Ad una delle estremità del Pecile si apre la Sala dei Filosofi e da questa si passa ad un articolato edificio nel cui centro è un canale circolare che circonda una isoletta. Sull’isola Adriano sostava a meditare e per non essere disturbato, ritirava i ponti mobili che ne consentivano l’accesso.
L’edificio prende il nome dai raffinati fregi figurati in marmo a soggetto marino che lo decoravano. Tra i monumenti più noti del complesso residenziale, è divenuto uno dei simboli dell’unicità della concezione architettonica di Villa Adriana per la singolarità della struttura e il largo impiego dell’ordine mistilineo.
Fra i primi edifici di Villa Adriana, il Teatro Marittimo, con la sua forma circolare, sembra quasi una cerniera tra la Villa Repubblicana, le Terme con Heliocaminus e il Pecile, orientati secondo assi differenti, ai quali lo collegavano i diversi accessi.
Costituito da un’isola artificiale delimitata da un ampio canale, era circondato da un portico di ordine ionico con volta a botte e colonne lisce di marmo cipollino.
Sull’isola si imposta una vera e propria domus, una sorta di residenza minore all’interno della residenza imperiale, originariamente raggiungibile dal portico attraverso due strutture girevoli in legno; attualmente il collegamento è assicurato da un ponte in muratura, antico ma posteriore ad Adriano.
La sensazione, ancora oggi, è quella di trovarsi in un luogo appartato, in cui è agevole immaginarsi l’imperatore intento a svolgere in tranquillità le proprie attività di otium.
Lo spazio interno, seppure ridotto e condizionato dalla pianta circolare, è stato sfruttato in maniera ottimale per realizzare tutti gli ambienti necessari per il comfort dell’imperatore: atrio, cortile con fontana, portico per passeggiare, sala di ricevimento (tablino), camere (cubicula), impianto termale e pertino tre latrine singole.
Nella parte termale, l’ambiente del frigidarium ha una particolarità: dalla vasca con acqua fredda si poteva accedere mediante alcuni gradini direttamente nel canale, che poteva quindi essere usato come vasca per nuotare (natatio); la presenza dei ponti girevoli assicurava la possibilità di effettuare più giri del canale senza ostacoli.
Nel 1905, la Scuola degli Ingegneri di Roma effettuò un rilievo topografico della Villa Adriana, pubblicato nel 1906, introducendo una rappresentazione in scale 1:3000 e 1:500. Questo lavoro ha verificato le planimetrie precedenti e ha facilitato nuove valutazioni archeologiche.
Nel museo, ricavato in alcuni ambienti della villa presso il Canopo, alcuni materiali provenienti dagli scavi ci aiutano nel compito ricostruttivo. La maggior parte delle sculture sono copie di originali famosissimi: le Cariatidi dell’Eretteo di Atene, l’Amazzone di Policleto, la Venere Cnidia di Prassitele, l’Amazzone di Fidia. Tali copie ci suggeriscono un altro aspetto della…
Hospitalia, come dice il nome stesso, era il complesso della Villa dedicato alle stanze per gli Ospiti. Era composto da un ampio corridoio su cui si apriva una doppia serie di cubicola (stanze da letto), in tutto dieci, disposti a forma di T, ciascuna stanza conteneva tre letti. Sappiamo con esattezza il numero dei letti…
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L’imperatore Adriano amava studiare e discorrere con i suoi fidi. Lo testimoniano alcune zone della villa: il Pecile è un ampio portico, lungo 234 metri, che veniva utilizzato per passeggiate, esso era realizzato a somiglianza della Stoa Poikile, un famoso portico di Atene sotto il quale solevano riunirsi i filosofi, noto per i quadri di famosi pittori greci che vi erano esposti.
Il lato Nord era costituito da un doppio portico, di cui si conserva oggi solo il muro centrale (lungo 200 metri), che mostra nella parte superiore i grossi fori per l’alloggiamento delle travi del tetto a due spioventi. L’ingresso originario, con arco, è situato al centro del muro, mentre il varco rettangolare in corrispondenza del Viale dei Cipressi fu aperto nel Settecento per rendere più agevole l’accesso dal Casino Fede. Come si deduce da un’iscrizione rinvenuta a Villa Adriana in passato, la porzione settentrionale era un portico con dimensioni misurate sulla base del miglio romano: la lunghezza di un percorso completo intorno al muro, corrispondente a 450 metri, se ripetuto sette volte, corrispondeva al numero di passi consigliato dai medici dell’epoca per la passeggiata postprandiale.
Anche il giardino e i portici che lo circondavano sugli altri lati, le cui colonne sono oggi sostituite da piante di alloro tagliate in forma cilindrica, si prestavano per le passeggiate al coperto o tra le aiuole che si disponevano certamente intorno all’ampia vasca centrale. Non sappiamo quali fossero le essenze vegetali utilizzate all’epoca di Adriano, ma le specie che vediamo oggi – olivi, cipressi, melograni, oleandri, rosmarino – sono piante abitualmente impiegate in età romana.
La spianata su cui sorge il Pecile è in parte artificiale e poggia, lungo i lati occidentale e meridionale, su poderose sostruzioni, rifunzionalizzate come ambienti di servizio, le Cento Camerelle.
Il complesso è costituito da quasi cento stanze che si affacciano sulla strada basolata ai piedi della costruzione, distribuite su più piani (da uno a quattro) e accessibili mediante ballatoi e scale di legno. Gli ambienti, non comunicanti fra loro, erano utilizzati prevalentemente come alloggi per gli schiavi.
Questi indicano chiaramente che la vita di chi soggiornava nella villa non doveva essere turbata, se non per l’indispensabile, dalle pratiche quotidiane.
Il luogo doveva essere ameno e tranquillo; infatti Adriano aveva voluto questa dimora al riparo dagli schiamazzi della città e immerso nel verde.
La Sala detta dei Filosofi deve il suo nome ad una delle ipotesi al suo utilizzo: le nicchie dell’abside avrebbero ospitato le statue di sette filosofi o dei sette saggi greci. Altri ritengono che si trattasse di una biblioteca. Oggi è ritenuta una sala di rappresentanza monumentale.
Ad una delle estremità del Pecile si apre la Sala dei Filosofi e da questa si passa ad un articolato edificio nel cui centro è un canale circolare che circonda una isoletta. Sull’isola Adriano sostava a meditare e per non essere disturbato, ritirava i ponti mobili che ne consentivano l’accesso. L’edificio prende il nome dai…
Ma chi era questo Adriano? Chiunque si rechi a visitare Villa Adriana presso Tivoli, l’antica Tibur, non può esimersi dal porsi tale domanda. Sicuramente tutti sanno che Publio Elio Adriano è stato un imperatore romano vissuto tra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C..
E sicuramente tutti sanno che un imperatore, il cui potere era immenso, poteva certo farsi costruire una villa grandiosa. Tutta Villa Adriana non è solo una villa, è ben di più, è un sogno architettonico. E se è vero che tutti i sogni sono rivelatori dell’animo del sognatore, è altrettanto vero che non è sempre facile interpretarli.
Chi era dunque questo Adriano il cui sogno, sebbene deteriorato dal tempo, ha ancor oggi un fascino incredibile? Forse una risposta ci viene proprio dalle grandiose rovine della villa: bacili, colonne, statue, muraglie, possenti, padiglioni articolati, camminamenti nascosti, volte poderose…
La villa si estende su un’area di 120 ettari alle pendici dei colli tiburtini, una zona che fin dall’epoca repubblicana era considerata luogo di villeggiatura, tanto che vi costruirono le loro ville Cesare, Catullo, Orazio e Mecenate.
Adriano, divenuto imperatore nel 118, iniziò a costruire la sua villa.
Aveva da poco superato la quarantina ed era un uomo dalla solida cultura filosofica e poetica, abile nelle armi e buon politico, come aveva potuto mostrare nell’incarico di governatore della Siria. Assurto alla massima carica dello Stato Adriano aveva iniziato a viaggiare fin nelle più lontane province, consolidando i confini e rendendo organico il sistema legislativo. A Tivoli sostava tra un viaggio e l’altro, seguendo le varie fabbriche. Si dice che egli avesse voluto far riprodurre le architetture più belle da lui ammirate nella varie parti dell’impero. E certo che questa villa presenta una grande varietà di edifici, strutturalmente assai complessi, ognuno dei quali rispondente ad un uso specifico: le terme, la caserma per i pretoriani, la guardia dell’imperatore, le biblioteche, un immenso porticato, i peristili, il palazzo imperiale, i ninfei, le vasche, i colonnati…Adriano ha lasciato una grossa eredità politica ed opere che ne perpetuano la fama. Basti pensare al Vallo di Adriano, quell’immane baluardo difensivo che ancora oggi in parte è visibile tra l’Inghilterra e la Scozia. A Roma egli lascia il suo Mausoleo, oggi Castel Sant’Angelo, e a Tivoli la sua villa. A riguardare questi grandiosi ruderi cerchiamo di immaginarceli tutti rivestiti di travertino di Tivoli, il bianco marmo locale, e abbelliti con statue, mosaici, marmi pregiati.
La mole di Adriano venne costruita dall’imperatore fuori dalla città, in una zona che allora era molto lontana dal centro della Roma antica: l’ager Vaticano. Era collegata all’altra sponda del Tevere tramite il ponte Elio, dal nome dell’imperatore Adriano.Il ponte è ancora esistente, oggi lo chiamiamo ponte S. Angelo ed è famoso per le statue…
Il Pantheon è un’opera architettonica straordinaria, considerata da Michelangelo perfetta. Funziona anche come un osservatorio astronomico, con un oculus che permette alla luce solare di segnare solstizi e equinozi, evidenziando la bellezza della cupola.
Il giardino rinascimentale Il Giardino di Villa d’Este a Tivoli è uno delle meraviglie del Lazio assolutamente da visitare per i suoi 35.000 mq di giardino, per le sue 255 cascate, le sue 15.000 piante e le 50 meravigliose fontane. In questo brevissimo video scopriamo di più sulla Fontana di Rometta, Fontana delle Cento Cannelle,…
Sol Invictus – il significato in astronomia >> Sol Invictus – il significato simbolico >> Dies Natalis Soli Invicti – la data: 25 dicembre? >> Sol Invictus – Mitra, Dionisio, Horus e altre divinità >> Sol Invictus – il culto nei secoli >> Sol Invictus – gli imperatori consacrati – Eliogabalo e Aureliano
Nei giorni immediatamente successivi al solstizio d’inverno, la luce del Sole è più flebile, la durata del giorno minima. Dal 25 dicembre si cominciano a vedere i primi effetti del movimento di rotazione terreste e comincia ad aumentare la durata e l’intensità della luce.
Anticamente in questo particolare periodo dell’anno cadeva il Dies Natalis Solis Invicti, il giorno di nascita del sole vincitore.
Fu l’imperatore Eliogabalo a istituire il culto del Deus Sol Invictus nell’impero romano.
L’imperatore siriano, nato con il nome di Sesto Vario Avito Bassiano, ma più noto come Eliogabalo introdusse il culto di El-Gabel, a cui era consacrato, prima associandolo alla figura di Giove e poi tentando di far confluire tutte le divinità in questo nuovo dio del Sole.
Fece costruire sul Palatino un imponente tempio chiamato Elagabalium dove vennero portate le sacre relique del Dio Siriano.
Per rendere ancora più importante il santuario, l’imperatore fece portare anche i sacri talismani di Roma: gli Ancilia dei Salii e il Palladio e perfino la Magna Mater e il fuoco di Vesta.
Le divinità solari sono state sempre presenti nel pantheon romano, fino dalla fondazione della città, quando Tito Tazio, re sabino che governava insieme a Romolo sulla polis, introdusse il culto del Sol Indiges (indigeno o invocato), a cui in qualche modo richiamava anche il culto del Sol Invictus di Eliogabalo.
Con l’imperatore Aureliano, nato in Dacia e figlio di una sacerdotessa del Sole Invitto, il culto del dio ritornò nel Pantheon Romano. Aureliano vide nella divinità solare, così universalmente diffusa tra le varie genti dell’impero, un elemento di coesione. E’ probabile che si debba a lui l’istituzione della festa solstiziale del Dies Natalis Solis Invicti, il “Giorno di nascita del Sole Invitto”. La scelta di questa data (a ridosso del solstizio d’inverno) poteva rendere più importante la festa, in quanto la innestava, concludendola, sulla festa romana più antica, i Saturnali.
L’imperatore Costantino, ufficializzò per la prima volta il festeggiamento della natività di Gesù nel 330, con un decreto fu fatta coincidere con la festività pagana della nascita di Sol Invictus.
La celebrazione del Sole Invitto proprio il 25 dicembre è tuttavia testimoniata solo nel Cronografo del 354 insieme alla testimonianza del Natale, di cui si trova traccia già nel Commentario su Daniele di sant’Ippolito di Roma, risalente al 203-204.
Nel 390 circa venne definitivamente fissata al 25 dicembre, la natività di Cristo.
Il culto del Sole Invitto rimase attivo fino all’editto di Teodosio del 380, quando tutti i culti pagani furono vietati.
Il sincretismo con la festa pagana, non toglie nulla al mistero della nascita di Cristo.
Le celebrazioni del 25 dicembre, indicavano un bisogno da parte dell’Uomo di trovare un giorno nell’anno in cui il Macrocosmo ed il Microcosmo, potessero andare in risonanza. La natura ed il suo riposo vegetativo, trovavano corrispondenza nel bisogno dell’uomo di ritirarsi in meditazione e fare un bilancio.
In quei tre giorni in cui il sole sorge apparentemente sempre nello stesso punto dell’orizzonte l’uomo e la natura, nelle tenebre, insieme alle proprie ombre, ai propri incubi e paure, potevano fare pace con il proprio lato oscuro, fare morire un seme e germogliare una nuova pianta. E ancora oggi, questo potrebbe essere il senso più profondo e bello di quello che chiamiamo Natale.
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Misurazione del tempo e potere
La spiegazione astronomica
La misurazione del tempo è una conquista che ha richiesto millenni.
Nell’antichità si poteva fare affidamento solo a pochi specifici momenti osservabili astronomicamente: gli equinozi ed i solstizi.
Il Sole sorge ad Est solo durante gli equinozi di primavera e di autunno, per il resto dell’anno la posizione del Sole sull’orizzonte all’alba, cambierà di giorno in giorno. Durante la primavera e l’estate il Sole sorge a Nord-Est e tramonta a Nord Ovest. Durante l’autunno e l’inverno sorge a Sud-Est e tramonta Sud-Ovest. Durante questo tragitto, per effetto del moto rivoluzionario della Terra, il Sole sembrerà sorgere nello stesso punto dell’orizzonte il 22, 23 e 24 dicembre. Il 25 dicembre sarà il primo giorno in cui riprenderà il movimento verso Nord fino al solstizio d’estate. Per questo veniva chiamato Dies Natalis Solis Invictus, il giorno della nascita del sole vincitore. Il Sole Invitto aveva una particolare valenza sia per l’agricoltura che per la vita delle persone: gli inverni erano momenti in cui la fame e le malattie potevano essere fatali, aver superato il momento critico poteva voler dire riuscire a vedere un’altra primavera.
Il valore simbolico e metafisico
Questo giorno speciale, che mostrava un nuovo percorso del sole sull’orizzonte è stato interpretato come il giorno della vittoria della luce sulle tenebre, del bene che sconfigge il male. Moltissime sono le divinità nate nei giorni del solstizio d’inverno:
Aton – divinità Egiziana
Horus – figlio di Iside e Osidiride – divinità Egiziana
Dionisio – divnità greca
Mitra – divinità siriana
El- Gabel – divinità siriana
Culto del Sol Invictus: alcune date importanti
VIII secolo a.C. il sabino Tito Tazio (co-reggente insieme a Romolo della neo fondata Roma) introduce il culto del Sol Indiges, il suo tempio era nei pressi del Circo Massimo.
46 a.C. Giulio Cesare impone il passaggio dall’arcaico calendario lunare al calendario solare, chiamato calendario giuliano in suo onore (rimarrà in uso per oltre 1600 anni, sostituito con il calendario gregoriano nel 1582 d.C.). Il solstizio d’inverno era fissato al 25 dicembre, mentre dal 17 al 23 dicembre si celebravano i Saturnalia in onore del Dio Saturno.
220 d.C. viene istituito il culto del Sole Invitto dall’imperatore Elio Gabalo (218-222 d.C.) essendo egli stesso sacerdote del dio siriano El-Gabel
270 – 275 d.C. il culto del Sol Invictus viene riconosciuto come culto ufficiale dell’impero romano, per ordine dell’Imperatore Aureliano, essendo egli un devoto e figlio di una sacerdotessa del dio.
354 d.C. viene documentato per la prima volta il festeggiamento del Dies Natalis Solis Invictus.
Non si sa quando esattamente sia stato concesso che anche le donne potessero ricevere nei funerali un elogio funebre (laudatio). Certo, per donne importanti, alla fine della Repubblica l’uso era già divenuto frequente. Alcuni elogi furono poi anche incisi su marmo. Tra questi la cosiddetta laudatio Turiae (elogio di Turia) di cui si presentano due dei sei frammenti conosciuti (il testo completo doveva constare di circa 180 righe suddivise in due colonne).
E’ da dire però che l’identificazione della donna con Turia, moglie del senatore Quinto Lucrezio Vespillo oggi non è più accettata. Il marito che pronuncia l’elogio dichiara di doverle, in sostanza, i beni e la vita stessa perchè, quando durante le guerre civili, fu costretto alla clandestinità ed all’esilio, fu lei, dapprima come fidanzata e poi come moglie, ad aiutarlo in ogni modo, a custodirne gli interessi, a difenderne la casa, a supplicare i potenti per la sua riabilitazione. Tornata la pace e ricongiunta al marito, non potendo avere figli, lo lasciò libero di averne con un’altra donna, ma egli rifiutò.
Testo dell’Elogio funebre
“Con i tuoi gioielli fornisti alla mia fuga vari ed ampi sostegni strappandoti di dosso e consegnandomi tutto l’oro e le perle che avevi; quindi, astutamente eludendo la sorveglianza dei miei nemici, colmasti la mia lontananza di schiavi, denaro, provviste. Richiesta la restituzione dei beni confiscati, impresa alla quale ti induceva un animo impavido, la tua straordinaria devozione mi procurava la clemenza • di coloro contro i quali macchinavi, cionondimeno levando sempre la tua voce con fermezza d’animo. Frattanto una schiera d’uomini assoldati da Milone, approfittando dei torbidi della guerra civile, cercò di occupare e saccheggiare la casa che, già sua, avevo comprato quando era esule, ma tu riuscisti felicemente a respingere l’attacco ed a salvarla.
Se fui reso alla patria lo devo a te quanto a Cesare infatti se tu non avessi conservato la mia vita, anche Cesare avrebbe promesso inutilmente il suo intervento.
Così sono debitore alla tua dedizione e alla sua clemenza.
Perché raccontare oggi le nostre decisioni più intime e nascoste nel segreto nel cuore?
Come, sollecitato con pronti avvisi ad evitare pericoli immediati o imminenti, mi sia salvato grazie ai tuoi consigli? E come tu sia riuscita ad impedire che l’audacia mi trascinasse, e finalmente placato, mi abbia preparato un sicuro rifugio ed abbia fatto partecipi delle tue decisioni tua sorella e suo marito Gaio Cluvio, tutti coinvolti nel pericolo?
Se tentassi di accennare a tutto, non finirei mai.”
Fonte: pannelli espositivi del Museo Nazionale Romano, sede Terme di Diocleziano
La tomba, scoperta nel 1880 e ricostruita nel 1911 da Roberto Paribeni, è caratterizzata da una pianta rettangolare, decorazioni tiberiane e conservazione di urne cinerarie, evidenziando le complesse relazioni tra gli occupanti e la rilevanza storica del sepolcro.
La piscina, circondata da marmi di Luni, si estende su 4000 metri quadrati e ha una profondità di 1 metro. Presenta colonne, nicchie con statue e mosaici colorati, con il Chiostro piccolo costruito nel ‘500 sopra di essa.
La Tomba del Guerriero di Lanuvio, risalente al V secolo a.C., evidenzia l’influsso greco attraverso il ritrovamento di armi e attrezzi atletici. Lanuvium, famosa per tre imperatori romani, fu fondata secondo leggende legate alla cultura greca.
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L’idoletto rappresenta un personaggio maschile avvolto dalle sette spire di un serpente, allusive alle sette sfere celesti, ed identificato con l’egizio Osiride o il siriaco Adone, divinità che nascono e muoiono ogni anno, entrambe legate al ciclo delle stagioni. Proprio per rappresentare l’allegoria della morte e della rinascita del dio, e dunque del neofita prima e dopo l’iniziazione, la statuetta era periodicamente estratta dal suo ripostiglio, venerata dai sacerdoti e dai fedeli e riposta fino alla nuova cerimonia di iniziazione al culto misterico. (N.G.)
Fonte: “Museo Nazionale Romano”, Soprintendenza Archeologica di Roma, a cura di Adriano La Regina, edizioni Electa 2007 pagina 96
Il Santuario del Gianicolo
Presso una fonte sorgiva si scorgono i resti di un santuario di provenienza siriaca. Nel bosco, alle pendici del Gianicolo, cresceva un culto venuto dall’oriente, alimentato dallo spirito […] di Furrina. Un luogo funesto, segnato dalla terribilità del suo genius loci e da inquietanti delitti. La sua scoperta risale al 1906, quando la campagna di scavo mise in luce tre fasi di costruzione di cui solo l’ultima facilmente leggibile.
Dall’altra parte del Tevere, lontano dai culti ufficiali, dalle liturgie istituzionali, le comunità straniere di schiavi, liberti e commercianti arricchiti, portavano i loro riti e feticci, animando il pantheon tradizionale con la complessità dei culti misterici. Nella Regio XIV, dunque, trovavano ospitalità le aspirazioni trascendentali dell’oriente, con le loro ansie di riscatto, con i loro concetti di morte e resurrezione.
In tale clima dobbiamo collocare il primitivo sorgere del tempio nelle forme di un tèmenos con una vasca o piscina sacra; come pure la sua successiva trasformazione per opera di un tal Gaionas, ricco e munifico mercante siriano che aveva importato a Roma i suoi culti. Una distruzione metteva fine al primo santuario che veniva ricostruito in nuove forme e con diverso orientamento in una fase successiva, quella attualmente visibile, assegnata al IV secolo. L’edificio doveva presentarsi come un organismo chiuso, organizzato in tre corpi distinti: al centro un cortile, a ovest una costruzione a pianta basilicale e a est un’altra a pianta ottagonale. Un orientamento sfalsato di otto gradi tra i muri perimetrali e quelli corti interni ha corretto la direzione dell’asse del tempio verso est, ovvero in direzione del sorgere del sole, come vuole la tradizione sacrale.
Il cortile spartiva i due ambienti principali del culto, dei quali uno, quello basilicale, era destinato alle liturgie pubbliche, mentre l’altro, quello ottagonale, era riservato ai riti misterici. L’edificio basilicale con un impianto simile a tre navate, con quella centrale più larga e quelle laterali più piccole, dotate di nicchie, fa ritenere che tre fossero le divinità venerate. E, poiché nei pressi dell’abside centrale venne rinvenuta una statua acefala seduta su un trono, che può essere inter-pretata, nel contesto siriaco, come Giove heliopolitano (Hadad, ovvero Giove Serapide), non è escluso che le altre due fossero quelle di completamento della triade heliopolitana: Atargatis (la dea Syria dei romani) e il figlio Simios (romanizzato come Mercurio e associato a sua volta a Dioniso). Uno strano rito di fondazione doveva essere alla base dell’instaurazione del culto se, sotto il piano della nicchia di Giove-Hadad, venne ritrovato un teschio senza denti e senza mascella inferiore, misteriosamente sparito dopo il suo rinvenimento.
Ma i misteri non finiscono qui. Nella parte mistilinea del sacello, quella rivolta a est, vennero ritrovate una statua egiziana in basalto nero (proveniente dall’abside) e un’altra di Dioniso con il volto e le mani dorate. Venne rinvenuto, inoltre, un’idoletto bronzeo deposto, adagiato sul dorso, all’interno di un altare triangolare. Un giovane imbalsamato entro una stretta guaina e costretto entro le sette spire di un serpente che poggia la sua testa sul capo della statuetta. Al momento della scoperta tra le spire furono rinvenute sette uova in una disposizione simbolica. Un ritrovamento sconcertante che appassionò non poco gli studiosi nella ricerca dell’identità e del ruolo di quell’idolo singolare. Non è chiaro di chi si tratta. Certamente è una deità dai connotati egizio-siriaci, un dio solare sincretizzato che muore e rinasce. Che sia Simios o Adone o, piuttosto, Osiride o Dioniso, rappresenta le istanze di un culto misterico a carattere salvifico.
Fonte: Roma sotterranea, Ivana Della Portella, arsenale editrice, 2002, pagine 110-111-112
Nel Foro Romano, sotto una pavimentazione troncata, si trova la più antica iscrizione in lingua latina, risalente al VI secolo a.C., legata a un santuario dedicato al dio Vulcano e alla legge sacra del…
Il rilievo commemorativo racconta le gesta di un gladiatore sconosciuto che ha vinto battaglie contro retiari. L’ars gladiatoria, originata da rituali etruschi, divenne spettacolo pubblico a Roma, con il Colosseo come simbolo. I gladiatori,…
L’idolo del Gianicolo (Museo Terme di Diocleziano) rappresenta una divinità misterica orientale, ancora non identificata. Venne trovato nel 1906 in un altare triangolare, ancora ricoperto da offerte votive (uova, fiori e semi). durante gli…
Nella sala III al piano terra del Museo delle Terme di Diocleziano si trova l’eccezionale complesso votivo del santuario di Demetra e Kore di Aricia, datato fine del IV e prima metà del III secolo a.C. e comprendente tre statue sedute e i notevoli busti in terracotta delle due divinità.
In particolare, i busti di impronta “siciliana” sono di grande bellezza. Rappresentano Demetra e Kore nell’ascesa dagli inferi.
Il mito di Demetra e Kore era infatti suddiviso in tre momenti: la discesa o perdita, la ricerca e l’ascesa.
I misteri Eleusini erano la rappresentazione di questo mito. Molto importanti nel mondo antico. Tra gli imperatori che furono iniziati ricordiamo Adriano (124 d.C. circa), Marco Aurelio (dopo il 170 d.C.), Giuliano (361-363 d.C.). Furono proibiti da Teodosio nel 392 d.C. circa.
I busti di Demetra e Kore
A un maestro raffinatissimo deve essere attribuito il busto di Demetra/Cerere, più grandioso e matronale, che raffigura la dea in maestosa serenità. La bellissima diva in terracotta, ha i capelli intrecciati con un diadema composto da spighe, orecchini pendenti a forma di rosetta ed un collare a forma di serpente, che simboleggia il susseguirsi delle stagioni e il dominio della divinità sul tempo. Demetra viene rappresentata con i grandi occhi aperti, uno sguardo estatico, lo sguardo di un occhio colpito dalla luce uscendo dall’oscurità. La dea infatti è rappresentata nel momento in cui sta riemergendo dalla terra riportando con sé la figlia, Kore, rapita dal dio degli Inferi Ade.
Il secondo busto rappresenta Kore, figlia di Demetra nel momento della sua liberazione dagli Inferi. Lo sguardo è più giovane e meno sicuro della felice soluzione della vicenda. Anche Kore fissa un punto indefinito verso l’alto, indicando in questo modo la sua emersione dal regno delle ombre.
Il mito di Demetra e Kore
Secondo la mitologia greca, un giorno Kore (che in greco significa “fanciulla”) venne rapita da Ade, dio degli Inferi che voleva farne la sua sposa. La madre Demetra, si mise in cerca della figlia senza riuscire a trovarla. La disperazione della Dea fu tale da portare carestia e un lungo inverno sulla terra.
Zeus sentendo la disperazione degli uomini e accogliendo le preghiere delle altre divinità, intimò ad Ade di restituire la fanciulla. Prima di liberare la ragazza, Ade le offrì un melograno. Secondo la legge del Fato, non poteva lasciare gli inferi, chiunque avesse mangiato i suoi frutti.
Kore fortunatamente mangiò solo alcuni semi, ma a causa di questi fu condannata a tornare ciclicamente negli inferi. Sei mesi poteva stare sulla terra con la madre e gli altri sei doveva regnare negli inferi insieme al marito Ade.
In questo modo la religione greca spiegava l’alternarsi delle stagioni: primavera ed estate quanto Demetra e Kore erano felici insieme, autunno e inverno quando erano separate.
Il viaggio di Demetra alla ricerca della figlia era suddiviso in tre fasi: la discesa, la ricerca e l’ascesa. I nostri busti sono rappresentati nella fase dell’ascesa, a conclusione della vicenda.
La scoperta del Santuario
I resti del piccolo santuario vennero riportati alla luce nel 1927, durante lavori agricoli in località Casaletto di Valle Ariccia. Nella sua stipe votiva furono trovati numerosi ex voto figurati, teste maschili e femminili e oggetti votivi anatomici.
L’odierna Ariccia deriva da Aricia, un’antica città del Lazio pre-romana che vanta un’origine greca, fondata forse tra il X e il IX secolo a.C.
Le tre statue sedute che vediamo in questa sala, fanno parte dei ritrovamenti del santuario di Ariccia e sono databili IV secolo a.C.
Tre statue in trono
Statua di Demetra in trono
Statua di Demetra in argilla beige rosata lavorata a stecca in parte a matrice. La dea indossa chitone e mantello, è seduta su di un trono ampio e decorato, riccamente ornata da un diadema ed una corona di spighe. All’indice porta un’anello, il polso ed il braccio impreziositi da bracciali e in mano tiene un fascio di spighe, tipico attributo della divinità. Il volto è in atteggiamento di ascolto.
Statua di Kore seduta
La giovane viene rappresentata seduta, elegantemente vestita, adornata di gioielli orecchini e di una diadema con le spighe tra i capelli. In mano ha un piccolo porcellino. Il maialino era la vittima sacrificale durante i misteri eleusini. I maialini di Aricia erano già famosi, come oggi è famosa la “porchetta di Ariccia”.
Statua di offerente
Insieme a Demetra e Kore viene rappresentata anche una giovane donna, probabilmente devota e iniziata ai miti eleusini, nell’atto di seguire le due dee. L’offerente, in terracotta rossastra è ornata da un diadema a foglie lanceolate, indossa orecchini a bottone e pendaglio a cuspide, di tipo magnogreco.
I misteri eleusini
I misteri eleusini erano una serie di riti che rappresentavano il mitico ratto di Kore e la ricerca della madre. Si suddividevano in piccoli misteri – riti di purificazione che venivano effettuati in primavera – e grandi misteri – riti consacratori che si svolgevano in autunno. Potevano partecipare solo gli iniziati. Prima di intraprendere il percorso di iniziazione dovevano giurare di mantenere segreti i riti. Rivelare i loro contenuti equivaleva ad una condanna a morte. I piccoli misteri erano il momento in cui i devoti potevano chiedere di essere ammessi al culto. Dovevano sacrificare un maialino alle dee, compiere riti di purificazione, giurare di non rivelare mai i misteri. Dopo questi riti venivano considerati ystai (“iniziati”) degni di essere testimoni dei Grandi Misteri.
ROMA- Terme di Diocleziano. Il Santuario di Demetra e Kore ad Ariccia, datato IV-III secolo a.C., custodiva statue e busti rappresentativi del mito, simbolizzando cicli di vita, morte e rinascita, attraverso i misteri Eleusini.
ROMA- TERME DI DIOCLEZIANO. Nel corso del XIX secolo, durante i lavori lungo il Tevere, sono stati scoperti numerosi materiali votivi, soprattutto terracotta, legati a santuari locali, databili principalmente al III/II secolo a.C.
Il Giardino del Museo delle Terme di Diocleziano, istituito nel 1889, espone reperti archeologici romani, con altari funerari, statue in toga e un cratere colossale. Include testimonianze funerarie di nobili, schiavi e soldati, evidenziando la vita nell’antica Roma.
Uscendo dall’androne si entra nel chiostro dell’antica certosa, tradizionalmente attribuito al Buonarroti perché a lui fu affidato nel 1561 il compito di trasformare il frigidarium delle Terme di Diocleziano in chiesa.In effetti chiesa e certosa appartengono a un progetto unitario, ma è più probabile che Michelangelo (morto nel 1564) abbia solamente suggerito l’impianto e affidato…
Sul ponte Sant’Angelo a Roma, Bernini nel 1669 progettò 10 angeli, che furono realizzati principalmente dai suoi allievi, con i simboli della passione di Cristo.
Tutti gli angeli poggiano i piedi su una nuvola, in questo modo sono più alti rispetto al piedistallo e alla vista dei pellegrini sembravano fluttuare nel cielo, poggiando appunto su una nuvola.
Il pellegrino sul ponte aveva modo di riflettere, attraverso i simboli della passione, sul sacrificio di Cristo e sul percorso di redenzione che porta alla resurrezione.
Nel Medioevo il ponte era un punto nevralgico nel percorso dei pellegrini, pertanto dedicarlo agli angeli e alla celebrazione della passione di Cristo era perfettamente logico.
Il ponte ha sempre avuto una funzione spirituale, fin da quando il suo nome era Ponte Elio e serviva fondamentalmente ai cortei funebri che avrebbero accompagnato gli imperatori al loro Mausoleo (Adriano, Antonino, Marco Aurelio, fino a Caracalla). Nell’era cristiana il ponte avrebbe cambiato nome – diventando il ponte di San Pietro, perché collegava la città ai luoghi dove il santo era stato crocifisso.
Secondo una leggenda, fu proprio l’intervento di schiere angeliche, testimoniato dalla popolazione di Roma, a fare cambiare il nome al ponte e al castello. Nel 590 durante una processione indetta da Papa Gregorio Magno, per pregare contro la pestilenza che insieme all’occupazione Longobarda, stava devastando la città, una schiera di angeli apparve cantando lodi alla Madonna della Salute (portata in processione) finché comparve l’Arcangelo Michele, alla sommità del castello nell’atto di rinfoderare la spada.
La pestilenza finì e da quel momento il Mausoleo di Adriano divenne Castel Sant’Angelo.
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Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) è stato un eminente artista italiano famoso per il suo impatto sul barocco, eccellendo in scultura, architettura e pittura. Considerato un genio dai contemporanei, ha lasciato un’eredità duratura influenzando generazioni future, con opere iconiche come “Estasi di Santa Teresa” e il colonnato di San Pietro.
Nella via legata al nome dei fabbricanti e venditori di bauli (dei Baullari) del rione Parione, sorge un piccolo edificio dalle linee armoniose e severe, conforme alla migliore tradizione rinascimentale di stampo fiorentino. L’aveva voluto Tommaso Le Roy (1513), alto prelato della corte pontificia, per farne la propria abitazione secondo il gusto allora prevalente.
Di bell’aspetto, ingentilito nelle forme da un ricco abito cinquecentesco, il palazzetto ai Baullari fonda le sue radici nelle antichità del Campo Marzio.[…]
In tale importante consesso non sfigura neppure il suo sottosuolo che accoglie dignitoso i resti di un edificio tardo-imperiale.
Vi si accede da una comoda scala che conduce alla profondità di circa 5 m, ove si raccolgono gli avanzi di un enigmatico edificio aperto su un portico e scandito da una cornice di sei colonne a fusto liscio.
Un paramento in opera vittata coi suoi corsi di laterizi avvolge in un abbraccio quella serie di colonne e segna lo spazio di quel cortile. Vi si addossa un labrum marmoreo che il foro sul fondo denuncia come fontana. Una ricca e variegata pavimentazione di marmo, disposta su più livelli, ne invade il terreno, partecipando alla sua lussuosa ornamentazione. Che siano le venature verdastre del cipollino o i giochi policromi e geometrici dell’opus sectile si tratta comunque di una pavimentazione per ricchi che presuppone pertanto una destinazione (nell’incertezza se pubblica o privata ) certamente elevata.
Gli allettamenti per la decorazione marmorea delle pareti e gli affreschi superstiti non lasciano dubbi sulla sontuosità dell’arredo. Si tratta di quadretti ritagliati nella superficie pittorica che disegnano figure di leggiadri amorini impegnati in diverse attività di pesca, una caccia di cervi e di tigri, un’anatra variopinta, con la biscia tra il becco, colta in un paesaggio lacustre. Una rappresentazione libera da impegni contenutistici di rilievo che si accontenta di una raffigurazione di taglio genericamente naturalistico.
Si potrebbe ritenere una ricca domus patrizia di età tardo antica, una delle tante che occupavano l’area del Campo Marzio occidentale, se la presenza di un mensa ponderaria, non sviasse verso altre destinazioni a carattere pubblico.
È da escludere, sulla base di un’erronea interpretazione di uno degli affreschi, che si tratti della statio (caserma-alloggio) di una delle fazioni del circo, la “Prasina” (“Verde”), che è invece da collocarsi presso il vicolo del Pavone. È molto più probabile che si trattasse un emporio destinato a servire uno dei quartieri centrali e più popolosi della città.
Delle tre caldaie contenute nella sala ne sopravvive solo una sul fondo: si erge per un’altezza di oltre quindici metri di altezza e si configura quasi come un avveniristico fondale costituito di mattoncini, tubi, passerelle e scalette di metallo.
Attraverso maniche oscillanti collegate al soffitto e alla caldaia, il carbone entrava nell’immensa zona destinata alla combustione provenendo da magazzini situati ai piani superiori.
L’esposizione delle statue, come già nella Sala Macchine, sembra esaltare proprio per lo stridente contrasto, la sensualità di alcune statue femminili o il forte modellato dei corpi maschili oppure la delicatezza di intaglio delle fontane e degli oggetti decorativi.
I temi illustrati in questa sala riflettono alcuni aspetti strettamente legati alla sfera privata attraverso la ricostruzione dell’apparato decorativo delle grandi ville ta nobiliari, gli horti, una espressione monumentale ai confini tra il pubblico e il privato che si configura come una profonda trasformazione urbanistica. La nascita di immense ville private che venivano a recingere, con una corona di verde, il centro monumentale è l’espressione della rivoluzionaria opera di risanamento urbanistico verificatasi tra la fine dell’età repubblicana e l’inizio dell’epoca augustea.
Gli Horti di Sallustio e gli Horti Liciniani esaltano la grandezza dei proprietari con un impressionante apparato decorativo che tutti potevano intravedere anche dall’esterno. Originali greci conservati come preziosi oggetti di antiquariato, splendide creazioni romane che si rifanno a modelli greci, raffinatissime fontane monumentali permettono di ricostruire la grandiosità di queste residenze concepite come le regge dei grandi dinasti ellenistici.
Al palazzo residenziale si associano padiglioni immersi nel verde, ninfei, auditori, tempietti e, addirittura, nel caso dei giardini di Cesare passati poi a Sallustio, si ricostruisce un giardino conformato a guisa di circo e una decorazione propagandistica che rievoca la grandezza di Augusto.
La vita di questi parchi ha uno sviluppo continuo nel corso dell’età imperiale raggiungendo momenti di grande fulgore ancora in epoca tardoantica come testimoniano i ritrovamenti degli Horti Liciniani presso la chiesa di S. Bibiana.
Qui furono scoperte le statue di Magistrati ripresi nell’atto di dare l’avvio alle corse nel circo e il grandissimo mosaico policromo con scene di caccia al cinghiale e di cattura di animali selvatici.