La tomba fu scoperta nel 1880 sulla riva destra del Tevere, tra Ponte Sisto e via della Lungara. Nel 1883 fu demolita e tutti i materiali, compresi i blocchi della muratura, furono trasportati nelle Terme di Diocleziano.
Nel 1911, in occasione della grande Mostra Archeologica, il sepolcro venne ricostruito da Roberto Paribeni, sulla base delle relazioni di scavo e delle testimonianze grafiche. La tomba, a pianta rettangolare (m. 7,45 x 7,10), era realizzata in opera cementizia, con rivestimento esterno in blocchi di marmo e interno in cortina laterizia, secondo una tipologia tipica dell’età augustea-giulio claudia. Sui lati del sepolcro – che presenta un fregio con motivo a girali e cornice, databile in età tiberiana – sono stati rimessi in opera alcuni blocchi di rivestimento e quattro iscrizioni.
All’interno il sepolcro, con zoccolo intonacato, mostra su ogni parete, ad eccezione di quella di ingresso, nicchie semicircolari e quadrate, entro le quali erano collocate le urne cinerarie. La copertura era a volta rivestita di stucco, il pavimento a mosaico bianco e nero e con emblema policromo. L’iscrizione (CIL VI,31761) trovata davanti all’ingresso e ritenuta, forse erroneamente, quella dei titolari del sepolcro – di recente ricondotto alla classe dei sepolcri ad ara – contiene il nome di due personaggi della gens Sulpicia, probabilmente padre e figlia.
Le numerose iscrizioni inserite nella tomba attestano complesse relazioni esistenti tra gli occupanti, che sono state variamente spiegate.
Nelle nicchie della cella erano ancora conservate molte delle urne cinerarie, come documentato anche dall’acquarello del Massuero, al lato sinistro del sepolcro, distrutto per la costruzione delle Mura Aureliane, il Lanciani attribuì le urne rinvenute nell’intercapedine esistente tra la tomba e le muratura: esse contenevano, oltre ceneri ed ossa, anche alcuni gioielli femminili, che però non sono pervenuti nelle collezioni del Museo.
Nella cella sepolcrale, sotto il crollo della volta, furono rinvenute anche le due statue iconiche e il busto femminile esposti.
La tomba, scoperta nel 1880 e ricostruita nel 1911 da Roberto Paribeni, è caratterizzata da una pianta rettangolare, decorazioni tiberiane e conservazione di urne cinerarie, evidenziando le complesse relazioni tra gli occupanti e la rilevanza storica del sepolcro.
La piscina, circondata da marmi di Luni, si estende su 4000 metri quadrati e ha una profondità di 1 metro. Presenta colonne, nicchie con statue e mosaici colorati, con il Chiostro piccolo costruito nel ‘500 sopra di essa.
La Tomba del Guerriero di Lanuvio, risalente al V secolo a.C., evidenzia l’influsso greco attraverso il ritrovamento di armi e attrezzi atletici. Lanuvium, famosa per tre imperatori romani, fu fondata secondo leggende legate alla cultura greca.
Sicuramente Piazza di Spagna e la sua scalinata verso Trinità dei Monti, sono tra i luoghi più famosi ed iconici della città. Dal 1990 al 2000 la scalinata di Trinità dei Monti è stata lo scenario delle più emozionanti sfilate di alta moda. L’ultima sfilata è stata organizzata da Valentino nel 2022, che qui vicino ha la sua Maison di Moda, in piazza Mignanelli .
La Scalinata di Trinità dei Monti è un capolavoro del Barocco Romano, realizzata dall’architetto Francesco De Sanctis tra il 1723 e il 1726. Per la costruzione venne utilizzato il travertino, una pietra calcarea romana che le conferisce il caratteristico colore chiaro.
Il dislivello tra Piazza di Spagna e il piazzale della chiesa di Trinità dei Monti è di 23 metri. La scalinata è composta da 136 gradini, suddivisi in 11 sezioni.
Tre terrazze permettono di riposare e godersi la vista su Via dei Condotti fino al Tevere.
Alla fine della scalinata si trova la Fontana della Barcaccia, realizzata da Pietro Bernini (padre di Gian Lorenzo Bernini) e da suo figlio.
Piazza di Spagna è un luogo di grande importanza per i romani. Qui si trova l’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede. In passato, durante lo Stato Pontificio, la piazza era extraterritoriale e chiunque fosse ricercato dai gendarmi dello Stato Pontificio si rifugiava qui.
Oggi, Piazza di Spagna è sinonimo di shopping di lusso a Roma. Di fronte all’ambasciata si trova la Colonna dell’Immacolata, inaugurata nel 1857.
Indirizzo: Piazza di Spagna, 00187 Roma Trinità dei Monti anno di costruzione: tra il 1723 e il 1726
Forma e struttura: il dislivello tra il piazzale della chiesa di Trinità dei Monti e piazza di Spagna è di 23 metri, 136 gradini, 11 sezioni, 3 terrazze
Se siete turisti alla vostra prima visita a Roma, i Musei Vaticani sono un’esperienza imperdibile. Fondati da papa Giulio II nel XVI secolo, questi musei occupano gran parte del vasto cortile del Belvedere e sono una delle raccolte d’arte più grandi del mondo. Ecco cosa dovete sapere:
Grandezza dei Musei Vaticani:
Si dice che i Musei Vaticani contengano la più grande collezione d’arte al mondo, con circa 9 milioni di pezzi. Questa quantità potrebbe avvolgere, per oltre quattro volte, il perimetro delle mura vaticane.
I musei ospitano opere d’arte accumulate nei secoli dai papi, tra cui la celebre Cappella Sistina.
Sezioni e Collezioni:
All’interno dei Musei Vaticani, troverete una vasta gamma di sezioni e collezioni:
Museo Gregoriano Egizio: espone antichi manufatti egizi, come mummie, papiri e statue.
Museo Gregoriano Etrusco: mostra reperti etruschi, tra cui ceramiche e gioielli.
Museo Pio Clementino: qui potrete ammirare sculture classiche, come il Laocoonte e il Torso Belvedere.
Galleria Lapidaria: contiene iscrizioni e frammenti di epoca romana.
Braccio Nuovo: una galleria di sculture classiche.
Collezione d’Arte Contemporanea: Inaugurata nel 1973 da Paolo VI, questa collezione si trova nell’Appartamento Borgia e comprende opere moderne e contemporanee.
Padiglione delle Carrozze: espone carrozze e veicoli storici.
Capolavoro della scultura antica, rinvenuta nel 1513 presso Campo Marzio, probabilmente una delle statue del tempio dedicato a Iside e Serapide che si trovava in quella zona.
Sito archeologico gestito dalla Soprintendenza Speciale di Roma
⭐⭐⭐⭐⭐
Classificazione: 5 su 5.
Un’edificio unico in tutta Roma Antica
Nel cuore di Roma, lontano dagli itinerari turistici tradizionali, si trova la misteriosa Basilica Sotterranea di Porta Maggiore. Scoperta casualmente il 23 aprile 1917 durante lavori ferroviari, questa struttura rappresenta uno dei più enigmatici esempi di architettura e arte del I secolo d.C. La basilica è avvolta in un alone di mistero che continua a intrigare studiosi e visitatori di tutto il mondo. Si tratta del più antico esempio di Basilica Pagana di tutto l’Occidente.
Scoperta e Posizione
La Basilica è stata portata alla luce quasi per caso, quando gli operai intenti a scavare vicino alla stazione di Porta Maggiore si sono imbattuti in una serie di ambienti sotterranei. Situata a circa nove metri sotto il livello stradale moderno, la basilica si colloca in un quartiere ricco di storia: il Prenestino-Labicano. Questa scoperta ha permesso di aggiungere un tassello importante alla conoscenza degli edifici cultuali e delle credenze dell’antica Roma.
Struttura Architettonica
L’edificio si distingue per essere un esempio straordinario di architettura dell’età imperiale, conservatosi integro senza i pesanti rimaneggiamenti che hanno interessato la maggior parte delle costruzioni antiche di Roma. La basilica presenta una sontuosa decorazione musiva, pittorica e a stucco, che si mantiene come originariamente progettata. La sua costruzione sotterranea fu un processo articolato: dapprima vennero scavati gli ambienti, poi riempiti con conglomerato cementizio di calce, pozzolana e blocchetti di selce per la struttura portante, muri e pilastri. Infine, gli spazi furono svuotati dalla terra, dando forma all’imponente struttura. Al momento della costruzione, la Basilica si trovava in un’area suburbana chiamata Horti Tauriani, parte delle ampie proprietà terriere della gens Statilia.
Il suo interno è così composto:
Corridoio di accesso: Un lungo corridoio che conduce dal livello del terreno alla basilica sotterranea.
Vestibolo quadrangolare: Un’area di ingresso con volta a padiglione traforata da un lucernario.
Sala principale: La basilica vera e propria, suddivisa in tre navate (una centrale e due laterali) da sei pilastri. Le navate sono coperte da volte a botte.
Abside: Situata al fondo della navata centrale, tipica delle strutture basilicali.
Decorazioni in stucco: Raffigurano scene mitologiche e sono miracolosamente ben conservate, impastato con madreperla, lo stucco produce uno sfavillante scintillio alla luce.
Decorazioni e Temi Iconografici
Uno degli aspetti più affascinanti della Basilica sono le sue decorazioni interne. Stucchi raffinati e dipinti eccezionali adornano le pareti, raffigurando scene mitologiche e simboliche. Tra le rappresentazioni più celebri troviamo:
Ganimede rapito da Zeus,
Medea mentre offre la bevanda magica al drago che sorveglia il vello d’Oro
la poetessa Saffo si getta in mare.
Questi temi mitologici mostrano una visione del destino dell’anima e dei misteri iniziatici.
Sistema di Illuminazione e Aerazione
L’illuminazione e il ricambio dell’aria all’interno degli ambienti ipogei erano garantiti da un sistema particolarmente innovativo per l’epoca. Attraverso un’apertura sulla volta “a schifo” del vestibolo, caratterizzata da un singolare taglio architettonico – un rettangolo intersecato da un semicerchio – la luce naturale filtrava all’interno, riproducendo con identico orientamento la sagoma della navata centrale. Inoltre, un’apertura predisposta sulla parete ovest dell’aula basilicale permetteva alla luce esterna del vestibolo di illuminare l’interno, favorendo anche il ricambio d’aria.
Funzione e Interpretazioni
Le interpretazioni sulla funzione della Basilica sono molte e ancora in discussione. Alcuni credono che fosse un luogo di culto neopitagorico, un movimento che univa spiritualità e conoscenza. Altri sostengono che fosse una basilica funeraria o un tempio dedicato a pratiche esoteriche. La mancanza di iscrizioni chiare lascia spazio a queste idee interessanti.
Rilevanza e Fascino
La Basilica Sotterranea di Porta Maggiore rimane uno dei tesori nascosti di Roma, un luogo che unisce arte, mistero e storia. La sua rilevanza non si limita al passato: rappresenta ancora oggi un esempio unico di come l’architettura e la simbologia possano intrecciarsi. Visitare questa basilica significa immergersi in un mondo sconosciuto e sentire l’eco delle antiche civiltà che hanno plasmato il nostro presente.
Costo Indicativo del biglietto: consultare il sito
Gratuità: consultare il sito per verificare le date
LA BASILICA E’ APERTA AL PUBBLICO SOLO IN DATE SPECIALI, CONSULTARE IL SITO PER VERIFICARE IL CALENDARIO DELLE APERTURESPECIALI
Accessibilità: La basilica si trova a 9 m di profondità e per raggiungerla bisogna scendere tre rampe di ripide scale. L’accesso risulta non adatto per persone con disabilità o per carrozzine e passeggini.
La delicatezza delle decorazioni in stucco che ricoprono quasi per intero le pareti dell’edificio, richiedono particolari condizioni di umidità e temperatura per preservarli. Per evitare che gli stucchi si rovinino è consento l’accesso a piccoli gruppi di massimo 10 persone alla volta.
Data di costruzione: si ipotizza che la basilica pagana sia stata costruita nei primi decenni del I secolo d.C.. Si tratta quindi della più antica basilica pagana trovata a Roma.
Dimensioni: la Basilica di 108 mq, è costituita da tre navate, di cui la centrale più ampia termina con un’abside orientata ad est, anticipa impianto basilicale cristiano. Le navate laterali di varia altezza (in media 7,25m), sono scandite da sei pilastri, tre per lato, al cui piede nella navata centrale erano addossati dei pilastrini, oggi non più presenti. La larghezza della basilica misura 9 metri per una lunghezza di 12.
Data della scoperta: 23 aprile 1917 durante i lavori di costruzione della linea ferroviaria Roma-Cassino
Funzione: gli studiosi non sono riusciti ancora a comprendere quale fosse la funzione dell’edificio. Secondo un’interpretazione si tratterebbe di una basilica funeraria della famiglia Statilia Taurus. Altri ritengono che qui la famiglia avesse edificato un tempio neo-pitagorico, mentre un’altra interpretazione (sostenuta dal professore belga Hans van Kasteel, si tratterebbe di un commentario in chiave allegorica dei versi di Virgilio (noto neo-pitagorico).
Breve storia: costruita dal capostipite Tito Statilio Tauro – console e audiutor di Augusto al pari di Agrippa nell’ 11 d.C.. avrebbe cambiato destinazione d’uso per volontà di un discendente di Tito Satilio che ne portava lo stesso nome. Vissuto al tempo dell’imperatore Claudio, fu accusato dall’imperatrice Agrippina di essere un “matematicus”, appartenente alla setta dei neo-pitagorici e quindi mago. Per evitare il processo di suicidò prima di essere trascinato in tribunale nel 53 d.C..
L’interpretazione neo-pitagorica La Basilica sotterranea di Porta Maggiore, scoperta nel 1917, è una meraviglia nascosta sotto la città di Roma. Risalente al I secolo d.C., il suo stile architettonico e le decorazioni interne rivelano una cura e una raffinatezza straordinarie. Il suo scopo rimane avvolto nel mistero: alcuni studiosi ritengono che fosse un luogo di…
Santa Petronilla era stata una martire dei primi tempi del Cristianesimo, ritenuta – ma si tratta di una leggenda – la figlia dell’apostolo Pietro. Nel corso del medioevo Petronilla divenne la patrona del regno di Francia e una cappella in suo onore venne realizzata presso l’antica Basilica di San Pietro (per lo stesso ambiente Michelangelo scolpì la Pietà).
La cappella venne demolita durante i lavori per la nuova Basilica, dove alla santa venne dedicato un altare, adornato in seguito con il grande dipinto di Guercino. Nel Settecento il quadro venne spostato nel Palazzo del Quirinale, all’epoca residenza pontifica; requisito dalle truppe francesi alla fine del secolo XVIII e trasferito al Museo del Louvre a Parigi, venne recuperato da Antonio Canova dopo la caduta di Napoleone e sistemato nei Musei Capitolini.
Roma Musei Capitolini Seppellimento di Santa Petronilla Guercino (Giovanni Francesco Barbieri, Cento 1591 – Bologna 1666) Olio su tela
Questa maestosa pala d’altare, destinata in origine alla Basilica di San Pietro, venne dipinta da Guercino durante il pontificato di Gregorio XV Ludovisi (1621-23). Il papa bolognese aveva chiamato l’artista a Roma. La scena è divisa in due registri: in basso la santa è calata nella tomba da possenti figure di necrofori con intorno altri gruppi di personaggi ben delineati nei piani di profondità; in alto l’apoteosi è costruita sul contrasto tra la bellissima figura del Cristo e la ricca veste decorata della santa.
Alla fine del Quattrocento, i frammenti della statua di Costantino furono collocati al Palazzo dei Conservatori. Nel 2022, è stata inaugurata una replica 1:1 al Giardino di Villa Caffarelli, ricostruita grazie alla tecnologia digitale e…
Lo sguardo seducente della zingara ed il giovane cavaliere
Pinacoteca dei Musei Capitolini
A pochi anni dall’esecuzione di questo soggetto, collocato dalla letteratura artistica moderna intorno al 1593-1594 e riferito alla committenza di monsignor Petrignani presso il quale Caravaggio nel 1595 aveva trovato “la commodità di una stanza”, Giulio Mancini, uno dei biografi di Caravaggio, riteneva che “di questa scuola non credo che si sia visto cosa con più grazia et affetto che quella zingara che dà la buona ventura a quel giovanotto […] del Caravaggio”. Con queste parole Mancini introduceva alla vasta fortuna critica del dipinto che, insieme ai Bari, costituisce uno dei soggetti che furono più volte copiati e reinterpretati sia nel corso del Seicento che successivamente.
I due quadri costituiscono la prima affermazione di quel linguaggio rivoluzionario che Caravaggio andava professando a Roma negli anni successivi all’attività presso il Cavalier d’Arpino. Il dipinto fu acquistato dal cardinale Francesco Maria Del Monte che accolse l’artista nel proprio palazzo e divenne uno dei suoi più fedeli protettori.
Il cardinale apprezzò il soggetto tratto dalla vita di strada del tempo, ma seppe anche comprendere la raffinata trasposizione del gioco di sguardi ed espressioni tra la giovane zingara che nel leggere la mano al cavaliere, intento a seguire le parole della donna, gli sfila l’anello.
Fonte: Caravaggio – I classici dell’arte – pagina 76 – Rizzoli Skira edizione 2003
Quella polemica alla morale del tempo che tanta fortuna portò a Caravaggio
Sono anni di miseria per Caravaggio e sono anche gli anni in cui Clemente VIII Aldobrandini, il papa eletto nel 1592, con una violenta sterzata repressiva aveva deciso di ripulire la vita di strada a Roma. Nei giorni immediatamente successivi all’elevazione, il nuovo papa bandì il duello e il possesso delle armi, e prese serie misure contro il carnevale, il gioco delle carte e dei dadi, fece espellere vagabondi, mendicanti, delinquenti e zingari dalla città e promosse il divieto di aggregazione perfino di piccoli gruppi di persone. La prostituzione venne posta fuori legge al pari dell’omosessualità e fu promosso un preciso codice di abbigliamento che esigeva, dai prelati come dalle cortigiane, di indossare sopra le vesti un’ulteriore camicia dalle lunghe maniche: nera per i preti e gialla per le prostitute. Tutte queste misure interessarono direttamente la vita di strada romana del tempo, con le sue osterie, le sue botteghe e i campi di pallacorda, nella quale Caravaggio non solo viveva, ma della quale subito divenne il più accorto interprete e cronista.
Con la Buona ventura e con I bari, eseguiti in questi anni, Caravaggio elevò la rappresentazione di quel mondo al livello di quello che all’epoca era riconosciuto il più alto grado morale e intellettuale della pittura, quella definita “di storia”, ovvero quella che nella rappresentazione di nobili azioni storiche o religiose evocava esempi di virtù e bellezza.
Furono proprio i due dipinti, in cui la vita della strada era raffigurata e tradotta con assoluta fedeltà al “vero”, che gli aprirono le porte dei palazzi degli aristocratici romani togliendolo dall’indigenza che lo aveva portato a vendere per soli otto scudi uno dei quadri che in seguito saranno tra i più acclamati. E ancora furono proprio la Buona ventura e I bari a divenire i suoi dipinti più volte replicati e copiati da seguaci e imitatori non solo nel periodo in cui visse, ma anche nei secoli successivi.
Fonte: Caravaggio – I classici dell’arte – pagina 34 – Rizzoli Skira edizione 2003
Roma Musei Capitolini Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1610) Buona Ventura, 1597 olio su tela, cm 115 x 150
E’ un’opera giovanile, che si trovava nella collezione del Cardinale Francesco Maria del Monte. Il dipinto è un importante esempio delle novità dirompenti introdotte in pittura da Caravaggio. Raffigura un episodio di vita quotidiana cui sembra di poter assistere in un giorno qualunque inoltrandosi tra i vicoli e le piazze della Roma di fine Cinquecento. Partendo dal fondo della tela Caravaggio costruisce uno spazio indefinito ma reso reale dalla luce naturale che invadendo il campo pittorico costruisce forme e volumi. I personaggi, una zingara e un giovane cavaliere, sono modelli viventi, vestiti con abiti contemporanei, tratti dall’osservazione del vero. Tuttavia, il soggetto dell’opera non è solo ciò che si vede: la giovane e seducente zingara, con il pretesto di leggere il futuro al cavaliere, gli prende la mano e con un gesto rapido gli sfila l’anello dall’anulare destro, dunque un chiaro monito a non farsi ingannare e a non cedere alla seduzione dei falsi profeti.
Michelangelo, su incarico di Paolo III Farnese, progettò piazza del Campidoglio a Roma, creando uno spazio pubblico innovativo. Mantenne il Palazzo senatorio e il Palazzo dei Conservatori, aggiungendo il Palazzo nuovo. Al centro, collocò il…
Agrippina Maggiore, figlia di Marco Vipsanio Agrippa e Giulia, sposò Germanico e ebbe nove figli, tra cui Caligola e Agrippina Minore. Celebre per il suo coraggio, divenne bersaglio della gelosia di Tiberio. Dopo la morte…
La statua colossale Marforio, risalente al II-III secolo d.C. e rappresentante Oceano, si trova nel Campidoglio dal 1592. Originariamente nel Martis forum, è diventata una statua parlante per esprimere lamentele contro le autorità. È stata…
Il dipinto raffigura un giovane completamente nudo, adagiato su una pelle di animale e su panni bianchi e rossi, mentre abbraccia felice un ariete e sorride girandosi verso lo spettatore.
La luce proviene dall’alto a sinistra, colpisce la schiena nuda del ragazzo, parte del viso e della gamba destra, lasciando invece in ombra il resto del corpo.
Nell’opera Caravaggio ha umanizzato il divino e divinizzato l’umano: San Giovanni si rincarna in un giovane sorridente, malizioso e sensuale, che esprime con tutto il suo corpo la gioia di vivere. A sua volta il fanciullo interpreta un santo ancora ignaro del suo drammatico destino. La figura sembra emergere improvvisamente dall’oscurità e materializzarsi davanti ai nostri occhi in uno spazio reale, sotto una luce reale, in un tempo reale, che quasi ci sembra di poterla toccare.
L’opera appare rivoluzionaria non solo per il modo di rappresentare il santo (anche se la posa si ispira agli ignudi michelangioleschi della Cappella Sistina) ma anche per l’uso del chiaroscuro che fa emergere con potenza la figura dal fondo indistinto. (fonte Musei Capitilini, Guida, Mondadori Electa, edizione 2005, pagina 166).
San Giovanni Battista
Olio su tela 132×97 cm, Roma Pinacoteca Capitolina. Dipinto verso il 1602 da Michelangelo da Merisi, detto Caravaggio per la famiglia Mattei.
Pochi anni dopo la sua esecuzione intorno al 1602, il dipinto si trovava ancora nella casa per la quale era stato commissionato. Un documento del 1601 stabilisce che Caravaggio in quell’anno risiedeva presso Palazzo Mattei a Roma. L’elevato numero di opere eseguite dall’artista per la famiglia Mattei in quegli anni ha portato a considerare l’ipotesi che Caravaggio abbia effettivamente passato un certo periodo presso la famiglia.
Non è stato ancora chiarito in maniera definitiva se il soggetto rappresentato sia davvero il santo, in onore del figlio maggiore di Mattei che si chiamava Giovanni, oppure se nel dipinto debba riconoscersi un tema differente dalla rappresentazione di san Giovanni Battista, come suggerirebbero nuove ricerche svolte sia sulla base dell’assenza di un titolo affine negli inventari Mattei, che sulla base dell’importanza del sorriso dell’adolescente nella composizione.
Il particolare interesse nutrito dalla famiglia per il collezionismo di statuaria antica, sembra echeggiare sia nella posa mollemente contrastata che nell’attenzione tardo alessandrina per il corpo acerbo del Giovannino. L’attenzione naturalistica per le superfici, la tenera epidermide del santo, il pelo dell’ariete, il realismo delle corna, condividono l’ascendenza classica con il principio di fedeltà al vero promosso da Caravaggio, che coglie l’aspetto vitale dell’adolescente anche nel mezzo sorriso che gli attribuisce.
Fonte: Caravaggio, i classici dell’arte – Rizzoli, edizione 2003, pagina 126
Quella della pianta marmorea è una storia di aspettative e delusioni. La lunga permanenza a Palazzo Farnese (1562-1741) vede un iniziale entusiasmo degli studiosi dell’Antico nel circolo del cardinale Alessandro Farnese, con i primi tentativi di studio, e il successivo oblio in mezzo ai più famosi capolavori della collezione ospitati nel Palazzo romano.
Le lastre finirono in parte frantumate e usate come materiale da costruzione per i lavori farnesiani del Giardino sul Tevere: più di 600 frammenti spezzati in piccole schegge furono recuperati allo scorcio del 900 durante la costruzione dei Muraglioni di Lungotevere.
Quanto rimaneva fu salvato dall’oblio dalla pubblicazione dell’antiquario Giovan Pietro Bellori, del 1673, che nonostante inesattezze nei disegni e errori nell’identificazione dei monumenti risvegliò l’interesse per il documento. Per questa rinnovata fama e per il legame con la città la pianta marmorea giunse nel 1742 al Museo Capitolino, grazie alla munificenza di Benedetto XIV. I disegni del Bellori servirono anche da base per la prima esposizione pubblica, con i frammenti rimontati in pannelli lungo lo scalone di Palazzo Nuovo (1742).
Realizzata da Nolli, con il supporto tra gli altri di un giovane Piranesi, fu per molti versi un’esposizione infelice, ma contribuì ad accendere l’interesse sulle architetture rappresentate nella pianta.
La pianta marmorea fu poi esposta sulla parete del Giardino Romano in Campidoglio (1903), ma venne presto sostituita con copie. L’ultima esposizione parziale fu realizzata nel 1929 al Celio, nell’Antiquarium.
Dal 1981 al 1997 la piazza fu privata della statua simbolo di Roma
La Statua di Marco Aurelio si trovava al centro della piazza del Campidoglio dal 1538. La piazza era stata disegnata da Michelangelo proprio per darle massimo risalto. Ma l’esposizione della statua per secoli agli agenti atmosferici la stava deteriorando, gravi processi corrosivi in atto mettevano a rischio il monumento, in particolare a causa delle fessure sulle zampe. A partire dal 1981 fino al 1988 la statua fu sottoposta a restauro.
L’8 gennaio 1981 il cavaliere fu rimosso dal basamento michelangiolesco e il 17 il monumento fu trasferito presso il laboratorio dell’Istituto Centrale per il Restauro. L’intervento conservativo, in assenza di procedure ordinarie consolidate, ha permesso un grande sviluppo delle tecniche d’indagine e un’innovazione tecnologica della strumentazione disponibile.
Dopo una lunga e accurata fase di studi preliminari, mirati a definire lo stato di conservazione e le modalità di intervento sul manufatto bronzeo, le operazioni di restauro si sono concluse alla fine del 1988, aprendo una nuova fase per la vita del monumento equestre. La fragilità strutturale e superficiale della materia ha portato all’attenzione di tutti il tema della protezione dei capolavori non musealizzati.
Fu subito chiaro che un’adeguata tutela del bronzo antico sarebbe stata possibile solo a condizione che fossero escluse tutte le sollecitazioni termiche e meccaniche che derivano da un’esposizione all’aperto.
Il desiderio di rivedere la statua bronzea al centro della piazza del Campidoglio era naturalmente unanime, ma responsabilmente fu scelto il male minore.
La collocazione provvisoria in uno spazio chiuso in condizioni ambientali controllate rappresentava la sola scelta in grado di soddisfare adeguatamente l’esigenza di preservare e nel contempo rendere fruibile un manufatto unico e prezioso come la statua equestre di Marco Aurelio.
L’11 aprile 1990 il monumento è tornato in Campidoglio ed è stato collocato nel cortile del Museo Capitolino, in un ambiente climatizzato appositamente chiuso da una vetrata. Il recupero dell’unità monumentale del progetto michelangiolesco è stata fin dall’inizio una preoccupazione primaria.
Fu deciso, quindi, di predisporre una copia dell’originale. Non è stato possibile per motivi diversi adottare le due tecniche tradizionali del calco diretto o della riproduzione per punti mediante il compasso o il pantografo: nel primo caso per la fragilità della doratura residua unitamente alla sua scarsa adesione al bronzo, nel secondo caso per la difficoltà di riprodurre fedelmente tutte le peculiarità del modellato plastico, sommatesi come in un palinsesto nel corso della lunga storia del monumento. Per eseguire la riproduzione della statua bronzea si è fatto ricorso, quindi, al procedimento indiretto, che prevede la ricostruzione della forma geometrica secondo un modello numerico ottenuto tramite il rilievo ‘fotogrammetrico’ e l’integrazione manuale della “pelle” con tecniche artigianali.
Nel 1997 i tecnici della Zecca dello Stato hanno completato la copia bronzea, che il 19 aprile dello stesso anno è stata eretta sul basamento al centro della piazza Capitolina.
Parallelamente alla realizzazione della copia, è stato affrontato il problema della musealizzazione dell’originale in un ambiente più idoneo rispetto a quello provvisorio, individuando un luogo adatto per dimensioni e per dignità nell’ambito dei Musei Capitolini, la cui ristrutturazione e realizzato, insieme ai dispositivi di ancoraggio della statua, dal Centro di Ricerca Scienza e Tecnica per la Conservazione del Patrimonio Storico-Architettonico dell’Università di Roma “La Sapienza” (CISTeC), è stato ideato nel segno della discontinuità rispetto al piedistallo michelangiolesco, sia per evitare un improponibile confronto sia per sottolineare la differenza tra l’originaria collocazione all’aperto del monumento equestre e la sua attuale musealizzazione.
È superfluo ricordare che la realizzazione del nuovo padiglione, che ha tenuto conto della presenza dei resti monumentali del Tempio di Giove Capitolino, non offre soltanto una soluzione specifica e definitiva al problema della statua bronzea di Marco Aurelio, ma costituisce la punta di diamante – paragonabile ad altri grandi interventi museografici delle capitali europee – nel programma di riqualificazione complessiva dei Musei Capitolini e dell’intero Campidoglio.
Fonte:Musei Capitolini Guida – Comune di Roma, Assessorato alle Politiche culturali, Sopraintendenza ai Beni Culturali – Nuova edizione ampliata 2006 – Mondadori Electa Spa – pagina 129
Anche durante la seconda guerra mondiale la statua di Marco Aurelio venne rimossa dal piedistallo per essere protetta dai bombardamenti e preservata.
Curiosità: nel 1983 il grande regista russo Andrei Tarkovsky girò una delle scene finali del suo film “Nostalghia” proprio in piazza del Campidoglio. Il bellissimo monologo finale di Domenico (personaggio emblematico che si muove tra la pazzia e la profezia) viene fatto proprio a cavallo della statua di Marco Aurelio, naturalmente una copia perché quell’anno l’originale era già stata trasferito per il restauro.
La leggenda della Civetta
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Secondo un’antica leggenda sulla testa del cavallo si troverebbe appollaiata una civetta, simbolo di sapienza profetica. Quando la statua tornerà a risplendere del suo colore dorato, la civetta griderà annunciando la fine del mondo.
Quando fu realizzata la copia della statua equestre da esporre in Piazza del Campidoglio, i superstiziosi potevano temere che il gemello del Marco Aurelio potesse splendere nella sua nuova doratura, e quindi “scoprire in oro”, e far avverare la profezia. Ciò non è avvenuto perché la doratura poteva ottenersi solo usando mercurio, sostanza altamente inquinante. Questa idea fu quindi scartata e la civetta è ancora lì…
La statua equestre di Marco Aurelio è uno dei pochi bronzi sopravvissuti alle fusioni del Medioevo, e l’unica delle 22 statue equestri – chiamate equi magni – presenti nella Roma Antica. A partire dal X secolo d.C. sappiamo che si trovava presso San Giovanni in Laterano. Deve la sua salvezza ad un errore: nel Medioevo erano convinti che il cavaliere fosse l’imperatore Costantino, colui che aveva reso il cristianesimo religione dell’impero. Dal 1538 fu spostata in Piazza del Campidoglio dove resto per 443, quando venne restaurata ed infine collocata nell’esedra appositamente costruita per proteggerla.
Del monumento equestre dedicato all’imperatore Marco Aurelio (161-180 d.C.) non troviamo alcuna menzione nelle fonti letterarie antiche, ma è verosimile che esso sia stato innalzato nel 176 d.C., insieme ai numerosi altri onori tributatigli in occasione del trionfo sulle popolazioni germaniche, o nel 180 d.C., subito dopo la morte.
In quei tempi a Roma le statue equestri erano molto numerose: le descrizioni tardoimperiali delle regioni della città ne enumerano ventidue, definite equi magni, ossia maggiori del vero, analogamente al monumento di Marco Aurelio.
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Quest’ultimo, tuttavia, è l’unico giunto sino a noi e in virtù della sua integrità ha assunto ben presto un valore simbolico per tutti coloro che intendevano proporsi come eredi dell’antica Roma imperiale. Il luogo di collocazione originario non è noto. Tuttavia già Carlo Fea, che per primo attribuì la salvezza del monumento alla errata identificazione del cavaliere con l’imperatore Costantino, confutò l’ipotesi avanzata da Nardini e accolta da Winckelmann che la statua fosse stata innalzata fin dall’inizio al Laterano, dove è ricordata nelle fonti medievali.
In realtà si può affermare soltanto che la statua sia stata eretta per una dedica pubblica e che, pertanto, il luogo di collocazione originaria più probabile fosse il Foro Romano o la piazza con il tempio dinastico che circondava la Colonna Antonina.
La presenza al Laterano della scultura bronzea viene ricordata fin dal X secolo, ma è probabile che vi si trovasse almeno dalla fine dell’VIII secolo, quando Carlo Magno volle duplicare la sistemazione del campus Lateranensis, trasferendo davanti al suo palazzo ad Aquisgrana (Aachen) una statua equestre analoga portata via da Ravenna.
Nel gennaio del 1538, per ordine di papa Paolo III della famiglia Farnese, la statua fu trasferita sul colle Capitolino, che dal 1143 era divenuto sede delle autorità cittadine. Ad un anno dal suo arrivo, il Senato Romano affidò a Michelangelo l’incarico di risistemare la statua del Marco Aurelio. Il grande artista fiorentino, invece di limitarsi a progettare una sistemazione idonea per il monumento, ne fece il perno di quel mirabile complesso architettonico che è la piazza del Campidoglio.
Fonte:Musei Capitolini Guida – Comune di Roma, Assessorato alle Politiche culturali, Sopraintendenza ai Beni Culturali – Nuova edizione ampliata 2006 – Mondadori Electa Spa – pagina 128
Altezza: La statua in bronzo dorato è alta 4,24 metri e lunga 3,87 metri dalla coda al muso. L’altezza fino alla testa del cavallo inclusa è di 3,52 metri.
Composizione: L’imperatore è raffigurato a capo scoperto, vestito con una tunica e un pesante mantello da comandante, detto paludamentum, che è fissato sulla spalla destra con una spilla a disco. La scultura mostra Marco Aurelio a cavallo, con la mano destra alzata in segno di pacificazione dei territori conquistati.
Curiosità: l’imperatore cavalca senza staffe, questo perché in Europa furono importate dalle popolazioni barbare nell’Alto Medioevo mentre i romani non le utilizzavano.
La statua equestre di Marco Aurelio è l’unico modello rimasto per le statue equestri del Rinascimento, ed è stata sempre esposta, rendendola un’opera eccezionale e preziosa. Essendo testimone per millenni della città è diventata ovviamente oggetto di molte leggende:
La Civetta e il Giudizio Universale:
Una delle leggende più popolari riguarda la doratura della statua. Si dice che quando la doratura ricoprirà completamente la scultura, una civetta (così era interpretato il ciuffo di peli tra le orecchie del cavallo) canterà per annunciare la fine del mondo e volerà via. Questo misterioso dettaglio ha catturato l’immaginazione delle persone nel corso dei secoli, e la statua è diventata un simbolo di attesa e speranza.
La Mano Protesa e la Pergamena:
La statua sembra sottolineare la tendenza più tranquilla e pacifica di Marco Aurelio. Alcuni studiosi sostengono che nella misteriosa mano protesa dell’imperatore tenesse una pergamena, simbolo di studio e intelletto. Questa interpretazione suggerisce che Marco Aurelio fosse un sovrano filosofo, interessato alla conoscenza e alla saggezza.
Eccezionalità Storica e Artistica:
La statua di Marco Aurelio è eccezionale perché quasi tutte le statue bronzee dell’antichità sono state fuse per ricavarne metallo. Solo poche statue bronzee dell’età antica sono giunte sino al presente, e la statua di Marco Aurelio fa parte di questo ristretto gruppo.
È l’unica statua equestre rimasta sempre esposta e l’unica giunta pressoché integra sino all’età contemporanea. Per questa sua eccezionalità, la statua ha influenzato le statue equestri del Rinascimento.