Giacomo Balla

Ricostruzione Futurista dell’Universo

Chi era Giacomo Balla?

Giacomo Balla è stato un pittore e scultore italiano, uno dei principali esponenti del movimento futurista. Nato il 18 luglio 1871 a Torino, ha iniziato la sua formazione artistica presso l’Accademia Albertina di Torino e in seguito si è trasferito a Roma, dove ha vissuto per gran parte della sua vita. Inizialmente influenzato dal Divisionismo, Balla ha poi abbracciato il Futurismo, contribuendo in modo significativo a questo movimento con le sue opere che esploravano il dinamismo, la velocità e il movimento.

Balla è stato un innovatore instancabile, sperimentando diverse tecniche artistiche e materiali. Ha firmato il “Manifesto tecnico della pittura futurista” nel 1910, un documento chiave del movimento Futurista. Durante la sua carriera, ha lavorato su numerosi progetti, inclusi dipinti, sculture, scenografie e design di mobili.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Balla ha continuato a lavorare e a esplorare nuove forme artistiche, tra cui l’astrattismo. È morto a Roma il 1º marzo 1958, è sepolto nel Cimitero del Verano.

Per quale motivo è famoso Balla?

Giacomo Balla è famoso per essere uno dei principali esponenti del movimento futurista, un’avanguardia artistica che celebrava la modernità, la velocità e il dinamismo. Le sue opere, come “Dinamismo di un cane al guinzaglio” e “Velocità astratta”, sono celebri per la loro rappresentazione del movimento e dell’energia.

Finto funerale:
Nel 1914, i futuristi inscenarono un finto funerale per Balla, simbolizzando la sua rinascita come artista futurista. Questo evento segnò il suo completo abbandono delle tecniche tradizionali e il suo impegno totale nel Futurismo.

FuturBalla:
Balla adottò il nome “FuturBalla” per sottolineare la sua identità futurista. Questo nome rifletteva il suo desiderio di ricostruire l’universo attraverso l’arte, un concetto che esplorò insieme a Fortunato Depero nel “Manifesto della Ricostruzione Futurista dell’Universo” del 1915.

Provocazioni futuriste:
Balla partecipò a numerose provocazioni futuriste, tra cui performance teatrali e manifestazioni pubbliche. Queste azioni erano progettate per sfidare le convenzioni artistiche e sociali dell’epoca.

Caffè futurista di Roma:
Balla frequentava il Caffè Aragno, un noto ritrovo per artisti e intellettuali futuristi a Roma. Questo locale era un centro di discussione e innovazione artistica.

Casa in via Oslavia:
La casa di Balla in via Oslavia, a Roma, è un esempio straordinario della sua visione artistica. Trasformata in un’opera d’arte totale, la casa rifletteva i principi del Futurismo con pareti colorate, mobili futuristi e decorazioni innovative. Balla visse in questa casa dal 1929 fino alla sua morte nel 1958.

Cosa pensavano i contemporanei di lui?

Giacomo Balla era una figura molto rispettata e ammirata dai suoi contemporanei, soprattutto all’interno del movimento futurista.

  • Entusiasmo per il Futurismo: Balla e gli altri futuristi dimostravano un profondo entusiasmo per l’uomo, le sue macchine e le sue costruzioni, con un desiderio di rinnovamento all’insegna della velocità e del progresso. La sua pittura, con un fare sperimentale, andava oltre la staticità della materia per rappresentare il dinamismo tipico del movimento futurista.
  • Innovazione e Modernità: Balla era visto come un innovatore che proiettava la sua arte nel futuro, grazie all’ampliarsi del concetto di modernità e progresso. Le sue opere erano caratterizzate da vivaci effetti di simultaneità che si armonizzavano con lo spazio urbano moderno. Balla ha avuto un ruolo determinante anche nelle arti applicate e nella moda, contribuendo alla ricostruzione dell’universo futurista con disegni per stoffe, ricami, foulards, sciarpe, cuscini e tappeti.

Balla era quindi considerato un artista visionario e un pioniere del Futurismo, capace di influenzare non solo la pittura, ma anche il design e le arti applicate.

Quale eredità ci ha lasciato Balla?

Balla ha contribuito a definire e sviluppare molti dei temi e delle tecniche che sono diventati distintivi del Futurismo. Il suo impatto si è esteso oltre il Futurismo, influenzando movimenti artistici successivi e lasciando un’eredità duratura nel mondo dell’arte contemporanea.

Tra le opere più celebri di Giacomo Balla, spiccano:

  1. Dinamismo di un cane al guinzaglio (1912) – Questa rappresentazione del movimento di un cane in corsa è un’icona dell’arte futurista.
  2. Lampada ad arco (1909-1911) – Un’opera che cattura la luce elettrica in modo astratto e dinamico.
  3. Le mani del violinista (1912) – Dipinge il movimento delle mani di un violinista mentre suona.
  4. Bambina che corre sul balcone (1912) – Illustra il dinamismo di una bambina in corsa.
  5. Compenetrazione iridescente (1912-1914) – Un’opera astratta che esplora la luce e il colore con forme geometriche.

La Pazza

1905

Il Dubbio

02.12.22

Lampada ad arco

1909-1911

Bambina che corre sul balcone 1912

Le frecce della vita

1928

Insidie di Guerra

1915

Forme grido Viva l’Italia 1915

Canto patriottico in piazza di Siena 1915

Giacomo Balla – Autoritratto 1894 olio su cartone

Cronologia:
1871– 18 luglio – nasce a Torino

1895 – si trasferisce con la madre a Roma, dove resterà per tutta la vita.

Primi Anni e Divisionismo (Fine ‘800 – Inizio ‘900):
Balla ha iniziato la sua carriera artistica nel contesto del Divisionismo, una tecnica che enfatizza l’uso di punti e linee di colore puro per creare effetti di luce e colore.
Le sue prime opere, come “La pazza” (1905), mostrano l’influenza di questo stile, con una particolare attenzione alla resa della luce.

1895 Trasferimento a Roma e Influenza del Neo-Impressionismo:
Dopo il trasferimento a Roma nel 1895, e un soggiorno a Parigi nel 1900, Balla ha assorbito influenze dal Neo-Impressionismo francese, che ha ulteriormente arricchito il suo uso del colore e della luce.

Svolta Futurista (Anni ’10):
Con l’avvento del Futurismo, Balla ha fatto una svolta radicale. Nel 1910 ha firmato il “Manifesto tecnico della pittura futurista” e ha iniziato a creare opere che celebravano il movimento, la velocità e la modernità.
Quadri come “Dinamismo di un cane al guinzaglio” (1912) e “Velocità astratta” (1913) incarnano questa fase con l’uso di linee dinamiche e forme astratte.

Esplorazioni e Innovazioni (Anni ’20 e ’30):
Durante questo periodo, Balla ha continuato a sperimentare con il linguaggio futurista. Ha esplorato il fotodinamismo, che cercava di rappresentare il movimento attraverso una sequenza di immagini statiche. Inoltre, si è interessato all’arte totale, creando anche oggetti di design, scenografie e vestiti futuristi.

Post-Futurismo e Astrattismo (Anni ’40 – ’50):
Nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, il Futurismo aveva perso molta della sua influenza originale, ma Balla ha continuato a lavorare, spostandosi verso uno stile più astratto. Le sue opere di questo periodo, come “Compenetrazioni iridescenti” (1954), mostrano un interesse per le forme geometriche e i colori vivaci.

1958 – 1 marzo – muore a Roma all’età di 86 anni e viene sepolto nel cimitero del Verano.

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Casa Museo di Giacomo Balla

Casa Balla, creata dalla famiglia Balla nel 1929, è un laboratorio artistico che fonde funzionalità ed estetica. Questo spazio unico celebra l’arte attraverso oggetti quotidiani, perpetuando la tradizione e la creatività del movimento Futurista. Visite su prenotazione.

Ricostruzione del Colosso di Costantino

Alla fine del Quattrocento, nel cortile del Palazzo dei Conservatori, sul Campidoglio, furono sistemati i nove frammenti superstiti di una statua colossale in marmo pario di Costantino rivenuti poco prima nei pressi della basilica di Massenzio.
Da allora, la testa, il piede, la mano e le altre nobili membra dell’imperatore cristiano sono divenute altrettante icone di Roma e un artista come Johann Heinrich Füssli volle perfino elevarle a simbolo della grandiosità dell’antico.

Una presenza comunque familiare per Romani e turisti, che ha acquistato un nuovo e importante significato da quando, poco distante, nel giardino di Villa Caffarelli, è stata installata la ricostruzione in scala 1.1 dell’opera, grazie alla quale si può avere un’idea eloquente delle proporzioni complessive della statua e dell’impatto che essa doveva avere sull’osservatore.

La replica è l’esito di un progetto avviato in occasione della mostra «Recycling Beauty», presentata alla Fondazione Prada di Milano nell’inverno 2022/2023, ed è frutto della collaborazione fra la stessa Fondazione Prada, la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali del Comune di Roma e la Factum Foundation for Digital Technology in Preservation.

Il monumentale ritratto rimase senza una identità certa sino alla fine dell’Ottocento, quando fu correttamente identificato con l’imperatore Costantino.

Successivi studi hanno permesso di riconoscere sicuri segni di rilavorazione, soprattutto in corrispondenza del mento e del sottogola, a indicare che il personaggio originariamente raffigurato avesse la barba.

Il Colosso è dunque il risultato del riadattamento di una scultura piú antica e, secondo alcuni studiosi, potrebbe trattarsi della statua di culto di Giove Ottimo Massimo, collocata all’interno del tempio a lui dedicato sul Campidoglio, il piú importante della romanità.

L’opera è un acrolito (dal greco akros, «estremo», e lithos, «pietra», il termine designa statue che abbiano testa, mani e piedi di pietra o marmo o avorio, e il resto del corpo di legno), con le parti nude realizzate in marmo, montate su una struttura portante rivestita da panneggi in bronzo dorato o in preziosi marmi colorati.

Seduto in trono, il dio è avvolto in un mantello che lascia scoperti il torso, le braccia e il ginocchio. Quest’ultimo è un motivo iconografico di tradizione omerica associato quasi esclusivamente all’immagine di Giove e successivamente degli imperatori, che a essa si ispira come segno della devozione rivolta a loro dai sudditi.

Nel 312 d.C., dopo la vittoria su Massenzio al Ponte Milvio, Costantino diventa il padrone assoluto della parte occidentale dell’impero e di Roma e agli anni iniziali del suo regno risalirebbe la realizzazione del Colosso, che, nella sua fissità ieratica, costituisce una delle manifestazioni piú impressionanti dell’arte costantiniana.

La celebrazione dell’imperatore avviene dunque attraverso il reimpiego di una statua colossale già esistente, raffigurante un imperatore o una divinità, quale Giove Ottimo Massimo. Attraverso di essa Costantino si mostra come comes (compagno) degli dèi e la natura stessa del suo potere si manifesta come divina.

Il progetto di ricostruzione della figura colossale di Costantino è stato realizzato da Factum Foundation a partire dai frammenti noti della scultura, sulla base dell’ipotesi archeologica di partenza: il Colosso era seduto e doveva essere stato realizzato come acrolito, ovvero con le parti nude in marmo bianco e il panneggio in bronzo dorato.

Factum Foundation ha utilizzato la fotogrammetria per documentare i frammenti del Colosso conservati nel cortile di Palazzo dei Conservatori e il frammento del petto conservato al Parco Archeologico del Colosseo.

Durante la scansione, il team ha effettuato anche la scansione 3D del calco della statua dell’imperatore Claudio come Giove, per utilizzarlo come modello per la posa e il drappeggio. Numerosi dettagli sono stati ricostruiti a partire dalla lettura delle fonti letterarie ed epigrafiche e dal confronto con altre statue sedute di età imperiale.

I dati digitali sono stati stampati in 3D a grandezza naturale e usati per realizzare un calco in resina rinforzata. Per le copie facsimile dei frammenti, sul calco è stato adoperato uno stucco apposito, dipinto per suggerire l’effetto del marmo pario invecchiato dall’esposizione agli elementi; le parti ricostruite sono state realizzate in poliuretano, rinforzato da diversi strati di resina mista a polvere di marmo e mica per ottenere un effetto marmoreo bianco neutro.

I panneggi e le parti in bronzo dorato sono stati realizzati in polistirene patinato in resina e polvere di bronzo, su cui è stata applicata foglia d’oro.

Il Colosso originale, che raggiungeva un’altezza di circa 13 m, aveva una struttura interna che si ipotizza fosse fatta di mattoni, legno, elementi in metallo. Per la ricostruzione, Factum Foundation ha realizzato una struttura portante in alluminio, che ne permette il montaggio e lo smontaggio.

Il Giardino di Villa Caffarelli, che ha accolto la riproduzione integrata in scala 1:1 del Colosso di Costantino, insiste in parte sull’area occupata dal Tempio di Giove Ottimo Massimo, che un tempo ospitava la statua di Giove, forse la stessa da cui il Colosso fu ricavato o che comunque ne costituisce il modello di derivazione.

I resti del tempio sono oggi visibili all’interno dell’Esedra di Marco Aurelio (uno degli spazi espositivi del Palazzo dei Conservatori).

Il tempio fu dedicato nel 509 a.C. dal primo console della repubblica, M. Horatius Pulvillus, alla triade capitolina: Giove, Giunone, Minerva. La prima statua di culto di Giove era in terracotta ed era opera dello scultore Vulca di Veio. Quest’ultima venne sostituita, nel 69 a.C., in occasione della ricostruzione promossa da Silla, con una nuova statua ispirata al celebre Zeus di Olimpia di Fidia: seduto in trono, il torso scoperto, un mantello a coprire le gambe.

Dopo l’incendio dell’80 d.C., durante il regno dell’imperatore Tito, si intraprende un ulteriore rifacimento, concluso da Domiziano, suo fratello e successore. Anche in questo caso, le statue di culto di Giove, Giunone e Minerva furono sostituite.

Per il Giove Capitolino il modello è sempre la statua di Fidia, riprodotta come acrolito in marmo. Del tempio di Domiziano si conserva ormai ben poco, ma la fastosa decorazione del frontone è documentata da un celebre rilievo storico oggi ai Musei Capitolini, proveniente da un monumento onorario di Marco Aurelio e raffigurante il sacrificio al tempio di Giove Capitolino.

Tra il 217 e il 222 d.C., un fulmine danneggio gravemente la statua di Giove. Tale evento potrebbe avere creato il presupposto per il suo riutilizzo per celebrare il nuovo imperatore Costantino agli inizi del IV secolo d.C.

Quale che sia la statua rilavorata per la realizzazione del Colosso, Costantino si appropria comunque di uno dei simboli della religione romana per legittimare la sua ascesa al potere, collocandolo in una sede di grande significato: la basilica di Massenzio lungo la Via Sacra, l’ultimo monumento architettonico pubblico di carattere civile realizzato a Roma antica.

Datazione: 2022
Posizione: Giardino di Villa Caffarelli, Campidoglio
Dimensioni: altezza 13 metri

Rappresenta il Colosso dell’imperatore Costantino I (306-337 d.C.)

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Il Giudizio Universale di Michelangelo

All’indomani della sua elezione al soglio pontificio, Paolo III Farnese affidò a Michelangelo la carica di supremo architetto, scultore e pittore del Palazzo apostolico. Inoltre gli affidò realizzazione di un progetto che era stato già nei programmi del suo predecessore, Clemente VII Medici: il grandioso affresco con il Giudizio Universale sulla parete dell’altare della Cappella Sistina, dove l’artista aveva dipinto la volta trent’anni prima.

Nel 1535 Michelangelo fece costruire i ponteggi e preparò la parete rivestendola con un muro a mattoni, il cui spessore degradante formava una superficie inclinata verso il basso e dunque ben visibile.

L’anno seguente si accinse a compiere la nuova opera, che comportò la distruzione di dipinti preesistenti. Il Giudizio fu completato nel 1541.

A seguito dell’ondata censoria alimentata dal concilio di Trento (1545-1563), nel gennaio del 1564 venne deciso di coprire le “scandalose” nudità delle figure michelangiolesche, poche settimane prima della morte di Michelangelo.

Il compito della revisione dell’affresco venne dato a un amico e allievo del Buonarroti, Daniele da Volterra, poi detto il Braghettone, a causa delle “braghe” con cui rivestì i corpi nudi dipinti dal maestro.

Prima del recente restauro, effettuato tra il 1990 e il 1994, la superficie dell’affresco appariva molto sporca. Il recupero ha evidenziato colori smaglianti e luminosi, sino ad allora inaspettati.

In alcune figure della composizione, secondo le fonti Michelangelo avrebbe ritratto personaggi contemporanei: San Pietro avrebbe le fattezze di Paolo III; Minosse quelle del maestro delle cerimonie Biagio da Cesena, che aveva criticato il dipinto; in san Bartolomeo andrebbe riconosciuto lo scrittore Pietro Aretino, mentre sulla pelle del suo martirio, tenuta in mano dal santo, l’autoritratto del Buonarroti.

Musei Vaticani, Cappella Sistina
Giudizio Universale
Data: 1536-1541

La Tragedia della Sepoltura: Michelangelo e Giulio II

Nel 1505, papa Giulio II incaricò Michelangelo di progettare un mausoleo, iniziando una lunga e difficile vicenda che culminò nel 1545 con un’opera ridimensionata nella cappella Della Rovere, contenente sette sculture, tra cui il Mosè.

Il Mosè di Michelangelo: Storia e Significato

Il Mosè, scolpito da Michelangelo tra il 1513 e il 1515, è parte della sepoltura di Giulio II. La scultura, caratterizzata da intensa “terribilità”, presenta una testa girata a causa di modifiche apportate da Michelangelo nel suo restauro.

Il Giudizio Universale di Michelangelo

Paolo III Farnese nominò Michelangelo come architetto, scultore e pittore del Palazzo apostolico, assegnandogli il compito di realizzare il Giudizio Universale nella Cappella Sistina tra il 1536 e il 1541. L’affresco, successivamente censurato, è stato restaurato tra il 1990 e il 1994, rivelando colori sorprendenti e dettagli inaspettati.

La Volta Sistina

Il 10 maggio del 1508 Michelangelo iniziava a lavorare all’impresa titanica degli affreschi nella Volta Sistina. Aveva accettato controvoglia l’incarico da parte di papa Giulio II, dopo che questi aveva accantonato il progetto della Sepoltura, affidata a Buonarroti tre ani prima.
Con il procedere dei lavori, la volta fu scoperta parzialmente il 15 agosto del 1510 per la festa dell’assunta. La dipintura riprese quindi l’anno seguente per concludersi per la festa di Ognissanti il 1° novembre del 1512, quando la Volta Sistina venne inaugurata.

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Prima dell’intervento michelangiolesco, la volta era ornata da un semplice cielo stellato dipinto da Piermatteo d’Amelia. Una grossa crepa nel soffitto aveva reso necessaria una nuova frescatura della superficie. Così la decorazione quattrocentesca venne sostituita da uno dei più ammirati capolavori di tutti i tempi.

Su un’estesa superficie di oltre cinquecento metri quadri, in soli quattro anni di lavoro faticosissimo, il pennello di Michelangelo illustrò la storia dell’umanità dal caos primordiale alla promessa della Redenzione, il grandioso prologo della venuta di Cristo.

L’immane affresco è animato da oltre trecento figure, in un perfetto insieme di plastici volumi e smaglianti colori inquadrati da un’architettura dipinta, illusoriamente aperta verso l’esterno e libera dalla ferrea osservanza della prospettiva rinascimentale.

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La fascia centrale è occupata da nove riquadri con storie tratte dalla Genesi. Negli scranni marmorei laterali siedono Profeti e Sibille che hanno annunciato la venuta di Cristo. Nelle vele e nelle lunette sottostanti sono effigiati gli Antenati di Cristo. Nei pennacchi angolari sono infine quattro scene dall’Antico Testamento che alludono alla promessa messianica.

Musei Vaticani, Cappella Sistina
Data di costruzione: 1508-1512
Superficie dell’affresco: 500 metri quadri
1° novembre 1512 inaugurazione della Volta Sistina

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La Volta Sistina

Il 10 maggio 1508 Michelangelo iniziò gli affreschi della Volta Sistina su incarico di papa Giulio II. L’opera, completata il 1° novembre 1512, sostituì una precedente decorazione e racconta la storia dell’umanità tramite oltre trecento figure. Le scene principali derivano dalla Genesi e dall’Antico Testamento, in un capolavoro di colori e forme.

Piazza del Campidoglio

Michelangelo, su incarico di Paolo III Farnese, progettò piazza del Campidoglio a Roma, creando uno spazio pubblico innovativo. Mantenne il Palazzo senatorio e il Palazzo dei Conservatori, aggiungendo il Palazzo nuovo. Al centro, collocò il monumento equestre di Marco Aurelio. L’opera fu completata da altri architetti nel Seicento.

Cupola di San Pietro

L’impegno di Michelangelo nella ricostruzione della basilica di San Pietro, iniziata nel 1506, culminò con la progettazione di una cupola monumentale, ispirata a Brunelleschi. Nominato direttore nel 1546, apportò modifiche significative. Alla sua morte, la cupola era incompleta e fu ultimata da Giacomo della Porta e Domenico Fontana.

Piazza del Campidoglio

Su incarico di Paolo III Farnese, Michelangelo provvide alla sistemazione di piazza del Campidoglio. Si trattò di un importante intervento urbanistico, con la pianificazione – la prima a Roma – di uno spazio pubblico sulla base di un progetto preliminare dettagliato.

Michelangelo mantenne i due edifici che già si trovavano in loco, il medievale Palazzo senatorio sul fondo, che dotò di una monumentale doppia rampa, e il quattrocentesco Palazzo dei Conservatori, situato sul lato destro.

Di fronte a quest’ultimo ne predispose un terzo, il Palazzo nuovo (oggi sede, con quello dei Conservatori, dei Musei capitolini), in modo da chiudere la piazza su tre lati a ferro di cavallo. Stabilì poi il rifacimento delle facciate dei palazzi preesistenti e, applicando un artificio scenografico-prospettico, orientò i due edifici laterali in modo che risultassero leggermente divergenti, come divaricati a forbice rispetto alla costruzione centrale, il Palazzo senatorio.

Al centro della piazza, infine, su un basamento decorato con i gigli farnesiani, collocò una prestigiosa statua antica, il monumento equestre dell’imperatore Marco Aurelio (allora ritenuto di Costantino), che Paolo III aveva fatto trasferire dal Laterano.

Dal centro del lato aperto della piazza, infine, Michelangelo fece partire una lunga, monumentale rampa di collegamento.

L’artista non fece in tempo a vedere realizzato il proprio progetto, ultimato, con modifiche, da Giacomo della Porta e Girolamo e Carlo Rainaldi e protrattosi, quanto alla sua realizzazione, fino alla seconda metà del Seicento.

La pavimentazione prevista da Buonarroti, col motivo ornamentale a stella formato da ellissi intrecciate e racchiuso in un ovale, fu eseguita solo nel 1940 sulla base di una stampa cinquecentesca di Dupérac.

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La Statua Equestre di Marco Aurelio

La statua equestre di Marco Aurelio, unica sopravvissuta delle statue romane, simboleggia il buon governo e il pacifismo. Trasferita a Piazza del Campidoglio nel 1538, è un’opera d’arte storica che ha ispirato il Rinascimento.

Michelangelo

Il genio del Rinascimento Chi era Michelangelo? Michelangelo nacque a Caprese, al tempo un paese sotto il dominio di Firenze, da Ludovico Buonarroti e Francesca Neri. La famiglia Buonarroti era di origine nobile, ma decaduta e il padre aveva accettato il ruolo di podestà nel paesino per necessità. Michelangelo fin da bambino cominciò a dimostrare…

Cupola di San Pietro

L’impegno romano forse più prestigioso di Michelangelo architetto, volontariamente assolto a titolo gratuito, fu la prosecuzione dei lavori di ricostruzione della basilica vaticana.

La riedificazione dell’edificio era iniziata nel 1506 per volere di Giulio II e aveva comportato la progressiva demolizione della precedente basilica costantiniana del IV secolo.

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Nominato nel 1546, a settantun anni, direttore della Fabbrica di San Pietro da Paolo III, Michelangelo riprese con alcune modifiche l’idea della pianta centrale già proposta da Bramante, progettando a coronamento dell’edificio basilicale una maestosa cupola ispirata a quella a doppia calotta eretta un secolo prima da Filippo Brunelleschi per il duomo di Firenze, ma di dimensioni molto più imponenti. La cupola doveva rappresentare il culmine simbolico, oltre che architettonico, della nuova San Pietro.

Nel 1557-1558 Michelangelo fece fare un modello ligneo della struttura, preceduto da uno studio in argilla. Realizzato quando i lavori del tamburo erano già iniziati, tale modello subi modifiche che ne cambiarono l’aspetto di partenza. Del resto nessun progetto presentato era vincolante per Michelangelo, che si era avocato il diritto di poter decidere, per l’intera basilica, i cambiamenti che riteneva più opportuni in corso d’opera.

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Quando il Buonarroti morì, la cupola era stata costruita solo fino al tamburo e fu ultimata con varie modifiche rispetto all’idea michelangiolesca. A completare la cupola furono, tra il 1588 e il 1590, Giacomo della Porta e Domenico Fontana, che le impressero una forma più allungata rispetto alla versione perfettamente sferica probabilmente concepita da Michelangelo.

Oggi la cupola resta l’elemento che più di ogni altro reca traccia del progetto michelangiolesco per la basilica, molto modificato nel Seicento da Carlo Maderno.

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Diametro interno: circa 42 metri
Altezza complessiva: oltre 130 metri con la croce sulla sommità che raggiunge circa 136,57 metri.

Città del Vaticano, Basilica di San Pietro

Inizio costruzione: 1546

Curiosità: la cupola di San Pietro trae ispirazione dalla cupola di Santa Maria in Fiore a Firenze e dalla cupola del Pantheon.
La cupola di Santa Maria in Fiore venne realizzata nel 1466 da Brunelleschi con un altezza di 100mt.
Michelangelo, che considerava il Pantheon una costruzione “non creata da mani umane” per la sua bellezza e perfezione, fece la cupola di San pietro più alta, ma con diametro più stretto per rispetto alla meravigliosa architettura dell’antica roma.
La cupola del Pantheon ha un diametro di circa 43,3 metri e un’altezza di circa 43 metri, mentre quella di San Pietro ha un diametro leggermente inferiore ma un’altezza molto maggiore

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La pietà di Michelangelo

Il capolavoro di Michelangelo, la Pietà, fu commissionato dal cardinale Jean Bihères de Lagraulas nel 1498. Realizzata in un unico blocco di marmo, la scultura è situata nella Basilica di San Pietro e presenta la firma dell’artista.

La pietà di Michelangelo

Committente del celebre gruppo marmoreo fu il cardinale francese Jean Bihères de Lagraulas, ambasciatore di Carlo VIII re di Francia presso papa Alessandro VI. Il contratto vero e proprio venne stipulato nel 1498 con l’intermediazione di Jacopo Galti, il banchiere che a Roma era stato tra i primi estimatori e protettori dell’artista.

L’opera era originariamente destinata alla tomba del cardinale in Santa Petronilla, una cappella paleocristiana annessa all’antica basilica costantiniana.

II capolavoro di Michelangelo trovò quindi posto nella nuova San Pietro e, dopo vari spostamenti, nel 1779 ebbe la collocazione attuale, nella prima cappella a destra.

Michelangelo trasse la Pietà da un unico blocco di marmo, senza aggiunte di pezzi supplementari.
Lo scultore scelse il materiale personalmente nelle cave di Carrara, seguendone il trasporto a Roma in un viaggio che durò ben nove mesi. La scultura era certo compiuta nel 1500, l’anno seguente alla morte del committente.

E’ l’unica opera di Michelangelo in cui compare la firma dell’artista, incisa sulla fascia che attraversa diagonalmente il busto della Madonna dove si legge:

«MICHAELAINIGELUS BONAROTUS FLORENT[INUS] FACIEBAT».

Secondo i biografi, il Buonarroti avrebbe inciso la scritta in un secondo momento, dopo aver sentito che la scultura veniva attribuita al lombardo Cristoforo Solari.

Nel 1972 un folle colpi più volte il capolavoro michelangiolesco con un martello danneggiandolo in vari punti (il braccio sinistro della Vergine fu spezzato, il naso e le palpebre seriamente compromessi). ll restauro, seguito immediatamente e condotto sulla base dei numerosi calchi esistenti, portò al recupero ottimale dell’opera.

Fonte: Michelangelo, Cristina Acidini, Giunti Editore 2018, pagina 28

Autore: Michelangelo Buonarroti
Data: 1497-1499
Dove si trova: Basilica di San Pietro, Roma
Altezza: 174 cm
Larghezza: 195 cm
Profondità: 69 cm
Particolarità: è stata creata in un unico blocco di marmo di Carrara.
Quando Michelangelo la completò aveva circa 25 anni.

Odoardo e Gildippe uccisi in battaglia da Solimano


Affresco di Johann Friedrich Overbeck, 1826

L’esaltazione dei valori epico-cristiani della Gerusalemme Liberata riaffiora nuovamente in questo affresco, ritenuto dall’autore la prova migliore fra quelle da lui realizzate nel Casino Massimo.

L’ultimo sguardo tra Gildippe morente e Odoardo, mentre Solimano sta per colpire durante la battaglia per Gersulemme

Overbeck immortalò sul lato sinistro della parete la commovente scena dedicata ai valorosi sposi guerrieri Odoardo e Gildippe, sempre uniti in guerra e ora congiunti anche nella morte. (Gerusalemme Liberata, XX, 96-100)

“… cosí cade egli, e sol di lei gli duole
che ‘l cielo eterna sua compagna fece.
Vorrian formar né pòn formar parole,
forman sospiri di parole in vece:
l’un mira l’altro, e l’un pur come sòle
si stringe a l’altro, mentre ancor ciò lece:
e si cela in un punto ad ambi il die,
e congiunte se ‘n van l’anime pie…”

Vista d’insieme della stanza dedicata alla Gerusalemme Liberata

La coppia è raffigurata a cavallo: dinanzi a loro appare Solimano pronto a colpire Odoardo, il quale con la mano destra tenta di vendicarsi del saraceno che aveva ferito la fanciulla.

Un momento carico di pathos per quell’ultimo e fuggevole sguardo che i due amanti si scambiano prima che il tragico destino si compia.

Il giovane boemo Führich, nonostante i ripetuti tentativi di eguagliare il suo illustre predecessore, non riuscì ad allontanarsi dalla sua formazione artistica di stampo più “barocco” che classico, come rivelano i due affreschi da lui eseguiti per completare la decorazione della parete ovest.

Nella stessa stanza è rappresentato anche un altro momento del canto XX della Gerusalemme Liberata. E’ il momento in cui gli occhi della bellissima maga Armida, incontrano la figura di Ronaldo. Eppure anche se presa dall’amore e dall’ammirazione, dal suo cocchio dorato, scocca una freccia per ucciderlo e prega perché la freccia manchi il bersagli.

Casino Giustiniani Lancelotti Massimo al Laterano
Indirizzo: via Matteo Boiardo, 16 – 00185 Roma

Telefono: 06 70495651

Giorni di apertura:
Martedì e giovedì ore 9.00-12.00/16.00-18.00 
Domenica ore 10.00-12.00
L’edificio è proprietà privata ed è sede della delegazione dei Francescani di Terra Santa.

Costo Indicativo del biglietto: gratuito, è gradita un’offerta libera per sostenere le spese di conservazione del palazzo.

Gratuità: sempre

La vicenda letteraria

Gildippe e Odoardo compaiono nel poema “La Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso in vari passaggi, ma sono particolarmente presenti nel Canto XX, dove si svolge la battaglia finale per Gerusalemme. Le loro gesta sono raccontate soprattutto in questo canto, dove vengono descritti il loro coraggio e la loro tragica fine.

Gildippe è una donna guerriera, un’innovazione significativa di Tasso, poiché è una delle prime volte che una donna viene rappresentata come combattente al fianco del proprio marito. Odoardo, il marito di Gildippe, è anch’egli un valoroso guerriero.

Entrambi perdono la vita in battaglia, dimostrando grande coraggio e fedeltà reciproca.

La scena è particolarmente toccante perché Odoardo cerca disperatamente di proteggere Gildippe fino all’ultimo momento. Anche se entrambi sanno che la morte è vicina, il loro coraggio e la loro dedizione sono emblematici del sacrificio e dell’onore che caratterizzano i protagonisti del poema. Nella battaglia Odoardo e Gildippe si scontrano con Solimano, il più valoroso e celebre campione dei musulmani. Odoardo perderà un braccio prima di morire.

Armida e Rinaldo sono due personaggi molto importanti nel poema epico di Tasso. Attraverso la loro storia l’autore esplora temi di tentazione, redenzione e il conflitto tra dovere e desiderio personale.

Armida è una bellissima maga pagana che viene inviata a ostacolare i crociati con i suoi incantesimi. Utilizza la sua bellezza e i suoi poteri magici per sedurre e distrarre i cavalieri cristiani, tra cui Rinaldo. Armida riesce a imprigionare Rinaldo nel suo giardino incantato, dove tenta di tenerlo lontano dalla guerra e dalla sua missione.

Rinaldo è uno dei più valorosi cavalieri cristiani. Egli è giovane, coraggioso e impetuoso. Dopo essere stato sedotto e imprigionato da Armida, viene liberato da Carlo e Ubaldo, due suoi compagni crociati, che lo riportano sulla retta via e lo convincono a tornare a combattere per la causa cristiana. Rinaldo riesce a redimersi e gioca un ruolo cruciale nella vittoria finale dei crociati.

Elena la madre irrequieta e indomabile di Costantino

Elena era di Drepano, in Bitinia; da giovane lavorava come “stabularia” (termine traducibile grosso modo con ostessa, da stabulum, luogo di soggiorno, ma anche locanda, n.d.r.). E’ in una taberna di Drepano incontrò Costanzo Cloro.
Siamo nel 273 e, causa le numerose incursioni dei Goti sul Bosforo, Drepano era considerata città di retrovia. Per gli ufficiali dell’impero, una sorta di riposo del guerriero.
Naturalmente Elena era bella e Costanzo Cloro se ne innamorò. Nel caldo della passione forse l’avrebbe anche sposata, ma la legge romana del tempo vietava agli alti ufficiali il matrimonio con le donne del luogo.

È inutile ripetere come i vari panegiristi facessero prestigiosi giochi di equilibrismo per dimostrare che l’unione di Elena con Costanzo Cloro fosse regolare e quindi Costantino un figlio legittimo, non un bastardo. Nel 284 i soldati vicino a Nicomedia eleggono imperatore Diocleziano.

Costanzo Cloro era stato un ufficiale superiore di Carino; ma, primula rossa dei tempi, era rimasto fedele alla memoria del defunto imperatore. Questo esempio di lealtà piacque a Diocleziano, che lo inviò sul Reno al fianco del suo commilitone Massimiano. Elena non vide piú il suo amante-marito e si rinchiuse in una solitudine di madre.

A diciassette anni Costantino accompagnò Diocleziano in Egitto, in Persia, poi combatté anno dopo anno sul Danubio, finché, scomparso Diocleziano dalla scena politica, lasciò Nicomedia e raggiunse il padre in Gallia e poi in Britannia. I legionari della Britannia, morto Costanzo Cloro a Eboracum (York), eleggono Costantino imperatore. Si trasferisce a Treviri (306) e da lí chiama la madre Elena. Che diventa Augusta.
A Treviri c’è anche Teodora, la moglie legittima di Costanzo Cloro, al letto del quale Costantino ha giurato di rispettare e Teodora e i sei figli avuti da lei.
Ma Elena è inflessibile: non starà mai nella stessa corte con la donna che le ha strappato l’uomo della sua vita.

Costantino cede di fronte alla madre ed esilia Teodora a Tolosa.

Nel frattempo la giovane Minervina, concubina di Costantino dal tempo di Nicomedia, che in pratica ha ricalcato le orme di Elena, abbandona il campo (non sappiamo se morta o ripudiata), ed Elena si prende cura come una madre dell’educazione e della crescita del figlio di lei, Crispo.

Nel 312 Elena è a Roma, dove per opera di Osio, vescovo di Cordoba, simpatizza e poi si converte al cristianesimo.

Nel 326 la tragedia di Crispo la travolge. Si raffredda perfino con il figlio e non ha pace finché non smaschera Fausta.

Elena, l’Augusta, non era a Nicomedia nell’estate del 325, e a Roma visse la morte di Crispo nell’esilio di Pola con lo strazio e la lacerazione di una madre. Non credette mai alla colpevolezza del nipote. Era sicura del contrario e si mise a spiare Fausta.

Ordí la tela entro cui impigliarla con la pazienza vendicativa della vecchia. Raggiunse la prova delle sfrenatezze di Fausta prima di quanto avesse calcolato. E fu biblicamente implacabile al ritorno di Costantino. Il quale, nella punizione, vi aggiunse una ferocia pari all’orrore della scoperta. Né si placò con la morte della moglie, soffocata in un bagno, ma quanti erano sospetti o complici o le erano stati amici furono, senza distinzione, ammazzati.

Poi parte per la Palestina, in espiazione. Per la sua morte (328-329 circa) gli elogi, le preghiere, le omelie si sprecano. Il suo corpo trasportato a Roma fu sepolto nel mausoleo imperiale collegato con la chiesa dei Ss. Pietro e Marcellino.
Costantino chiamò con il nome di Elena due città: una in Palestina, l’altra Drepano, dove era nata.

Il suo bellissimo sarcofago in porfido rosso è conservato presso i Musei Vaticani, insieme con il sarcofago della nipote Costanza o Costantina.

Fonte: Archeo Monografie, Aprile/maggio 2024, Carocci Editore

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Camera gotica

Teatro di Villa Torlonia

Ci troviamo nell’appartamento ovest del Teatro di Villa Torlonia

La sala ha le pareti e la volta “a schifo” integralmente dipinte a raffigurare architetture in stile gotico articolate in un succedesi di nicchie con guglie e colonne che ospitano statue dorate, ricche cornici con motivi a tortiglione e foglie d’acanto.

Al centro dei partiti architettonici sono inseriti dei tondi con scene cavalleresche su fondo nero, mentre sopra le porte sono riprodotte finte vetrate dai colori sgargianti con gli stemmi Torlonia e Colonna.

Al centro del bel pavimento in marmo vi è un piccolo mosaico policromo rettangolare, di semplice fattura con due figure femminili che in segno di pace recano ramoscelli d’ulivo a due guerrieri romani.

Il teatro si trova dentro Villa Torlonia, ma non fa parte del museo.
L’accesso viene gestito dalla Fondazione Teatro di Roma.

Villa Torlonia – Via Nomentana , 70 – 00161 Roma

Il modo più suggestivo per visitare questo gioiello è partecipare alle visite spettacolo che la Fondazione organizza durante l’anno.

Le visite sono riservate a gruppi di massimo 25 persone e durano un’ora.
Avrete la possibilità di assistere ad un racconto straordinario, ascoltare la viva voce dei protagonisti delle vicende che hanno portato alla costruzione e all’abbandono del teatro voluto da Alessandro Torlonia per onorare la giovane moglie Teresa Colonna.

Il Teatro di Villa Torlonia

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Serre del teatro Torlonia

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