Anno di rinvenimento: 1874 Datazione: intorno al 520 a.C.
È costituita da una camera unica con soffitto a doppio spiovente ed accesso costituito da dromos a gradini.
Decorazione: il soffitto è decorato con un motivo a scacchiera e le pareti sono scandite da sei colonne che conferiscono alla tomba il carattere di padiglione. Sul frontone della parete di fondo sono rappresentate due leonesse maculate affrontate.
Al centro della parete viè un grande cratere a volute ai lati del quale sono due musici, sulla sinistra è una danzatrice, sul lato opposto una coppia di danzatori. Sulle pareti laterali sono raffigurati banchettanti sdraiati.
Inferiormente, su tutti i lati, corre un fregio naturalistico costituito da delfini che si tuffano tra le onde marine.
Questa decorazione parietale fornisce un’immagine di vita aristocratica in cui il simposio è un’occasione d’incontro all’interno di una ristretta cerchia sociale.
La tomba dipinta tarquiniense, risalente al 530-520 a.C., presenta una camera centrale e tre laterali decorate con motivi a scacchiera e scene di banchetto. È il più antico esempio di pittura etrusca simposiaca, con graffiti successivi.
Il sepolcro scoperto nel 1875 risale al 470 a.C. e presenta decorazioni vivaci. La camera funeraria ospita una scena di banchetto con leopardi e simbologie di immortalità, riflettendo pratiche funerarie etrusche. Si trova a Tarquinia, Patrimonio UNESCO.
La tomba rinvenuta nel 1874, datata intorno al 520 a.C., presenta una camera decorata con elementi pittorici che rappresentano la vita aristocratica e il simposio, autentico rifugio di relazioni sociali, e si trova nella Necropoli dei Monterozzi.
Il santuario dell’Ara della Regina Museo archeologico di Tarquinia
Intorno al 400-390 a.C. fu costruito sul pianoro della Civita a Tarquinia il più grande tempio d’Etruria, conosciuto come Ara della Regina. L’edificio, che incorporò due templi precedenti del 570 e del 530 a.C., sorgeva su un alto podio risultando ben visibile da lontano e presentava sulla fronte una vasta terrazza interrotta da una scenografica scalinata.
La pianta era costituita da una cella preceduta da un pronao con quattro colonne e fiancheggiata da due corridoi.
Il tetto in legno era rivestito di terrecotte architettoniche riccamente colorate; il frontone era aperto e l’altorilievo con i cavalli alati decorava la testata del trave di sinistra alla quale era fissato con grandi chiodi bronzei. Secondo alcuni studiosi la decorazione frontonale si ricollegava alle origini mitiche della città il personaggio sul carro, non conservato, è identificato come Tinia (Giove) o Hercle (Ercole) che ritorna all’Olimpo sul carro.
Rinvenuto nel 1938 durante gli scavi di Pietro Romanelli, l’opera è universalmente riconosciuta come uno dei maggiori capolavori della scultura etrusca in terracotta, ormai assurto a simbolo della città di Tarquinia.
Pietro Romanelli, rinvenì a circa 3 metri di profondità i numerosi frammenti della lastra – un centinaio – i cui delicati disegni a china illustrano il giornale di scavo. Rapidamente e sapientemente restaurato, già alla fine di ottobre dello stesso anno il gruppo veniva esposto nelle sale del Museo tarquiniese: recentemente – a più di 60 anni dalla scoperta – i “cavalli alati” sono stati sottoposti ad un nuovo generale e moderno intervento conservativo che permette di meglio apprezzarne la straordinaria fattura.
La lastra – alta metri 1,15 e larga metri 1,25 – era in origine applicata alla testata del trave sinistro del triangolo frontonale della facciata del tempio: il suo margine superiore, tagliato obliquamente, ricalca infatti l’inclinazione di quello del grande trave di legno. Gli animali, magistralmente modellati a mano, si distaccano progressivamente dalla lastra di fondo: inizialmente a bassorilievo fino a divenire a tutto tondo all’altezza delle teste e delle ali. L’altorilievo era fissato alla struttura lignea del tetto mediante numerosi lunghi chiodi di bronzo alcuni dei quali – recuperati nello scavo – in occasione del recente restauro sono stati reinseriti nei fori originali. La scultura era arricchita da una vivace policromia di cui restano abbondanti tracce.
I cavalli, volti a sinistra con le froge dilatate e la bocca semiaperta, fremono impazienti pronti a spiccare il volo; le criniere, corte e folte, si spartiscono alla sommità del capo; le lunghe code sono annodate in alto.
Riccamente bardati gli animali erano aggiogati ad una biga, di cui resta il solo timone, montata verosimilmente da un eroe o da una divinità: il carro doveva decorare una seconda lastra affiancata sulla destra a quella con i destrieri ma della quale purtroppo lo scavo non restituì alcun frammento. Difficile, dati i pochi elementi rimasti, l’interpretazione del programma figurativo rappresentato nella decorazione del frontone ma – per analogia con i santuari urbani di altre città etrusche – esso doveva in qualche modo ricollegarsi alle origini della città e ai suoi miti di fondazione.
I “cavalli alati” di Tarquinia sono opera di un artigiano etrusco che nel plasmarli – nei decenni iniziali del IV sec a.C. – mostra una perfetta conoscenza della scultura greca di età classica ma resta nel contempo profondamente legato alla tradizione locale come rivelano la sproporzione volumetrica dei colli e delle teste rispetto al resto dei corpi esili e allungati, la voluta accentuazione delle annotazioni anatomiche, il gusto decorativo dei monili etc.
Parco Archeologico Museo /Nazionale Orari, Biglietti e Cosa Vedere La Necropoli della Banditaccia, a Cerveteri, parte del PACT – Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia, è il più grande sepolcreto del mondo antico e uno dei siti etruschi meglio conservati. Patrimonio UNESCO dal 2004, si estende per circa 400 ettari (10 visitabili) e riproduce una…
L’Ara della Regina, il più grande tempio etrusco costruito intorno al 400-390 a.C. a Tarquinia, incorpora due templi precedenti. Famoso per i suoi “cavalli alati”, rappresenta un capolavoro della scultura etrusca, simbolo della città.
La necropoli di Monterozzi a Tarquinia, patrimonio dell’umanità UNESCO, è un importante complesso archeologico con circa 200 tombe dipinte, risalenti al VII-III secolo a.C. Solo il 3% delle oltre 6000 tombe è decorato, rispecchiando l’aristocrazia etrusca.
La necropoli rappresenta uno dei complessi archeologici più importanti del Mediterraneo
La lunga collina dei Monterozzi, sede della principale necropoli della città etrusca di Tarquinia, si estende per 150 ettari e costituisce uno dei complessi archeologici più straordinari dell’intera area mediterranea per la presenza di centinaia di tombe dipinte e per questo è stata inserita nel 2004 nella lista dei monumenti dichiarati dall’Unesco “Patrimonio dell’Umanità”.
L’uso di decorare con pitture le camere sepolcrali è attestato in numerosi centri etruschi ma è solo a Tarquinia che il fenomeno assume dimensioni così ampie e continuate nel tempo: esso è infatti attestato dal VII al III secolo a.C., praticamente per tutta la durata della vita dell’antica città etrusca.
Le tombe dipinte costituiscono tuttavia una minima parte dei sepolcri cittadini, circa il 3% delle più di 6000 tombe ad oggi individuate: esse sono infatti espressione della classe aristocratica che sola poteva permettersi il lusso di decorare i propri sepolcri.
La scoperta delle prime tombe dipinte risale al Rinascimento e ad oggi si conoscono circa 200 sepolcri affrescati; molti di essi furono però rinterrati dopo la scoperta, ritenendo all’epoca di preservarne al meglio in tal modo la decorazione dipinta mentre di altri si è persa purtroppo l’esatta ubicazione. Al momento sono accessibili circa 60 ipogei.
La Soprintendenza sta attrezzando progressivamente nel tempo gli ipogei per consentire la pubblica fruizione: si provvede a tale scopo all’installazione di barriere trasparenti all’ingresso della camera funeraria che – isolando l’ambiente dipinto – impediscono che al suo interno si verifichino quegli sbalzi di temperatura e umidità dovuti alla presenza dei visitatori e che sono tra i maggiori fattori di degrado della pellicola pittorica.
Il 5 aprile 2024 ha riaperto il bunker di Villa Torlonia con un nuovo allestimento: il nuovo percorso prevede l’accesso al rifugio antiaereo e al bunker situati sotto il casino nobile della villa. Resta ancora chiuso il rifugio antiaereo situato sotto il laghetto del Fucino.
Cenni storici
Questo breve viaggio vi porterà a conoscere le vicende avvenute a Villa Torlonia nel secolo scorso. Nel 1925 il Principe Giovanni Torlonia decise di concedere a Mussolini e alla sua famiglia, l’utilizzo della Villa ad eccezione della Casina della Civette (che elesse a sua dimora personale).
Mussolini utilizzò la villa come sede di rappresentanza fino al 1929, quando vi trasferì la famiglia. Con lo scoppio della guerra, per difendere il capo del governo, si cominciò a pensare alla costruzione di un rifugio in caso di bombardamento.
Sotto il laghetto del Fucino
Nel 1940, utilizzando ambienti pre-esistenti, si costruì un rifugio antiaereo sotto il laghetto del Fucino. Aveva tutti i confort per l’epoca: impianto di ricircolo dell’aria, luce elettrica e un telefono per comunicare con l’esterno. Nel rifugio c’erano diversi ambienti e perfino un gabinetto. Questo rifugio fu considerato insicuro per due motivi principali: si trovava a 150 metri dal Casino Nobile, una distanza eccessivamente pericolosa in caso di bombardamenti e trovarsi sotto uno specchio d’acqua lo rendeva un bersagli particolarmente facile per gli aerei.
Sotto il Casino Nobile
Nel 1941 si decise di utilizzare le cantine sotto il Casino Nobile per creare un rifugio antiaereo, ma anche questo, trovandosi a pochi metri sotto terra non fu considerato abbastanza sicuro. Il rifugio antiaereo aveva la luce elettrica, porte antigas, telefono, mura in cemento armato.
Nel 1942 venne affidato agli ingegneri del corpo nazionale dei vigili del fuoco un progetto per la realizzazione di un vero e proprio bunker. Il bunker a pianta a croce, verrà realizzato a 6,5 metri di profondità con pareti in cemento armato spesse 4 metri.
La famiglia Mussolini non lo utilizzerà mai perché il duce verrà destituito il 24 luglio del 1943. Verrà invece utilizzato dagli abitanti della villa e del quartiere durante i bombardamenti sulla città dal luglio 1943 a maggio 1944.
Il percorso della visita
Per partecipare alla visita guidata (accessibile solo previa prenotazione) dovrete mostrare il biglietto – già acquistato – alla biglietteria del Casino nobile e lasciare il vostro nominativo. Dalla biglietteria vi indicheranno il punto di incontro da cui partire con la guida. L’ingresso è sul lato sinistro del Casino Nobile (dando le spalle all’ingresso). Scenderete per alcuni gradini e vi troverete nel primo ambiente, il rifugio antiaereo. Siamo a pochi metri di profondità sotto la sala da ballo del Casino Nobile. Vi immergerete nell’atmosfera degli anni precedenti alla guerra, grazie alle foto della famiglia Mussolini che qui aveva la sua residenza. Un serie di video dell’Istituto Luce del tempo vi racconteranno brevemente gli incontri di Mussolini con personaggi famosi del tempo prima della guerra, il matrimonio della figlia Edda con Galeazzo Ciano nel 1930 e la creazione degli orti di guerra durante il secondo conflitto mondiale. Procedendo vi troverete in altri ambienti, e sarete seguiti dalle proiezioni di persone, vestite con abiti degli anni 40, che entreranno nel rifugio con voi con un sottofondo musicale.
Onestamente le proiezioni dei rifugiati sono poco realistiche, le persone sono troppo tranquille per essere sotto attacco aereo (c’è chi gioca a carte, chi legge il giornale, bambini che giocano con gli aeroplanini mentre si sentono in lontananza i rumori degli aerei). Si entrerà poi nel bunker vero e proprio, passando davanti ad un colombario romano che venne scoperto durante gli scavi e qui assisterete ad una simulazione di un attacco aereo. Uscirete poi nel giardino di Villa Torlonia.
Gli allestimenti precedenti
Fino al 2019 era possibile visitare sia il rifugio anti-aereo entrambi i rifugi: quello sotto il Casino Nobile e quello sotto il laghetto del Fucino. Si spera che in futuro anche questo secondo percorso sia fruibile al pubblico. I due rifugi erano gestiti da associazioni di cittadini che si occupavano di gestire le visite e la biglietteria. Dal 2020 al 2024 i rifugi sono stati chiusi al pubblico. In questi video è possibile vedere gli interni del rifugio sotto il laghetto.
Indirizzo: Musei di Villa Torlonia – Bunker e Rifugio Antiaereo Casino Nobile – Roma Via Nomentana, 70
Costo della visita:13 euro + 1 euro di prevendita (online) – ridotto a 6 euro + 1 euro di prevendita (online) per i possessori di carta MiC
Modalità di accesso: prenotazione obbligatoria. L’accesso è consentito solo con visita guidata, i gruppi saranno composti da un massimo di 20 persone (30 per i gruppi scolastici).
Durata della visita: massimo 50 minuti. La visita è sconsigliata a chi soffre di claustrofobia, fotofobia o fonofobia.
Il sito non è accessibile a persone che hanno disabilità motorie (sono presenti scale ripide).
Calendario 2025: – visite guidate per singoli ogni sabato alle ore 10.00, 15.00, 16.00 e 17.00 ogni domenica ogni domenica alle ore 10.00, 11.00, 12.00, 14.00 e 17.00 – visite in inglese ogni sabato alle ore 11.00 Consultare sempre il calendario prima di prenotare
Il Tempio di Saturno, situato a Villa Torlonia a Roma, è un’opera romantica del 1836 che riproduce elementi classici, celebra la gloria romana attraverso rilievi storici e rappresenta l’impegno culturale della famiglia Torlonia.
Il Teatro di Villa Torlonia, situato nell’appartamento ovest, è decorato con architetture gotiche, statue dorate e vetrate colorate. Non fa parte del museo, ma è visitabile tramite spettacoli organizzati dalla Fondazione Teatro di Roma, per gruppi ristretti.
Il 5 aprile 2024, il bunker di Villa Torlonia ha riaperto con un nuovo percorso che include il rifugio antiaereo sotto il casino nobile. La storia della villa, legata a Mussolini, offre dettagli sui rifugi costruiti durante la guerra.
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Lucius Domitius Ahenobarbus, conosciuto come Nerone, nacque ad Anzio, il 15 dicembre 37 d.C. , “… nove mesi dopo la morte di Tiberio, diciotto giorni prima della calende di gennaio, proprio al sorgere del sole in modo che fu toccato dai suoi raggi prima ancora della terra. Intorno al suo oroscopo molti misero insieme immediatamente tutta una serie di terribili predizioni e un presagio lo si vide anche nelle parole di suo padre Domizio, mentre rispondeva alle felicitazioni degli amici: che da lui e da Agrippina era potuto nascere soltanto qualcosa di dannoso per lo Stato”. Svetonio,Libro sesto, 6, Vite dei Cesari.
Sua madre era Agrippina Minore, sorella dell’imperatore Caligola, figlia di Agrippina Maggiore e di Britannico, discendenti di Augusto. Agrippina fu una figura molto importante per il destino di Nerone. Donna spietatamente ambiziosa, fu esiliata dal fratello Caligola nel 39 d.C. per aver organizzato una congiura contro di lui. Alla morte del fratello nel 41 riuscì a tornare a Roma, riprendersi il figlio e nel 49 d.C. sposare lo zio Claudio, diventando così imperatrice. In quegli anni, ingelosita dall’amore che Nerone provava per la zia Domizia Lepida, che si era occupata di lui mentre Agrippina era in esilio, la fece condannare a morte, costringendo il figlio undicenne a mentire e testimoniare contro di lei. Nerone veniva usato come una pedina dalla madre che mirava alla gestione del potere. A tale scopo a 16 anni lo fidanzò con la sorellastra Claudia Ottavia, figlia di Claudio. Nel 54 Claudio morì per avvelenamento, forse voluto da Agrippina e poco dopo anche il suo erede Britannico. Nerone divenne imperatore il 13 ottobre del 54, aveva 17 anni e fu posto sotto la tutela della potente madre. Ma le cose tra madre e figlio cominciarono gradatamente ad andare sempre peggio: Nerone sentiva troppo incombente la figura della madre e cercò di sbarazzarsi di lei. Dopo vari tentativi, finalmente riesce a farla assassinare nel 59.
Da qui cominciano una serie di assassini, Nerone fa uccidere Claudia Ottavia perché desiderava sposare Poppea Sabina, ma poi si stufa anche di lei e la uccide mentre era incinta, dopo solo tre anni di matrimonio. L’anno dopo nel 66 si sposa con Statilia Messalina. Messalina faceva parte della famiglia di Tito Tauro Statilio, che sua madre Agrippina aveva accusato di magia e fatto processare, per impadronirsi dei suoi beni.
Diventato sempre più tirannico e avendo sperperato le casse dello stato per il suo sfarzo, si era inimicato il Senato e piano piano anche il popolo. Dopo una serie di congiure sventate, il Senato, con l’appoggio dell’esercito lo depose. Nerone si suicidò il 9 giugno del 68, fuori Roma,
Per quale motivo è famoso Nerone?
Nerone è famoso per l’incendio che devastò e distrusse quasi completamente Roma nel 64 d.C. e per la conseguente persecuzione dei Cristiani, durante la quale morirono anche gli apostoli Pietro e Paolo.
Già Svetonio lo accusava apertamente di esserne stato l’artefice:
“In realtà, con il pretesto che era disgustato dalla bruttezza degli antichi edifici e dalla strettezza e sinuosità delle strade, incendiò Roma e lo fece così apertamente che molti ex consoli, avendo sorpreso nei loro possedimenti alcuni suoi servi di camera con stoppa e torce tra le mani, non osarono toccarli, mentre alcuni magazzini di grano, che occupavano presso la « Casa dorata » un terreno da lui ardentemente desiderato, furono abbattuti con macchine da guerra e incendiati perché erano stati costruiti con muri di sasso. Il fuoco divampò per sei giorni e sette notti, obbligando la plebe a cercare alloggio nei monumenti pubblici e nelle tombe. […] Nerone contemplò questo incendio dall’alto della torre di Mecenate e affascinato, come diceva, dalla bellezza della fiamma, cantò la « Presa di Troia», indossando il suo costume da teatro..” Svetonio, “Vita dei Cesari”, Libro sesto, 38
Secondo gli storiografi moderni, Nerone non era responsabile dell’incendio, trovandosi ad Anzio. Si precipitò a Roma e cercò di soccorrere i cittadini che avevamo bisogno.
Cosa pensavano i contemporanei di lui?
Gli storici antichi hanno avuto per Nerone una vera avversione, mentre oggi si tende a rivalutarne la figura.
Nerone è stato per l’antichità, il modello del tiranno da non imitare, l’uomo che si era fatto soggiogare dal potere e alla fine ne era morto.
Il Senato e l’aristocrazia gli erano nemici, ma solo quando l’esercito si ribellò fu la rovina. D’altra parte Nerone non si era mai interessato alle campagne militari e non aveva preso parte a nessuna campagna.
Il popolo invece lo amava per gli splendidi giochi che aveva offerto e per le donazioni elargite.
Quale eredità ci ha lasciato Nerone?
L’eredità più importante che ci ha lasciato è sicuramente la Domus Aurea, che venne interrata subito dopo la sua morte, per fare spazio al Colosseo.
La costruzione era così grandiosa che non si era mai visto una cosa del genere a Roma, ancora Svetonio:
“[…] si fece erigere una casa che andava dal Palatino all’Esquilino, e la battezzò subito « il passaggio» e quando un incendio la distrusse, se la fece ricostruire e la chiamò « Casa d’oro». Per dare un’idea della sua estensione e del suo splendore, sarà sufficiente dire questo: aveva un vestibolo in cui era stata rizzata una statua colossale di Nerone, alta centoventi piedi; era tanto vasta che la circondava un portico, a tre ordini di colonne, lungo mille passi e vi si trovava anche uno specchio d’acqua simile al mare, sul quale si affacciavano edifici che formavano tante città; per di più vi era un’estensione di campagna dove si vedevano campi coltivati, vigneti, pascoli e foreste, abitate da ogni genere di animali domestici e selvaggi. Nel resto dell’edificio tutto era ricoperto d’oro e rivestito di pietre preziose e di conchiglie e di perle, i soffitti delle sale da pranzo erano fatti di tavolette d’avorio mobili e percorsi da tubazioni, per poter lanciare sui commensali fiori, oppure profumi. La principale di queste sale era rotonda, e girava continuamente, giorno e notte, su se stessa, come il mondo; nei bagni fluivano le acque del mare e quelle di Albula. Quando un tale palazzo fu terminato e Nerone lo inaugurò, tutta la sua approvazione si ridusse a dire « che finalmente cominciava ad avere una dimora come si addice ad un uomo ».” Svetonio, Libro sesto, 31, Vita dei Cesari
Costruì anche un circo, dove si presume venne sepolto San Pietro, dove oggi si trova al Basilica di San Pietro. Si occupò anche di terminare i lavori di Portus, il porto voluto dall’imperatore Claudio.
Lucius Domitius Ahenobarbus(15 dicembre 37 d.C.) nasce ad Anzio (Roma) assumerà il nome di Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico quando prenderà il potere
Imperatore romano dal 54 al 68 d.C. Durata del Regno: 14 anni
Cronologia: 37 d.C. – 15 dicembre – nasce ad Antium (oggi Anzio) con il nome di Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico.
39 d.C. scoperta una congiura contro Caligola, Agrippina, sorella dell’imperatore e madre di Nerone, viene mandata in esilio a Ventotene
41 d.C. muore assassinato Caligola, Agrippina può tornare a Roma
49 d.C. Agrippina sposa l’imperatore Claudio, suo zio
53 d.C., 9 gennaio – matrimonio con la sorellastra Claudia Ottavia, figlia dell’imperatore Claudio
54 d.C. , 13 ottobre – diventa imperatore
59 d.C. Agrippina Minore, madre di Nerone, viene assassinata
62 d.C. Claudia Ottavia viene assassinata per permettere a Nerone di sposare Poppea Sabina, il matrimonio viene celebrato nello stesso anno
64 d.C., 17 luglio scoppia un devastante incendio che distruggerà la città bruciando per 6 giorni consecutivi. Nerone venne accusato di aver appiccato il fuoco. Seguì una persecuzione dei Cristiani
64-68 d.C. Costruzione della Domus Aurea
65 d.C. Poppea Sabina viene uccisa da Nerone mentre era incinta
66 d.C. Nerone si sposa con Statilia Messalina
68 d.C.,9 giugno – Nerone si suicida per non farsi prendere dagli insorti contro di lui, il Senato decreta per la prima volta la “damnatio memorie” per un imperatore. Si estingue la dinastia Giulio Claudia
Ottaviano Augusto, primo imperatore romano, regnò per 41 anni dal 27 a.C. al 14 d.C. Celebre per la transizione da repubblica a impero, promosse riforme politiche e sociali stabilizzando Roma. Fu acclamato “padre della patria” e inaugurò la Pax Romana, sostenendo le arti e monumenti che arricchirono la cultura romana.
46 d.C. l’imperatore Claudio fa costruire un porto 3km a nord di Ostia, il Portus Ostiensis Augusti. 64 d.C. il porto viene inaugurato da Nerone. 100-112 d.C. Apollodoro di Damasco per conto di Traiano aggiunge il bacino esagonale al porto di Claudio 537 d.C. invasione dei Goti, i cittadini di Portus fuggirono, spopolando la città…
Lucio Ceionio Commodo portava lo stesso nome del padre che sembrava essere destinato alla porpora. Lucio Senior era stato scelto da Adriano come suo successore, ma la morte improvvisa costrinse l’imperatore a cambiare i suoi piani. Lucio quindi perse il padre all’età di sette anni e venne affidato alle cure di Antonino Pio, successore di Adriano. Crebbe insieme a Marco Aurelio ed ebbe la stessa educazione e gli stessi precettori. Era un giovane di bell’aspetto e di carattere allegro, amante delle frivolezze. Aveva folti capelli biondi e il vezzo di cospargerli di polvere d’oro per renderli più lucenti. Un carattere molto diverso da Marco Aurelio, che comunque lo amò come un fratello.
Per quale motivo è famoso Lucio Vero?
Contrariamente alle testimonianze degli storici antichi, Lucio Vero fu in grado di condurre campagne militari vittoriose sia in Oriente contro i Parti che in Occidente contro i Marcomanni.
Ripristinò la disciplina nell’esercito e utilizzò sapientemente le armi della diplomazia per risparmiare sangue romano dove era possibile.
Partì per la guerra contro i Parti nel 162 ed ottenne la vittoria nel 166. Tornò a Roma per celebrare insieme e Marco Aurelio i trionfi.
Naturalmente il carattere di un uomo non può essere cambiato e Lucio seppe ritagliarsi momenti di piacere anche in quelle condizioni. Come ci racconta Pierre Grimal:
“Il genere di vita condotto da Lucio in Siria, le feste e i giochi da lui organizzati, i suoi divertimenti, a caccia e nella frescura di Dafne, possono comunque aver infastidito Marco. Lucio, inoltre, non nascondeva una relazione con una donna originaria di Smirne chiamata (o soprannominata) Pantea, che era uno dei nomi della dea Iside. Luciano, che si trovava allora in Siria, la dice «compagna del re»
La loro intimità era così nota che Marco Aurelio, nei Pensieri, la immagina seduta presso la tomba di Lucio a piangerlo. Questa situazione spiega forse perché Marco abbia inviato in Asia la figlia Lucilla, fidanzata di Lucio, in modo che il matrimonio fosse celebrato senza attendere il suo ritorno. Sperava che ciò avrebbe indotto il fratello a una maggiore discrezione? Ma altri motivi possono avere spinto Marco. Prima di tutto l’età di Lucilla che, nel 164, era prossima ai quindici anni, poi il desiderio di rendere effettivo il vincolo familiare tra i due Augusti progettato sin dal 161.” (Fonte: “Marco Aurelio”, Pierre Grimal, Edizione Speciale per Il Giornale, Biblioteca Storica, 2004 Garzanti Libri, Milano, pagina 150)
La vita breve di Lucio non gli risparmiò prove e sofferenze, tanto che il soggiorno a Roma venne funestato dalla terribile Peste Antonina. Il periodo di riposo a Roma durò poco, perché Lucio dovette ripartire, insieme a Marco Aurelio per combattere contro i Marcomanni già nel 168.
“I due imperatori trascorsero l’inverno 168-169 nel quartier generale di Aquileia, dove Lucio tentava sempre di convincere il fratello ad abbandonare il progetto di un’offensiva. La Vita di Marco afferma che Marco e Lucio, quell’inverno o, più probabilmente, durante l’estate e l’autunno 168, avevano superato Aquileia, attraversato le Alpi e presi tutti i provvedimenti necessari per difendere l’Italia e l’Illirico (la costa dalmata e tutto il suo retroterra) contro un attacco dei Barbari. […] Alla fine Marco cedette alle richieste del fratello e una lettera venne inviata al senato per annunciare il prossimo ritorno di Lucio. Entrambi si misero in cammino. Come al solito Marco accompagnò Lucio, almeno durante l’inizio del viaggio. Quando arrivarono ad Altinum (l’attuale Altino, nel Veneto, alla foce del Piave), Lucio si ammalò improvvisamente, colpito da un attacco di apoplessia – lo stesso male dal quale era stato colpito un tempo, in occasione della sua partenza per l’Oriente. Gli furono praticati immediatamente dei salassi, ma invano. Morì dopo essere rimasto tre giorni privo di conoscenza. Marco non poteva tornare all’esercito. La pietas gli imponeva di riportare a Roma la salma del fratello e di presiedere alle esequie.
Si diffusero diverse voci. Si mormorò che Lucio era stato assassinato da Marco, o da Faustina, la moglie di Marco, o dalla propria moglie, Lucilla, e si immaginarono vari motivi. Secondo alcuni Lucio avrebbe organizzato un complotto per uccidere Marco e prenderne il posto. Marco l’avrebbe saputo da un liberto di Lucio, Agaclito, e avrebbe agito per garantire la propria sicurezza. Il comportamento tenuto da Marco Aurelio verso Avidio Cassio, poco dopo, e la sua innata clemenza rendono la storia del tutto inverosimile. […] Marco comunque, come voleva il suo carattere, rese alla memoria di Lucio tutti gli onori tradizionali: fece depositare le ceneri del defunto nel monumento funebre innalzato da Adriano, che aveva ormai carattere dinastico (l’attuale Castel Sant’Angelo), dichiarò che il fratello era divenuto dio (divus) e colmò di favori tutte le persone della sua casa.” (Fonte: “Marco Aurelio”, Pierre Grimal, Edizione Speciale per Il Giornale, Biblioteca Storica, 2004 Garzanti Libri, Milano, pagine 158-159)
Cosa pensavano i contemporanei di lui?
Gli storici antichi hanno avuto per Lucio Vero un atteggiamento estremamente severo, come dice Pierre Grimal nel suo libro “Marco Aurelio”
“Lucio al contrario [ di Marco Aurelio n.d.r] , uomo bello e affascinante come lo era stato il padre, è stato oggetto di giudizi severi da parte degli storici antichi e, soprattutto, da parte dell’autore della Historia Augusta, che nella biografia a lui dedicata ne traccia un ritratto poco lusinghiero. Lo dice appassionato (al contrario di Marco) ai giochi del circo e al teatro, nonché ai combattimenti dei gladiatori, al punto da compromettere la propria salute. Ciò peraltro, aggiunge l’autore della Vita, non gli alienò l’affetto di Antonino, che apprezzava in lui la franchezza, l’allegria (il testo qui è incerto ma il suo significato complessivo lascia pochi dubbi). Durante la sua adolescenza, le manifestazioni di questo carattere non superarono i limiti della decenza. Gli piaceva scherzare, giocare, abbandonarsi ai piaceri, senza tuttavia cadere in alcun eccesso […]” (Fonte: “Marco Aurelio”, Pierre Grimal, Edizione Speciale per Il Giornale, Biblioteca Storica, 2004 Garzanti Libri, Milano, pagine 131-132)
Quale eredità ci ha lasciato Lucio Vero?
Il giovane Lucio fu imperatore solo per otto anni e spese la maggior parte del suo tempo insieme all’esercito, lontano da Roma. Abbiamo di lui diversi e pregevoli ritratti, ma poche opere, perché Lucio non si occupò dell’amministrazione della città. Aveva una villa fuori Roma, molto ricca e sontuosa di cui sono conservati elementi decorativi e pavimenti in mosaico presso il Museo Nazionale Romano, sede di Palazzo Massimo.
Lucius Ceionius Commodus(15 dicembre 130 d.C.) nasce ad Altino (Roma)
Imperatore romano dal 7 marzo 161 insieme a Marco Aurelio fino alla morte nel 169 d.C. Durata del Regno: 8 anni
Predecessore: Antonino Pio Successore: Commodo Dinastia: Antonini
Come è morto Lucio Vero? Morì a causa di un colpo apoplettico, così come era successo a suo padre
Cronologia: 130 d.C. – 15 dicembre – nasce ad Altino con il nome di Lucio Ceionio Commodo. Portava lo stesso nome del padre, che era stato designato come successore di Adriano.
1 gennaio 138 d.C. – il padre di Lucio, muore improvvisamente per un colpo apoplettico
25 gennaio 138 d.C. – Adriano adotta Tito Aurelio Fulvio Boionio Arrio Antonino che prende il nome di Tito Elio Cesare Antonino e adotta a sua volta Lucio Vero e Marco Aurelio
10 luglio 138 d.C. Adriano muore a Baia. Antonino diventa imperatore
154 d.C. Lucio Vero diventa questore
155-156 d.C. Lucio Vero è console.
7 marzo 161 d.C. muore Antonino Pio. Marco Aurelio associa Lucio al suo potere istituendo per la prima volta una diarchia. Lucio sino allora chiamato Commodo, assume il nome definitivo di Vero, che era il nome di famiglia di Marco Aurelio. Si tratta di fatto di una adozione da parte di Marco, che provvede a stringere ancora di più i legami famigliari, promettendo a Lucio in sposa su figlia Lucilla che nel 161 aveva 13 anni.
162 d.C. Lucio parte per l’Oriente per dirigere le operazioni militari contro i Parti. Ad ottobre viene iniziato ad Eleusi
164 d.C. Matrimonio con Lucilla ad Efeso
12 ottobre 166 d.C. viene celebrato a Roma il trionfo di Lucio e Marco Aurelio sui Parti
167 d.C. Peste Antonina. Scoppia una delle peggiori pestilenze del mondo antico. Fu probabilmente un’epidemia di vaiolo o di morbillo, propagata dai soldati dell’esercito romano, di ritorno dalla guerra contro i Parti. L’epidemia uccise un terzo della popolazione e decimò l’esercito romano.
168 d.C. Marco Aurelio e Lucio Vero partono in guerra contro i Marcomanni. I due imperatori svernano ad Aquileia.
169 d.C. forse a febbraio, Lucio Vero muore improvvisamente ad Altino, a 38 anni per un colpo apoplettico.
Marco Aurelio, imperatore romano e filosofo, regnò dal 161 al 180 d.C., noto per la sua filosofia stoica. Considerato un sovrano illuminato, la sua eredità resiste attraverso la saggezza dei suoi scritti, influenzando generazioni future nella ricerca di virtù e serenità.
Lucio Elio Aurelio Commodo (180-192 d.C.), imperatore romano, noto per i suoi eccessi e il governo autoritario, successe a Marco Aurelio. La sua eredità include un impero indebolito e la damnatio memoriae, ma anche il tentativo di riabilitazione dopo la morte.
Camminando nel parco di Villa Torlonia, non è possibile non notare la presenza di due obelischi in granito rosa. Questi sono in tutto e per tutto simili agli obelischi egiziani antichi che furono trasportati a Roma nei primi secoli dell’impero. Ma sono moderni, anzi modernissimi. Risalgono al 1839 e furono commissionati da Alessandro Torlonia per celebrare la memoria del padre, Giovanni Raimondo Torlonia e della madre. Anna Maria. Il granito proviene dalla cava di Baveno, sul Lago Maggiore, sono alti oltre 10 metri e pesano 22 tonnellate ciascuno. I geroglifici sono stati incisi a Roma, sotto la direzione dell’egittologo, don Luigi Ungarelli Barnabita.
Questa la traduzione della dedica sull’obelisco dedicato a Giovanni Raimondo Torlonia:
ALESSANDRO TORLONIA DUCA DI CERI FECE ESTRARRE DALLA CAVA DI BAVENO NEL SEMPIONE DUE NOBILI OBELISCHI. / QUESTO OBELISCO È DEDICATO DA ALESSANDRO PRINCIPE DI CIVITELLA CESI A SUO PADRE GIOVANNI GIÀ DUCA DI BRACCIANO, PER RENDERE ETERNO IL SUO NOME IN PATRIA. / L’ANNO 1842, IL MESE DI MESORI IL GIORNO 28 NEL QUALE L’OBELISCO LAVORATO IN GRANITO ROSA FU ERETTO VERSO LA PORTA RIVOLTA A SETTENTRIONE.
Questa la traduzione dell’iscrizione dell’obelisco dedicato ad Anna Maria Torlonia:
IL FIGLIO DEL DUCA DI BRACCIANO HA ABBELLITO L’EDIFICIO DI SUO PADRE HA EDIFICATO CASE SONTUOSE, BRILLANTI COME IL SOLE, PER L’ETERNITÀ / CON SINGOLARE MUNIFICENZA IL DUCA ALESSANDRO TORLONIA FECE NAVIGARE I DUE OBELISCHI DAL TICINO SINO A ROMA. / QUESTO MONOLITO VENGA CHIAMATO OBELISCO DELLA FU DUCHESSA ANNA MARIA TORLONIA, FATTO SCOLPIRE DA SUO FIGLIO IN SEGNO DI OMAGGIO. / L’ANNO 1842, IL MESE DI THOT, IL GIORNO 23, FU ERETTO VERSO LA PORTA RIVOLTA A MEZZOGIORNO: CIÒ SIA PER GIORNI SENZA FINE.
La grande impresa
Questi due obelischi furono protagonisti di una grande impresa. Già la realizzazione era stata una bella sfida, considerando che i blocchi uscirono dalla cave abbozzati, vennero trasportati fino a Milano affinché lo scalpellino Antonio di Nicola Pirovano, gli desse la forma finale e solo a Roma furono completati con l’iscrizione in geroglifico.
Ma la grande avventura fu il trasporto e la messa in posa nel parco della villa. I due obelischi percorsero 2880 chilometri, passando per fiumi, canali, mare ed infine trasportati via terra.
Arrivarono a Sacco Pastore il 26 dicembre 1939 e impiegarono 8 giorni per essere trasportati fino al parco di Villa Torlonia, percorrendo circa 4 chilometri. Al loro arrivo il 26 dicembre, si era riunita una folla immensa per ammirare gli obelischi. “Sulla piana, la mattina del 26 dicembre 1839, si raduna una folla immensa. I signori arrivano su carrozze e cocchi, cavalli vengono legati alle palizzate. Tutto intorno si ergono i baracchini di venditori che, fiutando l’affare, si sono precipitati ad allestire i propri banchi dove sanno che accorreranno centinaia di persone. All’improvviso si leva uno squillo di trombe, le bande cominciano a suonare e dalle navi attraccate partono colpi di cannone a salve: il principe Alessandro Torlonia è arrivato. Un rullo di tamburi inaugura le operazioni di sollevamento della nave che verrà trasportata, tutta intera con dentro gli obelischi, fino alla villa.” (Fonte “La storia di Montesacro”, a cura di Sara Fabrizi, edizioni Community Book, pag.76, edizione 2021).
Il 4 gennaio 1840 cominciarono i lavori per incidere le dediche in geroglifico, con gli obelischi ancora poggiati sull’imbarcazione che li aveva trasportati. Il modello dei geroglifici era stato preso dall’obelisco di San Giovanni in Laterano.
Il 4 giugno 1842 in un clima di grande festa a cui parteciparono anche Papa Gregorio XVI e il re di Baviera Ludovico I, venne innalzato l’obelisco dedicato a Giovanni Torlonia ed un mese dopo quello dedicato ad Anna Maria.
Il tragitto dal Piemonte fino al Parco di Villa Torlonia. I due obelischi furono fatti scivolare per un dislivello di 80 metri, dalla cava fino alle sponde del Lago Maggiore. Qui vennero caricati su due chiatte a fondo piatto, in partenza per Milano, passando per il Ticino ed i navigli. Da qui, dopo aver ricevuto la forma finale dallo scalpellino Pirovano, ripartirono verso Chioggia e Venezia, utilizzando canali navigabili. A Venezia vengono caricati su “Fortunato” un bialbero adattato apposta per il trasporto, guidato dall’esperto capitano della marina pontificia Alessandro Cialdi, che li guida fino alla foce del Tevere. Da qui l’imbarcazione, agganciata a bufali che la trainarono fino al porto fluviale di San Paolo e da qui, tramite la confluenza dell’Aniene e del Tevere, fino alla piana di Sacco Pastore. Tirata a secco, la nave venne trainata da uomini e animali fino al parco di Villa Torlonia.
Bernini mette in scena il rapimento della giovanissima Proserpina da parte di Plutone, re degli Inferi, avvenuto mentre la fanciulla raccoglieva fiori con le compagne presso la riva del lago di Pergusa, vicino Enna.
Il dio, con la corona e la folta barba inanellata in lunghi riccioli, sembra essere appena salito dal regno dei morti, portando con sé Cerbero, il feroce mastino a tre teste, che ha lasciato il suo compito di guardiano per seguirlo in questa poco eroica impresa: per afferrare al volo la ragazza, che tenta di divincolarsi, Plutone ha fatto cadere a terra il bidente.
La collocazione del Ratto nel Palazzo di Villa Ludovisi davanti a una porta, che rimandava forse a quella degli Inferi, contribuiva ad accrescere la suggestione del racconto. La favola – come ben sapevano i raffinati frequentatori ammessi alla visione della collezione del cardinal Borghese prima e di quella Ludovisi poi – si conclude con l’intercessione di Giove affinché Proserpina torni sei mesi l’anno (la primavera e l’estate) sulla terra, in modo da placare l’ira della madre Cerere.
L’interpretazione simbolica del tempo
Il tema, narrato da Ovidio nel V libro delle Metamorfosi e ampiamente ripreso da Claudiano nel De raptu Proserpinae, era particolarmente amato dal committente, che aveva nella sua collezione diversi bassorilievi antichi con lo stesso soggetto.
Come a breve sarebbe accaduto per Apollo e Dafne, Scipione fece incidere sulla perduta base della scultura un distico latino scritto dall’amico Maffeo Barberini, che redi. tava “Quisquis humi pronus flores legis, in-spice, saevi / me Ditis ad domum rapi” (trad. “Chiunque tu sia che prono a terra raccogli fiori, guardami mentre sono rapita per la dimora del crudele Plutone”).
I versi sono tratti da una raccolta manoscritta, intitolata Dodici distichi per una Gallaria, nella quale il cardinale Barberini descrive appunto dodici soggetti da dipingere in un’immaginaria galleria.
I distici dovevano fornire la corretta chiave di lettura della favola pagana, esortando a non attardarsi a raccogliere fiori e ad abbandonare i piaceri mondani: la sventurata Proserpina era stata trascinata negli Inferi a causa della sua colpevole distrazione.
In un senso più ampio la scultura e la poesia raccontavano insieme l’alternanza delle stagioni, la precarietà dell’esistenza e la resurrezione dell’anima, un tema certo più adatto alla villa di un cardinale rispetto a quello del violento rapimento di una fanciulla. L’iscrizione, che completava il significato del gruppo, si prestò forse a essere interpretata anche come un sottile avvertimento per il nuovo cardinal nipote che lo ricevette in dono, un invito a esercitare con moderazione il potere.
Citazioni e influenze
Bernini fu certo consapevole delle dotte elucubrazioni dei suoi mecenati, ma si concentrò sulla sfida di fissare nel marmo un’azione complessa: Plutone vede la ragazza, la desidera e la prende (” paene simul visa est dilectaque raptaque Diti”, aveva scritto Ovidio), ma Proserpina si ribella, piange, la veste le scivola via, cerca di liberarsi, mentre il dio rinforza la presa fino ad affondare le dita nella morbida carne.
Il giovane artista riprese il tema di una figura che ne solleva un’altra, già affrontato nell’Enea e Anchise, ma qui il lento incedere del virtuoso eroe è diventato il balzo rapace del dio e le braccia parallele dei protagonisti esercitano due forze contrarie, conferendo dinamismo all’azione. Bernini si ricordò anche del celebre Ratto delle Sabine di Giambologna, il cui movimento avvitato è però trasformato in un’opposizione di curve tangenti, definite dall’inarcarsi dei corpi nudi.
Per la sua Proserpina cercò ispirazione nella pittura, citò Taddeo Zuccari nella Sala della Primavera del Palazzo Farnese di Caprarola, ma soprattutto tenne a mente la calda sensualità delle figure femminili di Rubens, dalla Susanna oggi in Galleria Borghese all’Orizia della tela di Vienna, dalla quale deriva il braccio allungato verso l’alto della fanciulla.
Proprio quel braccio destro, realizzato ignorando la regola di contenere la scultura all’interno del blocco di marmo, testimonia già a questa data il dominio assoluto della materia, un’abilità inarrivabile che obbliga la pietra a essere altro da sé.
Fonte: “Bernini. I grandi maestri dell’arte.” A cura di Maria Rodinò di Miglione. Scala Group editore, edizione 2024, pagine 22 e 24
Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) è stato un eminente artista italiano famoso per il suo impatto sul barocco, eccellendo in scultura, architettura e pittura. Considerato un genio dai contemporanei, ha lasciato un’eredità duratura influenzando generazioni future, con opere iconiche come “Estasi di Santa Teresa” e il colonnato di San Pietro.
Bernini rappresenta il rapimento di Proserpina da Plutone, simbolizzando la transizione delle stagioni e la fragilità della vita. La scultura combina poesia e arte per riflettere sull’esistenza e invita a considerare la responsabilità del potere.
La scultura di Bernini raffigura la fuga di Enea da Troia, simbolo di forza e politica, incarna la relazione tra vita e morte, gioventù e saggezza. Riferimenti a opere di Michelangelo e Raffaello arricchiscono il significato.
La fuga di Enea dalla città di Troia in fiamme fu, secondo la narrazione fatta da Virgilio nel II libro dell’Eneide, l’evento che diede origine alla fondazione dell’impero di Roma e quindi, nell’ottica cristiana, di quello della Chiesa: era stata quindi più volte rappresentata in pittura.
Bernini immagina l’eroe che avanza lento, con lo sguardo fisso, portando sulle spalle l’anziano padre Anchise, che con la mano sinistra ha appoggiato sulla testa di Enea il keramos Troikos, il vaso con le ossa degli avi, decorato con le statuette dei Penati, mentre il piccolo Ascanio compare impaurito subito dietro di loro.
Anchise indossa un berretto frigio, di foggia orientale, e ha i fianchi coperti dalla pelle di leone che scivola poi sulla gamba sinistra di Enea. Ascanio porta invece il fuoco sacro di Vesta e trascina un grande mantello con le frange. La pelle e il drappo si uniscono a formare un solido supporto per la scultura, che altrimenti risulterebbe pericolosamente sbilanciata in avanti. […]
Citazioni e influenze
La critica ha individuato i riferimenti visivi di Bernini nel Cristo di Michelangelo in Santa Maria sopra Minerva a Roma, ma soprattutto in precedenti pittorici, dal celebre affresco di Raffaello nella Stanza dell’Incendio di Borgo a quello della Sala dell’Eneide di Palazzo Fava a Bologna, dove i Carracci, modello dichiarato dello scultore, rappresentano Enea di schiena e Anchise che si tiene in equilibrio appoggiando la mano destra sulla spalla del figlio, proprio come nel gruppo Borghese.
Significato simbolico dell’opera
Il soggetto della scultura si adattava molto bene a raccontare anche la relazione tra lo zio Paolo V e il nipote Scipione, tra la saggezza della vecchiaia e il vigore della giovinezza, tanto più che in latino il termine scipio indica il bastone al quale ci si appoggia e come tale il cardinal nipote era celebrato dai letterati della corte Borghese. […]
L’antico tema delle tre età della vita, rappresentato dal contrasto tra l’atletico corpo di Enea e quello scarnificato dell’anziano padre, può allora essere letto in un più puntuale riferimento al sostegno fornito da Scipione/Enea alla politica di Paolo V/Anchise.
Fonte: “Bernini. I grandi maestri dell’arte.” A cura di Maria Rodinò di Miglione. Scala Group editore, edizione 2024, pagina 12
Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) è stato un eminente artista italiano famoso per il suo impatto sul barocco, eccellendo in scultura, architettura e pittura. Considerato un genio dai contemporanei, ha lasciato un’eredità duratura influenzando generazioni future, con opere iconiche come “Estasi di Santa Teresa” e il colonnato di San Pietro.
La Fontana dei Fiumi, realizzata da Bernini tra il 1647 e il 1651, celebra il potere papale tramite simboli dei fiumi e un obelisco. Rappresenta quattro continenti e riflette l’abilità architettonica dell’artista, integrandosi elegantemente nella piazza.
La Cappella Cornaro, concessa nel 1647 al Cardinale Federico Cornaro, è un capolavoro di Gian Lorenzo Bernini, realizzato tra il 1647 e il 1652. Il fulcro è la Trasverberazione di Santa Teresa, accompagnata dalle figure della famiglia Cornaro. La rappresentazione teatrale e le critiche sull’interpretazione della santa arricchiscono l’opera.
Il nome di questa statua colossale, conosciuta fin dal XII secolo come Marforio, deriva probabilmente dalla collocazione originaria ritenuta essere nel medioevo il Martis forum (foro di Marte), nell’area tra il Foro Romano e i Fori Imperiali.
L’opera, lunga oltre sei metri, rappresenta verosimilmente la personificazione di Oceano (la divinità che soprintendeva a tutte le acque del mondo) ed è databile tra il II e il III secolo d.C..
La statua venne trasferita nella piazza del Campidoglio nel 1592 e in questa occasione venne deciso il suo inserimento in una quinta architettonica progettata da Giacomo Della Porta, con la sua nuova funzione di elemento decorativo per fontana.
È in questa epoca che il Marforio svolse il ruolo di statua parlante, ovvero di statua antica prescelta (al pari del più celebre Pasquino, della Madama Lucrezia e dell’abate Luigi) per l’esposizione in forma anonima di lagnanze o invettive rivolte alle autorità.
Con la costruzione del Palazzo Nuovo la Fontana del Marforio venne a trovarsi nel cortile del più recente tra i palazzi capitolini (1644). La successiva trasformazione di questo edificio nel Museo Capitolino (1733), comportò un nuovo allestimento della fontana e del prospetto architettonico, affidato all’architetto Filippo Barigioni. In questa occasione il Marforio venne sottoposto ad un nuovo intervento di restauro, eseguito dallo scultore romano Carlo Antonio Napolioni.
Musei Capitolini Indirizzo: Piazza del Campidoglio 1 – 00186 Roma Sito web: https://www.museicapitolini.org Costo Indicativo del biglietto: 13,00 euro Gratuità: prima domenica del mese Gratuito per residenti possessori di Mic Card e per turisti in possesso di Roma Pass
Alla fine del Quattrocento, i frammenti della statua di Costantino furono collocati al Palazzo dei Conservatori. Nel 2022, è stata inaugurata una replica 1:1 al Giardino di Villa Caffarelli, ricostruita grazie alla tecnologia digitale e per celebrare l’imperatore.
Michelangelo, su incarico di Paolo III Farnese, progettò piazza del Campidoglio a Roma, creando uno spazio pubblico innovativo. Mantenne il Palazzo senatorio e il Palazzo dei Conservatori, aggiungendo il Palazzo nuovo. Al centro, collocò il monumento equestre di Marco Aurelio. L’opera fu completata da altri architetti nel Seicento.
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