I Nazareni a Roma

Nel luglio del 1809 un gruppo di allievi dell’Accademia di Vienna e dell’Accademia di Belle Arti di Copenaghen si raccolse, sotto la guida di Johann Friedrich Overbeck (1789-1869) e di Franz Pforr (1788-1812), nella lega di San Luca (Lukasbund), un sodalizio fondato sul modello delle confraternite religiose, il cui scopo era quello di ricondurre l’arte “sulla via della verità” seguendo l’esempio degli antichi maestri. Questi artisti si ribellavano principalmente al metodo d’insegnamento accademico basato sull’imitazione e sulla copia di opere celebri e dei calchi in gesso.

Animati da un profondo fervore spirituale, e stimolati dalle teorie sull’arte di Wilhelm Heinrich Wackenroder (1773-1798), dei fratelli Schlegel (in particolare Friedrich, 1772-1829), e di Friedrich Schiller (1759-1805), nel 1810 i giovani pittori tedeschi giunsero a Roma e si riunirono in confraternita nel convento abbandonato di S. Isidoro a Capo le case.

Altri presero probabilmente in affitto alcune camere nella vicina Villa Malta, all’epoca proprietà del principe ereditario, poi re, Ludwig di Baviera (1786-1868) e punto d’incontro di artisti e intellettuali del tempo.

La magrezza, i capelli spesso lunghi e la dottrina ideologica che li caratterizzava valsero loro, sulla scia della visione sentimentale dell’epoca, l’appellativo di Nazareni, in evidente allusione a Cristo.

La rivalutazione romantica del Medioevo cristiano fu d’altronde alla base del loro rinnovamento artistico ispirato ai cosiddetti “primitivi”: Giotto, Masaccio, Beata Angelico, Signorelli e ai grandi pittori del primo Rinascimento quali Perugino, Raffaello, Michelangelo. A questi aggiunsero anche la conoscenza di Dürer, van Eyck, di manieristi come Taddeo Zuccari e dei grandi paesaggisti del 600, fino ad arrivare all’ariosa pittura di Tiepolo, passando per il Veronese.

Sebbene non siano del tutto chiare le motivazioni che spinsero Carlo Massimo ad affidare la decorazione della sua dimora a pittori tedeschi, all’epoca già conosciuti e apprezzati a Roma per aver affrescato una sala di Palazzo Zuccari, residenza del console prussiano Bartholdy, la presenza degli artisti mitteleuropei in casa Massimo si inserisce perfettamente nella temperie culturale della Roma internazionale d’inizio Ottocento.

Del resto il marchese potrebbe essere entrato in contatto con i Nazareni tramite altri artisti dell’Europa centro-settentrionale all’epoca residenti a Roma, quali Bertel Thorvaldsen (1770-1844), Johann Christian Reinhart (1761-1847), Ernst Platner (1773-1855), peraltro assidui frequentatori dei salotti della Roma nobiliare.

Ancora potrebbero essersi rivelate determinanti, anche in virtù delle loro origini, le figure di Cristina di Sassonia, sposata con un Massimo, e di Ludwig di Baviera, per giustificare l’affidamento ai pittori tedeschi di una delle più prestigiose commissioni della Roma di quegli anni: la decorazione del Casino lateranense.
Non bisognerà infine dimenticare il presunto ruolo avuto nella committenza dallo scultore veneto Antonio Canova (1757-1822) il quale, già nel 1815, nella sua importante impresa decorativa delle lunette della Galleria Chiaramonti in Vaticano aveva coinvolto il nazareno Philipp Veit (1793-1877) e il tedesco Johann Karl Eggers (1787-1863), affiancandoli a un gruppo di artisti italiani, tra cui Giovanni Colombo (1784 ca.-1853) l’unico pittore straniero ad essere ammesso nella cerchia dei Nazareni.

Fonte: Monica Minati “Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano” ETS edizioni terra santa 2014 pp 38-39

Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano

Il Casino durante i secoli

Il Casino Giustiniani Massimo è ciò che rimane di una vasta proprietà che il grande collezionista e mecenate Vincenzo Giustiniani (1564-1637) fece costruire tra il 1605 e il 1618.

Vincenzo Giustiniani è passato alla storia anche per aver protetto, nel suo circolo di artisti Caravaggio.

L’erede adottivo di Vincenzo, Andrea Giustiniani Banca si occupò di sistemare la collezione di opere antiche e di abbellire le facciate del Casino inserendo rilievi e rosoni, secondo il gusto del XVII secolo.

In questo periodo un grande interesse per l’antico animava le ricche famiglie nobili. Andrea concepì l’abbellimento del Casino come un personale programma propagandistico. Il giovane aveva sposato Anna Maria Flaminia Pamphili, nipote del Papa Innocenzo X e figlia della famosa Pimpaccia, la potentissima Olimpia Maidalchini, per questo aquile (simbolo della famiglia Giustiniani) e colombe (simbolo della famiglia Pamphili) compaiono sulla facciata del Casino. Sulle pareti ci sono grandi teste antiche, rilievi presi da sarcofagi romani e al centro del giardino una grande statua, un “pastiche” (la composizione della figura è avvenuta tramite assemblaggio di più statue non pertinenti) che rappresenta l’imperatore Giustiniano per ricordare il nome della famiglia nobile di cui Andrea era erede.

Sezione delle Sale al pian terreno. Fonte “Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano” di Monica Minati

La proprietà era molto vasta nel XVII ma durante i secoli, a causa delle alterne vicende della famiglia e del riassetto urbanistico della città con la nascita del Regno d’Italia, fu molto ridotta.

Per dare un’idea della grandiosità della proprietà basti pensare che il bellissimo portale che oggi si trova come ingresso a Villa Celimontana è stato smontato proprio dalla proprietà dei Giustiniani al Laterano.

Il principe Vincenzo III Giustiniani fu costretto a vendere la proprietà alla nobile e antichissima famiglia Massimo nel 1802.

Carlo Massimo (1766-1827) fu il primo ad interessarsi alla decorazione degli interni del Casino, fino a quel momento restati spogli. Chiamò un gruppo di pittori tedeschi, “I Nazareni” per dipingere le tre sale al piano terreno.

I lavori durano dal 1817 al 1829 e coinvolsero 5 artisti: Philipp Veit, Joseph Anton Koch, Julius Schnorr von Carolsfeld, Johann Friedrich Overbeck, Joseph von Fuhrich per la realizzazione di tre cicli pittorici dedicati ai capolavori della letteratura italiana: “La Divina Commedia” di Dante, “L’Orlando furioso” di Ludovico Ariosto e “La Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso.

Alla fine del XIX secolo, Filippo Massimo trasferì buona parte della collezione di statue antiche, dalla proprietà in Laterano ad altre proprietà della famiglia, successivamente la restante parte della collezione fu rimossa a seguito delle invasive trasformazioni urbanistiche del piano di lottizzazione di Roma.

Durante il periodo di occupazione tedesca, nella seconda guerra mondiale, il carcere e caserma delle SS si trovava in via Tasso, 145 non lontano dal casino, essendo poco lontano dal Casino, gli ufficiali e sotto ufficiali tedeschi utilizzarono le tre sale affrescate come mensa.

Nel 1948 il Casino fu venduto all’Ordine della Custodia della Terra Santa che ne è tuttora proprietario.

Indirizzo: via Matteo Boiardo, 16 – 00185 Roma

Telefono: 06 70495651

Giorni di apertura:
Martedì e giovedì ore 9.00-12.00/16.00-18.00 
Domenica ore 10.00-12.00
L’edificio è proprietà privata ed è sede della delegazione dei Francescani di Terra Santa.
Per entrare suonate il campanello e siate pazienti se non dovessero aprire subito, c’è solo un guardiano e potrebbe essersi allontanato un attimo ( a noi è successo 🙂 )

Sito web: non esiste al momento un sito ufficiale

Costo Indicativo del biglietto: gratuito, è gradita un’offerta libera per sostenere le spese di conservazione del palazzo.

Gratuità: sempre

Sono poche le fonti ufficiali disponibili ma in sede è possibile acquistare, in diverse lingue, una bellissima guida al costo di 15,90 euro circa. Potete chiedere al guardiano.

Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano. Ediz. illustrata
di Monica Minati
ETS – Edizioni Terra Santa

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La nobile famiglia Massimo è una delle più antiche di Roma e ha dei legami inscindibili con la città eterna.

Palazzo Massimo – attuale sede del Museo Nazionale Romano apparteneva alla famiglia ed era stato costruito come Istituto dei Gesuiti.

In quegli anni altre famiglie stavano abbellendo le loro residenze di “campagna” – come la potente famiglia Torlonia

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Odoardo e Gildippe uccisi in battaglia da Solimano

L’affresco di Overbeck rappresenta Gildippe e Odoardo nel momento drammatico della loro morte durante la battaglia per Gerusalemme, esprimendo coraggio e dedizione. Altri personaggi includono Armida, maga seduttrice di Rinaldo, simbolo di conflitto tra amore e dovere.

Roma e il mito della fondazione

La leggenda di Romolo e Remo

Secondo la leggenda, Roma sarebbe stata fondata il 21  aprile del 753 a.C. da Romolo.

Grazie al lavoro dell’archeologo Andrea Carandini è stata formulata un’interessante ipotesi sulla fondazione della città. Sulla base di questo imponente lavoro è stato realizzato recentemente il film del giovane regista Matteo Rovere: Il Primo Re

Secondo il famoso archeologo prima della nascita di Roma esisteva un vasto complesso proto-urbano non centralizzato, formato da diversi villaggi posti sui colli: il Septimontium.

Rome in 753BC

La prima azione dei mitici gemelli è stata quella di unire le genti che abitavano in quella vasta zona, al tempo in cui il Lazio era sotto il dominio di Alba Longa e tutte le genti Latine attribuivano la massima autorità religiosa a Giove Latino venerato nel santuario del Monte Albano.

Il nuovo ordine doveva essere retto da un Re. A questo punto per capire gli eventi che hanno portato alla fondazione di Roma, dobbiamo fare uno sforzo di immaginazione e ricordare che oltre 27 secoli fa il modo con cui gli uomini interagivano con il mondo esterno era totalmente diverso. Siamo ancora nella Preistoria, alla fine dell’Età del Ferro, un tempo in cui la comunicazione fra il mondo umano e sovraumano era un continuo dialogo di rimandi simbolici e sacri. Giove, il dio dei fulmini, al vertice del Pantheon pagano, incarnava la memoria ancestrale del momento in cui gli uomini impararono a dominare il fuoco che dal fulmine si propagava nei boschi, un momento fondamentale che ha permesso un salto evolutivo enorme (grazie alla possibilità di cucinare i cibi).

Romolo diventa Augustus, il prescelto dagli Dei

In questo contesto era fondamentale, prima di ogni grande impresa, chiedere il consenso degli dèi. Chiedere quindi chi sarà alla guida dei Latini? Sarà Romolo o sarà Remo? Per interrogare gli dèi bisognava chiedere ad un loro ministro in terra: l’augure.

L’augure crea “un osservatorio” ponendosi sul colle Aventino, rivolgendo lo sguardo verso il Monte Albano (sede del santuario di Giove Latino) aspettando un segno.

Giove indica Romolo come il prescelto, l’Augustus che significa Consacrato (un po’ come Cristo è l’unto del Signore, il prescelto).  

Sorgerà quindi ROMA sul colle Palatino. Se Giove avesse scelto Remo la città sarebbe sorta sull’Aventino (oppure verso l’attuale EUR) e si sarebbe chiamata REMORIA.

A questo punto Romolo non è più il gemello di Remo, la sua natura è stata transustanziata e diventata sacra. Romolo non appartiene più all’ordine degli uomini, ma all’ordine degli Dei e deve fare la loro volontà.

Il trasferimento della sacralità, dal prescelto al Pomerium, confine sacro

Il nuovo Re procede al trasferimento della sacralità che ha ricevuto sul suo corpo al terreno che ha scelto per fondare la sua città. Grazie ad un complesso rituale, Romolo procede alla creazione del solco sacro, il Pomerium.

Secondo le fonti antiche il Pomerium comprenderebbe i colli Palatino e Germalus, viene fondata la Roma Quadrata.

Dopo aver creato il solco sacro, Romolo crea una fossa, nel punto in cui si incrociavano le strade principali, il mundus , dentro la quale tutti i capi delle tribù del Septimontium sono invitati a gettare una zolla di terra e le primizie perché tutto si fonda insieme nella nuova città. Quindi Romolo suona una antica tromba, il Lituo,  e pronuncia il nome pubblico della città: Roma ed i nomi segreti della città che non potevano essere rivelati.

Il sacrilegio e la morte di Remo

Si costruiscono le mura. Questo è un terreno sacro, chi viola i suoi confini compie un sacrilegio e merita la morte. Il primo a sfidare gli Dei, attenzione gli Dei e non Romolo secondo la logica antica, è proprio Remo.

Romolo è Augusto, non è più un uomo è un ministro degli Dei, chiamato a compiere la loro volontà anche contro il proprio sangue. Remo viene quindi ucciso. Questa vicenda viene resa benissimo nel film Il Primo Re di Matteo Rovere

Secondo Carandini, l’ordinamento che nasce con la città è una sorta di Monarchia Costituzionale, in cui il Re e i capi tribù governano insieme la Res Publica.

La casa del Re in un primo momento viene costruita dentro le mura del Palatino, sopra il Lupercale nella zona dove si trovava anche la Scala di Caco. Ma il nuovo ordinamento politico necessita di uno spazio – in un territorio neutrale – in cui tutte le genti del Septimontium possano incontrarsi.

Il Foro, il centro politico

Il luogo identificato è il Foro (che significa “fuori”, fuori dalle mura di Roma appunto in un territorio neutro).

Si trattava di una zona paludosa a 6 metri sopra il livello del mare, quindi soggetta ad essere invasa dalle acque del Tevere. In questa zona si trovavano due templi antichi legati al culto del fuoco: il tempio di Vesta ed il Volcanal.

Romolo decide di spostare la sua dimora dal Palatino (protetto dalle mura inviolabili) al Foro, in una zona pericolosa per incontrare tutte le genti su cui regna in un’area dedicata alla politica.

Templi arcaici nel Foro: Casa delle Vestali, Domus Regia e Vulcanale

Nasce la prima Domus Regia vicino alla casa delle Vestali. Il fuoco delle Vestali era un fuoco sacro che rappresentava la vita della città, della comunità dei suoi cittadini. Venne spento nel 391 d.C. per ordine dell’imperatore Teodosio e dopo poco la città antica morì…

Il tempio delle Vestali era quindi legato al fuoco sacro vitale della città, custodiva al suo interno i 7 talismani che assicuravano la salvezza della città.

Il vulcanale era un antico tempio dedicato al fuoco della guerra. Divenne sede del Comizio, il luogo dove i capi dei vari rioni si riunivano per prendere le decisioni. E’ in questo luogo, sempre secondo Andrea Carandini, che avvenne lo smembramento del Re. Romolo venne ucciso, fatto a pezzi dai membri del Comizio che portarono un pezzo del corpo del re in ogni rione (erano circa 30).

Le fonti antiche riportano di una tempesta e di un’eclissi che avrebbe portato in cielo Romolo trasformandolo nel dio Quirino. Questo è l’effetto dell’atto simbolico del rituale arcaico che attraverso il sangue, permetteva al Re di diventare divino (ricorda il mito di Osiride in Egitto e di Dioniso in Grecia, ma anche di Ercole).

Dentro il Volcanal è stata trovata un’antichissima pietra, il Lapis Niger che riporta una scritta in proto-latino che non è mai stata tradotta che riporta una frase che ha a che fare con il re e con la sacralità della sua persona.

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Fin dall’istituzione del Museo Nazionale Romano, nel 1889, il Giardino fu destinato a esporre numerosi reperti archeologici provenienti da Roma e dal suburbio, databili tra la fine del I secolo a.C. e il III secolo d.C.

Ai lati dell’ingresso del Giardino sono disposti altari funerari iscritti, mentre nel viale che conduce al Museo si incontrano statue di personaggi in toga oltre a numerosi elementi architettonici (colonne, capitelli, architravi), provenienti da diversi edifici antichi; nella fontana centrale domina l’imponente massa del cratere colossale già descritta da D’Annunzio nel 1897: ” nel cortile è un grande vaso donde sgorga la verzura… La verzura nasconde gli amorini scolpiti sotto il labbro del vaso: colonne mozze, coronate di capitelli corrosi, urne…

Intorno alla fontana sono statue femminili e altari funerari iscritti di grandi dimensioni. Di fronte all’ingresso del Museo sono disposti sarcofagi e statue funerarie. Nei viali laterali sono esposte stele e cippi funerari, in travertino e marmo.

ALTARI FUNERARI ISCRITTI

I testi si aprono quasi sempre con la dedica agli Dei Mani, protettori dei sepolcri; a seguire sono indicati il nome del defunto, in molti casi gli anni vissuti, a volte seguiti dai mesi e dai giorni, il nome del dedicante e il grado di parentela. Si segnalano in questo gruppo l’ara del littore M. Claudius Artemidorus, decorata ai lati con i fasci e l’ara di Valgia Silvilla, con la raffigurazione della porta dell’Ade nella parte posteriore. Marmo, da varie zone di Roma e dal suburbio.

CRATERE COLOSSALE

Il vaso colossale, a forma di cratere sorretto da sei puttini, fu utilizzato come fontana già in età antica ma la collocazione originaria è ignota; si tratta di un raro esemplare con un solo confronto a Roma, davanti alla Basilica di S. Cecilia in Trastevere. Dal XII secolo si trovava nei pressi della Basilica dei SS. Apostoli, davanti all’atrio della chiesa o nel chiostro.

Marmo, dalla Basilica dei SS. Apostoli. Età imperiale

CIPPI FUNERARI

Nei testi sono generalmente indicati i nomi dei titolari del sepolcro e l’estensione dell’area sepolcrale con le misura in piedi della larghezza in fronte- e della profondità -in agro.

Si regnala l’iscrizione della schiava Epictesis, con incarico di lanipenda, distributrice della lana da filare; il termine verrà spesso impiegato in età imperiale con riferimento alle virtù femminili di operosità.

Travertino, Roma, dalle principali vie consolari

STELE FUNERARIE

Tra le varie stele presenti, in cui sono indicati il nome del defunto, si segnala quella della liberta Minucia Thiotima e di suo figlio Cn. Minucius Romulus, l’inscrizione è stata ricavata dal reimpiego di una cornice architettonica di cui si riconoscono, sul lato sinistro i dentelli.

STELE FUNERARIE DI SOLDATI E GUARDIE DEL CORPO DI NERONE

Le stele funerarie sono dedicate a soldati di diversi corpi di stanza a Roma: i pretoriani, guardia imperiale e le truppe di polizia. Concludono la serie le stele dei Germani corporis custodes di Nerone, guardie del corpo così chiamate perché originariamente scelte tra le robuste popolazioni nordiche. Schiavi al tempo di Augusto, i custodes in età neroniana erano straniedi di condizione libera, con un’organizzazione militare, senza raggiungere mai la dignità di una vera milizia. Implicati nell’assassinio di Nerone, furono aboliti da Galba

(Età Neroniana 54-68 d.C)

La tomba delle cinque sedie

In una vetrina della Sala Castellani, presso il Palazzo dei Conservatori dei Musei Capitolini è esposto un pregevole manufatto in terracotta che raffigura un personaggio maschile seduto ricordato nei più antichi inventari manoscritti del Museo come “statuetta sedente di terracotta rappresentante un personaggio che stende la destra in atto di ragionare”.

Si tratta di una delle tre statuette rinvenute nel 1865 nella Tomba delle Cinque Sedie di Cerveteri e acquistate da Augusto Castellani unitamente ad alcuni oggetti di oreficeria; l’anno seguente Castellani inserì quella maschile nella sua prima donazione di oggetti ai Musei Capitolini, mentre vendette le altre due al British Museum.


Le statuette erano originariamente cinque, due però non furono recuperate per il loro cattivo stato di conservazione, ed erano sedute su altrettanti sedili scolpiti nel tufo e collocati in un vano laterale al vestibolo (ricostruzioni da Prayon 1974).

La presenza in questo ambiente di un altare e la gestualità delle figure che hanno una mano protesa in avanti per porgere o ricevere un’offerta rendono probabile si tratti di un piccolo sacello domestico per il culto degli antenati.

In Etruria, infatti, forte era la devozione verso gli antenati come dimostra la presenza, nei lunghi corridoi d’accesso e nei vestiboli delle tombe, di statue che rappresentavano gli antenati evocati nelle cerimonie rituali.

Il personaggio rappresentato nella statuetta è riccamente vestito con un ampio mantello rosso, segno evidente del suo alto lignaggio, trattenuto sulla spalla da una fibula di tipo orientale di accurata fattura: dallo scrittore greco Dionigi di Alicarnasso apprendiamo, infatti, che tra le insegne del potere supremo utilizzate dai re etruschi vi erano anche una “tunica di porpora con fregi d’oro e un mantello di porpora ricamato”: indicatori di ruolo e di potere che poi passarono nel mondo romano.

Dal punto di vista cronologico, l’opera va collocata nella seconda metà del VII secolo a.C., momento in cui a Cerveteri cominciò a svilupparsi una produzione coroplastica di grande rilevanza: l’arte di modellare l’argilla diventerà infatti “l’arte nazionale degli Etruschi”, i cui capolavori, come l’Apollo di Veio e il Sarcofago degli Sposi, sono a tutti noti.

Fonte: Musei Capitolini. Guida – Mondadori Electa S.p.A. Edizione 2006 – pag 101

Il Mausoleo di Santa Costanza

Sperimentare la sospensione del tempo, tra la fine del mondo pagano e l’avvento dell’era cristiana

Il Mausoleo, costruito tra il 340 -345 d.C. all’interno del complesso monumentale di S.Agnese fuori le mura, si trova sulla via Nomentana.
Siamo nell’ultimo periodo della Storia Antica, in 126 anni si entrerà nel Medioevo. In questa chiesa già comincia a sentirsi il cambiamento epocale, il declino dell’impero che porterà quasi mille anni di decadenza, spopolamento e terrore nella città che è stata il centro della civiltà occidentale.

Sentiamo come Ilaria Berltramme nel suo libro “La storia di Roma” descrive l’atmosfera unica che si respira dentro questa chiesa dalla forma circolare:

“Ciò che troverete è un cosmo di simbologie ancora acerbe e profondamente legate all’iconografia pagana.

Guardatele bene quelle foglie di vite, attorcigliate e prepotenti. Che cosa vi dicono? Esercitano la vostra sensibilità sulla fertilità della Dea Madre, o sul vino protagonista del sacramento più sacro della cristianità? Osservate i pavoni che sono un simbolo della vita oltre la morte in tutti e due gli universi.
L’ambiguità è la lingua del luogo, ma non è maligna, né ruffiana.

È proprio il tono del periodo in cui l’antico si può ancora chiamare tradizione e il nuovo viene da Oriente, da un mondo che fino a pochi secoli prima era ancora Roma, ma nel IV secolo è già un altro pianeta. Un pianeta spesso ostile.

E, in fondo, quando nel XVII secolo una combriccola di artisti fiamminghi decise che – proprio per i tralci di vite e per la “paganità” dei mosaici antichi – quel luogo non poteva essere altro che un tempio di Bacco e quindi il “covo” ideale per le loro riunioni dedicate al dio, non erano poi così lontani dalla realtà, dal genius loci che ancora ci sussurra storie nel pulviscolo della chiesa. Durante i loro rituali, il porfido rosso del sarcofago della famiglia imperiale (quello che vedete oggi è una copia, l’originale è ai Musei Vaticani) serviva da vasca per un gaudente bagno nel vino e fu così – per inciso – che si persero le spoglie mortali della figlia di Costantino, mentre fra un bagno e l’altro il tempo risucchiava distruggendole le tessere dei mosaici della volta centrale, impedendoci oggi di leggere altre storie fragili e ambigue sulla nascita del cristianesimo. Peccato.

Infine, si tende spesso ad accomunare sotto lo stesso “cappello” sbrigativamente bizantino tutta la produzione musiva dall’inizio del Medioevo in poi, i mosaici di Santa Castanza servono anche ad abbattere un luogo comune duro a morire. Il loro farsi “cerniera” fra due epoche, due culture, due “visioni” religiose della vita e della fede restituisce un po’ di giustizia a una tradizione decorativa che a Roma è sempre stata di casa e qui si esprime in un linguaggio più che comprensibile e soprattutto localissimo.

Nella circolarità di Santa Costanza il tempo si è incastrato in un vortice. Si è disintegrato in particelle di polvere illuminate dalla luce romana. È l’ultimo momento in cui la metropoli è ancora se stessa, si guarda e si riconosce. Il filo non si è spezzato, l’antico non è una chimera. Qui è ancora una memoria viva.”

Fonte: “La storia di Roma in 100 monumenti e opere d’arte” Ilaria Beltramme. Newton Compton Editori pagine 127-130-131-132 stampato nel novembre 2015

Costanza o Costantina

Costantina o Costanza (318 circa – Bitinia, 354) è stata una nobildonna romana appartenente alla dinastia costantiniana, che governò sull’Impero romano nella prima metà del IV secolo. Costantina era la figlia dell’imperatore romano Costantino I e di Fausta, a sua volta figlia di Massimiano. Ebbe il titolo di augusta dal padre. Era sorella degli imperatori Costantino II, Costanzo II e Costante I, moglie del «re» Annibaliano e del cesare Costanzo Gallo.

Costantina, con il nome di Costanza, è venerata come santa dalla Chiesa cattolica. La leggenda vuole che, ammalata incurabile, Costanza si sarebbe recata sulla tomba di sant’Agnese a Roma, dove sarebbe miracolosamente guarita; a seguito di questo miracolo, Costanza si sarebbe convertita al cristianesimo. (Fonte Wikipedia)

Per questo motivo avrebbe fatto costruire la Chiesa di Sant’Agense, fuori dalle mura della città collegato al Mausoleo della sua famiglia.

“Questo insieme di edifici sacri e rovine […] è interamente frutto della volontà della figlia di Costantino, […] che seguendo il destino della capostipite della famiglia imperiale, Elena, scelse l’Occidente e Roma come casa. Di Costanza si sa che il padre la nominò Augusta, ma allora il termine aveva un valore abbastanza diverso da quello originario antico.
Le fonti storiche dell’epoca, inoltre, ce la restituiscono in modo drammaticamente polarizzato: è rabbiosa, crudele, vendicativa e inarrestabile per Ammiano Marcellino. Oppure una donna pia, estremamente attiva nella celebrazione delle spoglie dei martiri (quelle a Sant’Agnese in particolare), secondo le parole attribuite a papa Damaso I.

Il dinamismo della giovane nobile, in sostanza, è l’unico dato comune e a quello conviene riferirsi, dunque. […]

Al contrario di suo padre, inoltre, si sa che Costanza abbracciò la fede cristiana, senza però abbandonare l’interesse più politico per la città. […]”

Fonte “La Storia di Roma in 100 monumenti e opere d’arte” di Ilaria Beltramme – Newton Compton Editori

I Bamboccianti e il tempio di Bacco

Bambocci! Un gruppo di “falsari e guitti / e facchini, monelli, tagliaborse… / stuol d’imbriachi e gente ghiotta …” Erano i bamboccianti, un’allegra congrega di pittori fiamminghi, residenti a Roma nel XVII secolo. Amanti della bella vita, in aperta polemica con lo stile Barocco, rappresentavano scene di vita popolare.
Dediti al vino, erano famosi per i loro baccanali e riti di iniziazione di gusto pagano che celebravano in quello che credevano essere il tempio di Bacco. L’errore era dovuto alla forma circolare dell’edificio e alla sua decorazione con foglie di vite, anche sul bellissimo sarcofago in porfido rosso.
Non si trattava del tempio di Bacco, ma del mausoleo di Santa Costanza sulla via Nomentana. Chissà se la figlia di Costantino sarebbe stata contenta di vedere profanato il suo mausoleo dai barbari.

Il Museo delle Navi di Fiumicino

Nell’agosto del 1958 fu approvato il progetto per la realizzazione dell’aeroporto “Leonardo da Vinci” a Fiumicino. Il nuovo scalo, inaugurato ancora non completato il 20 agosto 1960 per permetterne il funzionamento durante i giochi delle XVII Olimpiadi, fu aperto ufficialmente al traffico nel gennaio 1961 con l’arrivo di un Lockheed Constellation della compagnia statunitense TWA proveniente da New York.
Gli scavi legati alla costruzione dell’aerostazione portarono subito alla luce alcune infrastrutture di Portus, il più grande porto dell’impero romano: il molo settentrionale del bacino fatto costruire dall’imperatore Claudio alla metà del I secolo d.C. e le strutture della parte nord orientale dello scalo (edifici di servizio,
terme, cisterne, approdi).
Durante i lavori di realizzazione delle strade di servizio all’aeroporto, tra il 1958 e il 1965, furono trovati i resti di cinque imbarcazioni di età romana, più parti di altre tre navi e vari materiali che formano la collezione del Museo.

Il Museo delle Navi fu costruito sul luogo del ritrovamento delle navi romane che qui sono esposte. Si tratta di due chiatte fluviali, le naves caudicariae che da Portus, il porto di Roma imperiale, risalivano il Tevere fino al porto fluviale della Capitale dell’Impero, una barca del pescatore, unica nel suo genere e un piccolo veliero per la navigazione di piccolo cabotaggio. Insieme ai relitti sono esposti gli oggetti che facevano parte della dotazione di bordo.

Il tiro delle barche ha continuato a essere praticato sul Tevere fino all’epoca moderna. Il trasporto per via d’acqua permetteva di far viaggiare merci voluminose e pesanti su lunghe distanze. In età romana una nave da trasporto di media grandezza poteva caricare circa 150 tonnellate e arrivare ad Ostia da Cadice o da Alessandria d’Egitto in una settimana.

Roma tra il I e il IV secolo d.C. era una città enorme ed il principale mercato del
Mediterraneo.
Giungevano qui da ogni provincia e dai centri al di fuori dei confini dell’impero ogni tipo di mercanzia, metalli, legni, marmi, beni di lusso senza dimenticare il grano, l’alimento base della popolazione.
Secondo Flavio Giuseppe, vissuto nel I secolo d.C. ogni anno arrivavano a Roma solo dall’Egitto 150.000 tonnellate di grano, sufficienti a nutrire la città per quattro mesi. Gli altri prodotti di largo consumo erano il vino, l’olio, usato non solo per l’alimentazione ma anche per l’illuminazione e per l’igiene del corpo, e una salsa di pesce molto apprezzata, il garum.

Il Museo delle navi romane – via Alessandro Guidoni, 00054 Fiumicino – ingresso: 6 euro GRATUITO la prima domenica del mese.

Museo delle Navi di Fiumicino

Siti ufficiali dei Musei e delle aree archeologiche:
Porto di Claudio e di Traiano
Necropoli di Porto
Ostia Antica

Parco privato:
Oasi di Porto

Il Pantheon

Basilica di Santa Maria ad Martyres

Breve storia

Il Pantheon fu costruito alla fine del I sec. a.C. dal console Marco Vipsanio Agrippa (genero dell’imperatore Augusto) e dedicato fra il 27 ed il 25 a.C., come sappiamo dall’iscrizione sul frontone del portico:

M(arcus) AGRIPPA L(uci) F(ilius) CO(n)S(ul) TERTIVM FECIT.

Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta fece.

Nell’80 d.C. fu distrutto da un incendio che devastò gran parte del Campo Marzio; venne restaurato o rifatto da Domiziano, anche se non vi sono elementi per comprendere la portata del suo intervento.
Nel 110 d.C. fu colpito da un fulmine e distrutto da un incendio per la seconda volta. La ricostruzione iniziò sotto Traiano, e alcuni studiosi ritengono sia stato progettato dal celebre architetto Apollodoro di Damasco.
Fu completato da Adriano, che mantenne in facciata l’antica iscrizione dedicatoria di Agrippa.

Nel 609 d.C. papa Bonifacio IV chiese all’imperatore bizantino Foca di donargli «il tempio chiamato Pantheon» e lo trasformò in chiesa, salvandolo dalla distruzione.

La consacrazione avvenne il 13 maggio del 609 o del 613, dedicandolo a Maria e a tutti i martiri con il nome di Sancta Maria ad Martyres (detto anche Santa Maria Rotonda).

In tal modo l’antica dedica «a tutti gli dèi» pagani (pan-theon in greco antico) fu sostituita da quella «a tutti i martiri» cristiani, trasformando i demoni in santi, e papa Bonifacio IV vi fece trasportare 28 carretti di reliquie di martiri cristiani.

Secondo una leggenda medievale, al momento della consacrazione gli spiriti maligni pagani fuggirono passando dall’oculo della cupola, che era stato aperto da loro stessi.

Fonte: Pantheon Architettura e Luce – Rirella Editore – Maria De Franceschini, Giuseppe Veneziano

Indirizzo: Piazza della Rotonda, 00186 Roma
Sito web: https://www.pantheonroma.com/

Costo Indicativo del biglietto: 25,50 euro

Gratuità: prima domenica del mese, durante l’iniziativa proposta dal Ministero della cultura #domenica al museo

Anno di costruzione: fra il 27 e il 25 a.C.

Forma e struttura: 

Le 10 maggiori attrazioni di Roma:

  1. Colosseo
  2. Pantheon
  3. Basilica di San Pietro e Piazza San Pietro
  4. Musei Vaticani
  5. Fontana di Trevi
  6. Musei Capitolini
  7. Piazza di Spagna
  8. Piazza Navona
  9. Parco Archeologico del Palatino
  10. Castel Sant’Angelo

La Caldara di Manziana

La Caldara di Manziana si trova a pochi km da Roma, vicino al lago di Bracciano.

Un ambiente unico, creato dall’antichissimo vulcano Sabatino, ancora quiescente.
Il vulcano rilascia gas in questa pianura, dove non può crescere nulla, l’acqua sembra ribollire come geyser dell’Islanda, ma si tratta di acqua fredda.
Questo paesaggio lunare è stato il set di diversi film, tra cui “Django” di Sergio Corbucci, “Il Primo Re” di Matteo Rovere, la serie “Il nome della Rosa”.


Questo ambiente così desolato, pieno di esalazioni faceva credere agli Etruschi di essere alle porte dell’oltretomba.
Infatti “Manziana” deriverebbe da “Mantus”, il Dio degli inferi, mentre Caldara naturalmente fa riferimento al bollire di un calderone… secondo una leggenda fu in questo luogo che si perse la ricetta per creare l’oro dal piombo.
Qualcuno butto’ la formula segreta nella Caldara di Manziana.

Anche Caliostro sembra fosse a conoscenza di questa leggenda…

L’antico borgo di Ceri e la Chiesa di Nostra Signora

Il borgo

Ceri sorge su un altopiano di tufo ed appartiene al comune di Cerveteri, nell’area metropolitana di Roma.

Abitato fin dall’età del bronzo, venne abbandonato dagli abitanti per confluire nella più grande Città Stato Etrusca Kaisra (Caere per i Romani).

Il rapporto tra questi due centri è sempre stato molto stretto, infatti nel XIII secolo gli abitanti di Caere abbandonarono la città per rifondare Ceri che era più facilmente difendibile e per tale scopo costruirono un castello.

Da quel momento il nuovo centro avrebbe preso il nome di Caere Novum (da non confondersi con Cerenova) per differenziarsi da Caere Vetus, appunto Cerveteri.

Al centro del delizioso paese, nella piazza, sorge la chiesa di Nostra Signora di Ceri, nel luogo dove anticamente si adorava la misteriosa divinità della dea Vesta.

La chiesa di Nostra Signora di Ceri

Gli affreschi, scoperti nel 1971 dietro il muro della parete nord della navata principale, vengono riportati alla luce, abbattendo il muro che li ricopriva, e restaurati negli anni successivi. Per far ciò si eseguono anche lavori di ristrutturazione della Chiesa.

I lavori di questo primo restauro terminano nel 1990. Nel 2010 si esegue un ulteriore restauro. Ne vengono fatti altri; l’ultimo è terminato nel 2013.

È un intero ciclo di affreschi con scene tratte dai libri della Genesi e dell’Esodo, con Santi ed altre scene.

Questo ciclo di affreschi costituisce una delle numerose riprese del prototipo del V secolo dell’antica chiesa di San Pietro e di quella di San Paolo fuori le Mura, andati perduti, di cui si ritiene questo ciclo sia la più antica e fedele copia; è quindi probabile che in origine la parete a sinistra (a sud) della navata centrale, distrutta nell’assedio e i bombardamenti ad opera di Cesare Borgia nel 1503, sia stata affrescata, come anche in altre chiese con affreschi analoghi, con scene del Nuovo Testamento.

Lo scopo infatti è, nell’ambito della Riforma Gregoriana, di illustrare, sulle due pareti della navata e sulla controfacciata, la storia della salvezza.

La parete destra rappresenta, con gli episodi più significativi dell’Antico Testamento, la promessa della salvezza; la parete sinistra, con la vita di Gesù e la storia della Chiesa, la realizzazione della promessa.

II tutto culmina nella controfacciata col Giudizio Universale, che dà ai giusti l’accesso al Paradiso.

Un confronto tra le caratteristiche pittoriche tra questi affreschi di Ceri con quelli nella chiesa inferiore di San Clemente a Roma fanno riscontrare delle forti analogie, specie nei particolari architettonici, per cui si suppone che siano stati eseguiti dalla stessa bottega pittorica. Le relative diversità di stile indicano una differenza cronologica, per cui gli affreschi di Ceri si ritengono di poco posteriori a quelli di San Clemente.

Queste considerazioni, insieme al confronto con altre chiese del Lazio, danno come periodo di esecuzione tra il 1100 e il 1130.

La leggenda di San Silvestro e il drago

Tra gli affreschi si trova anche una curiosa rappresentazione: un sacerdote che tiene legato a sé con un filo un drago. Si tratta di Papa Silvestro I (314 – 335 d.C.) riconosciuto santo dalla Chiesa cattolica.

Secondo la leggenda a Roma, nei pressi del Palatino, si nascondeva un terribile drago, che terrorizzava tutti gli abitanti, uccidendo molte persone. I Romani chiesero aiuto al Santo per liberarli dal mostro. San Silvestro entrò nel nascondiglio del drago, scese 365 gradini, trovò il rettile e pregando cercò ripetutamente di addomesticarlo.

Alla fine il drago si ammansì, San Silvestro sfilò un filo dalla sua veste e legò al guinzaglio il drago per portarlo in superficie. Usciti dal nascondiglio, gli abitanti di Roma uccisero il drago.

San Silvestro morì il 31 dicembre 335, per questo l’ultima notte dell’anno è dedicata a lui. Essendo il papa contemporaneo a Costantino I, quindi al momento in cui la religione cristiana divenne definitivamente la religione dell’impero, Papa Silvestro è protagonista di molte altre leggende, tra le quali la guarigione dalla lebbra proprio dell’imperatore, raffigurata nell’affresco della chiesa di Roma, I santi quattro Coronati.

I signori di Ceri

Fra il XIII secolo ed il XIV secolo Ceri fu dominio della famiglia romana dei Normanni  di Trastevere. Questa famiglia è stata, insieme ai Colonna, una delle più antiche della nobiltà Romana, tra i suoi esponenti più famosi va ricordata Jacopa dei Settesoli.

Ceri divenne passò di proprietà a diverse famiglie romane: dagli Anguillara (della quale fu esponente Renzo degli Anguillara) ai Cesi, ai Borromeo, agli Odescalchi e per finire ai Torlonia.

Maggiori informazioni sul Castello di Ceri sono disponibili qui

Principi Torlonia, i Rothschild di Roma

La vicenda romana dei Tourlonias, poi divenuti Torlonia, trova un ideale punto di partenza in palazzo Zuccari in via Gregoriana, dove nel 1754 nacque Giovanni Raimondo Torlonia, il padre del futuro principe Alessandro. Giovanni era il secondogenito del francese Marin, poi Marino, che, originario di un centro dell’Alvernia nelle vicinanze di Lione, intorno alla metà…

Roma e il mito della fondazione

La leggenda di Romolo e Remo Secondo la leggenda, Roma sarebbe stata fondata il 21  aprile del 753 a.C. da Romolo. Grazie al lavoro dell’archeologo Andrea Carandini è stata formulata un’interessante ipotesi sulla fondazione della città. Sulla base di questo imponente lavoro è stato realizzato recentemente il film del giovane regista Matteo Rovere: Il Primo…