Marco Aurelio

L’imperatore filosofo

Chi era Marco Aurelio?

Marco Aurelio, noto anche come Marco Aurelio Antonino Augusto, fu un imperatore, filosofo e scrittore romano. Regnò dall’anno 161 d.C. fino alla sua morte nel 180 d.C.. Marco Aurelio è stato l’ultimo dei cosiddetti “Cinque buoni imperatori” di Roma (Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio), famosi per la loro guida dell’Impero Romano.  La sua eredità è stata influenzata non solo dal suo ruolo di imperatore, ma anche dalla sua profonda riflessione filosofica e dalle sue opere letterarie, tra cui i celebri “Colloqui con sé stesso” (in greco: Τὰ εἰς ἑαυτόν). Questi scritti testimoniano la sua ricerca di saggezza e la sua lotta interiore per la virtù e la serenità in un mondo complesso e turbolento.

Ritreatto di Marco Aurelio ragazzo, presso i Musei Capitolini

Per quale motivo è famoso Marco Aurelio?

“Al nome di Marco Aurelio (Marcus Aurelius) è indissolubilmente legato, fin dall’antichità, l’appellativo di «filosofo». La biografia a lui dedicata nella Historia Augusta, […] probabilmente scritta alla fine del Iv secolo d.C.., sotto il regno di Teodosio, gli attribuisce questo titolo già nelle prime righe: «Marco Antonino, che per tutta la vita mise in pratica i dettami della filosofia e per la rettitudine della sua condotta si innalzò al di sopra di tutti i principi, tu figlio di Annio Vero…».”

«Bisogna – scrive nei Pensieri – sempre tener presenti questi due principi: primo, agire unicamente secondo ciò che ti suggerisce per il bene dell’umanità la ragione specifica della tua condizione di sovrano e di legislatore; secondo, cambiar parere se trovi qualcuno capace di correggerti, rimuovendoti da una certa opinione. Questo nuovo parere, comunque, deve sempre avere una ragione verosimile, come la giustizia o l’interesse comune, ed esclusivamente tali devono essere i motivi che determinano la tua scelta, non il fatto che ti sia parsa più piacevole o tale da procurarti maggior gloria».
 Il film “Il Gladiatore” del 2000, diretto da Ridley Scott, ha contribuito a far conoscere ancora di più Marco Aurelio al grande pubblico, ma la sua fama era già ben consolidata nei secoli precedenti

Cosa pensavano i contemporanei di lui?

I contemporanei di Marco Aurelio lo consideravano un sovrano illuminato. Una delle fonti più citate è sicuramente la Storia romana di Dione Cassio, uno storico e senatore greco originario della Bitinia che visse tra il 155 e il 235 d.C., nella quale Marco Aurelio viene lodato per le sue virtù morali e la sua abilità di governo, contribuendo così a formare una visione positiva dell’imperatore nella storiografia antica.
Nei libri LXXI e LXXII, Cassio Dione presenta Marco Aurelio in ottima luce, sottolineando la giustizia e la misericordia dell’imperatore, dimostrate anche durante l’usurpazione di Avidio Cassio.
Altra fonte molto importante è l’Historia Augusta. Questa raccolta di biografie imperiali, contenente anche quella di Marco Aurelio, è attribuita a una serie di autori vissuti tra la fine del III e il IV secolo. Tuttavia, alcuni studiosi ritengono che sia stata composta da un solo autore successivamente al IV secolo. Le biografie di Marco Aurelio, Adriano, Antonino Pio e Lucio Vero sono considerate affidabili, mentre quelle di altri imperatori subordinati e usurpatori sono spesso fantasiose

Quale eredità ci ha lasciato Marco Aurelio?

La sua filosofia stoica, espressa nei “Pensieri”, ha continuato a influenzare le generazioni successive. In un mondo frenetico e caotico, i principi di Marco Aurelio e dello stoicismo sono più pertinenti che mai. La sua enfasi sulla disciplina interiore, sulla consapevolezza e sull’accettazione serena di ciò che non possiamo controllare risuona profondamente nella società moderna. Le sue riflessioni sulla mortalità, il valore della logica, la virtù dell’autodisciplina e l’importanza della benevolenza verso gli altri sono ancora attuali e preziose.

Marco Aurelio è stato un imperatore che ha cercato di vivere secondo i principi filosofici che predicava, e la sua eredità continua a ispirare coloro che cercano saggezza e serenità nella vita quotidiana

Per quanto riguarda le modifiche all’urbanistica di Roma, non ci sono prove dirette che Marco Aurelio abbia apportato cambiamenti significativi alla città. Tuttavia, è importante notare che durante il suo regno, Roma era già una città sviluppata con una struttura urbana consolidata. C’è da considerare che l’imperatore fu costretto per molti anni al fronte, nelle guerre contro i Marcomanni e le altre popolazioni che premevano ai confini dell’impero.

Il suo corpo venne sepolto nel mausoleo della sua Dinastia, presso il Mausoleo di Adriano, oggi noto come Castel Sant’Angelo.

La sua statua equestre in bronzo dorato è uno dei monumenti più preziosi e amati della città di Roma. Il monumento fu fatto erigere in suo onore dopo la sua morte.

La colonna Antonina, è un altro monumento dedicato a celebrare le vittorie di Marco Aurelio e di Lucio Vero nelle guerre Germaniche. Fu eretta tra il 176 e il 193 d.C., si trova ancora in piedi al centro di Piazza Colonna, di fronte al Palazzo Chigi. Questa colonna è un simbolo della grandezza dell’Impero Romano.

Statua equestre di Marco Aurelio al Campidoglio


Marcus Annius Catilius Severus (26 aprile 121 d.C.) nasce a Roma e precisamente sul Colle Oppio dove la sua famiglia aveva dimora.

Imperatore romano dal 7 marzo 161 d.C. al 17 marzo 181 d.C.
Diarchia con Lucio Vero dal 161 al 169 d.C.
Durata del Regno: 19 anni

Predecessore: Antonino Pio
Successore: Lucio Marco Aurelio Commodo Antonino
Dinastia: Antonina

Come è morto Marco Aurelio? Morì probabilmente di peste a Vindobona o Carnuntum, nell’accampamento militare

Elenco degli imperatori Romani d’Occidente

Cronologia:

121, 26 aprile. Nascita di Marco Annio Vero, detto dapprima Catilio Severo. Il futuro Marco Aurelio.

128 o 129, Marco Aurelio diviene sacerdote Salio.

130 ca Morte del padre di Marco Aurelio. Questi prende il nome di Marco Annio Vero.

135 – 136 Marco Aurelio riveste la toga virile.

138, 25 gennaio. Adriano adotta T. Aurelio Fulvio Boionio Arrio Antonino, che prende il nome di Elio Cesare Antonino e adotta a sua volta Lucio Vero e Marco Aurelio.

138, 10 luglio. Morte di Adriano a Baia.

140, 1° gennaio. Primo consolato di Marco Aurelio.

145 Secondo consolato di Marco Aurelio. Matrimonio con Faustina.

149 9 marzo. Nascita di Annia Galeria Aurelia Lucilla.

161, 7 marzo. Morte di Antonino. Marco Aurelio diviene Augusto e associa Lucio al potere. Lo fidanza con Annia Lucilla.

161, 31 agosto. Nascita di Commodo.

162, Invasione dei Parti in Armenia. Partenza di Lucio per l’Oriente. Autunno. Lucio iniziato a Eleusi.

162-163 Nascita di Marco Annio Vero Cesare, figlio di Marco Aurelio.

168 Marco Aurelio e Lucio partono in guerra contro i Marcomanni.

168-169 I due imperatori svernano ad Aquileia. Febbraio (?). Lucio Vero muore ad Altino.

169 Marco Aurelio a Roma. Morte di Marco Annio Vero.

169-170 I Marcomanni e i Quadi penetrano in Italia.

170 Incursione dei Costoboci fino a Eleusi. Offensiva romana sul Danubio.

171 Guerra contro i Quadi. Marco scrive il primo libro dei Pensieri. (?). Vittoria sul fronte del Danubio. Torbidi in Spagna.

172 I Marcomanni attaccati e vinti. Durante l’estate: miracolo della folgore (?).

173 Marco Aurelio a Carnuntum. Redazione del libro II dei Pensieri (?). Durante l’estate: miracolo della pioggia (?).

174 Marco Aurelio a Sirmio. Offensiva contro gli lazigi.

175, Aprile-maggio. Rivolta di Avidio Cassio. 7 luglio. Commodo riceve la toga virile. Marco Aurelio in Siria. Morte di Faustina ad Halala. Marco Aurelio in Egitto.

176 Marco Aurelio ad Atene, iniziato ai Misteri di Eleusi. Ottobre. Ritorno a, passando per Brindisi. 23 dicembre. Trionfo di Marco Aurelio e Commodo.

177 Commodo console. 27 novembre. Commodo associato all’Impero. Matrimonio di Commodo e di Bruttia Crispina.

178 agosto. Marco Aurelio e Commodo partono per la Germania.

180 17 marzo. Morte di Marco Aurelio a Vindobona (Vienna) o a Carnuntum.

Natatio, la piscina principale delle antiche Terme di Diocleziano

La grande piscina – natatio – aveva una superficie di circa 4000 metri quadrati e una profondità di circa 1 metro.

Il fondo e le pareti erano rivestiti da lastre di marmo di Luni. Nella piscina si specchiava la facciata monumentale disegnata sul modello delle scene dei teatri.

È scandita da quattro nicchie colossali, rettangolari e semicircolari, disposte ai lati del grande ingresso che metteva in comunicazione la natatio con il frigidarium.

Il prospetto si articolava in colonne che inquadravano edicole e nicchie con statue. Le superfici erano rivestite di marmi colorati e mosaici che creavano straordinari effetti di policromia.

Alla fine del ‘500 nell’invaso fu costruito il Chiostro piccolo della Certosa, che si estende per circa un terzo dell’intera superficie. Il presbiterio di Santa Maria degli Angeli interrompe la facciata inglobando il grande ingresso e parte della piscina.

Museo Terme di Diocleziano
Indirizzo: Via Enrico de Nicola, 78 – 00185 Roma
Sito web: https://museonazionaleromano.beniculturali.it/terme-di-diocleziano/
Costo Indicativo del biglietto: 10,00 euro
Gratuità: prima domenica del mese

Musei dedicati a Roma Antica:
Musei Capitolini
Museo Centrale Montemartini
Musei Vaticani
Museo Nazionale Romano
Museo Nazionale Etrusco
Museo di scultura antica Barracco
Museo della Civiltà Romana

Parchi archeologici:
Parco Archeologico del Colosseo
Mercati di Traiano
Mausoleo di Augusto
Terme di Caracalla
Museo dell’Ara Pacis
Parco Archeologico Appia Antica
Basilica Sotterranea di Porta Maggiore
Villa di Livia

Leggi anche:

Sepolcro dei Platorini

La tomba, scoperta nel 1880 e ricostruita nel 1911 da Roberto Paribeni, è caratterizzata da una pianta rettangolare, decorazioni tiberiane e conservazione di urne cinerarie, evidenziando le complesse relazioni tra gli occupanti e la rilevanza storica del sepolcro.

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La Tomba del Guerriero di Lanuvio

Entro il quadro delle tombe laziali di VI-V sec., l’eccezionale Tomba del Guerriero di Lanuvio (fine del primo quarto del V sec. a.C.) si distingue perché, pur essendo anch’essa modesta e priva di beni di corredo, ha restituito la sepoltura entro un rozzo sarcofago di peperino di un comandante militare, deposto con le sue armi e con i suoi attrezzi ginnici.

La combinazione di ideali militari ed atletici depone per un influsso culturale greco, che non meraviglia negli anni in cui il culto dei Dioscuri, dopo essersi diffuso nel Lazio, fa il suo ingresso anche a Roma.

Delle armi trovate nella tomba si espongono: la corazza di tipo anatomico in bronzo, l’elmo da parata in bronzo, argento, oro e pasta vitrea, l’ascia, una spada, una cuspide e due puntali di lancia.

Degli attrezzi atletici si presentano invece: un disco, uno strigile, una borsa per sabbia, un vasetto d’alabastro.

Da Lanuvio. Fine del primo quarto del V sec. a.C.

Gli influssi della cultura greca nell’antica città di Lanuvium

Lanuvium era un’antica e importante città del Lazio, sorgeva su una collina dei Monti Albani, a circa 20 miglia a sud di Roma. La sua fondazione è avvolta nella leggenda: secondo una tradizione registrata da Appiano, Lanuvium fu fondata da Diomede, il leggendario eroe greco della guerra di Troia.

Un’altra leggenda la collega a Lanoios, un esule troiano. Nascosto dietro le leggende c’è sempre un fondo di verità, per questo probabilmente Lanuvium ha sempre subito il fascino della cultura greca.

Questa città antica è stata resa famosa anche dalla nascita di 3 imperatori romani: Antonino Pio (86-161 d.C.): Imperatore dal 138 al 161 d.C.

Commodo (161-192 d.C.): Imperatore dal 180 al 192 d.C.

Settimio Severo (145-211 d.C.): Imperatore dal 193 al 211 d.C

Museo Terme di Diocleziano
Indirizzo: Via Enrico de Nicola, 78 – 00185 Roma
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Leggi anche:

La Tomba del Guerriero di Lanuvio

La Tomba del Guerriero di Lanuvio, risalente al V secolo a.C., evidenzia l’influsso greco attraverso il ritrovamento di armi e attrezzi atletici. Lanuvium, famosa per tre imperatori romani, fu fondata secondo leggende legate alla cultura greca.

Lapis Niger

Nel Foro Romano, sotto una pavimentazione troncata, si trova la più antica iscrizione in lingua latina, risalente al VI secolo a.C., legata a un santuario dedicato al dio Vulcano e alla legge sacra del luogo.

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Lapis Niger

La più antica iscrizione in lingua latina

Nel Foro Romano vi era una zona lastricata in marmo nero (lapis niger), al di sotto della quale si trovava un luogo di culto risalente alla prima metà del VI secolo a.C.: al suo interno si trova il cippo iscritto, in tufo di Grotta Oscura, cui nella seconda metà del IV secolo a.C. furono aggiunti un altare e, all’inizio del III, una colonna.

Il santuario arcaico può essere identificato con il Volcanal, luogo di culto del dio Vulcano, legato alle attività istituzionali svolte dal re nel Comitium, e interpretato da alcuni autori antichi come luogo di uccisione di Romolo o destinato alla sua sepoltura.

Alla metà del I secolo a.C. l’area fu coperta dalla nuova pavimentazione troncando il cippo ma risparmiando la parte che non sarebbe emersa.

L’iscrizione, la più antica su pietra in lingua latina, è incisa sulle facce del cippo con andamento bustrofedico, alternando linee da sinistra a destra e viceversa, nello stesso modo in cui procede il bue che ara un campo.

Le lettere dell’alfabeto latino arcaico mostrano la loro derivazione da quello greco al punto che già nel I secolo a.C. viene indicata in quel luogo la presenza di un’iscrizione “in caratteri greci”.

Il cippo contiene la legge sacra del santuario (lex arae): il testo si apre sancendo la sacralità del luogo – sakros esed (sacer esto) -, e nomina a seguire una prescrizione per il re – recei – che, con un araldo – kalatorem – doveva servirsi di un carro – iouxmenta. Il resto dell’iscrizione fa probabilmente riferimento all’attività giudiziaria e politica.

Fonte: pannelli espositivi del Museo Nazionale Romano

Museo Terme di Diocleziano
Indirizzo: Via Enrico de Nicola, 78 – 00185 Roma
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L’epigrafe di un gladiatore. Storia: combattimenti e curiosità

Frammenti di un rilievo commemorativo delle imprese di un ignoto gladiatore (contraretiarius), raffigurato in diversi combattimenti (pugnae) con i suoi avversari retiari (gladiatori muniti di rete e tridente). Le iscrizioni indicano il numero dei combattimenti vinti (I, XI, XII) e il nome dei gladiatori sconfitti: Improbo, Panterisco e Ilaro.

Storia dell’Ars Gladiatoria

Origine

L’ars gladiatoria, l’arte dei gladiatori, affonda le sue radici nelle antiche tradizioni funerarie etrusche, dove i combattimenti tra schiavi erano offerti come sacrificio agli dei per placare gli spiriti dei defunti. Questi combattimenti rituali divennero nel tempo spettacoli pubblici durante l’epoca della Repubblica Romana e raggiungendo il loro apice sotto l’Impero Romano.

I primi combattimenti gladiatori a Roma furono tenuti nel 264 a.C. durante i funerali di Giunio Bruto Pera. Questi spettacoli si diffusero rapidamente, diventando eventi sempre più grandiosi e complessi. Il Colosseo, inaugurato nell’80 d.C., è il simbolo più famoso di questi giochi.

Sviluppo

Con il passare del tempo, i combattimenti tra gladiatori divennero uno dei principali intrattenimenti pubblici, sostenuti sia da ricchi patrizi che dagli stessi imperatori. I gladiatori venivano addestrati in scuole specializzate chiamate ludi e venivano classificati in diverse categorie in base alle loro armi e stili di combattimento. Le categorie più comuni includevano:

  • Murmillo: Armati di gladio e scudo rettangolare.
  • Retiarius: Combattenti con una rete e un tridente.
  • Thraex: Armati di sica, una spada ricurva, e di uno scudo piccolo.
  • Secutor o Contraretiarius: Simili ai murmillo ma con un elmo liscio e rotondo per combattere i retiarius.

Donne Gladiatori?

Per alcuni studiosi la risposta è sì, esistevano donne gladiatori, chiamate gladiatrici. Secondo questi storici , anche se erano rare, alcune donne coraggiose combattevano negli stessi spettacoli degli uomini. A sostegno della loro tesi, citano lo storico romano Tacito, che descrisse un gioco in cui le donne nobili combattevano per intrattenere il pubblico. Nel 200 d.C., l’imperatore Settimio Severo proibì formalmente la partecipazione delle donne ai giochi gladiatori.

Coraggio e abilità

L’arte dei gladiatori non era solo una forma di intrattenimento, ma anche un simbolo di coraggio e abilità. Questi combattimenti ci offrono uno sguardo affascinante sulla cultura e sulla società dell’antica Roma, e le storie delle gladiatrici aggiungono un ulteriore livello di profondità a questa tradizione storica.

I gladiatori romani che perdevano erano spesso sepolti in cimiteri riservati per persone del loro rango. In alcuni casi, le loro tombe erano pagate dai loro compagni o dalle associazioni di gladiatori. Le sepolture includevano spesso iscrizioni funerarie che commemoravano il loro coraggio e le loro gesta.

I gladiatori che vincevano, d’altra parte, potevano ricevere onorificenze speciali e, in alcuni casi, premi in denaro. Alcuni dei più celebri gladiatori vittoriosi potevano ottenere il congedo e vivere una vita rispettabile dopo la loro carriera nell’arena.

Musei dedicati a Roma Antica:
Musei Capitolini
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Museo Nazionale Romano
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Parchi archeologici:
Parco Archeologico del Colosseo
Mercati di Traiano
Mausoleo di Augusto
Terme di Caracalla
Museo dell’Ara Pacis
Parco Archeologico Appia Antica
Basilica Sotterranea di Porta Maggiore
Villa di Livia

Fonti esterne:
L’equipaggiamento dei gladiatori – ROMANO IMPERO
– Le gladiatrici nell’antica Roma

Leggi anche:

Grandi divinità femminili e antichi santuari nel Lazio

ROMA- Terme di Diocleziano. Il Santuario di Demetra e Kore ad Ariccia, datato IV-III secolo a.C., custodiva statue e busti rappresentativi del mito, simbolizzando cicli di vita, morte e rinascita, attraverso i misteri Eleusini.

Il Tevere come memoria religiosa di Roma

ROMA- TERME DI DIOCLEZIANO. Nel corso del XIX secolo, durante i lavori lungo il Tevere, sono stati scoperti numerosi materiali votivi, soprattutto terracotta, legati a santuari locali, databili principalmente al III/II secolo a.C.

Un Giardino prima di entrare alle Terme di Diocleziano

Il Giardino del Museo delle Terme di Diocleziano, istituito nel 1889, espone reperti archeologici romani, con altari funerari, statue in toga e un cratere colossale. Include testimonianze funerarie di nobili, schiavi e soldati, evidenziando la vita nell’antica Roma.

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Piazza Navona

Il cuore pulsante della città

Piazza Navona, una delle piazze più belle e iconiche di Roma, è un gioiello architettonico che incanta i visitatori con la sua maestosità e storia. E’ un luogo vibrante e vivace, attrattivo sia per i locali che per i turisti. La sua importanza storica, le splendide fontane e le gemme architettoniche la rendono una meta imperdibile a Roma.

Al centro di questa piazza si ergono tre fontane, ciascuna con la sua unicità e bellezza.

La Fontana dei Quattro Fiumi:

Questa è la più grande delle tre fontane di Piazza Navona e fu creata dal celebre scultore Gian Lorenzo Bernini tra il 1647 e il 1651.
Al centro della fontana si erge un obelisco alto 16 metri, simbolo di potere e grandezza.
I quattro giganti in marmo bianco, posti su una base di travertino, rappresentano i fiumi dei quattro continenti conosciuti all’epoca: il Nilo, il Gange, il Danubio e il Rio de la Plata.
L’acqua che scorre tra le masse di travertino crea un movimento suggestivo, dando vita a un effetto straordinario.

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La Fontana del Moro:

La più antica delle tre fontane, la Fontana del Moro, si trova all’estremità meridionale di Piazza Navona.
Un colossale uomo-marino emerge da un’enorme conchiglia, mentre combatte con un delfino. Questa scultura in marmo antico è un capolavoro dell’architetto Giacomo della Porta.

La Fontana del Nettuno (o de’ Calderari):

Questa fontana, anch’essa opera di Giacomo della Porta, si trova sul lato opposto della Fontana del Moro. La statua di Nettuno, dio del mare, emerge con il suo tridente e i delfini intorno a lui.
La fontana rappresenta il potere e la grandezza del mare, e la sua presenza completa l’armonia artistica di Piazza Navona

In Piazza Navona, queste tre fontane sono veri e propri capolavori barocchi, che uniscono architettura e scultura in un abbraccio di bellezza senza tempo. 

Indirizzo: Piazza Navona – 00186 Roma
Sito web: non disponibile

Costo Indicativo del biglietto: free

Cenni storici: la piazza sorge sull’antico Stadio Domiziano, costruito nel I secolo d.C..

Lo stadio veniva utilizzato per competizioni atletiche e poteva ospitare fino a 30.000 spettatori.
Dopo la caduta dell’Impero Romano, lo stadio cadde in disuso e fu gradualmente sepolto e dimenticato. Nel XV secolo, l’area fu trasformata in uno spazio pubblico, e la piazza iniziò a prendere forma.

Forma e struttura: Piazza Navona è lunga circa 240 metri e larga 65 metri, la sua forma allungata segue l’andamento dell’antico stadio.

Si affacciano sulla piazza splendidi palazzi tra cui:
Palazzo Pamphili: fu la residenza della famiglia Pamphili, e la sua maestosa facciata contribuisce all’eleganza della piazza.
Palazzo Braschi: situato sul lato nord, ospita attualmente il Museo di Roma.
Chiesa di Sant’Agnese in Agone: Progettata da Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini, questa chiesa si trova sul lato occidentale della piazza.

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Le 10 maggiori attrazioni di Roma:

  1. Colosseo
  2. Pantheon
  3. Basilica di San Pietro e Piazza San Pietro
  4. Musei Vaticani
  5. Fontana di Trevi
  6. Musei Capitolini
  7. Piazza di Spagna
  8. Piazza Navona
  9. Parco Archeologico del Palatino
  10. Castel Sant’Angelo

Lo Stadio di Domiziano

Sotto Piazza Navona giace lo stadio di Domiziano, costruito nell’86 d.C. per ospitare i giochi greci. L’Agon Capitolinus combinava sport e arte, ma era meno popolare degli anfiteatri. Oggi, resti antichi si integrano nell’urbanistica moderna.

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Dante Alighieri a Roma

La città eterna vista dal divin poeta

Come percepiva Dante la città di Roma e come gli artisti di Roma hanno voluto celebrare il poeta nella città

Dante visitò Roma sicuramente nel 1301, facendo parte di un’ambasceria di fiorentini venuti a chiedere a Bonifacio VIII clemenza per la loro città. Roma si stava riprendendo dai secoli bui dell’Alto Medioevo, ma era una città di medie dimensioni, più piccola rispetto a Firenze.

Lo spettacolo comunque doveva essere di grande impatto, con le sue oltre trecento torri. Dante ha un atteggiamento ambivalente nei confronti di Roma, da una parte la condanna per la sua corruzione, dall’altra riconosce il suo ruolo fondamentale nella storia dell’umanità e della cristianità.
Il Parco Archeologico del Palatino gli ha dedicato un percorso, per valorizzare le terzine che il sommo poeta ha dedicato alla città eterna nella divina commedia: https://colosseo.it/percorsi/nel-mezzo-del-cammin/

“Soleva Roma, che ‘l buon mondo feo

due soli aver, che l’una e l’altra strada

facean veder, e del mondo e di Deo” (Purgatorio, Canto XVI)

Dante afferma che Roma, che un tempo diede al mondo la pace e la giustizia, soleva avere due autorità, le quali indicavano le due strade, quella della felicità materiale (il mondo) e quella della felicità spiriturale (di Deo).

Riconosce anche il fascino che la città esercita sui pellegrini:

Se i barbari, venendo da tal plaga,

che ciascun giorno d’Elice si cuopra,

rotante col suo figlio ond’ella è vaga,

veggendo Roma e l’ardua sua opra,

stupefaciensi quando Laterano

a le cose mortali andò di sopra.” (Paradiso, Canto XXXI)

Se i barbari, scendendo da regioni così settentrionali che l’Orsa Maggiore (l’Elice) vi rimane sempre visibile, ruotando insieme con il figlio che tanto ama, vedendo Roma e i suoi grandiosi edifici, rimanevano attoniti per lo stupore, quando Roma superò (in grandezza e potenza) tutte le cose mortali.

Ma soprattutto Dante riconosceva nel papato corrotto di Bonifacio VIII la colpa di tutto:

Lo principe di nuovi farisei

avendo guerra presso a Laterano,

e non con Saracin né con Giudei,

chè ciascun suo nimico era cristiano.” (Inferno Canto XXVII)

Dante si riferisce alla città con descrizioni talmente dettagliate da far presumere che il poeta abbia visto coi propri occhi Roma.

Come i Roman, per l’esercito molto,

l’anno del Giubileo su per lo ponte

hanno a passar la gente modo colto

che da l’un lato tutti hanno la fronte

verso il Castello e vanno a Santo Pietro

da l’altra sponda vanno verso il monte.(Inferno, Canto XVIII)

Qui Dante fa riferimento al passaggio a doppio senso su ponte Sant’Angelo che in occasione del primo giubileo della storia, indetto nel 1300 proprio da Bonifacio VIII aveva portato in città oltre 200.000 pellegrini.

Fu a Roma che Dante ricevette la notizia dell’esilio e non poté più rientrare nella sua amata Firenze, neanche dopo la morte. La sua opera immortale ha plasmato l’immaginario collettivo e artistico del nostro Paese. Il primo grande amante di Dante, fu Boccaccio.

Raffaello inserì Dante in due affreschi nelle stanze del Papa in Vaticano: nel Parnaso insieme ad Omero (1510-1511) all’interno della Stanza della Segnatura, una delle quattro Stanze Vaticane e nella Disputa sul Sacramento (Trionfo dell’Eucaristia) del 1509.

Dante Alighieri

Dante Alighieri: uno dei più grandi poeti della storia, nacque a Firenze tra il 21 maggio e il 20 giugno 1265. Boccaccio, il suo primo biografo, fa discendere la famiglia di Dante dai Frangipane e quindi da un’antichissima famiglia dell’aristocrazia romana.
Secondo Boccaccio al tempo di Carlo Magno, fu inviato da Roma un certo Eliseo Frangipane, per riedificare Firenze. I discendenti di questo nobile uomo, avevano preso a chiamarsi degli Elisei e da questi sarebbe disceso Cacciaguida, l’antenato che lo stesso Dante nomina nel Paradiso. Non ci sono però documenti storici che possano comprovare questa tesi.

Tuttavia Dante Alighieri stesso rivendica attraverso le parole di Brunetto Latini un’ascendenza romana (Divina CommediaInferno, XV 73-78); sarebbe stato infatti il rampollo di una di quelle famiglie romane che, insieme ad altre famiglie fiesolane, fondarono Firenze dopo la distruzione di Fiesole da parte di Giulio Cesare.

La vita di Dante fu segnata da incontri significativi e avvenimenti cruciali:

  • 1274 incontro con Beatrice: Dante incontrò Beatrice per la prima volta quando entrambi erano bambini. Questo incontro segnò profondamente il poeta e ispirò gran parte della sua poesia. Beatrice appare anche come guida nella sua opera maestra, La Divina Commedia.
  • 1287 Università di Bologna: Dante studiò all’Università di Bologna, una delle più famose università medievali. Qui entrò in contatto con il grande studioso Ser Brunetto Latini, che lo influenzò notevolmente.
  • 1290 8 giugno, Beatrice, oggetto della passione di Dante, morì a soli ventiquattro anni nel 1290. La sua morte segnò profondamente il poeta e ispirò la sua poesia.
  • 1293 Dante sposa Gemma Donati
  • Il viaggio narrato da Dante nel poema si svolge nell’arco di circa una settimana, da venerdì 8 aprile (o 25 marzo) a giovedì 14 aprile (o 31 marzo) dell’anno 1300: è l’anno del primo Giubileo indetto da papa Bonifacio VIII ed ha dunque una valenza simbolica, venendo a coincidere con la speranza di un rinnovamento spirituale e politico che è alla base del pensiero dell’autore e che anima molte pagine dell’opera. Nel 2020 è stato istituito il Dantedì – ogni 25 marzo si festeggia la giornata di Dante, in corrispondenza dell’inizio del suo viaggio nell’oltretomba.
  • 1301 Entra a far parte del Consiglio dei Cento (tra aprile e settembre) e partecipa ad una ambasciata presso papa Bonifacio VIII
  • 1302: il 27 gennaio viene condannato in contumacia a due anni di confino. Il 10 marzo, sempre in contumacia, viene condannato al rogo.
  • 1315: il 6 novembre Dante viene nuovamente condannato a morte, questa volta la condanna investe anche i suoi figli. Dalla fine dell’anno soggiornerà a Verona per almeno 4 anni.
  • 1319: il poeta si trova a a Ravenna, presso Guido Novello da Polenta
  • Morte: Dante morì a Ravenna il 13 o 14 settembre 1321. La sua eredità letteraria e la sua opera immortale, La Divina Commedia, continuano a influenzare il mondo fino ai giorni nostri.

L’importanza di Dante è testimoniata anche nel cinema. Già nel 1911 uscì il primo adattamento cinematografico della prima cantica della Divina Commedia.

Fonti esterne:

Per tutto l’Ottocento Dante fu il simbolo dell’intellettuale che aveva profetizzato la nascita dello stato italiano e l’inventore della lingua moderna. Il principe Massimo fece affrescare una stanza del suo Casino in Laterano dai giovani artisti chiamati Nazareni. Nel 1920 venne istituita la Casa di Dante, nel Palazzetto degli Anguillara a Roma, per diffondere lo studio dell’opera del divino poeta.

Alessandro Torlonia era amante di Dante se ha voluto omaggiarlo più volte nel casino dei Principi a Villa Torlonia e nel suo teatro, dove la statua di Dante sta di fronte all’amata Beatrice.

In occasione dell’Esposizione Universale del 1942 era in progetto il Danteum, un visionario progetto di tradurre in architettura le tre cantiche della Divina Commedia. Era stato affidato a due grandi architetti Giuseppe Terragni e Pietro Lingeri. Purtroppo l’edificio non vide mai la luce a causa della guerra, ma ci rimangono i disegni ed i progetti, tra cui il bellissimo colonnato di cristallo per il Paradiso.

Ulisse e Laerte

Frammento di sarcofago

Questo prezioso frammento di un sarcofago del II secolo d.C., sembra rappresentare il commovente incontro tra un padre anziano ed il figlio perduto: Laerte e Ulisse.

Si trova presso il Museo di Arte Antica Giovanni Barracco di Roma, all’interno di una teca. E’ uno dei pezzi d’arte che probabilmente colpisce di più lo spettatore per la forza e l’intensità emotiva di questo abbraccio.
L’artista è riuscito a raccontare senza parole, le grandi emozioni di un incontro atteso per anni, la fine di un lungo viaggio.

Il volto, forse di Ulisse, affondato sulla spalla di Laerte, nasconde il pianto del ritorno. Ulisse si concede di essere nuovamente figlio. Laerte a sua volta abbraccia la speranza che aveva perduto, quasi incredulo, di vedere l’amato figlio.

Ulisse è personaggio della letteratura occidentale che ben si presta a rappresentare il viaggiatore terreno, che attraversa le vicende umane in questo viaggio tra i mortali, per tornare alla terra del padre, completamente trasformato e maturato dall’esperienza.

C’è così tanta tenerezza in questo abbraccio che si rimane incantati a guardarlo e si torna forse un po’ bambini nel ricordo intimo che ognuno di noi ha della figura del proprio padre.

Odissea Libro XXIV: Odisseo e Laerte
In questo abbraccio gli archeologici hanno riconosciuto l’episodio raccontato nel XXIV libro dell’Odissea. Laerte, padre di Ulisse e re di Itaca ha lasciato il palazzo insediato dai Proci. Per il dolore della perdita del figlio, di cui non ha notizie da anni, è andato a rifugiarsi nella vigna, si è coperto di stracci e dorme con gli schiavi. E’ nella vigna che Ulisse va a cercare il vecchio padre e quando lo vede, incurvato, stanco e vestito da povero contadino, il suo cuore ne ha pietà. Il primo impulso è di corrergli incontro e abbracciarlo, ma si trattiene.
Ulisse fingendo di essere uno straniero, chiede notizie a Laerte. Il vecchio padre racconta della situazione attuale di Itaca, del palazzo insediato dai Proci e si commuove a parlare del figlio Ulisse, probabilmente morto e insepolto.
Alla vista del padre provato dal dolore Ulisse non riesce a continuare la sua farsa e si rivela al padre. Ma questi non si fida e chiede una prova allo straniero.
E Ulisse mostra la cicatrice nel ginocchio, ma Laerte non è convinto. Allora Ulisse capisce quale ricordo è indelebilmente legato a lui nel cuore di suo padre:

Gli alberi poi ti dirò, nel ben coltivato podere/ che mi donasti un giorno, quando io te li chiesi fanciullo, / uno per uno, nell’orto seguendo i tuoi passi: tra quelli / camminavamo; e tu mi dicevi il nome d’ognuno. /Tredici peri tu mi donasti, con dodici meli, / quaranta fichi; e poi cinquanta filari di viti / mi promettesti che dati mi avresti; e ciascuno era adulto/ già da far uva; e grappoli in essi fiorian d’ogni specie”, Omero, Odissea, XXIV, vv. 333-340, tr.  Ettore Romagnoli



Marco Aurelio, la morte per uno stoico

Esci quindi di scena sereno, poiché sereno è anche colui che ti congeda.

Marco Aurelio, “A me stesso”

Così scriveva Marco Aurelio a proposito dell’atteggiamento da tenere nei confronti della morte, in quello straordinario diario intimo che è l’unico libro che ci ha lasciato “A me stesso”.

Queste parole suonano ancora di più se si immagina la scena della morte che dovette affrontare l’imperatore. Moriva infatti in un accampamento al fronte, forse a Sirmio (nell’odierna Serbia) forse a Vindobona (oggi Vienna), il 17 marzo del 180 d.C., probabilmente di peste e consunzione. Coloro che gli erano intorno, spaventati dal possibile contagio, non gli diedero molto confronto e dalle cronache pare che neanche il figlio Commodo, abbia affrontato la paura per assistere il padre morente. Così Marco Aurelio smise di mangiare per accelerare la fine, morendo da vero stoico, così come era vissuto.

Venne sepolto a Roma nel Mausoleo di Adriano.
In suo onore venne eretta la colonna Antonina, oggi davanti a Palazzo Chigi.

La sua statua più famosa è al Campidoglio, uno dei pochissimi bronzi sopravvissuti alle fusioni del Medioevo perché scambiata per la statua di Costantino I.

La morte di Marco Aurelio nella Historia Augusta di Dione Cassio

“Se Marco fosse vissuto più a lungo, avrebbe sottomesso tutti quei territori; ma in realtà morì il diciassette di marzo, seppure non a causa della malattia da cui ancora allora era afflitto, bensì a causa dei medici che, come ho chiaramente sentito, volevano favorire l’ascesa di Commodo.

Quando si trovò in punto di morte, raccomandò quest’ultimo ai soldati (non voleva infatti che si credesse che egli fosse morto a causa di lui), e al tribuno militare che gli chiedeva la parola d’ordine, disse: «Rivolgiti al sole nascente, poiché io sto già tramontando!» Dopo la morte ricevette molti onori e nella curia stessa gli fu eretta una statua d’oro. […]

Che egli agisse sempre ricorrendo non alla simulazione ma alla virtù è un fatto noto: (5) infatti, pur avendo vissuto cinquantotto anni, dieci mesi e ventidue giorni, durante i quali dedicò molto tempo a collaborare con il predecessore Antonino [Pio], ed avendo retto l’impero per diciannove anni e undici giorni, rimase tuttavia sempre lo stesso e non cambiò affatto.

Così sinceramente era un uomo probo, estraneo ad ogni forma di simulazione. […] Tuttavia, a causa dell’assiduo studio e della sua applicazione, aveva un fisico molto debole, sebbene, almeno inizialmente, godesse di una salute così buona che combatteva in armi e, durante la caccia a cavallo, abbatteva dei cinghiali selvatici; inoltre scriveva di proprio pugno la maggior parte delle lettere indirizzate agli amici intimi non solo durante la sua prima giovinezza, ma anche in seguito. (3) In ogni caso non poté godere di quella fortuna che meritava perché non era fisicamente forte e perché dovette affrontare, per quasi tutta la durata del suo impero, moltissime difficoltà.

Proprio per questo lo ammiro maggiormente, appunto perché egli, anche in mezzo a vicende avverse e straordinarie, non solo sopravvisse, ma salvò anche l’impero. […]”

Per molti l’imperatore Marco Aurelio (161-180 d.C.) è stato la dimostrazione che fosse possibile avere al governo un filosofo capace di operare per il bene di tutti.

“Neppure la morte può incutere timore all’uomo per il quale è bene solo ciò che giunge al momento giusto, ed è lo stesso compiere il maggiore o il minor numero di azioni conformi alla retta ragione, ed è indifferente contemplare il mondo per più o meno tempo.

Uomo, sei stato cittadino di questa grande città; che t’importa se per cinque o cinquant’anni? Perché ciò che è in armonia con le sue leggi è equo per ogni uomo. Che v’è di tremendo, allora, se a mandarti adesso via dalla città non è un tiranno né un giudice iniquo, ma la stessa natura che ti ci aveva portato? E come se un attore fosse congedato dalla scena dallo stesso pretore che l’aveva prima ingaggiato. «Ma, di atti, ne ho recitati solo tre, non cinque.» «Certo. Ma nella vita anche tre atti possono essere l’intero dramma.» Perché colui che fissa il termine ultimo è lo stesso che fu un tempo responsabile della tua composizione, e ora della tua dissoluzione; mentre tu non sei responsabile né dell’una né dell’altra.

Esci quindi di scena sereno, poiché sereno è anche colui che ti congeda.”

Marco Aurelio – “A me stesso”

Marco Aurelio

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Il Tempio del Divo Giulio

Un Monumento alla Memoria di Cesare

Nel cuore del Foro Romano, tra le antiche rovine, sorge il Tempio del Divo Giulio (aedes Divi Iulii). Questo maestoso edificio fu eretto in onore di Gaio Giulio Cesare, il grande condottiero e statista romano, divinizzato dopo la sua morte. Cesare fu il primo romano, dopo Romolo, a ricevere tale onore, e il suo tempio divenne un simbolo tangibile della sua grandezza e del profondo impatto che ebbe sulla storia di Roma.

Storia e Costruzione del tempio

La storia del Tempio del Divo Giulio è intrecciata con gli eventi che seguirono l’assassinio di Cesare nel 44 a.C. Il 15 marzo, durante una seduta del Senato nella Curia di Pompeo, Cesare fu ucciso dai congiurati. Il suo corpo venne portato nel Foro, vicino alla Regia, dove si svolsero i suoi funerali. Qui fu eretto un altare, affiancato da una colonna con l’iscrizione “Parenti Patriae” (“al padre della patria”), che fu successivamente eliminata dal console Publio Cornelio Dolabella.

Il senato decretò la costruzione del tempio in onore di Cesare, su iniziativa dei triumviri, dopo la battaglia di Filippi, in cui i cesaricidi furono sconfitti e uccisi. L’edificio fu completato da Ottaviano, figlio adottivo di Cesare, e dedicato il 18 agosto del 29 a.C. Nel tempio furono custodite preziose opere del bottino conquistato durante la vittoria di Azio sull’Egitto di Cleopatra.

Descrizione del Tempio

Il Tempio del Divo Giulio presentava una struttura imponente, con colonne corinzie e un podio elevato. La decorazione architettonica era sontuosa, riflettendo l’importanza di Cesare. All’interno della cella, si trovavano opere d’arte e reliquie legate al condottiero.

Ma ciò che rende questo tempio ancora significativo è la sua attuale funzione di luogo di pellegrinaggio. Ancora oggi, molte persone portano fiori e lasciano biglietti nel luogo dove il corpo di Cesare fu bruciato. Questo gesto di devozione e rispetto continua a collegare il presente con il passato glorioso di Roma.

Il Discorso di Marco Antonio

Nel celebre dramma di William Shakespeare, “Giulio Cesare”, Marco Antonio pronuncia un appassionato discorso funebre sul corpo di Cesare, presumibilmente nel luogo dove la salma sarebbe stata bruciata e dove successivamente sarebbe sorto il Tempio. Si tratta di un capolavoro di eloquenza. Marco Antonio sale sul podio dopo un bellissimo discorso in cui Bruto ha esposto le sue ragioni e ha portato il popolo dalla parte dei congiurati. Marco Antonio, partendo da una situazione di svantaggio, attua una strategia oratoria vincente. Partendo dalla celebre frase:

Non parlo io già per contestare quello che Bruto ha detto; sono qui per dire soltanto quello che so. Tutti lo amaste un tempo; e non senza motivo. Quale motivo vi impedisce oggi di piangerlo?

Marco Antonio, al contrario di Bruto, non fa leva sulla ragione, ma sul sentimento.

Non sono un oratore com’è Bruto; bensì, quale tutti mi conoscete, un uomo semplice e franco, che ama il suo amico; e ciò ben sanno coloro che mi han dato il permesso di parlare in pubblico di lui: perché io non ho né l’ingegno, ne la facondia, né l’abilità, né il gesto, né l’accento, né la potenza di parola per scaldare il sangue degli uomini: io non parlo che alla buona; vi dico ciò che voi stessi sapete; vi mostro le ferite del dolce Cesare, povere, povere bocche mute, e chiedo loro di parlare per me: ma se io fossi Bruto, e Bruto Antonio, allora vi sarebbe un Antonio che sommoverebbe gli animi vostri e porrebbe una lingua in ogni ferita di Cesare, così da spingere le pietre di Roma a insorgere e ribellarsi. 

Prima commuove, poi sobilla ed infine incita il popolo alla rivolta, usando anche l’arma segreta del testamento di Cesare.

Il dramma shakespeariano si basa su fatti documentati storicamente. Cesare aveva infatti lasciato al popolo, nel suo testamento, 300 sesterzi ad ogni cittadino romano e la proprietà dei suoi magnifici giardini. Il giorno del funerale ci furono grandiose manifestazioni di dolore pubblico come ci riporta Svetonio: i veterani delle sue legioni, gettarono nella pira ardente, le armi con le quali se erano parati per la cerimonia. Alcune matrone gettarono nella pira i gioielli che portavano addosso. Le colonie di stranieri, ciascuna a suo modo, espressero separatamente il proprio cordoglio.

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