Il dipinto raffigura un giovane completamente nudo, adagiato su una pelle di animale e su panni bianchi e rossi, mentre abbraccia felice un ariete e sorride girandosi verso lo spettatore.
La luce proviene dall’alto a sinistra, colpisce la schiena nuda del ragazzo, parte del viso e della gamba destra, lasciando invece in ombra il resto del corpo.
Nell’opera Caravaggio ha umanizzato il divino e divinizzato l’umano: San Giovanni si rincarna in un giovane sorridente, malizioso e sensuale, che esprime con tutto il suo corpo la gioia di vivere. A sua volta il fanciullo interpreta un santo ancora ignaro del suo drammatico destino. La figura sembra emergere improvvisamente dall’oscurità e materializzarsi davanti ai nostri occhi in uno spazio reale, sotto una luce reale, in un tempo reale, che quasi ci sembra di poterla toccare.
L’opera appare rivoluzionaria non solo per il modo di rappresentare il santo (anche se la posa si ispira agli ignudi michelangioleschi della Cappella Sistina) ma anche per l’uso del chiaroscuro che fa emergere con potenza la figura dal fondo indistinto. (fonte Musei Capitilini, Guida, Mondadori Electa, edizione 2005, pagina 166).
San Giovanni Battista
Olio su tela 132×97 cm, Roma Pinacoteca Capitolina. Dipinto verso il 1602 da Michelangelo da Merisi, detto Caravaggio per la famiglia Mattei.
Pochi anni dopo la sua esecuzione intorno al 1602, il dipinto si trovava ancora nella casa per la quale era stato commissionato. Un documento del 1601 stabilisce che Caravaggio in quell’anno risiedeva presso Palazzo Mattei a Roma. L’elevato numero di opere eseguite dall’artista per la famiglia Mattei in quegli anni ha portato a considerare l’ipotesi che Caravaggio abbia effettivamente passato un certo periodo presso la famiglia.
Non è stato ancora chiarito in maniera definitiva se il soggetto rappresentato sia davvero il santo, in onore del figlio maggiore di Mattei che si chiamava Giovanni, oppure se nel dipinto debba riconoscersi un tema differente dalla rappresentazione di san Giovanni Battista, come suggerirebbero nuove ricerche svolte sia sulla base dell’assenza di un titolo affine negli inventari Mattei, che sulla base dell’importanza del sorriso dell’adolescente nella composizione.
Il particolare interesse nutrito dalla famiglia per il collezionismo di statuaria antica, sembra echeggiare sia nella posa mollemente contrastata che nell’attenzione tardo alessandrina per il corpo acerbo del Giovannino. L’attenzione naturalistica per le superfici, la tenera epidermide del santo, il pelo dell’ariete, il realismo delle corna, condividono l’ascendenza classica con il principio di fedeltà al vero promosso da Caravaggio, che coglie l’aspetto vitale dell’adolescente anche nel mezzo sorriso che gli attribuisce.
Fonte: Caravaggio, i classici dell’arte – Rizzoli, edizione 2003, pagina 126
Quella della pianta marmorea è una storia di aspettative e delusioni. La lunga permanenza a Palazzo Farnese (1562-1741) vede un iniziale entusiasmo degli studiosi dell’Antico nel circolo del cardinale Alessandro Farnese, con i primi tentativi di studio, e il successivo oblio in mezzo ai più famosi capolavori della collezione ospitati nel Palazzo romano.
Le lastre finirono in parte frantumate e usate come materiale da costruzione per i lavori farnesiani del Giardino sul Tevere: più di 600 frammenti spezzati in piccole schegge furono recuperati allo scorcio del 900 durante la costruzione dei Muraglioni di Lungotevere.
Quanto rimaneva fu salvato dall’oblio dalla pubblicazione dell’antiquario Giovan Pietro Bellori, del 1673, che nonostante inesattezze nei disegni e errori nell’identificazione dei monumenti risvegliò l’interesse per il documento. Per questa rinnovata fama e per il legame con la città la pianta marmorea giunse nel 1742 al Museo Capitolino, grazie alla munificenza di Benedetto XIV. I disegni del Bellori servirono anche da base per la prima esposizione pubblica, con i frammenti rimontati in pannelli lungo lo scalone di Palazzo Nuovo (1742).
Realizzata da Nolli, con il supporto tra gli altri di un giovane Piranesi, fu per molti versi un’esposizione infelice, ma contribuì ad accendere l’interesse sulle architetture rappresentate nella pianta.
La pianta marmorea fu poi esposta sulla parete del Giardino Romano in Campidoglio (1903), ma venne presto sostituita con copie. L’ultima esposizione parziale fu realizzata nel 1929 al Celio, nell’Antiquarium.
Dal 1981 al 1997 la piazza fu privata della statua simbolo di Roma
La Statua di Marco Aurelio si trovava al centro della piazza del Campidoglio dal 1538. La piazza era stata disegnata da Michelangelo proprio per darle massimo risalto. Ma l’esposizione della statua per secoli agli agenti atmosferici la stava deteriorando, gravi processi corrosivi in atto mettevano a rischio il monumento, in particolare a causa delle fessure sulle zampe. A partire dal 1981 fino al 1988 la statua fu sottoposta a restauro.
L’8 gennaio 1981 il cavaliere fu rimosso dal basamento michelangiolesco e il 17 il monumento fu trasferito presso il laboratorio dell’Istituto Centrale per il Restauro. L’intervento conservativo, in assenza di procedure ordinarie consolidate, ha permesso un grande sviluppo delle tecniche d’indagine e un’innovazione tecnologica della strumentazione disponibile.
Dopo una lunga e accurata fase di studi preliminari, mirati a definire lo stato di conservazione e le modalità di intervento sul manufatto bronzeo, le operazioni di restauro si sono concluse alla fine del 1988, aprendo una nuova fase per la vita del monumento equestre. La fragilità strutturale e superficiale della materia ha portato all’attenzione di tutti il tema della protezione dei capolavori non musealizzati.
Fu subito chiaro che un’adeguata tutela del bronzo antico sarebbe stata possibile solo a condizione che fossero escluse tutte le sollecitazioni termiche e meccaniche che derivano da un’esposizione all’aperto.
Il desiderio di rivedere la statua bronzea al centro della piazza del Campidoglio era naturalmente unanime, ma responsabilmente fu scelto il male minore.
La collocazione provvisoria in uno spazio chiuso in condizioni ambientali controllate rappresentava la sola scelta in grado di soddisfare adeguatamente l’esigenza di preservare e nel contempo rendere fruibile un manufatto unico e prezioso come la statua equestre di Marco Aurelio.
L’11 aprile 1990 il monumento è tornato in Campidoglio ed è stato collocato nel cortile del Museo Capitolino, in un ambiente climatizzato appositamente chiuso da una vetrata. Il recupero dell’unità monumentale del progetto michelangiolesco è stata fin dall’inizio una preoccupazione primaria.
Fu deciso, quindi, di predisporre una copia dell’originale. Non è stato possibile per motivi diversi adottare le due tecniche tradizionali del calco diretto o della riproduzione per punti mediante il compasso o il pantografo: nel primo caso per la fragilità della doratura residua unitamente alla sua scarsa adesione al bronzo, nel secondo caso per la difficoltà di riprodurre fedelmente tutte le peculiarità del modellato plastico, sommatesi come in un palinsesto nel corso della lunga storia del monumento. Per eseguire la riproduzione della statua bronzea si è fatto ricorso, quindi, al procedimento indiretto, che prevede la ricostruzione della forma geometrica secondo un modello numerico ottenuto tramite il rilievo ‘fotogrammetrico’ e l’integrazione manuale della “pelle” con tecniche artigianali.
Nel 1997 i tecnici della Zecca dello Stato hanno completato la copia bronzea, che il 19 aprile dello stesso anno è stata eretta sul basamento al centro della piazza Capitolina.
Parallelamente alla realizzazione della copia, è stato affrontato il problema della musealizzazione dell’originale in un ambiente più idoneo rispetto a quello provvisorio, individuando un luogo adatto per dimensioni e per dignità nell’ambito dei Musei Capitolini, la cui ristrutturazione e realizzato, insieme ai dispositivi di ancoraggio della statua, dal Centro di Ricerca Scienza e Tecnica per la Conservazione del Patrimonio Storico-Architettonico dell’Università di Roma “La Sapienza” (CISTeC), è stato ideato nel segno della discontinuità rispetto al piedistallo michelangiolesco, sia per evitare un improponibile confronto sia per sottolineare la differenza tra l’originaria collocazione all’aperto del monumento equestre e la sua attuale musealizzazione.
È superfluo ricordare che la realizzazione del nuovo padiglione, che ha tenuto conto della presenza dei resti monumentali del Tempio di Giove Capitolino, non offre soltanto una soluzione specifica e definitiva al problema della statua bronzea di Marco Aurelio, ma costituisce la punta di diamante – paragonabile ad altri grandi interventi museografici delle capitali europee – nel programma di riqualificazione complessiva dei Musei Capitolini e dell’intero Campidoglio.
Fonte:Musei Capitolini Guida – Comune di Roma, Assessorato alle Politiche culturali, Sopraintendenza ai Beni Culturali – Nuova edizione ampliata 2006 – Mondadori Electa Spa – pagina 129
Anche durante la seconda guerra mondiale la statua di Marco Aurelio venne rimossa dal piedistallo per essere protetta dai bombardamenti e preservata.
Curiosità: nel 1983 il grande regista russo Andrei Tarkovsky girò una delle scene finali del suo film “Nostalghia” proprio in piazza del Campidoglio. Il bellissimo monologo finale di Domenico (personaggio emblematico che si muove tra la pazzia e la profezia) viene fatto proprio a cavallo della statua di Marco Aurelio, naturalmente una copia perché quell’anno l’originale era già stata trasferito per il restauro.
La leggenda della Civetta
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Secondo un’antica leggenda sulla testa del cavallo si troverebbe appollaiata una civetta, simbolo di sapienza profetica. Quando la statua tornerà a risplendere del suo colore dorato, la civetta griderà annunciando la fine del mondo.
Quando fu realizzata la copia della statua equestre da esporre in Piazza del Campidoglio, i superstiziosi potevano temere che il gemello del Marco Aurelio potesse splendere nella sua nuova doratura, e quindi “scoprire in oro”, e far avverare la profezia. Ciò non è avvenuto perché la doratura poteva ottenersi solo usando mercurio, sostanza altamente inquinante. Questa idea fu quindi scartata e la civetta è ancora lì…
La statua equestre di Marco Aurelio è uno dei pochi bronzi sopravvissuti alle fusioni del Medioevo, e l’unica delle 22 statue equestri – chiamate equi magni – presenti nella Roma Antica. A partire dal X secolo d.C. sappiamo che si trovava presso San Giovanni in Laterano. Deve la sua salvezza ad un errore: nel Medioevo erano convinti che il cavaliere fosse l’imperatore Costantino, colui che aveva reso il cristianesimo religione dell’impero. Dal 1538 fu spostata in Piazza del Campidoglio dove resto per 443, quando venne restaurata ed infine collocata nell’esedra appositamente costruita per proteggerla.
Del monumento equestre dedicato all’imperatore Marco Aurelio (161-180 d.C.) non troviamo alcuna menzione nelle fonti letterarie antiche, ma è verosimile che esso sia stato innalzato nel 176 d.C., insieme ai numerosi altri onori tributatigli in occasione del trionfo sulle popolazioni germaniche, o nel 180 d.C., subito dopo la morte.
In quei tempi a Roma le statue equestri erano molto numerose: le descrizioni tardoimperiali delle regioni della città ne enumerano ventidue, definite equi magni, ossia maggiori del vero, analogamente al monumento di Marco Aurelio.
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Quest’ultimo, tuttavia, è l’unico giunto sino a noi e in virtù della sua integrità ha assunto ben presto un valore simbolico per tutti coloro che intendevano proporsi come eredi dell’antica Roma imperiale. Il luogo di collocazione originario non è noto. Tuttavia già Carlo Fea, che per primo attribuì la salvezza del monumento alla errata identificazione del cavaliere con l’imperatore Costantino, confutò l’ipotesi avanzata da Nardini e accolta da Winckelmann che la statua fosse stata innalzata fin dall’inizio al Laterano, dove è ricordata nelle fonti medievali.
In realtà si può affermare soltanto che la statua sia stata eretta per una dedica pubblica e che, pertanto, il luogo di collocazione originaria più probabile fosse il Foro Romano o la piazza con il tempio dinastico che circondava la Colonna Antonina.
La presenza al Laterano della scultura bronzea viene ricordata fin dal X secolo, ma è probabile che vi si trovasse almeno dalla fine dell’VIII secolo, quando Carlo Magno volle duplicare la sistemazione del campus Lateranensis, trasferendo davanti al suo palazzo ad Aquisgrana (Aachen) una statua equestre analoga portata via da Ravenna.
Nel gennaio del 1538, per ordine di papa Paolo III della famiglia Farnese, la statua fu trasferita sul colle Capitolino, che dal 1143 era divenuto sede delle autorità cittadine. Ad un anno dal suo arrivo, il Senato Romano affidò a Michelangelo l’incarico di risistemare la statua del Marco Aurelio. Il grande artista fiorentino, invece di limitarsi a progettare una sistemazione idonea per il monumento, ne fece il perno di quel mirabile complesso architettonico che è la piazza del Campidoglio.
Fonte:Musei Capitolini Guida – Comune di Roma, Assessorato alle Politiche culturali, Sopraintendenza ai Beni Culturali – Nuova edizione ampliata 2006 – Mondadori Electa Spa – pagina 128
Altezza: La statua in bronzo dorato è alta 4,24 metri e lunga 3,87 metri dalla coda al muso. L’altezza fino alla testa del cavallo inclusa è di 3,52 metri.
Composizione: L’imperatore è raffigurato a capo scoperto, vestito con una tunica e un pesante mantello da comandante, detto paludamentum, che è fissato sulla spalla destra con una spilla a disco. La scultura mostra Marco Aurelio a cavallo, con la mano destra alzata in segno di pacificazione dei territori conquistati.
Curiosità: l’imperatore cavalca senza staffe, questo perché in Europa furono importate dalle popolazioni barbare nell’Alto Medioevo mentre i romani non le utilizzavano.
La statua equestre di Marco Aurelio è l’unico modello rimasto per le statue equestri del Rinascimento, ed è stata sempre esposta, rendendola un’opera eccezionale e preziosa. Essendo testimone per millenni della città è diventata ovviamente oggetto di molte leggende:
La Civetta e il Giudizio Universale:
Una delle leggende più popolari riguarda la doratura della statua. Si dice che quando la doratura ricoprirà completamente la scultura, una civetta (così era interpretato il ciuffo di peli tra le orecchie del cavallo) canterà per annunciare la fine del mondo e volerà via. Questo misterioso dettaglio ha catturato l’immaginazione delle persone nel corso dei secoli, e la statua è diventata un simbolo di attesa e speranza.
La Mano Protesa e la Pergamena:
La statua sembra sottolineare la tendenza più tranquilla e pacifica di Marco Aurelio. Alcuni studiosi sostengono che nella misteriosa mano protesa dell’imperatore tenesse una pergamena, simbolo di studio e intelletto. Questa interpretazione suggerisce che Marco Aurelio fosse un sovrano filosofo, interessato alla conoscenza e alla saggezza.
Eccezionalità Storica e Artistica:
La statua di Marco Aurelio è eccezionale perché quasi tutte le statue bronzee dell’antichità sono state fuse per ricavarne metallo. Solo poche statue bronzee dell’età antica sono giunte sino al presente, e la statua di Marco Aurelio fa parte di questo ristretto gruppo.
È l’unica statua equestre rimasta sempre esposta e l’unica giunta pressoché integra sino all’età contemporanea. Per questa sua eccezionalità, la statua ha influenzato le statue equestri del Rinascimento.
Marco Aurelio, noto anche come Marco Aurelio Antonino Augusto, fu un imperatore, filosofo e scrittore romano. Regnò dall’anno 161 d.C. fino alla sua morte nel 180 d.C.. Marco Aurelio è stato l’ultimo dei cosiddetti “Cinque buoni imperatori” di Roma (Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio), famosi per la loro guida dell’Impero Romano. La sua eredità è stata influenzata non solo dal suo ruolo di imperatore, ma anche dalla sua profonda riflessione filosofica e dalle sue opere letterarie, tra cui i celebri “Colloqui con sé stesso” (in greco: Τὰ εἰς ἑαυτόν). Questi scritti testimoniano la sua ricerca di saggezza e la sua lotta interiore per la virtù e la serenità in un mondo complesso e turbolento.
Ritreatto di Marco Aurelio ragazzo, presso i Musei Capitolini
Per quale motivo è famoso Marco Aurelio?
“Al nome di Marco Aurelio (Marcus Aurelius) è indissolubilmente legato, fin dall’antichità, l’appellativo di «filosofo». La biografia a lui dedicata nella Historia Augusta, […] probabilmente scritta alla fine del Iv secolo d.C.., sotto il regno di Teodosio, gli attribuisce questo titolo già nelle prime righe: «Marco Antonino, che per tutta la vita mise in pratica i dettami della filosofia e per la rettitudine della sua condotta si innalzò al di sopra di tutti i principi, tu figlio di Annio Vero…».”
«Bisogna – scrive nei Pensieri – sempre tener presenti questi due principi: primo, agire unicamente secondo ciò che ti suggerisce per il bene dell’umanità la ragione specifica della tua condizione di sovrano e di legislatore; secondo, cambiar parere se trovi qualcuno capace di correggerti, rimuovendoti da una certa opinione. Questo nuovo parere, comunque, deve sempre avere una ragione verosimile, come la giustizia o l’interesse comune, ed esclusivamente tali devono essere i motivi che determinano la tua scelta, non il fatto che ti sia parsa più piacevole o tale da procurarti maggior gloria». Il film “Il Gladiatore” del 2000, diretto da Ridley Scott, ha contribuito a far conoscere ancora di più Marco Aurelio al grande pubblico, ma la sua fama era già ben consolidata nei secoli precedenti
Cosa pensavano i contemporanei di lui?
I contemporanei di Marco Aurelio lo consideravano un sovrano illuminato. Una delle fonti più citate è sicuramente la Storia romana di Dione Cassio, uno storico e senatore greco originario della Bitinia che visse tra il 155 e il 235 d.C., nella quale Marco Aurelio viene lodato per le sue virtù morali e la sua abilità di governo, contribuendo così a formare una visione positiva dell’imperatore nella storiografia antica. Nei libri LXXI e LXXII, Cassio Dione presenta Marco Aurelio in ottima luce, sottolineando la giustizia e la misericordia dell’imperatore, dimostrate anche durante l’usurpazione di Avidio Cassio. Altra fonte molto importante è l’Historia Augusta. Questa raccolta di biografie imperiali, contenente anche quella di Marco Aurelio, è attribuita a una serie di autori vissuti tra la fine del III e il IV secolo. Tuttavia, alcuni studiosi ritengono che sia stata composta da un solo autore successivamente al IV secolo. Le biografie di Marco Aurelio, Adriano, Antonino Pio e Lucio Vero sono considerate affidabili, mentre quelle di altri imperatori subordinati e usurpatori sono spesso fantasiose
Quale eredità ci ha lasciato Marco Aurelio?
La sua filosofia stoica, espressa nei “Pensieri”, ha continuato a influenzare le generazioni successive. In un mondo frenetico e caotico, i principi di Marco Aurelio e dello stoicismo sono più pertinenti che mai. La sua enfasi sulla disciplina interiore, sulla consapevolezza e sull’accettazione serena di ciò che non possiamo controllare risuona profondamente nella società moderna. Le sue riflessioni sulla mortalità, il valore della logica, la virtù dell’autodisciplina e l’importanza della benevolenza verso gli altri sono ancora attuali e preziose.
Marco Aurelio è stato un imperatore che ha cercato di vivere secondo i principi filosofici che predicava, e la sua eredità continua a ispirare coloro che cercano saggezza e serenità nella vita quotidiana
Per quanto riguarda le modifiche all’urbanistica di Roma, non ci sono prove dirette che Marco Aurelio abbia apportato cambiamenti significativi alla città. Tuttavia, è importante notare che durante il suo regno, Roma era già una città sviluppata con una struttura urbana consolidata. C’è da considerare che l’imperatore fu costretto per molti anni al fronte, nelle guerre contro i Marcomanni e le altre popolazioni che premevano ai confini dell’impero.
Il suo corpo venne sepolto nel mausoleo della sua Dinastia, presso il Mausoleo di Adriano, oggi noto come Castel Sant’Angelo.
La sua statua equestre in bronzo dorato è uno dei monumenti più preziosi e amati della città di Roma. Il monumento fu fatto erigere in suo onore dopo la sua morte.
La colonna Antonina, è un altro monumento dedicato a celebrare le vittorie di Marco Aurelio e di Lucio Vero nelle guerre Germaniche. Fu eretta tra il 176 e il 193 d.C., si trova ancora in piedi al centro di Piazza Colonna, di fronte al Palazzo Chigi. Questa colonna è un simbolo della grandezza dell’Impero Romano.
121, 26 aprile. Nascita di Marco Annio Vero, detto dapprima Catilio Severo. Il futuro Marco Aurelio.
128 o 129, Marco Aurelio diviene sacerdote Salio.
130 ca Morte del padre di Marco Aurelio. Questi prende il nome di Marco Annio Vero.
135 – 136 Marco Aurelio riveste la toga virile.
138, 25 gennaio. Adriano adotta T. Aurelio Fulvio Boionio Arrio Antonino, che prende il nome di Elio Cesare Antonino e adotta a sua volta Lucio Vero e Marco Aurelio.
138, 10 luglio. Morte di Adriano a Baia.
140, 1° gennaio. Primo consolato di Marco Aurelio.
145 Secondo consolato di Marco Aurelio. Matrimonio con Faustina.
149 9 marzo. Nascita di Annia Galeria Aurelia Lucilla.
161, 7 marzo. Morte di Antonino. Marco Aurelio diviene Augusto e associa Lucio al potere. Lo fidanza con Annia Lucilla.
161, 31 agosto. Nascita di Commodo.
162, Invasione dei Parti in Armenia. Partenza di Lucio per l’Oriente. Autunno. Lucio iniziato a Eleusi.
162-163 Nascita di Marco Annio Vero Cesare, figlio di Marco Aurelio.
168 Marco Aurelio e Lucio partono in guerra contro i Marcomanni.
168-169 I due imperatori svernano ad Aquileia. Febbraio (?). Lucio Vero muore ad Altino.
169 Marco Aurelio a Roma. Morte di Marco Annio Vero.
169-170 I Marcomanni e i Quadi penetrano in Italia.
170 Incursione dei Costoboci fino a Eleusi. Offensiva romana sul Danubio.
171Guerra contro i Quadi. Marco scrive il primo libro dei Pensieri. (?). Vittoria sul fronte del Danubio. Torbidi in Spagna.
172 I Marcomanni attaccati e vinti. Durante l’estate: miracolo della folgore (?).
173 Marco Aurelio a Carnuntum. Redazione del libro II dei Pensieri (?). Durante l’estate: miracolo della pioggia (?).
174 Marco Aurelio a Sirmio. Offensiva contro gli lazigi.
175, Aprile-maggio. Rivolta di Avidio Cassio. 7 luglio. Commodo riceve la toga virile. Marco Aurelio in Siria. Morte di Faustina ad Halala. Marco Aurelio in Egitto.
176 Marco Aurelio ad Atene, iniziato ai Misteri di Eleusi. Ottobre. Ritorno a, passando per Brindisi. 23 dicembre. Trionfo di Marco Aurelio e Commodo.
177 Commodo console. 27 novembre. Commodo associato all’Impero. Matrimonio di Commodo e di Bruttia Crispina.
178 agosto. Marco Aurelio e Commodo partono per la Germania.
180 17 marzo. Morte di Marco Aurelio a Vindobona (Vienna) o a Carnuntum.
La grande piscina – natatio – aveva una superficie di circa 4000 metri quadrati e una profondità di circa 1 metro.
Il fondo e le pareti erano rivestiti da lastre di marmo di Luni. Nella piscina si specchiava la facciata monumentale disegnata sul modello delle scene dei teatri.
È scandita da quattro nicchie colossali, rettangolari e semicircolari, disposte ai lati del grande ingresso che metteva in comunicazione la natatio con il frigidarium.
Il prospetto si articolava in colonne che inquadravano edicole e nicchie con statue. Le superfici erano rivestite di marmi colorati e mosaici che creavano straordinari effetti di policromia.
Alla fine del ‘500 nell’invaso fu costruito il Chiostro piccolo della Certosa, che si estende per circa un terzo dell’intera superficie. Il presbiterio di Santa Maria degli Angeli interrompe la facciata inglobando il grande ingresso e parte della piscina.
La tomba, scoperta nel 1880 e ricostruita nel 1911 da Roberto Paribeni, è caratterizzata da una pianta rettangolare, decorazioni tiberiane e conservazione di urne cinerarie, evidenziando le complesse relazioni tra gli occupanti e la rilevanza storica del sepolcro.
Entro il quadro delle tombe laziali di VI-V sec., l’eccezionale Tomba del Guerriero di Lanuvio (fine del primo quarto del V sec. a.C.) si distingue perché, pur essendo anch’essa modesta e priva di beni di corredo, ha restituito la sepoltura entro un rozzo sarcofago di peperino di un comandante militare, deposto con le sue armi e con i suoi attrezzi ginnici.
La combinazione di ideali militari ed atletici depone per un influsso culturale greco, che non meraviglia negli anni in cui il culto dei Dioscuri, dopo essersi diffuso nel Lazio, fa il suo ingresso anche a Roma.
Delle armi trovate nella tomba si espongono: la corazza di tipo anatomico in bronzo, l’elmo da parata in bronzo, argento, oro e pasta vitrea, l’ascia, una spada, una cuspide e due puntali di lancia.
Degli attrezzi atletici si presentano invece: un disco, uno strigile, una borsa per sabbia, un vasetto d’alabastro.
Da Lanuvio. Fine del primo quarto del V sec. a.C.
Gli influssi della cultura greca nell’antica città di Lanuvium
Lanuvium era un’antica e importante città del Lazio, sorgeva su una collina dei Monti Albani, a circa 20 miglia a sud di Roma. La sua fondazione è avvolta nella leggenda: secondo una tradizione registrata da Appiano, Lanuvium fu fondata da Diomede, il leggendario eroe greco della guerra di Troia.
Un’altra leggenda la collega a Lanoios, un esule troiano. Nascosto dietro le leggende c’è sempre un fondo di verità, per questo probabilmente Lanuvium ha sempre subito il fascino della cultura greca.
Questa città antica è stata resa famosa anche dalla nascita di 3 imperatori romani: Antonino Pio (86-161 d.C.): Imperatore dal 138 al 161 d.C.
Commodo (161-192 d.C.): Imperatore dal 180 al 192 d.C.
Settimio Severo (145-211 d.C.): Imperatore dal 193 al 211 d.C
La piscina, circondata da marmi di Luni, si estende su 4000 metri quadrati e ha una profondità di 1 metro. Presenta colonne, nicchie con statue e mosaici colorati, con il Chiostro piccolo costruito nel ‘500 sopra di essa.
La Tomba del Guerriero di Lanuvio, risalente al V secolo a.C., evidenzia l’influsso greco attraverso il ritrovamento di armi e attrezzi atletici. Lanuvium, famosa per tre imperatori romani, fu fondata secondo leggende legate alla cultura greca.
Nel Foro Romano, sotto una pavimentazione troncata, si trova la più antica iscrizione in lingua latina, risalente al VI secolo a.C., legata a un santuario dedicato al dio Vulcano e alla legge sacra del luogo.
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Nel Foro Romano vi era una zona lastricata in marmo nero (lapis niger), al di sotto della quale si trovava un luogo di culto risalente alla prima metà del VI secolo a.C.: al suo interno si trova il cippo iscritto, in tufo di Grotta Oscura, cui nella seconda metà del IV secolo a.C. furono aggiunti un altare e, all’inizio del III, una colonna.
Il santuario arcaico può essere identificato con il Volcanal, luogo di culto del dio Vulcano, legato alle attività istituzionali svolte dal re nel Comitium, e interpretato da alcuni autori antichi come luogo di uccisione di Romolo o destinato alla sua sepoltura.
Alla metà del I secolo a.C. l’area fu coperta dalla nuova pavimentazione troncando il cippo ma risparmiando la parte che non sarebbe emersa.
L’iscrizione, la più antica su pietra in lingua latina, è incisa sulle facce del cippo con andamento bustrofedico, alternando linee da sinistra a destra e viceversa, nello stesso modo in cui procede il bue che ara un campo.
Le lettere dell’alfabeto latino arcaico mostrano la loro derivazione da quello greco al punto che già nel I secolo a.C. viene indicata in quel luogo la presenza di un’iscrizione “in caratteri greci”.
Il cippo contiene la legge sacra del santuario (lex arae): il testo si apre sancendo la sacralità del luogo – sakros esed (sacer esto) -, e nomina a seguire una prescrizione per il re – recei – che, con un araldo – kalatorem – doveva servirsi di un carro – iouxmenta. Il resto dell’iscrizione fa probabilmente riferimento all’attività giudiziaria e politica.
Fonte: pannelli espositivi del Museo Nazionale Romano
Il rilievo commemorativo racconta le gesta di un gladiatore sconosciuto che ha vinto battaglie contro retiari. L’ars gladiatoria, originata da rituali etruschi, divenne spettacolo pubblico a Roma, con…
L’idolo del Gianicolo (Museo Terme di Diocleziano) rappresenta una divinità misterica orientale, ancora non identificata. Venne trovato nel 1906 in un altare triangolare, ancora ricoperto da offerte votive…
Frammenti di un rilievo commemorativo delle imprese di un ignoto gladiatore (contraretiarius), raffigurato in diversi combattimenti (pugnae) con i suoi avversari retiari (gladiatori muniti di rete e tridente). Le iscrizioni indicano il numero dei combattimenti vinti (I, XI, XII) e il nome dei gladiatori sconfitti: Improbo, Panterisco e Ilaro.
Storia dell’Ars Gladiatoria
Origine
L’ars gladiatoria, l’arte dei gladiatori, affonda le sue radici nelle antiche tradizioni funerarie etrusche, dove i combattimenti tra schiavi erano offerti come sacrificio agli dei per placare gli spiriti dei defunti. Questi combattimenti rituali divennero nel tempo spettacoli pubblici durante l’epoca della Repubblica Romana e raggiungendo il loro apice sotto l’Impero Romano.
I primi combattimenti gladiatori a Roma furono tenuti nel 264 a.C. durante i funerali di Giunio Bruto Pera. Questi spettacoli si diffusero rapidamente, diventando eventi sempre più grandiosi e complessi. Il Colosseo, inaugurato nell’80 d.C., è il simbolo più famoso di questi giochi.
Sviluppo
Con il passare del tempo, i combattimenti tra gladiatori divennero uno dei principali intrattenimenti pubblici, sostenuti sia da ricchi patrizi che dagli stessi imperatori. I gladiatori venivano addestrati in scuole specializzate chiamate ludi e venivano classificati in diverse categorie in base alle loro armi e stili di combattimento. Le categorie più comuni includevano:
Murmillo: Armati di gladio e scudo rettangolare.
Retiarius: Combattenti con una rete e un tridente.
Thraex: Armati di sica, una spada ricurva, e di uno scudo piccolo.
Secutor o Contraretiarius: Simili ai murmillo ma con un elmo liscio e rotondo per combattere i retiarius.
Donne Gladiatori?
Per alcuni studiosi la risposta è sì, esistevano donne gladiatori, chiamate gladiatrici. Secondo questi storici , anche se erano rare, alcune donne coraggiose combattevano negli stessi spettacoli degli uomini. A sostegno della loro tesi, citano lo storico romano Tacito, che descrisse un gioco in cui le donne nobili combattevano per intrattenere il pubblico. Nel 200 d.C., l’imperatore Settimio Severo proibì formalmente la partecipazione delle donne ai giochi gladiatori.
Coraggio e abilità
L’arte dei gladiatori non era solo una forma di intrattenimento, ma anche un simbolo di coraggio e abilità. Questi combattimenti ci offrono uno sguardo affascinante sulla cultura e sulla società dell’antica Roma, e le storie delle gladiatrici aggiungono un ulteriore livello di profondità a questa tradizione storica.
I gladiatori romani che perdevano erano spesso sepolti in cimiteri riservati per persone del loro rango. In alcuni casi, le loro tombe erano pagate dai loro compagni o dalle associazioni di gladiatori. Le sepolture includevano spesso iscrizioni funerarie che commemoravano il loro coraggio e le loro gesta.
I gladiatori che vincevano, d’altra parte, potevano ricevere onorificenze speciali e, in alcuni casi, premi in denaro. Alcuni dei più celebri gladiatori vittoriosi potevano ottenere il congedo e vivere una vita rispettabile dopo la loro carriera nell’arena.
ROMA- Terme di Diocleziano. Il Santuario di Demetra e Kore ad Ariccia, datato IV-III secolo a.C., custodiva statue e busti rappresentativi del mito, simbolizzando cicli di vita, morte e rinascita, attraverso i misteri Eleusini.
ROMA- TERME DI DIOCLEZIANO. Nel corso del XIX secolo, durante i lavori lungo il Tevere, sono stati scoperti numerosi materiali votivi, soprattutto terracotta, legati a santuari locali, databili principalmente al III/II secolo a.C.
Il Giardino del Museo delle Terme di Diocleziano, istituito nel 1889, espone reperti archeologici romani, con altari funerari, statue in toga e un cratere colossale. Include testimonianze funerarie di nobili, schiavi e soldati, evidenziando la vita nell’antica Roma.
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Piazza Navona, una delle piazze più belle e iconiche di Roma, è un gioiello architettonico che incanta i visitatori con la sua maestosità e storia. E’ un luogo vibrante e vivace, attrattivo sia per i locali che per i turisti. La sua importanza storica, le splendide fontane e le gemme architettoniche la rendono una meta imperdibile a Roma.
Al centro di questa piazza si ergono tre fontane, ciascuna con la sua unicità e bellezza.
La Fontana dei Quattro Fiumi:
Questa è la più grande delle tre fontane di Piazza Navona e fu creata dal celebre scultore Gian Lorenzo Bernini tra il 1647 e il 1651. Al centro della fontana si erge un obelisco alto 16 metri, simbolo di potere e grandezza. I quattro giganti in marmo bianco, posti su una base di travertino, rappresentano i fiumi dei quattro continenti conosciuti all’epoca: il Nilo, il Gange, il Danubio e il Rio de la Plata. L’acqua che scorre tra le masse di travertino crea un movimento suggestivo, dando vita a un effetto straordinario.
La più antica delle tre fontane, la Fontana del Moro, si trova all’estremità meridionale di Piazza Navona. Un colossale uomo-marino emerge da un’enorme conchiglia, mentre combatte con un delfino. Questa scultura in marmo antico è un capolavoro dell’architetto Giacomo della Porta.
La Fontana del Nettuno (o de’ Calderari):
Questa fontana, anch’essa opera di Giacomo della Porta, si trova sul lato opposto della Fontana del Moro. La statua di Nettuno, dio del mare, emerge con il suo tridente e i delfini intorno a lui. La fontana rappresenta il potere e la grandezza del mare, e la sua presenza completa l’armonia artistica di Piazza Navona
In Piazza Navona, queste tre fontane sono veri e propri capolavori barocchi, che uniscono architettura e scultura in un abbraccio di bellezza senza tempo.
Indirizzo: Piazza Navona – 00186 Roma Sito web: non disponibile
Costo Indicativo del biglietto: free
Cenni storici: la piazza sorge sull’antico Stadio Domiziano, costruito nel I secolo d.C..
Lo stadio veniva utilizzato per competizioni atletiche e poteva ospitare fino a 30.000 spettatori. Dopo la caduta dell’Impero Romano, lo stadio cadde in disuso e fu gradualmente sepolto e dimenticato. Nel XV secolo, l’area fu trasformata in uno spazio pubblico, e la piazza iniziò a prendere forma.
Forma e struttura: Piazza Navona è lunga circa 240 metri e larga 65 metri, la sua forma allungata segue l’andamento dell’antico stadio.
Si affacciano sulla piazza splendidi palazzi tra cui: – Palazzo Pamphili: fu la residenza della famiglia Pamphili, e la sua maestosa facciata contribuisce all’eleganza della piazza. – Palazzo Braschi: situato sul lato nord, ospita attualmente il Museo di Roma. – Chiesa di Sant’Agnese in Agone: Progettata da Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini, questa chiesa si trova sul lato occidentale della piazza.
Sotto Piazza Navona giace lo stadio di Domiziano, costruito nell’86 d.C. per ospitare i giochi greci. L’Agon Capitolinus combinava sport e arte, ma era meno popolare degli anfiteatri. Oggi, resti antichi si integrano nell’urbanistica moderna.