RAFFAELLO SANZIO (Urbino 1483 – Roma 1520) La Fornarina – 1520 ca – Olio su tavola, 87 x 63 cm Provenienza: Collezione Barberini, 1936
Della Fornarina Flaubert scrisse sbrigativamente: “Era una bella donna, inutile saperne di più”.
I giudizi sulla bellezza sono spesso variabili, ma gli storici si sono invece sforzati di sapere il più possibile della sfuggente identità della modella che posò per Raffaello, “persona molto amorosa et affezionata alle donne”, secondo Vasari, e in particolare a una “amata sua”, che egli avrebbe ritratto tra le altre. Tuttavia, di questa “Fornarina”, battezzata così solo nel XVIII secolo, si continua a sapere poco, forse anche perché il pittore non ha voluto dirci di più.
Raffaello è piuttosto interessato a sfruttare – per superarle – le convenzioni della ritrattistica femminile del suo tempo. Vediamo una donna qualunque, non una Venere o qualche altra divinità o personificazione, eppure la sua anonima individualità celebra in realtà, quasi per sostituzione vicaria, l’identità dello stesso pittore, nel duplice ruolo di artefice, che firma a chiare lettere la sua “creatura”, e di committente di sé stesso.
Raffaello sa che “ogni dipintore dipinge sé”, e se la Fornarina è il ritratto dell’amata, essa è pure l’immagine dell’amante, il quale per primo – come ricordavano letterati e filosofi del Cinquecento – è il ritratto della cosa ch’egli ama”. Che poi l’artista sia riuscito a creare in una sola opera un ritratto e un autoritratto è frutto di quella dissimulata sprezzatura allora teorizzata da Baldassarre Castiglione nel Cortegiano (1528). In fondo, ancora alla Fornarina avrebbe potuto pensare Flaubert quando esclamò: “Madame Bovary c’est moi”. Inutile chiedere di più.
Fonte: “Museo Nazionale Romano”, Soprintendenza Archeologica di Roma, a cura di Adriano La Regina, edizioni Electa 2007 pagina 42
Palazzo Barberini Indirizzo: via delle Quattro Fontane 13 – 00184 Roma
Palazzo Barberini fa parte delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini Galleria Corsini: via della Lungara 10, 00165 Roma
Il ritratto “Giovane con Turbante” a Palazzo Barberini è erroneamente attribuito a Guido Reni e non rappresenta Beatrice Cenci. La figura, simbolo di una tragica storia, ha ispirato autori romantici. Attualmente, l’opera è ritenuta di Ginevra Cantofoli, circondata da dubbi sull’attribuzione e sul soggetto ritratto.
L’opera “Davide con la testa Golia” di Gian Lorenzo Bernini, realizzata negli esordi della sua carriera, è un autoritratto che cattura la determinazione del giovane eroe biblico. La sconfitta di Golia simboleggia il peccato, mentre Davide emerge con straordinaria bellezza e virtù, esaltato da un’illuminazione intensamente concentrata.
Il ritratto di papa Urbano VIII, realizzato da Gian Lorenzo Bernini tra il 1631 e il 1632, rappresenta il pontefice con un volto luminoso e accogliente. La scelta del nome “Urbano” rifletteva il desiderio di incarnare valori di gentilezza e moderazione, trasformando l’immagine in un’icona di condotta ideale.
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San Giovanni Battista 1603-1606 Olio su tela, 97 x 133 cm – Provenienza: Collezione Corsini di Roma, 1883 MICHELANGELO MERISI, detto CARAVAGGIO (Milano 1571 – Porto Ercole 1610) Palazzo Barberini Roma
San Giovanni Battista domina il proscenio del dipinto; la figura è modellata dalla luce e percorsa da un forte dinamismo, costruito sul contrapposto tra gambe e braccia e sottolineato dalla torsione di spalle e volto.
Lo sguardo, in ombra, volge lontano, ben oltre lo spazio pittorico, quasi prefigurando il tempo a venire. Merisi rappresenta qui san Giovanni nel deserto, un episodio non riferito nei Vangeli, e in particolare il momento nascente della sua vocazione, quando il giovane eremita prende coscienza della propria futura missione di predicatore e la accoglie intimamente.
Nello scarno paesaggio appaiono oggetti emblematici: la ciotola e la croce di canna su cui egli quasi si appoggia, i sassi e il tronco cavo dello sfondo, che enfatizzano la dimensione ascetica del momento e al tempo stesso anticipano il destino profetico.
Fonte: Pannelli espositivi presso Palazzo Barberini
Palazzo Barberini Indirizzo: via delle Quattro Fontane 13 – 00184 Roma
Palazzo Barberini fa parte delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini Galleria Corsini: via della Lungara 10, 00165 Roma
Lo scalone ovale del Palazzo Barberini, progettato per il cardinal Francesco Barberini, presenta colonne doriche e una struttura ellittica. L’opera, influenzata da Ottaviano Mascherino, riflette le innovazioni di Borromini, nonostante le tensioni con Bernini. Un esempio di architettura che ha avuto un impatto duraturo sulla cultura architettonica.
Il ritratto di un giovane gentiluomo anonimo di Bartolomeo Veneto, realizzato tra il 1515 e il 1520, incarna i valori del gentiluomo moderno. Espone simboli di distinzione e virtù, come una spada e una medaglia, riflettendo un equilibrio tra cultura raffinata e antichi ideali cavallereschi. È ospitato a Palazzo Barberini, Roma.
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Giuditta decapita Oloferne Roma Palazzo Barberini MICHELANGELO MERISI, DETTO CARAVAGGIO (Milano 1571 – Porto Ercole 1610)
Scoperto, quasi casualmente nel 1950 e acquisito dalla Galleria Nazionale nel 1971, il dipinto fu realizzato per il patrizio e banchiere genovese Ottavio Costa (1554-1639), tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, quando il Costa risiedeva stabilmente a Roma. La tela raffigura l’uccisione del generale assiro Oloferne da parte di Giuditta, così come viene narrata nel libro biblico a lei dedicato (Giuditta, 13 9-10)
Il pittore ha fissato in immagine il momento culminante dell’azione drammatica, ma nello stesso tempo ne ha dilatato la durata, rappresentando un paradossale istante congelato e interminabile. La cruenta rappresentazione caravaggesca anticipa quella che sarà un’ossessione della pittura e del teatro seicentesco, dalla riscoperta delle tragedie di Seneca al dramma elisabettiane: lo spasimo della morte.
Fonte: Pannelli espositivi Palazzo Barberini
Palazzo Barberini Indirizzo: via delle Quattro Fontane 13 – 00184 Roma
Palazzo Barberini fa parte delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini Galleria Corsini: via della Lungara 10, 00165 Roma
Il ritratto di Stefano IV Colonna, realizzato da Bronzino nel 1546, enfatizza l’armatura del condottiero, simbolo della sua identità e delle sue imprese militari. Commissionato poco prima della morte di Colonna, il dipinto ha anche una funzione commemorativa, celebrando le sue glorie e il suo onore nella società rinascimentale.
Il dipinto “Narciso” di Caravaggio, attribuito da Roberto Longhi, rappresenta un’interazione tra mitologia e modernità, esprimendo un’adorazione di Narciso per la propria immagine. La composizione verticale e le influenze stilistiche lombarde evidenziano la bellezza e l’anelito del giovane, immerso in un contesto classico e quotidiano romano.
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PIERO DI LORENZO UBALDINI, detto PIERO DI COSIMO (Firenze 1462 – 1522) Maria Maddalena 1495-1500 Tempera su tavola, 72,5 x 56 cm Provenienza: Dono Giovanni Barracco, 1907 PALAZZO BARBERINI
Con spiccata indole meditativa, il pittore “ritrae” Maddalena non già come anacoreta penitente, ma come devota colta ed elegante. Modello, se non ritratto ideale, di una condotta da imitarsi nella domestica quotidianità della compunzione e della lettura. I lunghi capelli dorati e il vasetto sul davanzale ricordano il gesto evangelico della “mirofora” che unse umilmente i piedi di Cristo nella cena di Betania (Gv 12, 1-8), perfetto esempio di fede cristallina. Come cristallino è il nitore dell’immagine, che se non coglie le fattezze reali di una precisa persona, aspira però a farsi ritratto “normativo”, come uno speculum virtutis, in cui ci si specchia non per compiacersi di come si è, ma per riflettere su come si dovrebbe essere. E se di una peccatrice si tratta, i suoi peccati sono consegnati al silenzio segreto di un’intima preghiera che non sta a noi giudicare.
Fonte: Pannelli espositivi del museo
Palazzo Barberini Indirizzo: via delle Quattro Fontane 13 – 00184 Roma
Palazzo Barberini fa parte delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini Galleria Corsini: via della Lungara 10, 00165 Roma
La Fornarina, 1520 opera di Raffaello Sanzio. Non sappiamo quasi nulla sull’identità della donna ritratta, tranne che fosse amata dal pittore. Non vediamo qui una Venere o una divinità, ma una donna con la sua individualità e quel qualcosa in più che la rende unica, appunto l’amore del pittore.
Il dipinto “San Giovanni Battista” di Caravaggio, realizzato tra il 1603 e il 1606, rappresenta il santo nel deserto mentre riflette sulla sua vocazione. La figura è animata, con un uso drammatico della luce. Oggetti simbolici nel paesaggio evidenziano la sua dimensione ascetica e il destino profetico.
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GUIDO CAGNACCI (Sant’Arcangelo di Romagna 1601 – Vienna 1663) Maria Maddalena Roma Palazzo Barberini 1626-1627 Olio su tela, 86 x 72 cm Provenienza: Collezione Torlonia, 1892
Cagnacci mostra qui la sua precoce passione per la rappresentazione, spesso languida e seducen-te, delle figure femminili. Quella di Maddalena si inscrive in realtà in una secolare tradizione icono-grafica. La donna, rifugiatasi in una grotta della Provenza, rinuncia ai piaceri mondani e conduce vita eremitica. Accanto tiene la croce, il vasetto di nardo con cui ha unto i piedi di Cristo alla cena di Betania e, tra le mani, il teschio del memento mori e il flagello con cui castiga la propria carne. Il deliquio della santa, tuttavia, che si tratti di estasi mistica o degli effetti delle privazioni ascetiche, non impedisce al pittore di esercitare – e suggerire uno sguardo che non sembra improntato a rigorosa penitenza, così come il corpo della donna non mostra affatto i segni visibili della mortificazione.
Fonte: Pannelli espositivi del museo
Palazzo Barberini Indirizzo: via delle Quattro Fontane 13 – 00184 Roma
Palazzo Barberini fa parte delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini Galleria Corsini: via della Lungara 10, 00165 Roma
Il dipinto “Giuditta decapita Oloferne” di Caravaggio, realizzato per Ottavio Costa tra XVI e XVII secolo, rappresenta il momento culminante nell’omicidio del generale assiro, come descritto nel libro biblico di Giuditta. La sua intensa rappresentazione anticipa temi drammatici della pittura e del teatro seicentesco, esplorando il spasimo della morte.
Piero di Lorenzo Ubalchini, noto come Piero di Cosimo, realizza un’opera intitolata “Maria Maddalena” tra il 1495 e il 1500. L’immagine ritrae una Maddalena elegante e colta, simbolo di devozione. L’opera invita a riflettere sui valori della fede e dell’introspezione, piuttosto che sul giudizio dei peccati altrui.
Guido Cagnacci, nato nel 1601 a Sant’Arcangelo di Romagna e morto a Vienna nel 1663, dipinse “Maria Maddalena” tra il 1626 e il 1627. Quest’opera, conservata al Palazzo Barberini, riflette la sua inclinazione per figure femminili sensuali, pur mantenendo elementi di un’iconografia tradizionale legata alla penitenza e all’ascesi.
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HANS HOLBEIN IL GIOVANE, (Augsburg 1497 – Londra 1543) Ritratto di Enrico VIII -Roma Palazzo Barberini
Olio su tavola, 88,5 x 74,5 cm Provenienza: Collezione Torlonia, 1892
Ritratto di stato per eccellenza, l’invenzione di Holbein rappresenta l’immagine assoluta del sovrano. Tutto è cerimoniale: dall’araldica frontalità della figura alle lettere dorate allo sguardo impassibile di Sua Maestà che fissa l’osservatore al suo cospetto. Quello di Enrico VIII non è solo il ritratto del corpo fisico del re, ma anche l’effigie quasi sacrale del suo “corpo politico”, secondo la dottrina teo-logico-giuridica che teorizzava la duplice natura della sovranità. Il prototipo del ritratto Barberini è il dipinto ufficiale che lo stesso Holbein aveva realizzato nel 1536 nel palazzo di Whitehall a Londra. Ma qui la replica non implica diminuzione, quanto piuttosto moltiplicazione o emanazione, per le quali il re è “realmente” presente dove sono presenti le sue icone rituali, persino quando il suo corpo fisico non c’è o non c’è più.
Fonte: Pannelli espositivi del museo
Palazzo Barberini Indirizzo: via delle Quattro Fontane 13 – 00184 Roma
Palazzo Barberini fa parte delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini Galleria Corsini: via della Lungara 10, 00165 Roma
Il ritratto di Enrico VIII, realizzato da Hans Holbein il Giovane, è un’opera che incarna la figura del sovrano in modo cerimoniale, evidenziando la sua duplice natura di corpo fisico e corpo politico. Commissionato nel 1536, l’opera è conservata al Palazzo Barberini di Roma e rappresenta una presenza iconica del re.
Il Teatro presenta una struttura architettonica di stampo neoclassico, che caratterizza soprattutto il prospetto settentrionale, e due spazi che movimentano il prospetto meridionale aperto verso il parco. Le due serre, diverse per tipologia e forma, destinati a serra per piante esotiche vedono l’uso abbinato del ferro e della ghisa, secondo modalità all’epoca innovative. Addossato lungo il prospetto meridionale dell’edificio vi è un Portico Serra con ampie vetrate che conservano ancora le originali vasche in peperino al centro del pavimento, utilizzato allora come oggi, per l’esposizione e la conservazione delle piante. Nelle nicchie lungo le pareti vi erano statue in gesso di musicisti e commediografi, purtroppo scomparse.
Nel restauro è stato ripristinata la partitura geometrica delle volte, nei delicati toni del verde e del rosa. All’esterno dell’edificio, ad un livello più basso ma sempre a scandire il prospetto meridionale, vi è la Serra bassa, in vetro e ghisa con a terra elaborate griglie per il passaggio dell’aria calda prodotta dai caloriferi sottostanti. Vi compaiono disegni a girali e palmette che incorniciano gli stemmi delle famiglie Torlonia e Colonna.
Nel 1978 Villa Torlonia viene aperta al pubblico alla presenza del Sindaco Giulio Carlo Argan e dell’ Assessore alla Cultura Renato Nicolino dopo un lungo procedimento legale per la sua acquisizione all’uso pubblico.
Tutti gli edifici ed il parco della villa si trovavano in uno stato di grave abbandono e di degrado; dopo la morte di Giovanni Torlonia jr (1938) e la fuga della famiglia Mussolini (1943), la Villa era stata requisita e occupata dal comando anglo-americano fino al 1947, con conseguenti gravi devastazioni. Restituita agli eredi nel 1948, la villa non fu più oggetto di investimenti l da parte della familia Tortonia che si limitò ad effettuare solo interventi di messa in sicurezza. Le foto documentano lo stato in cui si trovava il Teatro all’indomani dell’acquisizione da parte del Comune di Roma 1978-1980.
Ottaviano Augusto, noto anche come Gaio Giulio Cesare Ottaviano, è stato il primo imperatore romano. Il suo principato ha avuto il privilegio di durare più a lungo di qualsiasi altro, Augusto regnò per 41 anni dal 27 a.C. al 14 d.C.
Nato Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (in latino Gaius Iulius Caesar Octavianus Augustus) il 23 settembre 63 a.C., è stato il primo imperatore romano e uno dei personaggi più influenti della storia di Roma.
Dopo l’assassinio di suo prozio Cesare, che lo aveva designato come suo erede, si alleò con Marco Antonio e Lepido, formando un triumvirato per sconfiggere i cesaricidi. Dopo aver eliminato i suoi rivali nel 42 a.C. nella battaglia di Filippi, Ottaviano divenne il leader indiscusso di Roma e nel 27 a.C. quando il Senato gli conferì il titolo di “Augusto”, segnando l’inizio del Principato e dell’Impero Romano.
Durante il suo regno, Ottaviano Augusto implementò numerose riforme politiche, militari e sociali che stabilizzarono e rafforzarono l’impero.
Per quale motivo è famoso Augusto?
Ottaviano Augusto è stato il primo imperatore di Roma. La sua straordinaria abilità politica gli permise di completare quel cambiamento epocale che Cesare non era stato in grado di concludere: il passaggio da una forma di governo repubblicana ad un principato. Ottaviano, riuscì a cambiare tutte le istituzioni in maniera autoritaria, senza che il Senato si sentisse minacciato nel suo potere. In questo modo Roma continuò a percepire se stessa come una Repubblica, quando di fatto si era trasformata in un Impero. La lungimiranza politica di Augusto gli permise di attuare tutte quelle riforme che posero le basi per la durata dell’impero. La sua fama è giustamente legata alla sua capacità di mantenere la pace e quindi la prosperità. Grazie alla stabilità che le sue riforme apportarono, l’impero potè godere di una pace lunga ben 200 anni.
Cosa pensavano i contemporanei di lui?
Sul conto del giovane Ottaviano, giravano molte maldicenze che ne facevano un personaggio ambiguo, capace di guadagnare i favori di Cesare con condotte non lecite. Quando ottenne il potere e assicurò la pace a Roma, venne molto amato sia dal popolo che dal Senato come ci racconta Svetonio:
“Tutti, per un improvviso e perfetto accordo, gli attribuirono il titolo di « padre della patria»: dapprima fu la plebe che glielo tributò, inviandogli una delegazione ad Anzio, poi, poiché lo rifiutava, tornò alla carica una folla considerevole, coronata di lauro, mentre entrava allo spettacolo in Roma; infine fu la volta del Senato in curia, non sotto forma di decreto o di acclamazione, ma per bocca di Valerio Messala che, a nome di tutti, gli disse: « Le mie parole siano un presagio di bene e di felicità per te e per la tua famiglia, Cesare Augusto! Così noi crediamo di invocare eterna prosperità e gioia perenne per lo Stato: il Senato, con il consenso del popolo romano, ti saluta ‹ padre della patria›». A lui Augusto, con le lacrime agli occhi, cosi rispose (le riporto testualmente, come già per Messala): « Avendo ottenuto la realizzazione dei miei voti, padri coscritti, che cosa altro posso chiedere agli dei immortali se non che mi sia consentito di vedere questo vostro accordo conservarsi fino all’ultimo giorno della mia vita? ».
Fonte: Svetonio, Vita dei Cesari, 58
Quale eredità ci ha lasciato Augusto?
Durante il suo regno, Augusto inaugurò un periodo di pace e stabilità noto come Pax Romana, che durò circa 200 anni.
Questo periodo fu caratterizzato da prosperità economica, espansione territoriale e sviluppo culturale. Augusto implementò numerose riforme che rafforzarono l’amministrazione dell’Impero. Riorganizzò l’esercito, migliorò il sistema fiscale e sviluppò infrastrutture come strade, acquedotti e edifici pubblici. Fu abile nell’uso della propaganda per consolidare il suo potere. Commissionò opere d’arte e monumenti che celebravano le sue vittorie e il suo ruolo di pacificatore e restauratore della grandezza romana.
Sotto il suo regno, Roma divenne un centro culturale di primo piano. Augusto fu un patrono delle arti e della letteratura, sostenendo poeti come Virgilio e Orazio.
Diede inoltre l’impulso alla costruzione di grandiosi monumenti che ancora oggi rendono Roma una città unica al mondo: il foro di Marte Ultore, il foro di Augusto, il tempio di Apollo sul Palatino, il Pantheon progettato da Agrippa, l’ara Pacis, il portico di Ottavia, il teatro di Marcello e il suo Mausoleo.
Ritratto di Augusto, subito dopo la Battaglia di Azio, Musei Capitolini di Roma
Gaius Octavius Thurinus(23 Settembre 63 a.C.) nasce a Roma
Imperatore romano dal 16 gennaio 27 a.C. al 19 agosto 14 d.C. Durata del Regno: 41 anni
Cronologia: 63 a.C. – 23 settembre – nasce a Roma con il nome di Gaio Ottavio. Il padre, chiamato anche lui Gaio Ottavio, discende da una ricca famiglia di Velletri e la madre, Azia Balba Cesonia, è figlia di Giulia – sorella di Giulio Cesare.
15 marzo 44 a.C. – Assassinio di Cesare. Nello stesso anno, a soli 19 anni, quando il testamento di Giulio Cesare viene letto pubblicamente, Augusto scopre di essere stato adottato dal suo prozio che lo rende erede della sua fortuna e lo designa come suo successore.
43 a.C. – Ottaviano tornato a Roma, si allea alla fine con Marco Antonio e Marco Emilio Lepido, formando un triumvirato. Ad ottobre dello stesso anno, sconfiggono Bruto e Cassio nella battaglia di Filippi.
Nel 40 a.C. vengono firmati gli accordi di Brindisi che spartiscono il controllo dei territori tra i trinviri. Ad Antonio spetta l’Oriente, a Lepido l’Africa, mentre Ottaviano Augusto governa in Occidente.
31 a.C.battaglia navale di Azio: la flotta di Augusto, comandata da Agrippa, sconfigge le navi di Antonio e di sua moglie Cleopatra, potente regina d’Egitto.
16 gennaio 27 a.C. Ottaviano, solo al potere, viene nominato “Augusto”.
25 a.C. matrimonio di Giulia, figlia di Augusto con il cugino Marcello, figlio di Ottavia
23 a.C. Augusto riceve la carica che segna indiscutibilmente l’inizio del potere imperiale: la tribunicia potestas a vita, questa è la vera base costituzionale del potere imperiale. Comportava infatti l’inviolabilità della persona e il diritto di intervenire in tutti i rami della pubblica amministrazione. Morte di Marcello.
23 a.C. Augusto concede in sposa ad Agrippa, sua figlia Giulia, dall’unione nascono due figli Lucio e Gaio, entrambi designati alla successione e adottati da Augusto.
12 a.C. Marco Vipsanio Agrippa muore prematuramente
Nel 2 d.C. muore l’erede Lucio e nel 4 d.C. muore anche il fratello Gaio
Il 19 agosto 14 d.C. Augusto muore a Nola, lasciando come erede il figlio di Livia, Tiberio. L’ultimo giorno della sua vita, chiese uno specchio, si fece sistemare i capelli e, chiamati i suoi amici, chiese loro se avesse ben recitato la commedia della vita, aggiungendo la tradizionale formula conclusiva: «Se la commedia è stata di vostro gradimento, applaudite e tutti insieme manifestate la vostra gioia.» Li congedò tutti e improvvisamente spirò tra le braccia di Livia, dicendole: «Livia, vivi nel ricordo del nostro matrimonio, e addio!» Svetonio, Augustus, 99
Livia Drusilla, prima imperatrice romana e moglie di Augusto, fu una figura chiave della storia di Roma. Nata in una famiglia nobile, esercitò notevole influenza politica, sostenendo il figlio Tiberio e orchestrando intrighi per consolidarne il potere.
Agrippina Maggiore, figlia di Marco Vipsanio Agrippa e Giulia, sposò Germanico e ebbe nove figli, tra cui Caligola e Agrippina Minore. Celebre per il suo coraggio, divenne bersaglio della gelosia di Tiberio. Dopo la morte di Germanico, fu esiliata a Ventotene, subendo gravi maltrattamenti fino alla morte per digiuno.
Michelangelo Merisi nacque a Milano il 29 settembre 1571, ed ebbe il nome dall’arcangelo Michele che veniva festeggiato quel giorno. I suoi genitori, Fermo Merisi e Lucia Aratori, appartenevano al ramo cadetto dei marchesi di Caravaggio, una piccola cittadina a pochi chilometri da Milano. La sua era una famiglia benestante che poteva godere di proprietà e di rendite. Queste entrate permisero al giovane Michelangelo di studiare e di mantenersi a Roma nei primi tempi, quando era ancora un pittore sconosciuto.
Nel 1577, dopo la morte del padre e del fratello a causa della peste, la famiglia si trasferì a Caravaggio da Milano.
Nel 1584 venne mandato dalla madre, all’età di circa 12-13 anni, a bottega dal pittore Simone Peterzano, vi rimase fino al 1588. Nel 1592, dopo aver venduto le proprietà ereditate alla morte della madre, partì per Roma.
In quel periodo Roma era in fermento e pullulava di artisti che dovevano con la loro opera contribuire all’affermazione della Controriforma che stava portando avanti la Chiesa. I primi anni per Caravaggio furono molto duri, in povertà e malato, fu costretto a ricoverarsi presso l’ospedale dei poveri.
Caravaggio, tramite amicizie nel 1593 riuscì ad entrare a bottega dall’artista che riscuoteva allora maggior successo: Giuseppe Cesari, detto Cavalier d’Arpino.
Caravaggio fu applicato a dipinger fiori e frutti, relegato all’esecuzione di un unico aspetto della rappresentazione. Ma un artista di talento riesce sempre ad emergere e Caravaggio, che aveva imparato già dai pittori lombardi, l’importanza di una pittura fedele al vero, riuscì a trasformare un genere ritenuto “basso” in una forma di espressione artistica altissima.
Alcune sue opere, realizzate nella bottega del Cavalier d’Arpino (come il giovane che monda un frutto o il bacchino malato) ebbero un certo successo e spinsero nel 1594 Caravaggio a lasciare il potente pittore per cercar fortuna da solo. Si scontrò con la difficoltà del mercato e fu costretto a vendere per pochi scudi le sue opere. Ma realizzò due tele che lo resero famoso “La buona ventura” e “I bari” e riuscì ad entrare nel palazzo del Cardinale Del Monte. Il cardinale era un’aristocratico colto che amava circondarsi dei più grandi ingegni del suo tempo: uno dei frequentatori abituali del suo palazzo era Galileo Galilei. In questo ambiente Caravaggio si nutrì di nuovi stimoli e poté godere di committenti importanti come Vincenzo Giustiniani, Tommaso Cerasi, Scipione Borghese. Nel maggio 1606, partecipando ad una rissa, Caravaggio uccide Ranuccio Tomassoni, Michelangelo scappò, con l’aiuto delle famiglia Colonna e venne condannato a morte in contumacia. Scappò a Napoli, una città che a quel tempo era tre volte più grande di Roma. Scappò nel 1607 anche a Malta, accolto dai Cavalieri, un ordine religioso che accoglieva i giovani nobili più turbolenti e scapestrati restituendo loro una sorta di immunità.
Caravaggio fu fatto cavaliere il 14 luglio 1608, pur non essendo nobile, la nomina era stata concessa per meriti e non per nascita. Tutto sembrava volgere per il meglio, e Caravaggio, riabilitato, avrebbe potuto chiedere al Papa la grazia, ma fu coinvolto nuovamente in qualche evento delittuoso e a ottobre di quello stesso anno fu arrestato e gettato nella guva. La guva era una fossa scavata nella roccia profonda tre metri. Non ci sono dettagli in merito al motivo dell’arresto, se non un documento dove viene definito “putridum et foetidum”. Qualcuno lo aiutò ad evadere e Caravaggio si diresse verso Siracusa, poi Messina, Palermo e ancora Napoli. Nel 1610 papa Paolo V gli concesse la grazia. Caravaggio partì da Napoli per raggiugere Roma, ma morì colto da febbre, a Porto Ercole. Non ci sono molte notizie in merito ed il corpo non venne mai trovato. Recentemente gli studiosi dichiararono di aver trovato le ossa, mentre il professor Vincenzo Pacelli sostiene che Caravaggio non morì a Porto Ercole, ma a Palo Laziale.
Per quale motivo è famoso Caravaggio?
Caravaggio “Inventa per la luce una funzione strutturale del tutto nuova, quasi un “terzo elemento” accanto al disegno e al colore (Longhi ne paragona l’importanza alla scoperta della prospettiva quattrocentesca), a una nuova emotività dei rapporti spaziali […]”
Fonte: “Caravaggio” volume I della collana “I classici dell’arte ” pubblicato da Rizzoli, Skira per il Corriere della Sera, ed. 2003, pagina 14 del saggio di Renato Guttuso.
Caravaggio impronta la sua rivoluzione cercando nella rappresentazione oggettiva della realtà, una verità superiore. “Come è d’uso, la sua ricerca verrà accusata di essere plebea. Ma non si trattò di rivolta plebea, né della proposta intellettualistica di un’arte popolare da opporre all’arte aulica. Anzi, alla base della sua rivoluzione è un’approfondita conoscenza dell’arte, dei fatti, delle opere, delle scuole, delle discussioni in atto: un’alta coscienza culturale e storica. Non plebeo, bensì di animo popolare, come chi abbia inteso quale sia la fonte di verità a cui attingere: toccare terra per trarne linfa e sangue.”
Fonte: “Caravaggio” volume I della collana “I classici dell’arte ” pubblicato da Rizzoli, Skira per il Corriere della Sera, ed. 2003, pagina 11 del saggio di Renato Guttuso.
Caravaggio contesta la retorica del tempo e si rifiuta di utilizzare immagini idealizzate, ma attinge al presente e vede negli uomini e nelle donne della strada con cui condivide la vita, eroi, santi e madonne. Inventa il “moderno”.
Cosa pensavano i contemporanei di lui?
“Naturalmente, per gli accademici, per la burocrazia culturale e cattedratica del tempo, solo gli “incompetenti” potevano lodare quelle pitture. Il principe della pittura di allora, non dissimile dai principi della pittura dei nostri giorni, Federico Zuccari, se ne uscì con la nota frase riportata dal Baglione: “Che romore è questo? Io non ci vedo che il pensiero di Giorgione’ […] e sogghignando […] alzò le spalle andandosene con Dio”. Cosa voleva dimostrare l’Accademia? Che in Caravaggio non c’era niente di nuovo, oltre la volgarità, e che in quanto allo stile era arretrato, sorpassato. Un giudizio grossolano ed esteriore […]”
Fonte: “Caravaggio” volume I della collana “I classici dell’arte ” pubblicato da Rizzoli, Skira per il Corriere della Sera, ed. 2003, pagina 15 del saggio di Renato Guttuso.
Ma ebbe anche molta fama e seguito, soprattutto tra i giovani poeti e artisti che avevano riconosciuto il suo intento innovatore, in opposizione agli accademici e alla Controriforma
Quale eredità ci ha lasciato Caravaggio?
Il messaggio profondo di Caravaggio ancora ci affascina, a distanza di 400 anni, perché arriva diretto, ci parla attraverso la luce ed i volumi dei corpi in cui immergono le sue narrazioni. Il suo linguaggio è crudo, vivace, forte, come la vita. E come scrive Renato Guttuso “[…] la verità di una grande passione creativa si misura dalla sua durata, dalla sua capacità di riproporsi come fonte d’acqua viva alle ideologie, alle nuove convinzioni, ai nuovi gusti: mostrare una faccia nuova, mai vista prima.” Fonte: “Caravaggio” volume I della collana “I classici dell’arte ” pubblicato da Rizzoli, Skira per il Corriere della Sera, ed. 2003, pagina 15 del saggio di Renato Guttuso.
Il messaggio di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, ancora non ha esaurito la sua energia, per questo facciamo la fila per poter vedere i suoi quadri nelle più belle chiese di Roma.
In quelle chiese ci sono tanti altri capolavori, ma la sua voce si alzo più alta delle altre e ci chiama per noi e noi cediamo al suo fascino di pittore maledetto, rivelatore di verità.
Madonna dei Pellegrini Roma, Sant’Agostino, cappella Cavalletti (1604-1606)
San Matteo e l’Angelo Roma, San Luigi dei Francesi (1602)
San Giovanni Battista
Roma, Pinacoteca Capitolina (1602)
Buona Ventura
Roma, Pinacoteca Capitolina (1593-1594)
Narciso
Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica Palazzo Barberini (1599)
Giuditta e Oloferne
Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica Palazzo Barberini (1599)
San Francesco in meditazione
Roma, Galleria di arte antica Palazzo Barberini (1606)
SanGiovanni
Roma, Galleria di arte antica Palazzo Barberini (1603-1606)
Ritratto di Michelangelo Merisi da Caravaggio
Cronologia:
29 settembre 1571 – nasce a Milano
1577 – Durante la peste muoiono il padre e un fratello di Michelangelo. La famiglia si trasferisce a Caravaggio.
1584 – Caravaggio inizia il suo apprendistato a Milano, presso il pittore Simone Peterzano.
1588 – Si conclude la sua permanenza presso Simone Peterzano.
1590 – Muore la madre di Caravaggio
1592 – Caravaggio si trasferisce a Roma
1593 – Per malattia è ricoverato all’Ospedale della Consolazione. Poco dopo entra per alcuni mesi nella bottega del Cavalier d’Arpino.
1595-1596 – Viene accolto in casa del suo protettore, il cardinale Francesco Maria Del Monte ambasciatore del granduca di Toscana a Roma.
1599 – Il pittore ottiene la sua prima commissione pubblica: le Storie di san Matteo in San Luigi dei Francesi.
1600 – Riceve la commissione dei due quadri per la cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo.
1603 – Si svolge il processo contro Caravaggio e alcuni suoi amici artisti, per aver diffamato il pittore Giovanni Baglione.
1604 – 1605 – Caravaggio è arrestato per ingiurie e porto d armi abusivo.
1605 – Si rifugia a Genova presso Marcantonio Doria.
1605 – Viene ritirata da San Pietro la Madonna dei Palafrenieri, è rifiutata la Morte della Vergine. Il pittore uccide in una rissa Ranuccio da Terni; fugge nei feudi Colonna (Zagarolo e Paliano), poi a Napoli.
1607-1608 – Soggiorno a Malta: esegue l’enorme Decollazione di san Giovanni Battista; è nominato cavaliere dell’ordine di Malta. Fugge a Siracusa.
1609 – Continua la sua fuga tra Messina, Palermo e Napoli: qui è aggredito e ferito al volto.
1610 – Ottenuta la grazia dal papa, Caravaggio muore il 18 luglio presso Port’ Ercole, tappa intermedia per il ritorno a Roma.
Il genio del Rinascimento Chi era Michelangelo? Michelangelo nacque a Caprese, al tempo un paese sotto il dominio di Firenze, da Ludovico Buonarroti e Francesca Neri. La famiglia Buonarroti era di origine nobile, ma decaduta e il padre aveva accettato il ruolo di podestà nel paesino per necessità. Michelangelo fin da bambino cominciò a dimostrare…
L’opera “Buona Ventura” di Caravaggio, realizzata nel 1593-1594, ritrae una zingara che legge la mano a un giovane cavaliere, sottraendogli un anello. Rappresenta la vita di strada e avviare il primo linguaggio innovativo dell’artista a Roma.
Il dipinto di Caravaggio rappresenta un giovane nudo, abbracciando un ariete, che incarna un San Giovanni Battista umano e divino. L’opera è rivoluzionaria per l’uso del chiaroscuro e il realismo, esprimendo gioia e vulnerabilità.
Il cinabro, il costosissimo colore rosso delle pareti
La camera (cubiculum), un soggiorno intimo provvisto di letto (kline), distinta tra anticamera e alcova, ha una decorazione fastosa e dominata dal rosso, ottenuto con il costosissimo cinabro.
Strutture architettoniche dipinte in prospettiva, senza tralasciare neppure le ombre proiettate, fanno da cornice a riproduzioni di quadri, come per ricreare l’atmosfera di una pinacoteca.
Entro finte edicole sono raffigurate, sulla parete sinistra, la toletta di Afrodite e, sulla parete di fondo, l’infanzia di Dioniso tra le ninfe del monte Nisa, alle quali Zeus aveva affidato il dio bambino.
Altri quadretti, dotati di finti sportelli di legno a protezione, mostrano scene di interni e coppie di amanti. Figure ornamentali fantastiche e divinità egizie, come Iside e Giove Ammone, affollano le pareti animandole.
La volta a botte, in stucco completamente bianco, è decorata con rilievi raffiguranti scene di iniziazione ai misteri di Dioniso e paesaggi idillico-sacrali.
Come per le altre camere (D ed E) la copertura a volta riguarda solo la parte dell’anticamera, mentre non è noto il sistema di copertura dell’alcova.
Domus di Agrippa: Nel 1879, scavi nel giardino della casa Farnesina a Trastevere rivelarono i resti di una villa augustea, con straordinarie decorazioni murali. La qualità degli affreschi suggerisce un legame con Marco Vipsanio Agrippa.
ROMA, PALAZZO MASSIMO -La sala da pranzo della casa Farnesina presenta decorazioni eleganti e un ambiente confortevole per l’inverno, con pannelli neri, mosaici, e affreschi raffiguranti paesaggi e storie popolari.
ROMA- MUSEO NAZIONALE ROMANO – PALAZZO MASSIMO. La Domus di Agrippa presenta decorazioni parietali straordinarie con colonne e figure femminili che ricordano le Cariatidi, insieme a affreschi di nature morte e battaglie navali.