È il 1929 quando la famiglia Balla si trasferisce nell’abitazione al civico 39b di Via Oslavia, nel quartiere romano Della Vittoria. Casa Balla è un laboratorio di sperimentazione fatto di pareti e porte dipinte, mobili e arredi decorati, utensili autocostruiti, quadri e sculture, abiti disegnati e cuciti in casa e tanti altri oggetti che, insieme, hanno creato un unico e caleidoscopico progetto totale. La Casa è un’officina, un universo costellato di forme e colori nel quale tutt’oggi si respira un’atmosfera che riflette le idee espresse nel manifesto sulla Ricostruzione futurista dell’universo, firmato da Giacomo Balla e Fortunato Depero nel 1915.
Nell’universo balliano convivono funzionalità ed estetica creando un connubio nuovo e vitale: l’Arte investe tutto e gli oggetti ideati e costruiti per l’uso quotidiano, tavolini, sedie, scaffali, cavalletti, posacenere, piatti, piastrelle, seppur poveri nei materiali, sono ricchissimi nella vena creativa e rendono l’appartamento un luogo magico di metamorfosi.
“Con mano ferma, il demiurgo-artigiano lavora il legno con infallibili incastri, sdegnando chiodi e colla taglia e cuce stoffe, disegna e realizza sorprendenti lampadari o seggiole “asimmetriche” che sembrano uscite da un racconto di Savinio, cementa mattonelle, e ovviamente dipinge qualche tardivo capolavoro. E così il lavoro alla casa si perpetuò nel tempo ben oltre i confini della sua morte. [..] Come le vecchie botteghe rinascimentali e barocche, Casa Balla divenne anche quel luogo nevralgico – senza il quale non esisterebbero musei e gallerie e libri – nel quale i segreti del mestiere si tramandano e l’esperienza diventa parte del futuro. L’appartamento di via Oslavia non è più né un documento né un monumento, ma l’immagine evidente e tridimensionale della mente che l’ha abitata e nello stesso tempo immaginata”.
Emanuele Trevi, «Tutte le sostanze sgargiantissime». Casa Balla e dintorni
Indirizzo: Via Oslavia 39/b – 00195 Roma Sito web: https://casaballa.maxxi.art/ Costo biglietto intero: 18 euro Visita solo su prenotazione. L’appartamento si trova in un condominio e per non disturbare gli abitanti vengono organizzate visite guidate in gruppi di max 12 partecipanti in date specifiche dell’anno.
Consultare sempre il sito per avere informazioni sulle date disponbili
Giacomo Balla ( Torino, 18 luglio 1871 – Roma, 1º marzo 1958) uno dei fondatori del movimento Futurista, avanguardia della pittura italiana nel primi anni del XX secolo. Personaggio eclettico ed eccentrico, fece parlare molto di sé quando inscenò il suo funerale a Roma, essendo ancora in vita e in perfetta salute.
Nella Galleria III sono raccolti i mosaici figurati, policromi e bicromi (eseguiti usando solo tessere bianche e nere, una tecnica diffusa tra il I secolo a.C. il Il secolo d.C.), che illustrano l’evoluzione della decorazione musica in età imperiale.
Sono presentati emblemata con animali o nature morte, derivanti dalla tradizione ellenistica, ma molto apprezzati anche nella pittura romana.
Un altro emblema, proveniente da via Emanuele Filiberto a Roma (II secolo d.C.), raffigura una testa di Medusa all’interno di un clipeo (uno scudo circolare).
Alla pittura alessandrina sono invece ispirati alcuni mosaici di tema egizio che rappresentano scene nilotiche, illustrando gli stessi elementi con tecniche diverse: il primo, un emblema circolare trovato nel lungotevere della Lungara, è bicromo e vi appaiono alcuni pigmei cacciatori a bordo di esili barchette, sovrastanti coccodrilli e ippopotami; nel secondo, proveniente dall’Aventino e policromo, il paesaggio esotico è più complesso, ma ritornano gli ippopotami, i coccodrilli e i pigmei, indispensabili per connotare come egizio il soggetto.
Diversi mosaici hanno invece soggetti dionisiaci, come quello con Dioniso e Satiri trovato a San Giacomo in Settimiano e l’emblema rinvenuto nella Villa della Ruffinella raffigurante Dioniso e una Menade in lotta contro due guerrieri indiani (IV secolo d.C.). Un altro mosaico tardo-antico proviene dalle Capannelle, lungo la via Appia, e rappresenta i busti delle Stagioni.
La tazza con corteo marino di Palazzo Massimo a roma è Tra i capolavori più affascinanti conservati a Palazzo Massimo, spicca una straordinaria tazza marmorea decorata con un fregio marino di rara eleganza. Rinvenuta nell’area del lungotevere in…
ROMA, PALAZZO MASSIMO -La sala da pranzo della casa Farnesina presenta decorazioni eleganti e un ambiente confortevole per l’inverno, con pannelli neri, mosaici, e affreschi raffiguranti paesaggi e storie popolari.
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La Casina delle Civette si presenta come un pittoresco collage di materiali […]
Tra gli elementi decorativi che caratterizzano l’architettura dell’edificio hanno un ruolo centrale le numerose vetrate, realizzate dal laboratorio di Cesare Picchiarini (1871-1943), detto “‘Mastro Picchio”, su cartoni di noti artisti.
L’arte della vetrata policroma legata a piombo, già diffusa dal Medioevo fino all’Ottocento, conobbe un momento di grande ripresa nei primi anni del Novecento, con il successo che riscosse nella Prima Mostra della Vetrata Artistica, organizzata nel 1912 da Cesare Picchiarini, che aveva raccolto nella cerchia del suo laboratorio artisti famosi (Duilio Cambellotti, Paolo Paschetto, Vittorio Grassi, Umberto Bottazzi), i quali disegnavano i cartoni per le vetrate che poi il maestro realizzava, con grande perizia tecnica.
Dalle vetrate a disegni geometrici semplicissimi e lineari, la tecnica del laboratorio Picchiarini si evolve fino a raggiungere livelli sofisticati, come nelle vetrate figurative o composte da intricati motivi vegetali. Nessuna abitazione possiede un campionario così vasto e completo, che documenti la storia della vetrata nei primi decenni di questo secolo. Dopo il restauro dell’edificio le vetrate originarie sono state ricollocate al loro posto, mentre quelle irrimediabilmente perdute sono state ricostruite. dove possibile, sulla base dei disegni originali, ad opera della ditta Vetrate d’Arte Giuliani.
Proprio la presenza di un nucleo di vetrate così consistente e importante ha indotto a destinare l’edificio, dopo il restauro, quale Museo della vetrata. Alle vetrate originarie già in loco si sono aggiunti moltissimi altri materiali acquisiti sul mercato antiquario o dagli eredi degli artisti che li avevano realizzati: è stato in primo luogo acquistato l’archivio di disegni e cartoni del laboratorio Picchiarini, che dopo la chiusura della celebre officina era stato rilevato dalla ditta Giuliani, che ha continuato fino ai gior ni nostri a usare bozzetti, disegni e cartoni ideati per “Mastro Picchio” da Duilio Cambellotti, Paolo Paschetto, Vittorio Grassi, Umberto Bottazzi, Arthur Ward e dallo stesso capostipite della ditta, Giulio Cesare Giuliani, che era stato a lungo allievo di Picchiarini. Sono poi state acquistate altre vetrate, come la splendida vetrata de I pavo-ni, di Umberto Bottazzi, esposta alla mostra del 1912 e da allora irreperibile, dopo aver riscosso gli elogi della critica per la perfetta fusione raggiunta tra le qualità cromatiche e l’equilibrio della composizione, l’accorta scelta delle paste vitree e dei vetri cabochon; sono stati quindi acquistati molti cartoni preparatori, in alcuni casi, proprio per le vetrate della Casina delle Civette.
Nel percorso espositivo del Museo è stato così possibile accostare i disegni e i cartoni preparatori per le vetrate effettivamente realizzate, come ad esempio quelle, denominate Il chiodo con tralci e uva (1914-1915) e I migratori (1918), di Cambellotti, rendendo possibile l’immediato raffronto tra la resa pittorica dell’acquerello e del carvincono e il corrispondente gioco di colori, tradotto nelle sfumature e nelle traspa renze del vetro. E così interessante notare come, ad esempio, nelle vetrate delle Rose e Farfalle di Paschetto si sia fatto ricorso a vetri bombati per conferire profondità al le ali delle farfalle, o come le delicate sfumature dei pampini d’uva nel Chiodo siano state sottolineate dai ritocchi a fuoco.
Le venti stanze del museo, in cui si affollano vetrate, ma anche dipinti parietali, stucchi, mosaici, boiseries, e nelle quali si inserisce il percorso espositivo delle vetrate, dei bozzeti e cartoni, portano nomi suggestivi, memoria delle fantasie e delle fissazioni del principe, che visse quida solo, sonza moglie ne figli, con la sola compagnia della servitù e di pochi amici fino al 1938, anno della sua morte. Le vetrate originali sono state ricollocate, dopo un accurato restauro, nei luoghi di provenienza; quelle acquisite sono invece poste in apposite strutture lignee, autoportanti, che ne permet-tono, in molti casi, la visione su entrambi i lati o sono illuminate dal retro. Le vetrate originali perdute, che sono state riprodotte sulla base di cartoni o bozzetti a noi pervenuti, recano la scritta “Vetrate d’Arte Giuliani 1997, posta in margine a ciascuna ad attestarne la recente esecuzione.
La Chiesa di Sant’Ignazio da Loyola: un capolavoro nascosto nel cuore di Roma
A pochi passi dal Pantheon, nel centro storico di Roma, si trova una delle meraviglie meno conosciute della città: la Chiesa di Sant’Ignazio da Loyola. Questo gioiello barocco custodisce uno degli affreschi più spettacolari di tutta Italia, spesso definito la “seconda Cappella Sistina” per dimensioni e bellezza.
Illusionismo prospettico: l’ingegno di Andrea Pozzo
Tra il 1691 e il 1695, il gesuita e artista Andrea Pozzo impiegò solo tre anni per dipingere la magnifica volta della chiesa. Utilizzando la tecnica dell’illusionismo prospettico, creò l’impressione che il soffitto sia alto il doppio della sua reale altezza. Camminando lungo la navata, i visitatori provano la sensazione che le figure dipinte sul soffitto li accompagnino in volo, sospese tra cielo e terra.
L’affresco che illumina il mondo
Al centro della volta, Sant’Ignazio riceve la luce divina da Cristo e la riflette verso i quattro continenti conosciuti all’epoca: Europa, Africa, Asia e America. Una composizione di straordinaria bellezza che esprime il desiderio di evangelizzazione globale dell’ordine gesuita.
La falsa cupola: il trompe l’oeil che inganna lo sguardo
Proseguendo lungo la navata, il visitatore scopre un secondo sorprendente inganno visivo: la cupola… che in realtà non esiste! Si tratta di un perfetto trompe l’oeil, una tela dipinta con maestria per simulare una cupola tridimensionale. L’illusione si svela solo quando ci si trova direttamente sotto, lasciando chi guarda senza fiato.
Cosa fare a Roma Gratis Roma è da secoli capitale dell’arte e del Cristianesimo. Le porte delle sue meravigliose chiese sono sempre aperte per accogliere fedeli e amanti della bellezza e dell’arte. Scopri i percorsi che permettono di godere dei tesori di Roma senza spendere soldi: chiese, musei, palazzi e dimore storiche con accesso gratuito >>
Andrea Pozzo
Chi era Andrea Pozzo? Genio del Barocco Illusorio
Andrea Pozzo (1642–1709) fu un frate gesuita, pittore, architetto e teorico dell’arte originario di Trento. È universalmente noto per aver perfezionato l’arte dell’illusionismo prospettico, una tecnica che combina pittura e architettura per creare effetti ottici spettacolari.
Nel corso della sua carriera, Pozzo lavorò in varie città europee, tra cui Vienna e Monaco di Baviera, ma il suo capolavoro indiscusso rimane la volta della Chiesa di Sant’Ignazio da Loyola a Roma. Qui, grazie a una profonda conoscenza della prospettiva e delle regole geometriche, riuscì a trasformare una superficie piatta in uno spazio apparentemente infinito.
Oltre alla pittura, Andrea Pozzo scrisse anche un importante trattato intitolato Perspectiva pictorum et architectorum, considerato fondamentale per lo studio della prospettiva nell’arte barocca.
La sua eredità vive ancora oggi nelle opere che incantano i visitatori e nei principi che continuano a influenzare l’arte visiva.
L’Accademia Nazionale di San Luca a Roma offre un’esperienza culturale unica e gratuita, con una ricca storia di promozione delle arti. Fondata nel 1593, ospita opere significative, giardini tranquilli e testimonia il ruolo di Roma nella cultura europea.
Sperimentare la sospensione del tempo, tra la fine del mondo pagano e l’avvento dell’era cristiana Il Mausoleo, costruito tra il 340 -345 d.C. all’interno del complesso monumentale di S.Agnese fuori le mura, si trova sulla via Nomentana.Siamo nell’ultimo periodo della…
Il Casino del Bel Respiro, rappresentanza del Governo italiano, offre visite guidate su prenotazione, permettendo di scoprire la bellezza del XVII secolo. L’accesso è limitato a gruppi di 30 e il percorso è fisso per motivi di sicurezza.
Nel luglio del 1809 un gruppo di allievi dell’Accademia di Vienna e dell’Accademia di Belle Arti di Copenaghen si raccolse, sotto la guida di Johann Friedrich Overbeck (1789-1869) e di Franz Pforr (1788-1812), nella lega di San Luca (Lukasbund), un sodalizio fondato sul modello delle confraternite religiose, il cui scopo era quello di ricondurre l’arte “sulla via della verità” seguendo l’esempio degli antichi maestri. Questi artisti si ribellavano principalmente al metodo d’insegnamento accademico basato sull’imitazione e sulla copia di opere celebri e dei calchi in gesso.
Animati da un profondo fervore spirituale, e stimolati dalle teorie sull’arte di Wilhelm Heinrich Wackenroder (1773-1798), dei fratelli Schlegel (in particolare Friedrich, 1772-1829), e di Friedrich Schiller (1759-1805), nel 1810 i giovani pittori tedeschi giunsero a Roma e si riunirono in confraternita nel convento abbandonato di S. Isidoro a Capo le case.
Altri presero probabilmente in affitto alcune camere nella vicina Villa Malta, all’epoca proprietà del principe ereditario, poi re, Ludwig di Baviera (1786-1868) e punto d’incontro di artisti e intellettuali del tempo.
La magrezza, i capelli spesso lunghi e la dottrina ideologica che li caratterizzava valsero loro, sulla scia della visione sentimentale dell’epoca, l’appellativo di Nazareni, in evidente allusione a Cristo.
La rivalutazione romantica del Medioevo cristiano fu d’altronde alla base del loro rinnovamento artistico ispirato ai cosiddetti “primitivi”: Giotto, Masaccio, Beata Angelico, Signorelli e ai grandi pittori del primo Rinascimento quali Perugino, Raffaello, Michelangelo. A questi aggiunsero anche la conoscenza di Dürer, van Eyck, di manieristi come Taddeo Zuccari e dei grandi paesaggisti del 600, fino ad arrivare all’ariosa pittura di Tiepolo, passando per il Veronese.
Sebbene non siano del tutto chiare le motivazioni che spinsero Carlo Massimo ad affidare la decorazione della sua dimora a pittori tedeschi, all’epoca già conosciuti e apprezzati a Roma per aver affrescato una sala di Palazzo Zuccari, residenza del console prussiano Bartholdy, la presenza degli artisti mitteleuropei in casa Massimo si inserisce perfettamente nella temperie culturale della Roma internazionale d’inizio Ottocento.
Del resto il marchese potrebbe essere entrato in contatto con i Nazareni tramite altri artisti dell’Europa centro-settentrionale all’epoca residenti a Roma, quali Bertel Thorvaldsen (1770-1844), Johann Christian Reinhart (1761-1847), Ernst Platner (1773-1855), peraltro assidui frequentatori dei salotti della Roma nobiliare.
Ancora potrebbero essersi rivelate determinanti, anche in virtù delle loro origini, le figure di Cristina di Sassonia, sposata con un Massimo, e di Ludwig di Baviera, per giustificare l’affidamento ai pittori tedeschi di una delle più prestigiose commissioni della Roma di quegli anni: la decorazione del Casino lateranense. Non bisognerà infine dimenticare il presunto ruolo avuto nella committenza dallo scultore veneto Antonio Canova (1757-1822) il quale, già nel 1815, nella sua importante impresa decorativa delle lunette della Galleria Chiaramonti in Vaticano aveva coinvolto il nazareno Philipp Veit (1793-1877) e il tedesco Johann Karl Eggers (1787-1863), affiancandoli a un gruppo di artisti italiani, tra cui Giovanni Colombo (1784 ca.-1853) l’unico pittore straniero ad essere ammesso nella cerchia dei Nazareni.
Fonte: Monica Minati “Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano” ETS edizioni terra santa 2014 pp 38-39
Il Casino Giustiniani Massimo è ciò che rimane di una vasta proprietà che il grande collezionista e mecenate Vincenzo Giustiniani (1564-1637) fece costruire tra il 1605 e il 1618.
Vincenzo Giustiniani è passato alla storia anche per aver protetto, nel suo circolo di artisti Caravaggio.
L’erede adottivo di Vincenzo, Andrea Giustiniani Banca si occupò di sistemare la collezione di opere antiche e di abbellire le facciate del Casino inserendo rilievi e rosoni, secondo il gusto del XVII secolo.
In questo periodo un grande interesse per l’antico animava le ricche famiglie nobili. Andrea concepì l’abbellimento del Casino come un personale programma propagandistico. Il giovane aveva sposato Anna Maria Flaminia Pamphili, nipote del Papa Innocenzo X e figlia della famosa Pimpaccia, la potentissima Olimpia Maidalchini, per questo aquile (simbolo della famiglia Giustiniani) e colombe (simbolo della famiglia Pamphili) compaiono sulla facciata del Casino. Sulle pareti ci sono grandi teste antiche, rilievi presi da sarcofagi romani e al centro del giardino una grande statua, un “pastiche” (la composizione della figura è avvenuta tramite assemblaggio di più statue non pertinenti) che rappresenta l’imperatore Giustiniano per ricordare il nome della famiglia nobile di cui Andrea era erede.
Sezione delle Sale al pian terreno. Fonte “Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano” di Monica Minati
La proprietà era molto vasta nel XVII ma durante i secoli, a causa delle alterne vicende della famiglia e del riassetto urbanistico della città con la nascita del Regno d’Italia, fu molto ridotta.
Per dare un’idea della grandiosità della proprietà basti pensare che il bellissimo portale che oggi si trova come ingresso a Villa Celimontana è stato smontato proprio dalla proprietà dei Giustiniani al Laterano.
Il principe Vincenzo III Giustiniani fu costretto a vendere la proprietà alla nobile e antichissima famiglia Massimo nel 1802.
Carlo Massimo (1766-1827) fu il primo ad interessarsi alla decorazione degli interni del Casino, fino a quel momento restati spogli. Chiamò un gruppo di pittori tedeschi, “I Nazareni” per dipingere le tre sale al piano terreno.
I lavori durano dal 1817 al 1829 e coinvolsero 5 artisti: Philipp Veit, Joseph Anton Koch, Julius Schnorr von Carolsfeld, Johann Friedrich Overbeck, Joseph von Fuhrich per la realizzazione di tre cicli pittorici dedicati ai capolavori della letteratura italiana: “La Divina Commedia” di Dante, “L’Orlando furioso” di Ludovico Ariosto e “La Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso.
Alla fine del XIX secolo, Filippo Massimo trasferì buona parte della collezione di statue antiche, dalla proprietà in Laterano ad altre proprietà della famiglia, successivamente la restante parte della collezione fu rimossa a seguito delle invasive trasformazioni urbanistiche del piano di lottizzazione di Roma.
Durante il periodo di occupazione tedesca, nella seconda guerra mondiale, il carcere e caserma delle SS si trovava in via Tasso, 145 non lontano dal casino, essendo poco lontano dal Casino, gli ufficiali e sotto ufficiali tedeschi utilizzarono le tre sale affrescate come mensa.
Nel 1948 il Casino fu venduto all’Ordine della Custodia della Terra Santa che ne è tuttora proprietario.
Indirizzo: via Matteo Boiardo, 16 – 00185 Roma
Telefono: 06 70495651
Giorni di apertura: Martedì e giovedì ore 9.00-12.00/16.00-18.00 Domenica ore 10.00-12.00 L’edificio è proprietà privata ed è sede della delegazione dei Francescani di Terra Santa. Per entrare suonate il campanello e siate pazienti se non dovessero aprire subito, c’è solo un guardiano e potrebbe essersi allontanato un attimo ( a noi è successo 🙂 )
Sito web: non esiste al momento un sito ufficiale
Costo Indicativo del biglietto: gratuito, è gradita un’offerta libera per sostenere le spese di conservazione del palazzo.
Gratuità: sempre
Sono poche le fonti ufficiali disponibili ma in sede è possibile acquistare, in diverse lingue, una bellissima guida al costo di 15,90 euro circa. Potete chiedere al guardiano.
Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano. Ediz. illustrata di Monica Minati ETS – Edizioni Terra Santa
L’affresco di Overbeck rappresenta Gildippe e Odoardo nel momento drammatico della loro morte durante la battaglia per Gerusalemme, esprimendo coraggio e dedizione. Altri personaggi includono Armida, maga seduttrice di Rinaldo, simbolo di conflitto tra amore e dovere.
Secondo la leggenda, Roma sarebbe stata fondata il 21 aprile del 753 a.C. da Romolo.
Grazie al lavoro dell’archeologo Andrea Carandini è stata formulata un’interessante ipotesi sulla fondazione della città. Sulla base di questo imponente lavoro è stato realizzato recentemente il film del giovane regista Matteo Rovere: Il Primo Re
Secondo il famoso archeologo prima della nascita di Roma esisteva un vasto complesso proto-urbano non centralizzato, formato da diversi villaggi posti sui colli: il Septimontium.
La prima azione dei mitici gemelli è stata quella di unire le genti che abitavano in quella vasta zona, al tempo in cui il Lazio era sotto il dominio di Alba Longa e tutte le genti Latine attribuivano la massima autorità religiosa a Giove Latino venerato nel santuario del Monte Albano.
Il nuovo ordine doveva essere retto da un Re. A questo punto per capire gli eventi che hanno portato alla fondazione di Roma, dobbiamo fare uno sforzo di immaginazione e ricordare che oltre 27 secoli fa il modo con cui gli uomini interagivano con il mondo esterno era totalmente diverso. Siamo ancora nella Preistoria, alla fine dell’Età del Ferro, un tempo in cui la comunicazione fra il mondo umano e sovraumano era un continuo dialogo di rimandi simbolici e sacri. Giove, il dio dei fulmini, al vertice del Pantheon pagano, incarnava la memoria ancestrale del momento in cui gli uomini impararono a dominare il fuoco che dal fulmine si propagava nei boschi, un momento fondamentale che ha permesso un salto evolutivo enorme (grazie alla possibilità di cucinare i cibi).
Romolo diventa Augustus, il prescelto dagli Dei
In questo contesto era fondamentale, prima di ogni grande impresa, chiedere il consenso degli dèi. Chiedere quindi chi sarà alla guida dei Latini? Sarà Romolo o sarà Remo? Per interrogare gli dèi bisognava chiedere ad un loro ministro in terra: l’augure.
L’augure crea “un osservatorio” ponendosi sul colle Aventino, rivolgendo lo sguardo verso il Monte Albano (sede del santuario di Giove Latino) aspettando un segno.
Giove indica Romolo come il prescelto, l’Augustusche significa Consacrato (un po’ come Cristo è l’unto del Signore, il prescelto).
Sorgerà quindi ROMA sul colle Palatino. Se Giove avesse scelto Remo la città sarebbe sorta sull’Aventino (oppure verso l’attuale EUR) e si sarebbe chiamata REMORIA.
A questo punto Romolo non è più il gemello di Remo, la sua natura è stata transustanziata e diventata sacra. Romolo non appartiene più all’ordine degli uomini, ma all’ordine degli Dei e deve fare la loro volontà.
Il trasferimento della sacralità, dal prescelto al Pomerium, confine sacro
Il nuovo Re procede al trasferimento della sacralità che ha ricevuto sul suo corpo al terreno che ha scelto per fondare la sua città. Grazie ad un complesso rituale, Romolo procede alla creazione del solco sacro, il Pomerium.
Secondo le fonti antiche il Pomerium comprenderebbe i colli Palatino e Germalus, viene fondata la Roma Quadrata.
Dopo aver creato il solco sacro, Romolo crea una fossa, nel punto in cui si incrociavano le strade principali, il mundus, dentro la quale tutti i capi delle tribù del Septimontium sono invitati a gettare una zolla di terra e le primizie perché tutto si fonda insieme nella nuova città. Quindi Romolo suona una antica tromba, il Lituo, e pronuncia il nome pubblico della città: Roma ed i nomi segreti della città che non potevano essere rivelati.
Il sacrilegio e la morte di Remo
Si costruiscono le mura. Questo è un terreno sacro, chi viola i suoi confini compie un sacrilegio e merita la morte. Il primo a sfidare gli Dei, attenzione gli Dei e non Romolo secondo la logica antica, è proprio Remo.
Romolo è Augusto, non è più un uomo è un ministro degli Dei, chiamato a compiere la loro volontà anche contro il proprio sangue. Remo viene quindi ucciso. Questa vicenda viene resa benissimo nel film Il Primo Re di Matteo Rovere
Secondo Carandini, l’ordinamento che nasce con la città è una sorta di Monarchia Costituzionale, in cui il Re e i capi tribù governano insieme la Res Publica.
La casa del Re in un primo momento viene costruita dentro le mura del Palatino, sopra il Lupercale nella zona dove si trovava anche la Scala di Caco. Ma il nuovo ordinamento politico necessita di uno spazio – in un territorio neutrale – in cui tutte le genti del Septimontium possano incontrarsi.
Il Foro, il centro politico
Il luogo identificato è il Foro (che significa “fuori”, fuori dalle mura di Roma appunto in un territorio neutro).
Si trattava di una zona paludosa a 6 metri sopra il livello del mare, quindi soggetta ad essere invasa dalle acque del Tevere. In questa zona si trovavano due templi antichi legati al culto del fuoco: il tempio di Vesta ed il Volcanal.
Romolo decide di spostare la sua dimora dal Palatino (protetto dalle mura inviolabili) al Foro, in una zona pericolosa per incontrare tutte le genti su cui regna in un’area dedicata alla politica.
Templi arcaici nel Foro: Casa delle Vestali, Domus Regia e Vulcanale
Nasce la prima Domus Regia vicino alla casa delle Vestali. Il fuoco delle Vestali era un fuoco sacro che rappresentava la vita della città, della comunità dei suoi cittadini. Venne spento nel 391 d.C. per ordine dell’imperatore Teodosio e dopo poco la città antica morì…
Il tempio delle Vestali era quindi legato al fuoco sacro vitale della città, custodiva al suo interno i 7 talismani che assicuravano la salvezza della città.
Il vulcanale era un antico tempio dedicato al fuoco della guerra. Divenne sede del Comizio, il luogo dove i capi dei vari rioni si riunivano per prendere le decisioni. E’ in questo luogo, sempre secondo Andrea Carandini, che avvenne lo smembramento del Re. Romolo venne ucciso, fatto a pezzi dai membri del Comizio che portarono un pezzo del corpo del re in ogni rione (erano circa 30).
Le fonti antiche riportano di una tempesta e di un’eclissi che avrebbe portato in cielo Romolo trasformandolo nel dio Quirino. Questo è l’effetto dell’atto simbolico del rituale arcaico che attraverso il sangue, permetteva al Re di diventare divino (ricorda il mito di Osiride in Egitto e di Dioniso in Grecia, ma anche di Ercole).
Dentro il Volcanal è stata trovata un’antichissima pietra, il Lapis Niger che riporta una scritta in proto-latino che non è mai stata tradotta che riporta una frase che ha a che fare con il re e con la sacralità della sua persona.
Fori Romani: ai piedi dell’arco di Settiminio Severo non deve passare inosservata una piccola costruzione. Si tratta dell’ombelicus urbis: il punto in cui si incrociavano ad angolo retto le strade principali, il canale di comunicazione tra…
La potenza del ritratto romano Dante, Shakesheare, Jeaques Luis David ne furono profondamente affascinati L’identificazione, fin dal Cinquecento, con il mitico primo console della Repubblica Romana, Lucio Giunio Bruto è oggi ritenuta non improbabile. Il fascino…
Periodo storico: Dal 753 a.C. fondazione di RomaAl 476 d. C caduta dell’Impero Romano d’Occidente Popolazione: al suo massimo apogeo durante il regno di Ottaviano Augusto, Roma raggiunge il 1.000.000 di abitanti. Soltanto nel XIX sec.…
Fin dall’istituzione del Museo Nazionale Romano, nel 1889, il Giardino fu destinato a esporre numerosi reperti archeologici provenienti da Roma e dal suburbio, databili tra la fine del I secolo a.C. e il III secolo d.C.
Ai lati dell’ingresso del Giardino sono disposti altari funerari iscritti, mentre nel viale che conduce al Museo si incontrano statue di personaggi in toga oltre a numerosi elementi architettonici (colonne, capitelli, architravi), provenienti da diversi edifici antichi; nella fontana centrale domina l’imponente massa del cratere colossale già descritta da D’Annunzio nel 1897: ” nel cortile è un grande vaso donde sgorga la verzura… La verzura nasconde gli amorini scolpiti sotto il labbro del vaso: colonne mozze, coronate di capitelli corrosi, urne…
Intorno alla fontana sono statue femminili e altari funerari iscritti di grandi dimensioni. Di fronte all’ingresso del Museo sono disposti sarcofagi e statue funerarie. Nei viali laterali sono esposte stele e cippi funerari, in travertino e marmo.
ALTARI FUNERARI ISCRITTI
I testi si aprono quasi sempre con la dedica agli Dei Mani, protettori dei sepolcri; a seguire sono indicati il nome del defunto, in molti casi gli anni vissuti, a volte seguiti dai mesi e dai giorni, il nome del dedicante e il grado di parentela. Si segnalano in questo gruppo l’ara del littore M. Claudius Artemidorus, decorata ai lati con i fasci e l’ara di Valgia Silvilla, con la raffigurazione della porta dell’Ade nella parte posteriore. Marmo, da varie zone di Roma e dal suburbio.
CRATERE COLOSSALE
Il vaso colossale, a forma di cratere sorretto da sei puttini, fu utilizzato come fontana già in età antica ma la collocazione originaria è ignota; si tratta di un raro esemplare con un solo confronto a Roma, davanti alla Basilica di S. Cecilia in Trastevere. Dal XII secolo si trovava nei pressi della Basilica dei SS. Apostoli, davanti all’atrio della chiesa o nel chiostro.
Marmo, dalla Basilica dei SS. Apostoli. Età imperiale
Fontana del giardino antistante il museo Nazionale RomanoFontana età AnticaGiardino d’ingresso Terme di Diocleziano a Roma
CIPPI FUNERARI
Nei testi sono generalmente indicati i nomi dei titolari del sepolcro e l’estensione dell’area sepolcrale con le misura in piedi della larghezza in fronte- e della profondità -in agro.
Si regnala l’iscrizione della schiava Epictesis, con incarico di lanipenda, distributrice della lana da filare; il termine verrà spesso impiegato in età imperiale con riferimento alle virtù femminili di operosità.
Travertino, Roma, dalle principali vie consolari
STELE FUNERARIE
Tra le varie stele presenti, in cui sono indicati il nome del defunto, si segnala quella della liberta Minucia Thiotima e di suo figlio Cn. Minucius Romulus, l’inscrizione è stata ricavata dal reimpiego di una cornice architettonica di cui si riconoscono, sul lato sinistro i dentelli.
STELE FUNERARIE DI SOLDATI E GUARDIE DEL CORPO DI NERONE
Le stele funerarie sono dedicate a soldati di diversi corpi di stanza a Roma: i pretoriani, guardia imperiale e le truppe di polizia. Concludono la serie le stele dei Germani corporis custodes di Nerone, guardie del corpo così chiamate perché originariamente scelte tra le robuste popolazioni nordiche. Schiavi al tempo di Augusto, i custodes in età neroniana erano straniedi di condizione libera, con un’organizzazione militare, senza raggiungere mai la dignità di una vera milizia. Implicati nell’assassinio di Nerone, furono aboliti da Galba
In una vetrina della Sala Castellani, presso il Palazzo dei Conservatori dei Musei Capitolini è esposto un pregevole manufatto in terracotta che raffigura un personaggio maschile seduto ricordato nei più antichi inventari manoscritti del Museo come “statuetta sedente di terracotta rappresentante un personaggio che stende la destra in atto di ragionare”.
Si tratta di una delle tre statuette rinvenute nel 1865 nella Tomba delle Cinque Sedie di Cerveteri e acquistate da Augusto Castellani unitamente ad alcuni oggetti di oreficeria; l’anno seguente Castellani inserì quella maschile nella sua prima donazione di oggetti ai Musei Capitolini, mentre vendette le altre due al British Museum.
Le statuette erano originariamente cinque, due però non furono recuperate per il loro cattivo stato di conservazione, ed erano sedute su altrettanti sedili scolpiti nel tufo e collocati in un vano laterale al vestibolo (ricostruzioni da Prayon 1974).
La presenza in questo ambiente di un altare e la gestualità delle figure che hanno una mano protesa in avanti per porgere o ricevere un’offerta rendono probabile si tratti di un piccolo sacello domestico per il culto degli antenati.
In Etruria, infatti, forte era la devozione verso gli antenati come dimostra la presenza, nei lunghi corridoi d’accesso e nei vestiboli delle tombe, di statue che rappresentavano gli antenati evocati nelle cerimonie rituali.
Il personaggio rappresentato nella statuetta è riccamente vestito con un ampio mantello rosso, segno evidente del suo alto lignaggio, trattenuto sulla spalla da una fibula di tipo orientale di accurata fattura: dallo scrittore greco Dionigi di Alicarnasso apprendiamo, infatti, che tra le insegne del potere supremo utilizzate dai re etruschi vi erano anche una “tunica di porpora con fregi d’oro e un mantello di porpora ricamato”: indicatori di ruolo e di potere che poi passarono nel mondo romano.
Dal punto di vista cronologico, l’opera va collocata nella seconda metà del VII secolo a.C., momento in cui a Cerveteri cominciò a svilupparsi una produzione coroplastica di grande rilevanza: l’arte di modellare l’argilla diventerà infatti “l’arte nazionale degli Etruschi”, i cui capolavori, come l’Apollo di Veio e il Sarcofago degli Sposi, sono a tutti noti.
Sperimentare la sospensione del tempo, tra la fine del mondo pagano e l’avvento dell’era cristiana
Il Mausoleo, costruito tra il 340 -345 d.C. all’interno del complesso monumentale di S.Agnese fuori le mura, si trova sulla via Nomentana. Siamo nell’ultimo periodo della Storia Antica, in 126 anni si entrerà nel Medioevo. In questa chiesa già comincia a sentirsi il cambiamento epocale, il declino dell’impero che porterà quasi mille anni di decadenza, spopolamento e terrore nella città che è stata il centro della civiltà occidentale.
Sentiamo come Ilaria Berltramme nel suo libro “La storia di Roma” descrive l’atmosfera unica che si respira dentro questa chiesa dalla forma circolare:
“Ciò che troverete è un cosmo di simbologie ancora acerbe e profondamente legate all’iconografia pagana.
Guardatele bene quelle foglie di vite, attorcigliate e prepotenti. Che cosa vi dicono? Esercitano la vostra sensibilità sulla fertilità della Dea Madre, o sul vino protagonista del sacramento più sacro della cristianità? Osservate i pavoni che sono un simbolo della vita oltre la morte in tutti e due gli universi. L’ambiguità è la lingua del luogo, ma non è maligna, né ruffiana.
È proprio il tono del periodo in cui l’antico si può ancora chiamare tradizione e il nuovo viene da Oriente, da un mondo che fino a pochi secoli prima era ancora Roma, ma nel IV secolo è già un altro pianeta. Un pianeta spesso ostile.
E, in fondo, quando nel XVII secolo una combriccola di artisti fiamminghi decise che – proprio per i tralci di vite e per la “paganità” dei mosaici antichi – quel luogo non poteva essere altro che un tempio di Bacco e quindi il “covo” ideale per le loro riunioni dedicate al dio, non erano poi così lontani dalla realtà, dal genius loci che ancora ci sussurra storie nel pulviscolo della chiesa. Durante i loro rituali, il porfido rosso del sarcofago della famiglia imperiale (quello che vedete oggi è una copia, l’originale è ai Musei Vaticani) serviva da vasca per un gaudente bagno nel vino e fu così – per inciso – che si persero le spoglie mortali della figlia di Costantino, mentre fra un bagno e l’altro il tempo risucchiava distruggendole le tessere dei mosaici della volta centrale, impedendoci oggi di leggere altre storie fragili e ambigue sulla nascita del cristianesimo. Peccato.
Infine, si tende spesso ad accomunare sotto lo stesso “cappello” sbrigativamente bizantino tutta la produzione musiva dall’inizio del Medioevo in poi, i mosaici di Santa Castanza servono anche ad abbattere un luogo comune duro a morire. Il loro farsi “cerniera” fra due epoche, due culture, due “visioni” religiose della vita e della fede restituisce un po’ di giustizia a una tradizione decorativa che a Roma è sempre stata di casa e qui si esprime in un linguaggio più che comprensibile e soprattutto localissimo.
Nella circolarità di Santa Costanza il tempo si è incastrato in un vortice. Si è disintegrato in particelle di polvere illuminate dalla luce romana. È l’ultimo momento in cui la metropoli è ancora se stessa, si guarda e si riconosce. Il filo non si è spezzato, l’antico non è una chimera. Qui è ancora una memoria viva.”
Fonte: “La storia di Roma in 100 monumenti e opere d’arte” Ilaria Beltramme. Newton Compton Editori pagine 127-130-131-132 stampato nel novembre 2015
Costanza o Costantina
Costantina o Costanza (318 circa – Bitinia, 354) è stata una nobildonna romana appartenente alla dinastia costantiniana, che governò sull’Impero romano nella prima metà del IV secolo. Costantina era la figlia dell’imperatore romano Costantino I e di Fausta, a sua volta figlia di Massimiano. Ebbe il titolo di augusta dal padre. Era sorella degli imperatori Costantino II, Costanzo II e Costante I, moglie del «re» Annibaliano e del cesare Costanzo Gallo.
Costantina, con il nome di Costanza, è venerata come santa dalla Chiesa cattolica. La leggenda vuole che, ammalata incurabile, Costanza si sarebbe recata sulla tomba di sant’Agnese a Roma, dove sarebbe miracolosamente guarita; a seguito di questo miracolo, Costanza si sarebbe convertita al cristianesimo. (Fonte Wikipedia)
Per questo motivo avrebbe fatto costruire la Chiesa di Sant’Agense, fuori dalle mura della città collegato al Mausoleo della sua famiglia.
“Questo insieme di edifici sacri e rovine […] è interamente frutto della volontà della figlia di Costantino, […] che seguendo il destino della capostipite della famiglia imperiale, Elena, scelse l’Occidente e Roma come casa. Di Costanza si sa che il padre la nominò Augusta, ma allora il termine aveva un valore abbastanza diverso da quello originario antico. Le fonti storiche dell’epoca, inoltre, ce la restituiscono in modo drammaticamente polarizzato: è rabbiosa, crudele, vendicativa e inarrestabile per Ammiano Marcellino. Oppure una donna pia, estremamente attiva nella celebrazione delle spoglie dei martiri (quelle a Sant’Agnese in particolare), secondo le parole attribuite a papa Damaso I.
Il dinamismo della giovane nobile, in sostanza, è l’unico dato comune e a quello conviene riferirsi, dunque. […]
Al contrario di suo padre, inoltre, si sa che Costanza abbracciò la fede cristiana, senza però abbandonare l’interesse più politico per la città. […]”
Fonte “La Storia di Roma in 100 monumenti e opere d’arte” di Ilaria Beltramme – Newton Compton Editori
I Bamboccianti e il tempio di Bacco
Bambocci! Un gruppo di “falsari e guitti / e facchini, monelli, tagliaborse… / stuol d’imbriachi e gente ghiotta …” Erano i bamboccianti, un’allegra congrega di pittori fiamminghi, residenti a Roma nel XVII secolo. Amanti della bella vita, in aperta polemica con lo stile Barocco, rappresentavano scene di vita popolare. Dediti al vino, erano famosi per i loro baccanali e riti di iniziazione di gusto pagano che celebravano in quello che credevano essere il tempio di Bacco. L’errore era dovuto alla forma circolare dell’edificio e alla sua decorazione con foglie di vite, anche sul bellissimo sarcofago in porfido rosso. Non si trattava del tempio di Bacco, ma del mausoleo di Santa Costanza sulla via Nomentana. Chissà se la figlia di Costantino sarebbe stata contenta di vedere profanato il suo mausoleo dai barbari.