Nell’agosto del 1958 fu approvato il progetto per la realizzazione dell’aeroporto “Leonardo da Vinci” a Fiumicino. Il nuovo scalo, inaugurato ancora non completato il 20 agosto 1960 per permetterne il funzionamento durante i giochi delle XVII Olimpiadi, fu aperto ufficialmente al traffico nel gennaio 1961 con l’arrivo di un Lockheed Constellation della compagnia statunitense TWA proveniente da New York. Gli scavi legati alla costruzione dell’aerostazione portarono subito alla luce alcune infrastrutture di Portus, il più grande porto dell’impero romano: il molo settentrionale del bacino fatto costruire dall’imperatore Claudio alla metà del I secolo d.C. e le strutture della parte nord orientale dello scalo (edifici di servizio, terme, cisterne, approdi). Durante i lavori di realizzazione delle strade di servizio all’aeroporto, tra il 1958 e il 1965, furono trovati i resti di cinque imbarcazioni di età romana, più parti di altre tre navi e vari materiali che formano la collezione del Museo.
Il Museo delle Navi fu costruito sul luogo del ritrovamento delle navi romane che qui sono esposte. Si tratta di due chiatte fluviali, le naves caudicariae che da Portus, il porto di Roma imperiale, risalivano il Tevere fino al porto fluviale della Capitale dell’Impero, una barca del pescatore, unica nel suo genere e un piccolo veliero per la navigazione di piccolo cabotaggio. Insieme ai relitti sono esposti gli oggetti che facevano parte della dotazione di bordo.
Il tiro delle barche ha continuato a essere praticato sul Tevere fino all’epoca moderna. Il trasporto per via d’acqua permetteva di far viaggiare merci voluminose e pesanti su lunghe distanze. In età romana una nave da trasporto di media grandezza poteva caricare circa 150 tonnellate e arrivare ad Ostia da Cadice o da Alessandria d’Egitto in una settimana.
Roma tra il I e il IV secolo d.C. era una città enorme ed il principale mercato del Mediterraneo. Giungevano qui da ogni provincia e dai centri al di fuori dei confini dell’impero ogni tipo di mercanzia, metalli, legni, marmi, beni di lusso senza dimenticare il grano, l’alimento base della popolazione. Secondo Flavio Giuseppe, vissuto nel I secolo d.C. ogni anno arrivavano a Roma solo dall’Egitto 150.000 tonnellate di grano, sufficienti a nutrire la città per quattro mesi. Gli altri prodotti di largo consumo erano il vino, l’olio, usato non solo per l’alimentazione ma anche per l’illuminazione e per l’igiene del corpo, e una salsa di pesce molto apprezzata, il garum.
Il Pantheon fu costruito alla fine del I sec. a.C. dal console Marco Vipsanio Agrippa (genero dell’imperatore Augusto) e dedicato fra il 27 ed il 25 a.C., come sappiamo dall’iscrizione sul frontone del portico:
M(arcus) AGRIPPA L(uci) F(ilius) CO(n)S(ul) TERTIVM FECIT.
Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta fece.
Nell’80 d.C. fu distrutto da un incendio che devastò gran parte del Campo Marzio; venne restaurato o rifatto da Domiziano, anche se non vi sono elementi per comprendere la portata del suo intervento. Nel 110 d.C. fu colpito da un fulmine e distrutto da un incendio per la seconda volta. La ricostruzione iniziò sotto Traiano, e alcuni studiosi ritengono sia stato progettato dal celebre architetto Apollodoro di Damasco. Fu completato da Adriano, che mantenne in facciata l’antica iscrizione dedicatoria di Agrippa.
Nel 609 d.C. papa Bonifacio IV chiese all’imperatore bizantino Foca di donargli «il tempio chiamato Pantheon» e lo trasformò in chiesa, salvandolo dalla distruzione.
La consacrazione avvenne il 13 maggio del 609o del 613, dedicandolo a Maria e a tutti i martiri con il nome di Sancta Maria ad Martyres (detto anche Santa Maria Rotonda).
In tal modo l’antica dedica «a tutti gli dèi» pagani (pan-theon in greco antico) fu sostituita da quella «a tutti i martiri» cristiani, trasformando i demoni in santi, e papa Bonifacio IV vi fece trasportare 28 carretti di reliquie di martiri cristiani.
Secondo una leggenda medievale, al momento della consacrazione gli spiriti maligni pagani fuggirono passando dall’oculo della cupola, che era stato aperto da loro stessi.
Fonte: Pantheon Architettura e Luce – Rirella Editore – Maria De Franceschini, Giuseppe Veneziano
La Caldara di Manziana si trova a pochi km da Roma, vicino al lago di Bracciano.
Un ambiente unico, creato dall’antichissimo vulcano Sabatino, ancora quiescente. Il vulcano rilascia gas in questa pianura, dove non può crescere nulla, l’acqua sembra ribollire come geyser dell’Islanda, ma si tratta di acqua fredda. Questo paesaggio lunare è stato il set di diversi film, tra cui “Django” di Sergio Corbucci, “Il Primo Re” di Matteo Rovere, la serie “Il nome della Rosa”.
Questo ambiente così desolato, pieno di esalazioni faceva credere agli Etruschi di essere alle porte dell’oltretomba. Infatti “Manziana” deriverebbe da “Mantus”, il Dio degli inferi, mentre Caldara naturalmente fa riferimento al bollire di un calderone… secondo una leggenda fu in questo luogo che si perse la ricetta per creare l’oro dal piombo. Qualcuno butto’ la formula segreta nella Caldara di Manziana.
Anche Caliostro sembra fosse a conoscenza di questa leggenda…
Ceri sorge su un altopiano di tufo ed appartiene al comune di Cerveteri, nell’area metropolitana di Roma.
Abitato fin dall’età del bronzo, venne abbandonato dagli abitanti per confluire nella più grande Città Stato Etrusca Kaisra (Caere per i Romani).
Il rapporto tra questi due centri è sempre stato molto stretto, infatti nel XIII secolo gli abitanti di Caere abbandonarono la città per rifondare Ceri che era più facilmente difendibile e per tale scopo costruirono un castello.
Da quel momento il nuovo centro avrebbe preso il nome di Caere Novum (da non confondersi con Cerenova) per differenziarsi da Caere Vetus, appunto Cerveteri.
Al centro del delizioso paese, nella piazza, sorge la chiesa di Nostra Signora di Ceri, nel luogo dove anticamente si adorava la misteriosa divinità della dea Vesta.
La chiesa di Nostra Signora di Ceri
Gli affreschi, scoperti nel 1971 dietro il muro della parete nord della navata principale, vengono riportati alla luce, abbattendo il muro che li ricopriva, e restaurati negli anni successivi. Per far ciò si eseguono anche lavori di ristrutturazione della Chiesa.
I lavori di questo primo restauro terminano nel 1990. Nel 2010 si esegue un ulteriore restauro. Ne vengono fatti altri; l’ultimo è terminato nel 2013.
È un intero ciclo di affreschi con scene tratte dai libri della Genesi e dell’Esodo, con Santi ed altre scene.
Questo ciclo di affreschi costituisce una delle numerose riprese del prototipo del V secolo dell’antica chiesa di San Pietro e di quella di San Paolo fuori le Mura, andati perduti, di cui si ritiene questo ciclo sia la più antica e fedele copia; è quindi probabile che in origine la parete a sinistra (a sud) della navata centrale, distrutta nell’assedio e i bombardamenti ad opera di Cesare Borgia nel 1503, sia stata affrescata, come anche in altre chiese con affreschi analoghi, con scene del Nuovo Testamento.
Lo scopo infatti è, nell’ambito della Riforma Gregoriana, di illustrare, sulle due pareti della navata e sulla controfacciata, la storia della salvezza.
La parete destra rappresenta, con gli episodi più significativi dell’Antico Testamento, la promessa della salvezza; la parete sinistra, con la vita di Gesù e la storia della Chiesa, la realizzazione della promessa.
II tutto culmina nella controfacciata col Giudizio Universale, che dà ai giusti l’accesso al Paradiso.
Un confronto tra le caratteristiche pittoriche tra questi affreschi di Ceri con quelli nella chiesa inferiore di San Clemente a Roma fanno riscontrare delle forti analogie, specie nei particolari architettonici, per cui si suppone che siano stati eseguiti dalla stessa bottega pittorica. Le relative diversità di stile indicano una differenza cronologica, per cui gli affreschi di Ceri si ritengono di poco posteriori a quelli di San Clemente.
Queste considerazioni, insieme al confronto con altre chiese del Lazio, danno come periodo di esecuzione tra il 1100 e il 1130.
La leggenda di San Silvestro e il drago
Tra gli affreschi si trova anche una curiosa rappresentazione: un sacerdote che tiene legato a sé con un filo un drago. Si tratta di Papa Silvestro I (314 – 335 d.C.) riconosciuto santo dalla Chiesa cattolica.
Secondo la leggenda a Roma, nei pressi del Palatino, si nascondeva un terribile drago, che terrorizzava tutti gli abitanti, uccidendo molte persone. I Romani chiesero aiuto al Santo per liberarli dal mostro. San Silvestro entrò nel nascondiglio del drago, scese 365 gradini, trovò il rettile e pregando cercò ripetutamente di addomesticarlo.
Alla fine il drago si ammansì, San Silvestro sfilò un filo dalla sua veste e legò al guinzaglio il drago per portarlo in superficie. Usciti dal nascondiglio, gli abitanti di Roma uccisero il drago.
San Silvestro morì il 31 dicembre 335, per questo l’ultima notte dell’anno è dedicata a lui. Essendo il papa contemporaneo a Costantino I, quindi al momento in cui la religione cristiana divenne definitivamente la religione dell’impero, Papa Silvestro è protagonista di molte altre leggende, tra le quali la guarigione dalla lebbra proprio dell’imperatore, raffigurata nell’affresco della chiesa di Roma, I santi quattro Coronati.
I signori di Ceri
Fra il XIII secolo ed il XIV secolo Ceri fu dominio della famiglia romana dei Normanni di Trastevere. Questa famiglia è stata, insieme ai Colonna, una delle più antiche della nobiltà Romana, tra i suoi esponenti più famosi va ricordata Jacopa dei Settesoli.
La vicenda romana dei Tourlonias, poi divenuti Torlonia, trova un ideale punto di partenza in palazzo Zuccari in via Gregoriana, dove nel 1754 nacque Giovanni Raimondo Torlonia, il padre del futuro principe Alessandro. Giovanni era il secondogenito del francese Marin, poi Marino, che, originario di un centro dell’Alvernia nelle vicinanze di Lione, intorno alla metà…
La leggenda di Romolo e Remo Secondo la leggenda, Roma sarebbe stata fondata il 21 aprile del 753 a.C. da Romolo. Grazie al lavoro dell’archeologo Andrea Carandini è stata formulata un’interessante ipotesi sulla fondazione della città. Sulla base di questo imponente lavoro è stato realizzato recentemente il film del giovane regista Matteo Rovere: Il Primo…
La mole di Adriano venne costruita dall’imperatore fuori dalla città, in una zona che allora era molto lontana dal centro della Roma antica: l’ager Vaticano.
Era collegata all’altra sponda del Tevere tramite il ponte Elio, dal nome dell’imperatore Adriano. Il ponte è ancora esistente, oggi lo chiamiamo ponte S. Angelo ed è famoso per le statue di angeli del Bernini.
Come il mausoleo di Augusto, la mole di adriano aveva una forma a tumulo, alla sua sommità vi erano molti grandi alberi e statue ed in cima svettava grandissima e bellissima, la statua in bronzo dell’imperatore Adriano alla guida di una quadriga.
I bellissimi cavalli della quadriga di Adriano potrebbero essere oggi a Venezia. Da Roma furono portati all’ippodromo di Costantinopoli e poi riportati in Italia dai Veneziani.
La cella dove erano conservati i sarcofagi degli imperatori aveva una forma cubica a cui si accedeva da una scala elicoidale ancora esistente.
Tutto era rivestito di marmi pregiati, all’esterno erano scritti i nomi degli imperatori che riposavano nel mausoleo: Adriano e l’imperatrice Vibia Sabina, Antonino e Faustina Maggiore, Marco Aurelio e Faustina Minore, Commodo, Settimio Severo, Geta e Caracalla. Si pensa che il coperchio del sarcofago di Adriano sia ora utilizzato in San Pietro come acqua santiera.
Oggi nel punto dove si trovavano le sepolture degli imperatori della dinastia antonina, c’è una poesia scritta sulla pietra:
Animula vagula blandula Hospes comesque corporis Quae nunc abibis in loca? Pallidula rigida nudula Nec ut soles dabis iocos
Piccola anima vagabonda, leggiadra, ospite e compagna del corpo. In quali luoghi andrai ora Tu pallida, fredda e nuda? E non darai più gioia, come sei solita…
Si tratta della poesia che l’imperatore Adriano ha dedicato alla sua anima, poco prima di morire.
Le bellissime statue che adornavano il mausoleo vennero scagliate contro i Goti durante la guerra condotta da Totila. Altre furono depredate nei secoli.
Nel 1624 venne fatto un ritrovamento straordinario: il fauno Barberini, che venne restaurato da Bernini ed entrò nella collezione di Francesco Barberini (da cui prese il nome).
L’imperatore Adriano diede ordine di costruire il suo mausoleo nel 135 d.C. sul modello del monumento funebre del primo imperatore di Roma, Ottaviano Augusto. I lavori si conclusero un anno dopo la morte e vennero portati avanti dal successore di Adriano, l’imperatore Antonino Pio. La costruzione ha attraversato quasi XX secoli e festeggerà i suoi millenovecento anni di storia nel 2035. La mole Adrianea, così come veniva chiamata al tempo della Roma antica, è stata testimone privilegiato della storia di questa straordinaria città e grazia alla sua struttura e posizione strategica non ha subito il destino dei monumenti antichi, ma è stata integrata di volta in volta nella quotidianità di Roma, adattandosi alle necessità della città.
Da mausoleo funebre, diventa avamposto fortificato, ultimo bastione per la difesa della città, da oscuro e terribile carcere dove vennero rinchiusi personaggi illustri (tra cui Beatrice Cenci e Giordano Bruno), a residenza dei papi e dimora rinascimentale alla quale collaborò anche Michelangelo, di nuovo prigione risorgimentale finalmente, nel XX secolo, museo consacrato alla memoria . La mole di Adriano diventerà “Castello” per l’apparizione dell’arcangelo Michele sulla sua sommità nell’atto di rinfoderare la spada. Nel 590 papa Gregorio Magno interpretò questa visione come l’imminente fine dell’epidemia che stava affliggendo la città e per questo consacrò il mausoleo al principe delle milizie del Dio dell’era cristiana. Castel Sant’Angelo entra nel demanio dello Stato Italiano nel 1870, come carcere militare e caserma. L’edificazione dei Lungotevere (1890-1893) comportò una serie di scavi e sterri fuori e dentro l’edificio, da cui provennero diversi reperti dal quale ebbe vita un primo antiquarium.
La mole di Adriano venne costruita dall’imperatore fuori dalla città, in una zona che allora era molto lontana dal centro della Roma antica: l’ager Vaticano. Era collegata all’altra sponda del Tevere tramite il ponte Elio, dal nome dell’imperatore Adriano.Il ponte è ancora esistente, oggi lo chiamiamo ponte S. Angelo ed è famoso per le statue…
Nel 1669, Bernini progettò dieci angeli sul ponte Sant’Angelo a Roma, simboleggiando la passione di Cristo. Questi angeli, sospesi su nuvole, offrivano ai pellegrini una contemplazione spirituale. Originariamente, il ponte serviva ai cortei funebri e, secondo una leggenda, il suo nome cambiò nel 590 dopo l’apparizione di angeli durante una processione.
Il teatro si trova dentro Villa Torlonia, ma non fa parte del museo. L’accesso viene gestito dalla Fondazione Teatro di Roma.
Il modo più suggestivo per visitare questo gioiello è partecipare alle visite spettacolo che la Fondazione organizza durante l’anno.
Le visite sono riservate a gruppi di massimo 25 persone e durano un’ora. Avrete la possibilità di assistere ad un racconto straordinario, ascoltare la viva voce dei protagonisti delle vicende che hanno portato alla costruzione e all’abbandono del teatro voluto da Alessandro Torlonia per onorare la giovane moglie Teresa Colonna.
Un teatro come regalo di nozze
La realizzazione del Teatro è collegata alle iniziative promosse da Alessandro per le nozze, celebrate nel 1840, con Teresa Colonna, come testimoniano la profusione di stemmi accoppiati delle due famiglie nelle decorazioni dell’edificio e un programma iconografico ispirato al tema della coppia.
Il progetto venne affidato a Quintiliano Raimondi nel 1841, ma fu terminato solo nel 1874 a causa della morte dell’architetto, nel 1848, e di altri eventi luttuosi. I lavori vennero ripresi e terminati in occasione del matrimonio dell’unica figlia di Alessandro, Anna Maria, che nel 1872 sposò il principe Giulio Borghese.
Nonostante il desiderio del principe di rendere il Teatro luogo di ritrovo mondano per la nobiltà romana, solo nel maggio del 1905 una rappresentazione pubblica fu organizzata dal giovane Giovanni Torlonia, nipote di Alessandro.
Aspetti architettonici
Il Teatro di Villa Torlonia è uno dei più interessanti esempi di architettura teatrale dell’Ottocento italiano e sicuramente un unicum nel suo genere.
Nello stesso edificio Raimondi combina, infatti, diverse tipologie costruttive, secondo il gusto eclettico del tempo. Mentre il corpo centrale si richiama alla solenne e classica grandiosità del Pantheon, l’esedra del prospetto meridionale, composta da una serra in vetro e in ghisa, guarda a modelli prettamente nordici.
Particolarità dell’edificio è il palcoscenico, con fondale apribile che faceva entrare il parco nel gioco illusionistico degli spettacoli.
Il Teatro e i due appartamenti laterali sono completamente decorati con pitture a tempera e a olio su muro, fregi e statue in stucco e mosaici pavimentali, spesso su temi inneggianti alla coppia.
L’eclettismo dominante consente di passare da una sala gotica a una moresca, da imitazioni della pittura vascolare greca a citazioni rinascimentali, da prospettive architettoniche illusionistiche a geometrici decori, nel consueto affastellamento che costituisce quasi la caratteristica delle committenze Torlonia.
Costantino Brumidi tra Roma e Washington
L’autore di gran parte delle decorazioni è Costantino Brumidi, pittore poco noto in Italia che poi fece la sua fortuna in America affrescando il Campidoglio di Washington.
Le opere scultoree sono di artisti della scuola di Thorvaldsen, quali Vincenzo Gaiassi e Pietro Galli.
Il Teatro è destinato a ospitare eventi teatrali e musicali ma anche convegni ed esposizioni nei nuovi spazi ricavati nei seminterrati.
Fonte: Casina delle Civette a Villa Torlonia. Guida. A cura di Alberta Campitelli Mondadori Electa 2008 pag. 50
Visite spettacolo al Teatro Torlonia Costo indicativo biglietto:15,00 euro Calendario 2026
14 febbraio ore 11:00
21 febbraio ore 11:00
22 febbraio ore 11:00
08 marzo ore 11:00
14 marzo ore 11:00
28 marzo ore 11:00
29 marzo ore 11:00
19 aprile ore 11:00
10 maggio ore 11:00
23 maggio ore 11:00
30 maggio ore 11:00
Clicca qui per avere maggiori informazioni e prenotare la visita.
Teresa Colonna (n Roma 22-2-1823 + m ivi 17-3-1875), figlia di Aspreno I Colonna (1787-1847) dei principi di Paliano e di Maria Giovanna Cattaneo della Volta (1790-1876). La diciassettenne Teresa sposò Alessandro Torlonia il 16 luglio 1840, più grande di lei di ben 23 anni.
Il matrimonio non fu felice, Teresa si ammalò di una non ben definita malattie di nervi (probabilmente qualche patologia di origine psicologica) diede alla luce due figlie, la più piccola Giovanna Giacinta era “inferma” e visse in un istituto nascosta a tutti fino alla morte prematura.
Alessandro Raffaele Torlonia, (Roma, 1 gennaio 1800 – Roma 7 febbraio 1886)
Il Tempio di Saturno, situato a Villa Torlonia a Roma, è un’opera romantica del 1836 che riproduce elementi classici, celebra la gloria romana attraverso rilievi storici e rappresenta l’impegno culturale della famiglia Torlonia.
Il Teatro di Villa Torlonia, situato nell’appartamento ovest, è decorato con architetture gotiche, statue dorate e vetrate colorate. Non fa parte del museo, ma è visitabile tramite spettacoli organizzati dalla Fondazione Teatro di Roma, per gruppi ristretti.
Il 5 aprile 2024, il bunker di Villa Torlonia ha riaperto con un nuovo percorso che include il rifugio antiaereo sotto il casino nobile. La storia della villa, legata a Mussolini, offre dettagli sui rifugi costruiti durante la guerra.
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Il sarcofago, rinvenuto a Roma nel 1621 fuori Porta Tiburtina, venne subito dopo donato al cardinale Ludovico Ludovisi dal Capitolo di Santa Maria Maggiore. L’opera presenta scene di battaglia sia sul lato principale che sui due lati brevi. La decorazione frontale si sviluppa su tre livelli: in alto sono raffigurati i Romani vittoriosi con il defunto nelle vesti di generale; al centro una scena di combattimento tra Romani e barbari; in basso i barbari vinti, a terra.
L’opera rientra nella produzione di sarcofagi di battaglia molto diffusa tra la metà del II e gli inizi del III sec. d.C.
Il volto del defunto, forse rilavorato in un secondo tempo, potrebbe raffigurare uno dei figli dell’imperatore Decio: Ostiliano, morto nel 252 d.C., o il fratello di questi, Erennio Etrusco, caduto combattendo contro i Goti nel 251 d.C.
Fonte: pannelli espositivi del Palazzo Altemps – Museo Nazionale Romano
La difficile identificazione del defunto
Erennio morì colpito da una freccia, prima che morisse il padre, l’imperatore Decio.
«E subito il figlio di Decio cadde mortalmente trafitto da una freccia. Alla notizia il padre, sicuramente per rianimare i soldati, avrebbe detto “Nessuno sia triste, la perdita di un solo uomo non deve intaccare le forze della Repubblica”. Ma poco dopo, non resistendo al dolore di padre, si lanciò contro il nemico cercandovi o la morte o la vendetta per il figlio. […] Perse pertanto impero e vita.»
“Gli studiosi che identificano il defunto con Erennio Etrusco ipotizzano che il sarcofago sia stato realizzato per il monumento funebre del giovane a Roma o per il sepolcro della madre, Erennia Etruscilla. Alla collezione Boncompagni Ludovisi, infatti, apparteneva un coperchio con ritratto di Erennia Etruscilla, conservato a Mainz in Germania, ritenuto il coperchio originale del sarcofago Ludovisi.”
Fonte: pannelli espositivi del Palazzo Altemps – Museo Nazionale Romano
A Palazzo Massimo è conservato un busto con il volto di Erennia Etruscilla, ripresa con un’espressione di contegno e mestizia.
Busto di Erennia Etruscilla – Roma Palazzo Massimo Busto di Erennia Etruscilla – Roma Palazzo Massimo
Analisi dell’opera
“La scena di battaglia tra Romani e barbari (che hanno caratteristiche etniche diverse) raffigurata sul fronte è resa in modo solo apparentemente caotico, ma in realtà è governata da un sapiente equilibrio compositivo.
I soldati romani irrompono da sinistra dominando dall’alto la maggior parte dei barbari, che sono “calpestati” dai vincitori. Al centro del registro superiore si trova il defunto, raffigurato a cavallo e “libero” dalla mischia, visto che non ha alcun avversario e alza il braccio destro in un gesto di comando, che lo identifica con un generale romano. Intorno a lui si dispongono, procedendo nella stessa direzione, i cavalieri e i fanti, mentre a garanzia della vittoria alcuni legionari di grandi dimensioni occupano entrambi i lati del sarcofago. La massa distorta dei barbari, caduti, feriti o ancora combattenti, è resa invece seguendo una sorta di moto ondulatorio, determinato dal loro diverso grado di resistenza, con le teste che si sollevano verso il comandante romano, senza però mai riuscire ad avvicinarlo e trovando degli avversari che li ricacciano verso il basso.
Anche i lati brevi sono decorati da scene di battaglia (il rilievo è più basso e meno curato), a sinistra più equilibrata e a destra invece chiaramente vittoriosa per i Romani. […] All’organizzazione dell’esercito romano si contrappongono le fisionomie dei barbari, che come di consueto sono barbati e con i capelli scarmigliati, ma la resa drammatica dei volti, con i nasi schiacciati, diventa in questo caso quasi caricaturale, così da suggerire la loro ferinità che li destina a una tragica sconfitta.
Il confronto si gioca anche sul contrasto tra le loriche dei legionari e il diverso costume dei barbari, connotati come orientali nella parte sinistra del sarcofago (sono vestiti con anassiridi, tunica, mantello e pileo) e come settentrionali in quella destra (indossano brachae e sono a torso nudo), il che consente di interpretare la scena come una generica illustrazione della vittoria sui barbari sia in Oriente che in Occidente e non come una battaglia specifica. […]
Il defunto ha un ritratto individuale, forse rilavorato, che ha un confronto in una testa dei Musei Capitolini.
Si tratta di un uomo abbastanza giovane, con la corta barba e soprattutto con un sigillo in forma di croce inciso sulla fronte in cui è possibile riconoscere il simbolo di iniziazione mitraica, culto diffuso in ambito militare. E’ difficile dire se si trattasse di un membro della famiglia imperiale oppure di un importante generale del tempo. A favore della prima ipotesi va citata la presenza dei cavalieri, identificabili con i protectores dell’imperatore, e di tibicines e vessilliferi, segno di alto rango. Potrebbe comunque trattarsi di uno dei due figli di Decio. (M.C.)”
Fonte: Museo Nazionale Romano, a cura di Adriano La Regina, Edizione Electa 2007 pagine 152-153
Un dialogo senza parole mentre infuria la battaglia
In generale le scene rappresentate sono colte nel momento di culminante dell’azione, ma ce ne è una che sembra essere sospesa nel tempo e offre più possibili interpretazioni. Un soldato romano tiene per la testa un prigioniero barbaro. Sappiamo che è un prigioniero perché ha le mani legate. I due si scambiano uno sguardo di profonda intensità.
Il soldato romano tiene la testa del prigioniero tra le mani, una afferra la barba e l’altra tiene la nuca. In questo dialogo muto possiamo sentire le preghiere del barbaro, ma non sappiamo se il romano sarà pietoso o sferrerà il colpo di grazia.
Palazzo Altemps – sede del Museo Nazionale Romano Indirizzo: Piazza S. Apollinare, 46 – 00186 Roma
Roma – Palazzo Altemps. Il busto di Giulio Cesare, di bronzo e calcare rosso del Cattaro, è un’opera moderna di un’officina dell’Italia settentrionale, collegata ai Gonzaga nel XVI secolo.
Roma – Palazzo Altemps. Un guerriero si trafigge con una spada mentre sostiene la moglie morente. Le sculture, collegate ai Galati, sono copie di opere celebrative di Attalo I per…
Chi è il personaggio al centro della scena?Cosa rappresenta il sarcofago?Un dialogo muto in mezzo alla battaglia Il sarcofago, rinvenuto a Roma nel 1621 fuori Porta Tiburtina, venne subito dopo…
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Sulla fronte del sarcofago sono rappresentate nove delle dodici imprese di Ercole, secondo la sequenza cronologica fissata dai testi antichi: vittoria contro il leone di Nemea, combattimento con l’idra di Lerna e il cinghiale Erimanto, lotta con la cerva di Cerinea, caccia agli uccelli della palude dello Stinfale, vittoria su Ippolita regina delle Amazzoni, impresa delle stalle di Augia e del toro cretese e, infine, lotta contro le cavalle del re Diomede. Al centro della composizione nel volto dell’eroe scolpito nell’atto di scagliare le frecce contro gli uccelli stinfalidi è raffigurato il personaggio inumato nel sarcofago: l’identificazione con Ercole, divinità simbolo della vittoria sulla morte, intende evidenziare le virtù coltivate in vita dal defunto. Il ritratto, che presenta una qualità di esecuzione inferiore rispetto al resto dell’opera, può essere datato negli anni 240-250 d.C.
Il busto rappresenta uno dei capolavori più celebrati della ritrattistica romana e ritrae l’imperatore Commodo (180-192 d.C.) sotto le spoglie di Ercole, del quale ha adottato gli attributi: la pelle di leone sul capo, la clava nella mano destra, i pomi delle Esperidi nella mano sinistra a ricordo di alcune delle fatiche dell’eroe greco.
Il busto, straordinariamente ben conservato, poggia su una complessa composizione allegorica: due Amazzoni inginocchiate (solo una è conservata) ai lati di un globo decorato con i simboli zodiacali, sorreggono cornucopie che si intrecciano a una pelta, il caratteristico scudo delle Amazzoni.
L’intento celebrativo che, con un linguaggio ricco di simboli, impone il culto divino dell’imperatore è accentuato dalla presenza di due tritoni marini che fiancheggiano la figura centrale come segno di apoteosi.
Questa statua bellissima si è salvata perché è stata nascosta per centinaia di anni.
Il gruppo fu rinvenuto nel 1874 in una camera sotterranea del complesso degli Horti Lamiani, segno probabilmente di un tentativo di occultamento.
L’imperatore Commodo morì il 31 dicembre 192 assassinato per ordine del Senato e venne condannato alla damnatio memoriae. In pratica tutte le statue e i monumenti celebrativi in suo onore dovevano essere cancellati e distrutti affinché il suo ricordo non rimanesse nella memoria di Roma.
Amato dal popolo, si dimostrò crudele ed autoritario nei confronti della classe dirigente. I suoi atteggiamenti da monarca assoluto erano considerati offensivi dal Senato.
Il carattere megalomane di Commodo si manifestò in diversi episodi:
partecipando ai giochi come gladiatore nel Colosseo;
rifondando Roma e chiamandola Colonia Commodiana (come forse avrebbe voluto fare Nerone nel 64) a seguito del devastante incendio del 190;
cambiando i nomi ai mesi del calendario in suo onore ( i primi 5 mesi dell’anno erano i suoi nomi e titoli Lucius era gennaio, Aelius era febbraio, marzo era Aurelius, aprile era Commodus e maggio Augustus, mentra giugno e luglio proprio per il suo amore per la figura del mitico eroe greco erano Hercules Romanus).
Come ci ricorda Dione Cassio nella sua Historia Augusta, la volontà di cancellare il suo ricordo era fortissima, dopo la sua morte:
«Che il ricordo dell’assassino e del gladiatore sia cancellato del tutto. Lasciate che le statue dell’assassino e del gladiatore siano rovesciate. Lasciate che la memoria dell’osceno gladiatore sia completamente cancellata. Gettate il gladiatore nell’ossario. Ascolta o Cesare: lascia che l’omicida sia trascinato con un gancio, alla maniera dei nostri padri, lascia che l’assassino del Senato sia trascinato con il gancio. Più feroce di Domiziano, più turpe di Nerone.
Ciò che ha fatto agli altri, sia fatto a lui stesso. Sia da salvare invece il ricordo di chi è senza colpa. Si ripristinino gli onori degli innocenti, vi prego»
Alla fine del Quattrocento, i frammenti della statua di Costantino furono collocati al Palazzo dei Conservatori. Nel 2022, è stata inaugurata una replica 1:1 al Giardino di Villa Caffarelli, ricostruita grazie alla tecnologia digitale e per celebrare l’imperatore.
Michelangelo, su incarico di Paolo III Farnese, progettò piazza del Campidoglio a Roma, creando uno spazio pubblico innovativo. Mantenne il Palazzo senatorio e il Palazzo dei Conservatori, aggiungendo il Palazzo nuovo. Al centro, collocò il monumento equestre di Marco Aurelio. L’opera fu completata da altri architetti nel Seicento.
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