico con le pupille incise, perché è il vivido ritratto del cardinale Federico Cornaro, sicuramente di mano di Bernini, che scolpì personalmente quest’intenso volto.

Chiesa di Santa Maria della Vittoria
Via XX Settembre, 17
00187, Roma

Leggi anche:

Gian Lorenzo Bernini

Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) è stato un eminente artista italiano famoso per il suo impatto sul barocco, eccellendo in scultura, architettura e pittura. Considerato un genio dai contemporanei, ha lasciato un’eredità duratura influenzando generazioni future, con opere iconiche come “Estasi di Santa Teresa” e il colonnato di San Pietro.

Articoli collegati:

L’estasi di Santa Teresa d’Avila

La Cappella Cornaro, concessa nel 1647 al Cardinale Federico Cornaro, è un capolavoro di Gian Lorenzo Bernini, realizzato tra il 1647 e il 1652. Il fulcro è la Trasverberazione di Santa Teresa, accompagnata dalle figure della famiglia Cornaro. La rappresentazione teatrale e le critiche sull’interpretazione della santa arricchiscono l’opera.

David e Golia

L’opera “Davide con la testa Golia” di Gian Lorenzo Bernini, realizzata negli esordi della sua carriera, è un autoritratto che cattura la determinazione del giovane eroe biblico. La sconfitta di Golia simboleggia il peccato, mentre Davide emerge con straordinaria bellezza e virtù, esaltato da un’illuminazione intensamente concentrata.

David e Golia

GIAN LORENZO BERNINI
(Napoli 1598 – Roma 1680)
Davide con la testa Golia
Roma Palazzo Barberini
Olio su tela, 73 x 65,5 cm
Provenienza: Acquisto dello Stato, 1982 (già Collezione Chigi)

Identificato da taluni studiosi come autoritratto del giovane artista l’opera risale agli esordi di Bernini pittore.
Proprio come fosse un ritratto, l’artista rende “parlante” il moto degli affetti: nel gesto risoluto che stringe a sé la testa di Golia si rivela la prestezza, fierezza e intelligenza del giovane eroe biblico.


Il gigante, simbolo del peccato sconfitto, appare come una maschera informe e disfatta. Per con-trapposto, il taglio ravvicinato, la messa a fuoco concentrata, tutto serve a esaltare la sconcertante bellezza di Davide, pari sole alla sua virtù.

Fonte: pannelli espositivi di Palazzo Barberini

Palazzo Barberini
Indirizzo: via delle Quattro Fontane 13 – 00184 Roma

Palazzo Barberini fa parte delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini
Galleria Corsini: via della Lungara 10, 00165 Roma

Leggi anche:

Palazzo Barberini

Palazzo Barberini, realizzato tra il 1625 e il 1633 per volere di papa Urbano VIII, è un capolavoro del barocco italiano. Progettato inizialmente da Carlo Maderno e completato da Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini, ospita opere di artisti come Caravaggio e Raffaello, offrendo un’esperienza immersiva nella storia e nell’arte.

Si è verificato un problema. Aggiorna la pagina e/o riprova in seguito.