Il Teatro presenta una struttura architettonica di stampo neoclassico, che caratterizza soprattutto il prospetto settentrionale, e due spazi che movimentano il prospetto meridionale aperto verso il parco. Le due serre, diverse per tipologia e forma, destinati a serra per piante esotiche vedono l’uso abbinato del ferro e della ghisa, secondo modalità all’epoca innovative. Addossato lungo il prospetto meridionale dell’edificio vi è un Portico Serra con ampie vetrate che conservano ancora le originali vasche in peperino al centro del pavimento, utilizzato allora come oggi, per l’esposizione e la conservazione delle piante. Nelle nicchie lungo le pareti vi erano statue in gesso di musicisti e commediografi, purtroppo scomparse.
Nel restauro è stato ripristinata la partitura geometrica delle volte, nei delicati toni del verde e del rosa. All’esterno dell’edificio, ad un livello più basso ma sempre a scandire il prospetto meridionale, vi è la Serra bassa, in vetro e ghisa con a terra elaborate griglie per il passaggio dell’aria calda prodotta dai caloriferi sottostanti. Vi compaiono disegni a girali e palmette che incorniciano gli stemmi delle famiglie Torlonia e Colonna.
Nel 1978 Villa Torlonia viene aperta al pubblico alla presenza del Sindaco Giulio Carlo Argan e dell’ Assessore alla Cultura Renato Nicolino dopo un lungo procedimento legale per la sua acquisizione all’uso pubblico.
Tutti gli edifici ed il parco della villa si trovavano in uno stato di grave abbandono e di degrado; dopo la morte di Giovanni Torlonia jr (1938) e la fuga della famiglia Mussolini (1943), la Villa era stata requisita e occupata dal comando anglo-americano fino al 1947, con conseguenti gravi devastazioni. Restituita agli eredi nel 1948, la villa non fu più oggetto di investimenti l da parte della familia Tortonia che si limitò ad effettuare solo interventi di messa in sicurezza. Le foto documentano lo stato in cui si trovava il Teatro all’indomani dell’acquisizione da parte del Comune di Roma 1978-1980.
Ottaviano Augusto, noto anche come Gaio Giulio Cesare Ottaviano, è stato il primo imperatore romano. Il suo principato ha avuto il privilegio di durare più a lungo di qualsiasi altro, Augusto regnò per 41 anni dal 27 a.C. al 14 d.C.
Nato Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (in latino Gaius Iulius Caesar Octavianus Augustus) il 23 settembre 63 a.C., è stato il primo imperatore romano e uno dei personaggi più influenti della storia di Roma.
Dopo l’assassinio di suo prozio Cesare, che lo aveva designato come suo erede, si alleò con Marco Antonio e Lepido, formando un triumvirato per sconfiggere i cesaricidi. Dopo aver eliminato i suoi rivali nel 42 a.C. nella battaglia di Filippi, Ottaviano divenne il leader indiscusso di Roma e nel 27 a.C. quando il Senato gli conferì il titolo di “Augusto”, segnando l’inizio del Principato e dell’Impero Romano.
Durante il suo regno, Ottaviano Augusto implementò numerose riforme politiche, militari e sociali che stabilizzarono e rafforzarono l’impero.
Per quale motivo è famoso Augusto?
Ottaviano Augusto è stato il primo imperatore di Roma. La sua straordinaria abilità politica gli permise di completare quel cambiamento epocale che Cesare non era stato in grado di concludere: il passaggio da una forma di governo repubblicana ad un principato. Ottaviano, riuscì a cambiare tutte le istituzioni in maniera autoritaria, senza che il Senato si sentisse minacciato nel suo potere. In questo modo Roma continuò a percepire se stessa come una Repubblica, quando di fatto si era trasformata in un Impero. La lungimiranza politica di Augusto gli permise di attuare tutte quelle riforme che posero le basi per la durata dell’impero. La sua fama è giustamente legata alla sua capacità di mantenere la pace e quindi la prosperità. Grazie alla stabilità che le sue riforme apportarono, l’impero potè godere di una pace lunga ben 200 anni.
Cosa pensavano i contemporanei di lui?
Sul conto del giovane Ottaviano, giravano molte maldicenze che ne facevano un personaggio ambiguo, capace di guadagnare i favori di Cesare con condotte non lecite. Quando ottenne il potere e assicurò la pace a Roma, venne molto amato sia dal popolo che dal Senato come ci racconta Svetonio:
“Tutti, per un improvviso e perfetto accordo, gli attribuirono il titolo di « padre della patria»: dapprima fu la plebe che glielo tributò, inviandogli una delegazione ad Anzio, poi, poiché lo rifiutava, tornò alla carica una folla considerevole, coronata di lauro, mentre entrava allo spettacolo in Roma; infine fu la volta del Senato in curia, non sotto forma di decreto o di acclamazione, ma per bocca di Valerio Messala che, a nome di tutti, gli disse: « Le mie parole siano un presagio di bene e di felicità per te e per la tua famiglia, Cesare Augusto! Così noi crediamo di invocare eterna prosperità e gioia perenne per lo Stato: il Senato, con il consenso del popolo romano, ti saluta ‹ padre della patria›». A lui Augusto, con le lacrime agli occhi, cosi rispose (le riporto testualmente, come già per Messala): « Avendo ottenuto la realizzazione dei miei voti, padri coscritti, che cosa altro posso chiedere agli dei immortali se non che mi sia consentito di vedere questo vostro accordo conservarsi fino all’ultimo giorno della mia vita? ».
Fonte: Svetonio, Vita dei Cesari, 58
Quale eredità ci ha lasciato Augusto?
Durante il suo regno, Augusto inaugurò un periodo di pace e stabilità noto come Pax Romana, che durò circa 200 anni.
Questo periodo fu caratterizzato da prosperità economica, espansione territoriale e sviluppo culturale. Augusto implementò numerose riforme che rafforzarono l’amministrazione dell’Impero. Riorganizzò l’esercito, migliorò il sistema fiscale e sviluppò infrastrutture come strade, acquedotti e edifici pubblici. Fu abile nell’uso della propaganda per consolidare il suo potere. Commissionò opere d’arte e monumenti che celebravano le sue vittorie e il suo ruolo di pacificatore e restauratore della grandezza romana.
Sotto il suo regno, Roma divenne un centro culturale di primo piano. Augusto fu un patrono delle arti e della letteratura, sostenendo poeti come Virgilio e Orazio.
Diede inoltre l’impulso alla costruzione di grandiosi monumenti che ancora oggi rendono Roma una città unica al mondo:
Cronologia: 63 a.C. – 23 settembre – nasce a Roma con il nome di Gaio Ottavio. Il padre, chiamato anche lui Gaio Ottavio, discende da una ricca famiglia di Velletri e la madre, Azia Balba Cesonia, è figlia di Giulia – sorella di Giulio Cesare.
15 marzo 44 a.C. – Assassinio di Cesare. Nello stesso anno, a soli 19 anni, quando il testamento di Giulio Cesare viene letto pubblicamente, Augusto scopre di essere stato adottato dal suo prozio che lo rende erede della sua fortuna e lo designa come suo successore.
43 a.C. – Ottaviano tornato a Roma, si allea alla fine con Marco Antonio e Marco Emilio Lepido, formando un triumvirato. Ad ottobre dello stesso anno, sconfiggono Bruto e Cassio nella battaglia di Filippi.
Nel 40 a.C. vengono firmati gli accordi di Brindisi che spartiscono il controllo dei territori tra i trinviri. Ad Antonio spetta l’Oriente, a Lepido l’Africa, mentre Ottaviano Augusto governa in Occidente.
31 a.C.battaglia navale di Azio: la flotta di Augusto, comandata da Agrippa, sconfigge le navi di Antonio e di sua moglie Cleopatra, potente regina d’Egitto.
16 gennaio 27 a.C. Ottaviano, solo al potere, viene nominato “Augusto”.
25 a.C. matrimonio di Giulia, figlia di Augusto con il cugino Marcello, figlio di Ottavia
23 a.C. Augusto riceve la carica che segna indiscutibilmente l’inizio del potere imperiale: la tribunicia potestas a vita, questa è la vera base costituzionale del potere imperiale. Comportava infatti l’inviolabilità della persona e il diritto di intervenire in tutti i rami della pubblica amministrazione. Morte di Marcello.
23 a.C. Augusto concede in sposa ad Agrippa, sua figlia Giulia, dall’unione nascono due figli Lucio e Gaio, entrambi designati alla successione e adottati da Augusto.
12 a.C. Marco Vipsanio Agrippa muore prematuramente
Nel 2 d.C. muore l’erede Lucio e nel 4 d.C. muore anche il fratello Gaio
Il 19 agosto 14 d.C. Augusto muore a Nola, lasciando come erede il figlio di Livia, Tiberio. L’ultimo giorno della sua vita, chiese uno specchio, si fece sistemare i capelli e, chiamati i suoi amici, chiese loro se avesse ben recitato la commedia della vita, aggiungendo la tradizionale formula conclusiva: «Se la commedia è stata di vostro gradimento, applaudite e tutti insieme manifestate la vostra gioia.» Li congedò tutti e improvvisamente spirò tra le braccia di Livia, dicendole: «Livia, vivi nel ricordo del nostro matrimonio, e addio!» Svetonio, Augustus, 99
La dinastia giulio-claudia riunisce due famiglie potenti, i Giulii e i Claudii, e comprende figure chiave come Cesare, Ottaviano (Augusto), Tiberio e Nerone. Questa dinastia è contrassegnata da intrighi e tragedie, culminando con il suicidio di Nerone nel 68 d.C., lasciando una forte impronta nella storia romana.
Livia Drusilla, prima imperatrice romana e moglie di Augusto, fu una figura chiave della storia di Roma. Nata in una famiglia nobile, esercitò notevole influenza politica, sostenendo il figlio Tiberio e orchestrando intrighi per consolidarne il potere.
Agrippa fu molto più di un generale: fu l’architetto della Roma imperiale, ma soprattutto grande e leale amico di Augusto. Un uomo di visione e azione, capace di coniugare strategia militare, ingegneria urbana e senso civico.
Michelangelo Merisi nacque a Milano il 29 settembre 1571, ed ebbe il nome dall’arcangelo Michele che veniva festeggiato quel giorno. I suoi genitori, Fermo Merisi e Lucia Aratori, appartenevano al ramo cadetto dei marchesi di Caravaggio, una piccola cittadina a pochi chilometri da Milano. La sua era una famiglia benestante che poteva godere di proprietà e di rendite. Queste entrate permisero al giovane Michelangelo di studiare e di mantenersi a Roma nei primi tempi, quando era ancora un pittore sconosciuto.
Nel 1577, dopo la morte del padre e del fratello a causa della peste, la famiglia si trasferì a Caravaggio da Milano.
Nel 1584 venne mandato dalla madre, all’età di circa 12-13 anni, a bottega dal pittore Simone Peterzano, vi rimase fino al 1588. Nel 1592, dopo aver venduto le proprietà ereditate alla morte della madre, partì per Roma.
In quel periodo Roma era in fermento e pullulava di artisti che dovevano con la loro opera contribuire all’affermazione della Controriforma che stava portando avanti la Chiesa. I primi anni per Caravaggio furono molto duri, in povertà e malato, fu costretto a ricoverarsi presso l’ospedale dei poveri.
Caravaggio, tramite amicizie nel 1593 riuscì ad entrare a bottega dall’artista che riscuoteva allora maggior successo: Giuseppe Cesari, detto Cavalier d’Arpino.
Caravaggio fu applicato a dipinger fiori e frutti, relegato all’esecuzione di un unico aspetto della rappresentazione. Ma un artista di talento riesce sempre ad emergere e Caravaggio, che aveva imparato già dai pittori lombardi, l’importanza di una pittura fedele al vero, riuscì a trasformare un genere ritenuto “basso” in una forma di espressione artistica altissima.
Alcune sue opere, realizzate nella bottega del Cavalier d’Arpino (come il giovane che monda un frutto o il bacchino malato) ebbero un certo successo e spinsero nel 1594 Caravaggio a lasciare il potente pittore per cercar fortuna da solo. Si scontrò con la difficoltà del mercato e fu costretto a vendere per pochi scudi le sue opere. Ma realizzò due tele che lo resero famoso “La buona ventura” e “I bari” e riuscì ad entrare nel palazzo del Cardinale Del Monte. Il cardinale era un’aristocratico colto che amava circondarsi dei più grandi ingegni del suo tempo: uno dei frequentatori abituali del suo palazzo era Galileo Galilei. In questo ambiente Caravaggio si nutrì di nuovi stimoli e poté godere di committenti importanti come Vincenzo Giustiniani, Tommaso Cerasi, Scipione Borghese. Nel maggio 1606, partecipando ad una rissa, Caravaggio uccide Ranuccio Tomassoni, Michelangelo scappò, con l’aiuto delle famiglia Colonna e venne condannato a morte in contumacia. Scappò a Napoli, una città che a quel tempo era tre volte più grande di Roma. Scappò nel 1607 anche a Malta, accolto dai Cavalieri, un ordine religioso che accoglieva i giovani nobili più turbolenti e scapestrati restituendo loro una sorta di immunità.
Caravaggio fu fatto cavaliere il 14 luglio 1608, pur non essendo nobile, la nomina era stata concessa per meriti e non per nascita. Tutto sembrava volgere per il meglio, e Caravaggio, riabilitato, avrebbe potuto chiedere al Papa la grazia, ma fu coinvolto nuovamente in qualche evento delittuoso e a ottobre di quello stesso anno fu arrestato e gettato nella guva. La guva era una fossa scavata nella roccia profonda tre metri. Non ci sono dettagli in merito al motivo dell’arresto, se non un documento dove viene definito “putridum et foetidum”. Qualcuno lo aiutò ad evadere e Caravaggio si diresse verso Siracusa, poi Messina, Palermo e ancora Napoli. Nel 1610 papa Paolo V gli concesse la grazia. Caravaggio partì da Napoli per raggiugere Roma, ma morì colto da febbre, a Porto Ercole. Non ci sono molte notizie in merito ed il corpo non venne mai trovato. Recentemente gli studiosi dichiararono di aver trovato le ossa, mentre il professor Vincenzo Pacelli sostiene che Caravaggio non morì a Porto Ercole, ma a Palo Laziale.
Per quale motivo è famoso Caravaggio?
Caravaggio “Inventa per la luce una funzione strutturale del tutto nuova, quasi un “terzo elemento” accanto al disegno e al colore (Longhi ne paragona l’importanza alla scoperta della prospettiva quattrocentesca), a una nuova emotività dei rapporti spaziali […]”
Fonte: “Caravaggio” volume I della collana “I classici dell’arte ” pubblicato da Rizzoli, Skira per il Corriere della Sera, ed. 2003, pagina 14 del saggio di Renato Guttuso.
Caravaggio impronta la sua rivoluzione cercando nella rappresentazione oggettiva della realtà, una verità superiore. “Come è d’uso, la sua ricerca verrà accusata di essere plebea. Ma non si trattò di rivolta plebea, né della proposta intellettualistica di un’arte popolare da opporre all’arte aulica. Anzi, alla base della sua rivoluzione è un’approfondita conoscenza dell’arte, dei fatti, delle opere, delle scuole, delle discussioni in atto: un’alta coscienza culturale e storica. Non plebeo, bensì di animo popolare, come chi abbia inteso quale sia la fonte di verità a cui attingere: toccare terra per trarne linfa e sangue.”
Fonte: “Caravaggio” volume I della collana “I classici dell’arte ” pubblicato da Rizzoli, Skira per il Corriere della Sera, ed. 2003, pagina 11 del saggio di Renato Guttuso.
Caravaggio contesta la retorica del tempo e si rifiuta di utilizzare immagini idealizzate, ma attinge al presente e vede negli uomini e nelle donne della strada con cui condivide la vita, eroi, santi e madonne. Inventa il “moderno”.
Cosa pensavano i contemporanei di lui?
“Naturalmente, per gli accademici, per la burocrazia culturale e cattedratica del tempo, solo gli “incompetenti” potevano lodare quelle pitture. Il principe della pittura di allora, non dissimile dai principi della pittura dei nostri giorni, Federico Zuccari, se ne uscì con la nota frase riportata dal Baglione: “Che romore è questo? Io non ci vedo che il pensiero di Giorgione’ […] e sogghignando […] alzò le spalle andandosene con Dio”. Cosa voleva dimostrare l’Accademia? Che in Caravaggio non c’era niente di nuovo, oltre la volgarità, e che in quanto allo stile era arretrato, sorpassato. Un giudizio grossolano ed esteriore […]”
Fonte: “Caravaggio” volume I della collana “I classici dell’arte ” pubblicato da Rizzoli, Skira per il Corriere della Sera, ed. 2003, pagina 15 del saggio di Renato Guttuso.
Ma ebbe anche molta fama e seguito, soprattutto tra i giovani poeti e artisti che avevano riconosciuto il suo intento innovatore, in opposizione agli accademici e alla Controriforma
Quale eredità ci ha lasciato Caravaggio?
Il messaggio profondo di Caravaggio ancora ci affascina, a distanza di 400 anni, perché arriva diretto, ci parla attraverso la luce ed i volumi dei corpi in cui immergono le sue narrazioni. Il suo linguaggio è crudo, vivace, forte, come la vita. E come scrive Renato Guttuso “[…] la verità di una grande passione creativa si misura dalla sua durata, dalla sua capacità di riproporsi come fonte d’acqua viva alle ideologie, alle nuove convinzioni, ai nuovi gusti: mostrare una faccia nuova, mai vista prima.” Fonte: “Caravaggio” volume I della collana “I classici dell’arte ” pubblicato da Rizzoli, Skira per il Corriere della Sera, ed. 2003, pagina 15 del saggio di Renato Guttuso.
Il messaggio di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, ancora non ha esaurito la sua energia, per questo facciamo la fila per poter vedere i suoi quadri nelle più belle chiese di Roma.
In quelle chiese ci sono tanti altri capolavori, ma la sua voce si alzo più alta delle altre e ci chiama per noi e noi cediamo al suo fascino di pittore maledetto, rivelatore di verità.
Madonna dei Pellegrini Roma, Sant’Agostino, cappella Cavalletti (1604-1606)
San Matteo e l’Angelo Roma, San Luigi dei Francesi (1602)
San Giovanni Battista
Roma, Pinacoteca Capitolina (1602)
Buona Ventura
Roma, Pinacoteca Capitolina (1593-1594)
Narciso
Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica Palazzo Barberini (1599)
Giuditta e Oloferne
Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica Palazzo Barberini (1599)
San Francesco in meditazione
Roma, Galleria di arte antica Palazzo Barberini (1606)
SanGiovanni
Roma, Galleria di arte antica Palazzo Barberini (1603-1606)
Ritratto di Michelangelo Merisi da Caravaggio
Cronologia:
29 settembre 1571 – nasce a Milano
1577 – Durante la peste muoiono il padre e un fratello di Michelangelo. La famiglia si trasferisce a Caravaggio.
1584 – Caravaggio inizia il suo apprendistato a Milano, presso il pittore Simone Peterzano.
1588 – Si conclude la sua permanenza presso Simone Peterzano.
1590 – Muore la madre di Caravaggio
1592 – Caravaggio si trasferisce a Roma
1593 – Per malattia è ricoverato all’Ospedale della Consolazione. Poco dopo entra per alcuni mesi nella bottega del Cavalier d’Arpino.
1595-1596 – Viene accolto in casa del suo protettore, il cardinale Francesco Maria Del Monte ambasciatore del granduca di Toscana a Roma.
1599 – Il pittore ottiene la sua prima commissione pubblica: le Storie di san Matteo in San Luigi dei Francesi.
1600 – Riceve la commissione dei due quadri per la cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo.
1603 – Si svolge il processo contro Caravaggio e alcuni suoi amici artisti, per aver diffamato il pittore Giovanni Baglione.
1604 – 1605 – Caravaggio è arrestato per ingiurie e porto d armi abusivo.
1605 – Si rifugia a Genova presso Marcantonio Doria.
1605 – Viene ritirata da San Pietro la Madonna dei Palafrenieri, è rifiutata la Morte della Vergine. Il pittore uccide in una rissa Ranuccio da Terni; fugge nei feudi Colonna (Zagarolo e Paliano), poi a Napoli.
1607-1608 – Soggiorno a Malta: esegue l’enorme Decollazione di san Giovanni Battista; è nominato cavaliere dell’ordine di Malta. Fugge a Siracusa.
1609 – Continua la sua fuga tra Messina, Palermo e Napoli: qui è aggredito e ferito al volto.
1610 – Ottenuta la grazia dal papa, Caravaggio muore il 18 luglio presso Port’ Ercole, tappa intermedia per il ritorno a Roma.
Il genio del Rinascimento Chi era Michelangelo? Michelangelo nacque a Caprese, al tempo un paese sotto il dominio di Firenze, da Ludovico Buonarroti e Francesca Neri. La famiglia Buonarroti era di origine nobile, ma decaduta e il padre aveva accettato il ruolo di podestà nel paesino per necessità. Michelangelo fin da bambino cominciò a dimostrare…
L’opera “Buona Ventura” di Caravaggio, realizzata nel 1593-1594, ritrae una zingara che legge la mano a un giovane cavaliere, sottraendogli un anello. Rappresenta la vita di strada e avviare il primo linguaggio innovativo dell’artista a Roma.
Il dipinto di Caravaggio rappresenta un giovane nudo, abbracciando un ariete, che incarna un San Giovanni Battista umano e divino. L’opera è rivoluzionaria per l’uso del chiaroscuro e il realismo, esprimendo gioia e vulnerabilità.
Il cinabro, il costosissimo colore rosso delle pareti
La camera (cubiculum), un soggiorno intimo provvisto di letto (kline), distinta tra anticamera e alcova, ha una decorazione fastosa e dominata dal rosso, ottenuto con il costosissimo cinabro.
Strutture architettoniche dipinte in prospettiva, senza tralasciare neppure le ombre proiettate, fanno da cornice a riproduzioni di quadri, come per ricreare l’atmosfera di una pinacoteca.
Entro finte edicole sono raffigurate, sulla parete sinistra, la toletta di Afrodite e, sulla parete di fondo, l’infanzia di Dioniso tra le ninfe del monte Nisa, alle quali Zeus aveva affidato il dio bambino.
Altri quadretti, dotati di finti sportelli di legno a protezione, mostrano scene di interni e coppie di amanti. Figure ornamentali fantastiche e divinità egizie, come Iside e Giove Ammone, affollano le pareti animandole.
La volta a botte, in stucco completamente bianco, è decorata con rilievi raffiguranti scene di iniziazione ai misteri di Dioniso e paesaggi idillico-sacrali.
Come per le altre camere (D ed E) la copertura a volta riguarda solo la parte dell’anticamera, mentre non è noto il sistema di copertura dell’alcova.
Domus di Agrippa: Nel 1879, scavi nel giardino della casa Farnesina a Trastevere rivelarono i resti di una villa augustea, con straordinarie decorazioni murali. La qualità degli affreschi suggerisce un legame con Marco Vipsanio Agrippa.
ROMA, PALAZZO MASSIMO -La sala da pranzo della casa Farnesina presenta decorazioni eleganti e un ambiente confortevole per l’inverno, con pannelli neri, mosaici, e affreschi raffiguranti paesaggi e storie popolari.
ROMA- MUSEO NAZIONALE ROMANO – PALAZZO MASSIMO. La Domus di Agrippa presenta decorazioni parietali straordinarie con colonne e figure femminili che ricordano le Cariatidi, insieme a affreschi di nature morte e battaglie navali.
Un corridoio seminterrato pieno di meraviglie, nella Domus di Agrippa
Cariatidi, sfingi e scene teatrali
Il lungo corridoio seminterrato (criptoportico), illuminato da piccole finestre alte, aveva una fondo chiaro che conferiva maggiore luminosità all’ambiente.
La decorazione riproduce illusionisticamente un colonnato poggiante su una zoccolatura decorata con grottesche; in secondo piano, su una parete scandita da pilastri si alternano finti quadri con scene teatrali e di culto e paesaggi a campo libero. Alcuni quadri sono considerati, in base allo stile e alla tecnica pittorica, frutto di un restauro successivo.
Nella zona superiore, sostegni a figura femminile (cariatidi) sorreggono un loggiato con statue di divinità e sfingi.
A causa dei tempi ristretti dello scavo, si decise di asportare solo le porzioni più significative della parete.
L’effetto complessivo della decorazione, noto da un acquerello realizzato all’epoca, è qui suggerito dal disegno tracciato sul supporto moderno, lungo il quale sono stati ricollocati i frammenti.
Domus di Agrippa: Nel 1879, scavi nel giardino della casa Farnesina a Trastevere rivelarono i resti di una villa augustea, con straordinarie decorazioni murali. La qualità degli affreschi suggerisce un legame con Marco Vipsanio Agrippa.
ROMA- MUSEO NAZIONALE ROMANO – PALAZZO MASSIMO. Il cubicolo B della Villa di Agrippa presenta pareti rosse in cinabro, decorazioni fastose, e rappresentazioni artistiche di divinità e scene mitologiche.
ROMA – MUSEO NAZIONALE ROMANO – PALAZZO MASSIMO Gli affreschi del criptoportico vennero rinvenuti nel 1879, durante gli scavi sul Tevere, sono una delle migliori testimonianze della pittura dell’epoca augustea
La camera E (cubiculum), un soggiorno intimo provvisto di letto (kline), era divisa tra anticamera e alcova; l’ambiente, probabilmente realizzato in un secondo momento, presenta l’accesso originario decentrato.
La decorazione parietale, nella quale a differenza dei cubicula B e D prevalgono colori tenui, simula un’architettura con colonne esili e trabeazioni surreali, che fanno da quinte a edicole con paesaggi sacri (in tre casi appare un viandante nell’atto di compiere un sacrificio all’erma della dea Atena).
Le immagini presentano vari riferimenti al mondo femminile: i quadretti sulle pareti lunghe dell’anticamera mostrano fanciulle impegnate in varie attività, mentre sulla parete di fondo dell’alcova, dove è un quadretto con soggetto amoroso, la dea Artemide appare nelle duplici vesti di cacciatrice e Luna. Sul lato opposto sono raffigurate due Muse.
La volta a botte, decorata a stucco, presenta raffigurazioni di paesaggi idillico-sacrali e scene mitologiche, tra le quali Fetonte che chiede al dio Apollo, suo padre, di poter guidare il carro del Sole. Altri riquadri presentano statue di Zeus, una probabile effigie di Augusto novus Mercurius, dischi solari, vittorie alate e figure grottesche, eseguite a bassissimo rilievo con l’eleganza e la precisione di opere di oreficeria.
Domus di Agrippa: Nel 1879, scavi nel giardino della casa Farnesina a Trastevere rivelarono i resti di una villa augustea, con straordinarie decorazioni murali. La qualità degli affreschi suggerisce un legame con Marco Vipsanio Agrippa.
ROMA MUSEO NAZIONALE ROMANO – PALAZZO MASSIMO La camera E della Villa di Vipsanio Agrippa presenta decorazioni che richiamano il mondo femminile, con colori tenui e rappresentazioni sacre.
Nel 1879, scavi nel giardino della casa Farnesina a Trastevere rivelarono i resti di una villa augustea, con straordinarie decorazioni murali. Sebbene manchino oggetti d’arredo, la qualità degli affreschi suggerisce un legame con Marco Vipsanio Agrippa.
Durante gli scavi nel giardino della dimora rinascimentale della Farnesina, per la costruzione dei Lungoteveri, nel 1879 iniziarono ad apparire “avanzi di una nobilissima casa privata dell’epoca augustea, adorna dei più vaghi dipinti murali che mai sieno stati ammirati in Roma”. La zona del rinvenimento, nella regione XIV della suddivisione augustea, Transtiberim, l’odierno Trastevere, era caratterizzata da attività artigiane, anche di etnie straniere e da magazzini (horrea) per le merci legate al trasporto fluviale, ma vi sono attestati anche ville e horti in affaccio sul Tevere, tra cui quelli celebri di Cesare. La scoperta suscitò un grande entusiasmo: all’epoca la pittura di età augustea a Roma era poco nota, in quanto i complessi della casa di Augusto e dell’Aula Isiaca sul Palatino non erano ancora stati scoperti e si conosceva solo la Casa di Livia sul Palatino.
Negli ambienti scavati, a parte frammenti di vasellame d’uso quotidiano e alcune monete, non sono state trovate statue e altri oggetti dell’arredo, circostanza che ha fatto pensare a un abbandono forzato dell’abitazione, forse per le continue piene del Tevere.
Nonostante la fretta dei lavori si decise di asportare interamente le decorazioni più preziose: pitture, stucchi e mosaici furono subito ricoverati nel vicino Orto Botanico e poi trasferiti nel 1889 alle Terme di Diocleziano, prima sede del Museo Nazionale Romano. La documentazione grafica e ad acquerello eseguita all’epoca è stata molto utile per ricostruire la topografia dell’area e la natura dell’edificio.
I proprietari
Nessun elemento concreto ha fornito indicazioni sui proprietari della villa ma l’eccezionale qualità delle decorazioni indica senza dubbio una committenza di ceto elevato. I confronti stretti con le pitture degli edifici augustei del Palatino e la presenza di elementi figurativi tipici del repertorio augusteo, consentono di attribuire la proprietà della villa a un esponente della cerchia di Augusto, da identificare con la figura del generale Marco Vipsanio Agrippa.
Nella zona, per altro, Agrippa aveva anche altre proprietà e per collegare questa parte della città al quartiere del Campo Marzio, dove realizzò il programma edilizio di Augusto, costrui il Pons Agrippae nel 25 a. C. (Ponte Sisto). Egli avrebbe fatto costruire e decorare la villa, che probabilmente abitò, dopo il trionfo celebrato nel 29 a.C. per la battaglia di Azio, nella quale aveva svolto un ruolo fondamentale. Augusto consolidò il legame con Agrippa dandogli in sposa la propria figlia Giulia (25 a.C. )quando questa rimase vedova dopo la morte del giovane Marcello.
Le decorazioni parietali
La casa romana come luogo dell’otium
In seguito al contatto con il mondo greco, a partire dal Il sec. a.C., la cultura ellenistica si introdusse nelle abitudini dei romani, piegando gradualmente i modi della più rigida tradizione latina ai piaceri che l’arte greca era in grado di offrire.
Si diffuse così la moda di decorare gli interni delle abitazioni con pitture riche di riferimenti letterari e mitologici, che fungevano da stimolo per la conversazione colta.
La decorazione dipinta che, in quest’epoca, era riservata ai ceti più elevati, sottolineava nella casa i ruoli degli spazi destinati alla vita publica e alla vita privata: negli ambienti pubblici proprietario doveva rispettare la tradizione con soluzioni sobrie e senza ostentazione di lusso invece nelle stanze private, accessibili a pochi, come nel caso degli ambienti qui esposti, si poteva esprimere più liberamente.
Le decorazioni della Villa della Farnesina
Nella Villa della Farnesina l’insieme delle decorazioni, pitture, stucchi e mosaici è stato ideato come progetto unitario e realizzato da maestranze della massima abilità.
L’unico artista noto dalle fonti letterarie a cui potrebbe essere attribuito un progetto decorativo di tale livello è Studius (o Ludius), considerato inventore del genere di pittura con architetture, giardini e paesaggi, di gran moda nell’epoca augustea.
Le pitture
Insieme a quelle delle case di Augusto e Livia, dell’Aula Isiaca sul Palatino e della Villa di Livia a Prima Porta (in questo museo), le pitture della Farnesina sono fortemente innovative e di rottura rispetto al linguaggio stilistico dell’ultimo periodo della Repubblica, e si collocano nel periodo dell’ascesa politica di Ottaviano (tra il 36 e il 27 a. C.), con una possibile datazione tra il 30 e 20 a. C.
La tavolozza, ricca dei colori più brillanti e costosi, dà vita a un repertorio figurativo straordinariamente vario e fantasioso.
La composizione simula illusionisticamente strutture architettoniche, entro le quali si inseriscono quadri dipinti direttamente sulla parete, come a ricreare l’effetto di una pinacoteca.
Lo schema decorativo delle pareti si adattava alla funzione principale di ogni stanza: gli ambienti destinati alla sosta, come i cubicoli, erano infatti decorati con particolare cura e attenzione, per una contemplazione più lunga, quelli destinati invece al movimento, come i corridoi, erano più sobri e scanditi da elementi ripetitivi.
Gli stucchi
Le decorazioni a stucco dei soffitti hanno molti elementi in comune con l’ornato delle pareti dipinte. Delle tre stanze B, D ed E sono conservati numerosi frammenti appartenenti alla zona dell’anticamera, recuperati durante gli scavi nelle macerie che riempivano i vani, e pazientemente ricomposti e montati; non si ha alcuna notizia sulla volta della grande sala C, probabilmente non decorata.
Gli stucchi, completamente bianchi, furono eseguiti con stampi che contenevano le forme in negativo; le scene figurate erano fatte a mano libera.
Nei riquadri sono rappresentati episodi mitologici, paesaggi con architetture prospettiche, cerimonie sacre e piccole figure; come nelle pitture i temi rappresentati rimandano per lo più al mondo di Dioniso.
La tazza con corteo marino di Palazzo Massimo a roma è Tra i capolavori più affascinanti conservati a Palazzo Massimo, spicca una straordinaria tazza marmorea decorata con un fregio marino di rara eleganza. Rinvenuta nell’area del lungotevere in Sassia, probabilmente nei pressi degli antichi Horti di Agrippina, questa opera d’arte unisce raffinatezza tecnica, profondità mitologica…
Fonte: dai pannelli espositivi di Palazzo Massimo In un grande clipeo a squame bipartite bianche e nere è raffigurata Medusa, una delle tre Gorgoni. Il mostro con i capelli di serpente pietrificava chiunque la guardasse: Perseo riuscì a decapitarla grazie all’aiuto di Atena, alla quale l’eroe donò la testa tagliata che compare al centro dell’egida…
Il Discobolo Lancellotti, così chiamato dal nome della famiglia che lo possedeva, fu rinvenuto sull’Esquilino in un area appartenente agli Horti Lamiani, divenuti proprietà imperiale nella prima età giulio-claudia. La statua di età antonina, raffigura un atleta mentre sta per lanciare il disco ed è una delle migliori repliche del Discobolo di Mirone.L’atleta, nudo, con…
Fonte: “Museo Nazionale Romano”, Soprintendenza Archeologica di Roma, a cura di Adriano La Regina, edizioni Electa 2007 pagine 40,41 La statua raffigura Ermafiodito dormiente ed è stata trovata a Roma in un contesto privato. Il giovane, che usa il mantello come giaciglio, è rappresentato con la testa mollemente appoggiata sul braccio destro che le fa…
Il rilievo della Scuola degli Ingegneri di Roma fu realizzato nel 1905 e pubblicato nel 1906, utilizzando per la prima volta strumentazioni topografiche di notevole precisione. Nella pubblicazione del 1906, intitolata “La Villa Adriana. Guida e descrizione”, lo stesso Rodolfo Lanciani presenta questo rilievo, proprio perché fermamente convinto che la documentazione scientifica delle strutture archeologiche debba essere necessariamente supportata dal rilievo topografico eseguito con la massima precisione.
Il disegno planimetrico è redatto, in tutta la sua estensione, in scala 1:3000. La stessa planimetria è riportata in una scala più di dettaglio, al 500, ed è suddivisa quindi in tre parti. Il disegno riporta anche le curve di livello e ciò costituisce un elemento di assoluta novità: l’altimetria consentiva di effettuare nuove valutazioni circa la conoscenza del sito archeologico, in quanto permetteva di mettere in relazione la forma degli edifici con l’orografia del territorio. Il rilievo tuttavia non comprende alcune parti della Villa, come per esempio il cd. Odeon o la zona degli Inferi.
Indubbiamente la caratteristica di questo rilievo è l’essenzialità del segno grafico, ma è pur vero che questa connotazione è in qualche modo rispondente sia alla necessità di porre chiarezza, di creare cioè dei riferimenti certi ed essenziali, sia al fatto che nella realtà del contesto la gran parte degli edifici era prevalentemente nascosta dal terreno.
Un’altra considerazione degna di nota è che questo rilievo rappresenta una sorta di verifica topografica di tutte le planimetrie precedenti e si può tranquillamente affermare che nessun edificio del complesso archeologico si discosti sensibilmente dalla forma, dalla dimensione o dall’orientamento in base al quale è stato rappresentato nelle piante di Contini, Piranesi o Penna.
L’architetto Italo Gismondi realizzò il plastico di Villa Adriana in due occasioni: la prima fu rappresentata dalla Mostra Augustea della Romanità, avvenuta nel 1938, la seconda in concomitanza con alcuni lavori di sistemazione effettuati nella Villa stessa.
Sia il primo che il secondo plastico vennero realizzati in base al rilievo effettuato dalla Scuola degli Ingegneri di Roma.
La seconda versione, cioè quella conservata in questa stessa sala, fu realizzata nel 1956 ed è, rispetto alla prima, più aggiornata, in quanto rielabora una serie di acquisizioni che gli scavi realizzati in quegli anni avevano evidenziato.
L’utilità del plastico è rappresentata anche dal fatto che costituisce uno strumento di verifica ogni qual volta si intraprendono nuove indagini e si formulano nuove ipotesi ricostruttive circa le conoscenze dei complessi archeologici della Villa.
Nel 1905, la Scuola degli Ingegneri di Roma effettuò un rilievo topografico della Villa Adriana, pubblicato nel 1906, introducendo una rappresentazione in scale 1:3000 e 1:500. Questo lavoro ha verificato le planimetrie precedenti e ha facilitato nuove valutazioni archeologiche.
Nel museo, ricavato in alcuni ambienti della villa presso il Canopo, alcuni materiali provenienti dagli scavi ci aiutano nel compito ricostruttivo. La maggior parte delle sculture sono copie di originali famosissimi: le Cariatidi dell’Eretteo di Atene, l’Amazzone di Policleto, la Venere Cnidia di Prassitele, l’Amazzone di Fidia. Tali copie ci suggeriscono un altro aspetto della…
Hospitalia, come dice il nome stesso, era il complesso della Villa dedicato alle stanze per gli Ospiti. Era composto da un ampio corridoio su cui si apriva una doppia serie di cubicola (stanze da letto), in tutto dieci, disposti a forma di T, ciascuna stanza conteneva tre letti. Sappiamo con esattezza il numero dei letti…
Lucio Elio Aurelio Commodo, era figlio di Marco Aurelio e Faustina. Aveva un gemello Tito Aurelio Fulvio, che però morì all’età di 4 anni.
Fu nominato “Cesare”, quindi erede al trono, insieme al fratello Marco Annio Vero, più piccolo di lui di un anno circa. Marco Annio Vero morì nel 169 all’età di circa 7 anni, lasciando Commodo come unico erede. Con questa successione Marco Aurelio rompeva una tradizione che da tempo aveva portato fortuna all’impero: la pratica dell’adozione. Per molti commentatori contemporanei, la scelta di Marco Aurelio fu il suo unico errore.
Principe Commodo adolescente – Musei Capitolini
Subito dopo la morte del padre, il diciannovenne Commodo, pose fine alle guerre con i Marcomanni e con i Quadi e si affrettò a tornare a Roma, lasciando il fronte, nonostante il parere contrario di tutti i consiglieri di suo padre.
Per quanto Marco Aurelio fosse uno stoico, resistente alla fatica, incline alla benevolenza, forte nella volontà, capace di godere della ricchezza come di esserne privo, il figlio dedicò tutto se stesso ai piaceri che la vita a Roma poteva offrire. Sfoggiò la sua ricchezza, la sua eleganza e governò in maniera autoritaria, andando ben presto in contrasto con il Senato e l’aristocrazia.
Dopo soli due anni fu organizzata la prima congiura per ucciderlo. Come ci racconta Dione Cassio nella sua “Storia Romana” – “…Claudio Pompeiano tentò di ucciderlo: sguainando la spada in un andito angusto [dell’anfiteatro n.d.r.], disse: <<Ecco, questa te la manda il senato!>>. Costui si era fidanzato con la figlia di Lucilla ed aveva una relazione intima non solo con la fanciulla stessa, ma anche con la madre, ragion per cui aveva stretto un rapporto di famigliarità con Commodo tale da renderlo suo compagno di banchetti e di divertimenti giovanili. Lucilla, che non era affatto più saggia e più temperante del fratello Commodo, detestava suo marito[…]: perciò persuase il suddetto Pompeiano a tendere insidie a Commodo, e così non solo mandò in rovina il marito, ma ella stessa, dopo essere stata scoperta fu uccisa”. (pagine 199-201)
Sentendosi in pericolo, Commodo fece uccidere molte persone, perché sospettate, ma anche per invidia o per calcolo, come avvenne con i Quintili. L’imperatore instaurò così un clima di terrore e alla fine morì a causa di una nuova congiura.
L’aristocrazia ed il Senato lo avevano così in odio che ne decretarono la damnatiomemoriae.
Per quale motivo è famoso Commodo?
Le fonti ce lo presentano come un soggetto autoritario e sanguinario, paragonato ai peggiori imperatori quali Nerone, Caligola, Domiziano. I suoi eccessi e la sua megalomania non fanno però di lui un pazzo, dimostrò infatti grande lucidità e abilità nel conservare il potere per ben 12 anni, ingraziandosi il favore dell’esercito e del popolo con generosi donativi.
“Era infatti anche liberale, e spesso distribuì al popolo centoquaranta denari a testa, sebbene spendesse la maggior parte del denaro per gli spettacoli di cui ho parlato. Perciò, muovendo accuse sia contro donne sia contro uomini, ad alcuni dava la morte, ad altri vendeva la salvezza a prezzo del loro patrimonio.(3) Infine, ordinò che noi, le nostre mogli e i nostri figli pagassimo, nel giorno del suo compleanno, due monete d’oro ciascuno a titolo di una sorta di primizia, e che i senatori di tutte le altre città versassero cinque denari a testa. Né risparmiò alcunché di questi fondi, ma sperperò tutti malamente nelle cacce e nei combattimenti gladiatori.”
Il paragone con Nerone dipende anche dal fatto che Commodo osò fare ciò che il suo predecessore non riuscì, a seguito di un incendio, Commodo cambiò il nome a Roma.
“[Commodo] ordinò che Roma stessa venisse chiamata «Commodiana», le legioni «Commodiane» e «Commodiano» anche il giorno in cui erano stati votati questi decreti. Tra gli svariati titoli che si attribuì, ci fu anche quello di Ercole. Inoltre, diede a Roma i titoli di «immortale», «fortunata» e «colonia del mondo» (voleva, infatti, che apparisse come una sua colonia). (3) In suo onore fu eretta una statua d’oro di mille libbre che lo rappresentava con un toro ed una vacca, e infine tutti i mesi presero il nome da lui, disposti in quest’ordine: Amazonio, Invitto, Fortunato, Pio, Lucio, Elio, Aurelio, Commodo, Augusto, Erculeo, Romano, Esuperatorio. (4) Egli, mentre assumeva ora gli uni ora gli altri di questi titoli, applicò invece definitivamente a se stesso quelli di «Amazonio» ed «Esuperatorio, ad indicare che aveva superato di gran lunga tutti gli uomini in qualsiasi cosa: tale era la follia a cui era giunto quel poco di buono.”
Cosa pensavano i contemporanei di lui?
Cassio Dione, che visse a quel tempo, ce ne lascia una memoria molto negativa nel suo “Storia Romana” libro LXXII “Commodo non era malvagio per natura, era anzi ingenuo come tanti altri; tuttavia, la sua grande debolezza di carattere e la sua codardia lo rendevano succube delle persone che frequentava, dalle quali, inizialmente indotto a cattive consuetudini per ignoranza delle cose migliori, fu in seguito spinto a mutare la sua indole, che divenne violenta e sanguinaria. Tutto ciò, mi pare, Marco l’aveva chiaramente previsto. Commodo aveva dicannove anni quando morì suo padre, che gli lasciò molti tutori, tra i quali c’erano anche i migliori esponenti del senato; dopo aver rifiutato di dare ascolto ai consigli e ai suggerimenti di costoro e dopo aver concluso una tregua con i barbari, egli s’affrettò a tornare a Roma, poiché detestava la fatica e desiderava abbandonarsi alle mollezze della vita cittadina.”
Quale eredità ci ha lasciato Commodo?
Secondo alcuni storici, Commodo dilapidò le casse dell’impero nei suoi 12 anni al potere. Cassio Dione: “Commodo dedicava tutto il suo tempo ai piaceri e rivolgeva i suoi interessi alle corse dei cocchi, senza minimamente curarsi delle enormi responsabilità che il potere imperiale richiedeva; in ogni caso, anche se vi si fosse dedicato seriamente, non sarebbe stato comunque in grado di farvi fronte a causa della sua indolenza e della sua inettitudine. Commodo […] trascorreva la maggior parte della vita dedicandosi ai divertimenti, ai cavalli e ai combattimenti di bestie feroci e di uomini. Infatti, oltre ai delitti che commetteva in casa sua, faceva spesso uccidere in pubblico un gran numero di uomini e di animali selvatici: egli solo con le sue mani ammazzò in una volta sola cinque ippopotami e, in due giorni consecutivi, due elefanti; inoltre, uccise dei rinoceronti e una giraffa.”
Commodo non rivolse quindi l’attenzione verso la città, si limitò a cambiare i nomi ai monumenti più importanti e nei primi anni del suo regno, a celebrare la memoria di suo padre: concluse i lavori per la famosissima statua equestre di Marco Aurelio e commissionò la colonna Antonina.
Molte statue vennero erette in suo onore, molto spesso rappresentato come Ercole, ma solo pochissime sono pervenute a noi a causa della damnatio memoriae che subì dopo la morte.
Questa condanna del Senato durò poco in realtà, i senatori alla morte volevano trascinarne il corpo per la città con un gancio e gettarlo nel fiume, ma Pertinate riuscì a salvare la salma e a seppelirla insieme alla famiglia degli antonini all’interno del Mausoleo di Adriano (oggi Castel Sant’Angelo).
Fu Settimio Severo, nel tentativo di confermare il suo potere, a riabilitarne la figura, decretando l’apoteosi di Commodo.
Busto dell’imperatore Commodo, Musei Vaticani
Lucius Aelius Aurelius Commodus (31 agosto 161 d.C.) nasce a Lanuvium antica città del Lazio
Imperatore romano dal 17 marzo 180 d.C. al 31 dicembre 192 d.C. Durata del Regno: 13 anni
Predecessore: Marco Aurelio Successore: Pertinace Dinastia: Antonina
Come è morto Commodo? Strangolato per ordine del Senato
Cronologia: 161 d.C. – 31 agosto – nasce a Lanuvium, nel Lazio. Suo padre era l’imperatore Marco Aurelio e sua madre Faustina, figlia dell’imperatore Antonino Pio. Commodo aveva un gemello Tito Aurelio Fulvio Antonino, che morì nel 165.
166 d.C. – 12 ottobre Commodo fu nominato Cesare insieme al fratello minore, Marco Annio Vero Cesare; quest’ultimo morì nel 169, perciò l’unico figlio superstite rimase Lucio Aurelio Commodo.
177 d.C. – Marco Aurelio associa Commodo al suo potere, in qualità di imperatore
180 d.C. – 17 marzo, morte di Marco Aurelio. Commodo rimane l’unico imperatore di Roma
182 d.C. – sopravvive ad una congiura che vede tra i mandanti anche la sorella Lucilla.
190 d.C. – cambia il nome di Roma in “Colonia Commodiana” e si proclama “Ercole Romano”
192 d.C. – 31 dicembre Commodo viene assassinato da il suo ex maestro di lotta Narcisso, con la complicità della sua concubina preferita Marcia.
Lo sapevi che l’acqua della fontana di Trevi viene dall’acquedotto Vergine?
Degli undici acquedotti costruiti dagli antichi Romani, quello Vergine è l’unico ancora in funzione. Un vero record, se si pensa che è stato inaugurato nel 19 a.C. da Agrippa, che lo aveva realizzato per alimentare le sue terme monumentali nei pressi del Pantheon.
Alla ricerca di nuova acqua, Agrippa spinge i suoi soldati nella zona dell’attuale Salone (vicino a Lunghezza), dove grazie all’aiuto di una giovane ragazza scopre la sorgente.
In memoria della giovane (o per la purezza dell’acqua), la nuova opera prende il nome di acquedotto Vergine (Aqua Virgo). È giunto praticamente intatto fino a oggi perché il suo percorso è quasi completamente sotterraneo, difficile da attaccare per i nemici di Roma.
I Romani superarono davvero loro stessi in questa opera idraulica: con una lunghezza di quasi 20 chilometri, l’acqua scorre a una pendenza massima di 30 centimetri per chilometro.
Dalla sorgente alla mostra c’è un dislivello di soli 6 metri. E non è il solo primato di questa struttura. Non si è ancora ben capito il motivo per cui, giunto in prossimità delle mura severiane, l’acquedotto giri verso nord, attraversi la Tiburtina, la Nomentana e in corrispondenza della Salaria entri in città per attraversare i Parioli (dove raggiunge la profondità massima a 43 metri sottoterra) e mostrarsi nella fontana della Barcaccia in piazza di Spagna.
Da quel punto, tante sono le fontane alimentate dall’Acqua Vergine: la fontana di Trevi, il Bottino di via Lata, la Scrofa (oggi secca), la fontana del Pantheon e infine la fontana dei Fiumi di piazza Navona. Un percorso monumentale eccezionale, che ancora oggi si serve dell’acqua romana.
La struttura, che i più coraggiosi possono percorrere per un breve tratto scendendo da Trinità dei Monti, si presenta come un tunnel rivestito di cocciopesto, su cui si aprono a intervalli regolari dei pozzi che raggiungono la superficie. In questi punti spesso il tracciato dell’acquedotto vira leggermente, per rallentare il corso dell’acqua. Si tratta di pozzi di ispezione, utili a controllare lo stato della struttura e raccogliere sedimenti che l’acqua porta con sé.
Oggi esistono due modi per esplorare questo monumentale acquedotto: un sistema più avventuroso passa da una scala a chiocciola rinascimentale cui si accede nei pressi di villa Medici; quello più facile invece offre la possibilità di ammirare delle arcate in marmo nei pressi della fontana di Trevi. Risalgono a un restauro voluto dall’imperatore Claudio, su cui poi è intervenuto Sisto IV, come ben testimonia lo stemma della famiglia Della Rovere. In entrambi i siti, si coglie chiaramente la meraviglia di un’opera che funziona da oltre duemila anni e non ha alcuna intenzione di smettere.
Fonte: 99 Luoghi segreti di Roma – Costantino D’Orazio – Mondadori Editore – edizione 2022 – pagine 252-253
L’acquedotto Vergine, costruito nel 19 a.C., è l’unico acquedotto romano ancora attivo. Con una lunghezza di quasi 20 chilometri, fornisce acqua alla fontana di Trevi e ad altre fontane di Roma, testimonianza della straordinaria ingegneria…
Sotto Piazza Navona giace lo stadio di Domiziano, costruito nell’86 d.C. per ospitare i giochi greci. L’Agon Capitolinus combinava sport e arte, ma era meno popolare degli anfiteatri. Oggi, resti antichi si integrano nell’urbanistica moderna.
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Scopri come accedere: Il permesso, difficile da ottenere per visitare l’acquedotto attraverso la “chiocciola” va chiesto all’ACEA chiamando il numero 06/57991. Più facile è visitare il sito gestito dalla Soprintendenza di Roma – chiamando allo 060608 – tutte le informazioni qui – https://www.sovraintendenzaroma.it/i_luoghi/roma_antica/monumenti/acquedotto_vergine
Un altro viaggio sotto la Fontana di Trevi si può fare visitando La Città dell’Acqua – Vicus Caprarius – info qui https://www.vicuscaprarius.com/