Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco

Musei Arte Antica

Rete Musei Civici di Roma

Classificazione: 3 su 5.

Non avendo eredi diretti (non si era mai sposato e non aveva figli), Giovanni Barracco maturò la decisione di donare la sua collezione alla città di Roma.

Fu insignito per questo della cittadinanza onoraria di Roma. Gli fu anche messa a disposizione un’area per farne un’adeguata sede museale, in Corso Vittorio Emanuele II, di fronte alla chiesa di San Giovanni dei Fiorentini.

Il museo, denominato Museo di Scultura Antica, fu progettato da Gaetano Koch, con il quale Barracco aveva già collaborato quando, da Questore del Senato del Regno, aveva presieduto alla ristrutturazione ed all’adeguamento di Palazzo Madama.

Giovanni Barracco seguì personalmente la fase progettuale e la realizzazione del Museo di Scultura Antica, che si presentava come un tempio classico. Su richiesta di Barracco, il Museo fu dotato di un impianto di riscaldamento (il primo in Italia), di ampie vetrate per una corretta illuminazione delle opere esposte, e di basi girevoli per permettere la visione a tutto tondo di alcune sculture.

Al Museo fu legata anche la biblioteca personale di Giovanni Barracco.

Negli ultimi anni della vita, Giovanni Barracco trasferì la propria abitazione in Corso Vittorio Emanuele II, presso il Museo, e continuò ad arricchire la collezione. Lasciò, nel testamento, indicazioni ai suoi eredi affinché acquistassero alcune pubblicazioni per la biblioteca del Museo, del quale Ludwig Pollak sarebbe rimasto Conservatore fino alla sua deportazione ad opera della Gestapo nel 1943.

Il Museo di Scultura Antica fu demolito nel 1938 in occasione dei lavori di sistemazione di Corso Vittorio Emanuele II successivi alla costruzione del Ponte Vittorio Emanuele II. La collezione fu trasferita presso l’Osteria dell’Orso e successivamente nei magazzini dei Musei Capitolini.

Nel 1948 il Museo fu ri-allestito nel Palazzo della Farnesina ai Baulari a Corso Vittorio Emanuele II, messo appositamente a disposizione dal Comune di Roma.

Indirizzo: Corso Vittorio Emanuele 166/A – 00186 Roma
Sito web: http://www.museobarracco.it/it
Costo Indicativo del biglietto: gratuito
Gratuità: sempre

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Musei dedicati:
Musei Capitolini
Museo Centrale Montemartini
Musei Vaticani
Museo Nazionale Romano
Museo Nazionale Etrusco
Museo della Civiltà Romana

Parchi archeologici:
Parco Archeologico del Colosseo
Mercati di Traiano
Mausoleo di Augusto
Terme di Caracalla
Museo dell’Ara Pacis
Parco Archeologico Appia Antica
Basilica Sotterranea di Porta Maggiore
Villa di Livia

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Casa romana sotto il museo Barracco

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Ulisse e Laerte

Un frammento di sarcofago del II secolo d.C. rappresenta il commovente incontro tra Laerte e Ulisse. Esposto al Museo di Arte Antica di Roma, cattura l’intensità emotiva di un abbraccio tra padre e figlio, simbolo di un lungo viaggio.

Museo delle Mura

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Musei Arte Antica

Rete Musei Civici di Roma

Classificazione: 2 su 5.

La storia del Museo è costellata di false partenze e intoppi burocratici, fino al 1990, anno in cui finalmente il museo fu realizzato.

Oggi il museo ha il suo ingresso all’interno di Porta San Sebastiano, una delle porte meglio conservate delle mura aureliane.

La porta anticamente si chiamava Porta Appia perché immetteva sulla più bella e famosa strada consolare, appunto la via Appia.

Con l’avvento dell’era cristiana, il suo nome cambiò in Porta San Sebastiano perché portava nel santuario dedicato al martire, proprio sulla via Appia.

La porta diventò la discussa residenza di Ettore Muti, segretario del partito fascista nel 1942-43.
Muti riuscì ad apportare modifiche al monumento, per farlo diventare il suo studio artistico, nonostante nel 1939 la Ripartizione Antichità e Belle Arti si fosse opposta.

Dopo la seconda guerra mondiale la Porta San Sebastiano venne riaperta al pubblico con l’intento di creare successivamente un museo delle mura.

Ci furono vari passaggi di proprietà tra il Ministero dell’Istruzione e il Comune di Roma e passarono gli anni fino alla fine del XX secolo.

Recentemente il museo è stato utilizzato per le riprese di un film italiano molto suggestivo: “Guarda in alto” del 2017 di Fulvio Risuleo. Si tratta di un’incantevole favola moderna ambientata sui tetti di una Roma fantastica e surreale. Il protagonista, il fornaio Teco incontrerà il personaggio Baobab proprio all’interno del Museo delle Mura.

Indirizzo: Via di Porta S. Sebastiano, 18 – 00179 Roma
Sito web: http://www.museodellemuraroma.it/it
Costo Indicativo del biglietto: gratuito
Gratuità: sempre

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Caccia al tesoro alla Stazione Ostiense

Viaggio indietro nel tempo

Siamo abituati a considerare le stazioni ferroviarie come un non-luogo semplicemente da attraversare, ma all’inizio del secolo scorso erano simboli di modernità e progresso industriale.

Oggi le stazioni sembrano centri commerciali, ma basta guardare attentamente tra gli scaffali e il loro glorioso passato riemerge.

Il pavimento della stazione Ostiense racconta una storia bellissima: il ritrovamento all’inizio del secolo scorso di un mosaico a tessere bianche e nere, originale del periodo romano, proprio vicino alla piramide Cestia (rinvenuto e subito ricoperto per preservarlo). Su questo modello si dipana la storia che Giulio Rosso ha voluto raccontare all’ingresso delle Carrozze.

L’ingresso delle Carrozze stesso nasconde nel suo lato destro, la chiara firma del fascismo: un’aquila imperiale in marmo bianco su sfondo verde acqua.
Confinata ai margini della nostra memoria collettiva, è impolverata e dimenticata, ma racconta un pezzo importante della costruzione della stazione.
La stazione venne infatti costruita nel 1940 in pieno regime fascista.

Ma l’inaugurazione avvenne nel 1938 in occasione della visita di Adolf Hitler in Italia.
Venne allestita in grande velocità una scenografia degna dei set di Cinecittà. L’arrivo in treno del fuhrer non poteva avvenire alla stazione Termini, che in quel momento era un cantiere aperto in vista dei lavori di ampliamento diretti da Angiolo Mazzoni. Pertanto si decise di fare scendere il dittatore tedesco alla stazione ostiense. A quel tempo era poco più che uno scalo ferroviario in mezzo alla campagna. Fu Roberto Narducci a creare il prototipo di stazione, fatto di pannelli di legno e tubi innocenti, dipinti in modo da simulare il marmo, che avrebbe trionfalmente accolto Adolf Hitler.

Uno dei tesori nascosti di questa stazione, normalmente chiuso al pubblico è la favolosa sala delle rappresentanze.

La Sala Presidenziale

Il viaggio di Hitler a Roma (3-9 maggio 1938)
Arriva il 3 maggio alla stazione Ostiense, scenograficamente allestita per l’occasione. L’odierno piazzale dei partigiani viene intitolato al fuhrer: Piazzale Adolf Hitler.

Il 4 maggio la giornata fu dedicata alla visita del Pantheon, l’altare della patria ed i fori imperiali. Nel pomeriggio Hitler e Mussolini parteciparono ad una manifestazione con 50.000 balilla all’aeroporto di Centocelle.

Tra coloro che dimostrarono il loro dissenso nei confronti del regime nazista, va annoverato il papa che per l’occasione lasciò Roma, fece spegnere tutte le luci in Vaticano e chiuse i musei e la basilica di San Pietro.

Maggiori informazioni qui

Nel 1977 il registra Ettore Scola, girerà il bellissimo film “Una giornata particolare” con Marcello Mastroianni e Sophia Loren, ambientato in quei giorni. E dimostrerà attraverso una storia personale, tutte le contraddizioni del nostro paese negli anni 40.

Roma de travertino, rifatta de cartone, saluta l’imbianchino, suo prossimo padrone

Trilussa

Così commentava il famoso poeta Trilussa subito dopo l’arrivo del dittatore nazista.

Con la capacità di sintesi tipica del pensiero poetico e della rima, riusciva in una riga a concentrare tutte le verità e le paure che questa visita portava con sé.

Si tratta di un elegantissimo locale, composto da due ambienti: l’anticamera di 118 mq e la sala delle rappresentanze vera e propria 127 mq.

L’anticamera, caratterizzata dall’enorme altezza del soffitto, è illuminata da una plafoniera in vetro opalescente, le pareti sono rivestite con diversi tipi di marmo di colore verde e bianco.

L’ingresso alla sala avviene attraverso una grandios avetrata in legno e vetro. Anche il salone è caratterizzato dall’accostamento di diversi marmi Italiani di colore nero e rosso.

Il soffitto è totalmente rivestito da pannelli di legno di Noce, al cui centro è posto un grande plafone rettangolare in vetro opalescente. Lungo le due pareti maggiori troviamo due grandi riquadri rivestiti in marmo.

Sul lato destro un capolavoro progettuale: l’illuminazione del bagno e dell’antibagno. Grandi tagli di luce artificiale, protetti da lastre di vetro opalescente alleggeriscono tutta la struttura.

Il bagno e l’antibagno sono completamente rivestiti di tessere di ceramica rosa e nero.

Il vestibolo è rivestito di pannelli in legno di Noce con appendi abiti.

Gli unici arredi rimasti, sono:

  • una scultura alta quasi tre metri raffigurante la Dea Roma, realizzata in marmo bianco nel 1940 dallo scultore Alfredo Angeloni, autore di numerose sculture religiose, monumenti funerari e celebrativi. La statua raffigura una dea guerriera, riletta secondo l’iconografia tipica dell’epoca ed è collocata sopra un parallelepipedo di granito rosso;
  • un tavolo in legno massello di 15 metri di lunghezza a forma ellittica, ma privato delle due estremità dove, sui tre dei quattro lati formati sono presenti i pulsanti per le chiamate di servizio durante i colloqui che si tennero all’interno della sala.

E’ difficile trovare documentazione su questa bellissima sala, ringraziamo quindi l’architetto Paolo Camaiora per la descrizione degli ambienti – Aut. Centostazioni con DLR (Rev. 03 dd. 22.06.2011) e NOC Ges dd. 14.06.2013 © testo Architetto Paolo Camaiora. Pubblicato nel Luglio 2013 sul n° 78/2013 del periodico Versilia Produce del Consorzio Marmi Versilia.

E Conosciamo l’EUR Associazione Culturale per aver organizzato una meravigliosa visita guidata alla stazione e alla sala presidenziale il 22 maggio 2021

Lasciare il cuore a piazza San Pietro

“Chi ha il nome d’Italia non sulle labbra soltanto ma nel cuore, mi segua”

— Giuseppe Garibaldi

Piazza san Pietro è talmente carica di storia che per raccontare le vicende che si sono succedute su questi san pietrini ci vorrebbe una vita.
C’è però una storia “recente” che mi piace immaginare sia avvenuta in questa piazza.
1849 – 2 Luglio – l’esperienza della Repubblica Romana è finita, dopo solo 5 mesi.
La mattina di quel giorno Garibaldi convoca le truppe in piazza San Pietro in un silenzio religioso, dichiara:
“La fortuna che oggi ci tradì, ci arriderà domani. Io esco da Roma: chi vuol continuare la guerra contro lo straniero venga con me. Non offro né paga, né quartiere, né provvigioni; offro fame, sete, marce forzate, battaglie e morte.
Chi ha il nome d’Italia non sulle labbra soltanto ma nel cuore, mi segua”.
E infatti c’è un cuore, nascosto tra i sampietrini della piazza, spezzato, vicino al vento di Libeccio.
I venti sono disposti intorno all’obelisco – vecchio di 4000 anni – che di fatto è una meridiana.
Non si sà chi sia l’autore, né cosa rappresenti… ma ci piace pensare che sia stato inciso da uno dei volontari che seguì con il corpo il destino di Garibaldi, ma che lasciò il cuore sulla piazza di Roma.

Non si sa con esattezza ne quando ne chi lo abbia scolpito.
Per primi se ne accorsero i bambini di Borgo Pio che giocavano a palla in piazza. Lo chiamavano il cuore di Nerone. Altri credono che sia il cuore di un garibaldino, altri il cuore di uno scalpellino che lavorava alla nuova pavimentazione della piazza, per ricordare il suo cuore infranto da una donna… chi dice che sia il cuore di Bernini o di Michelange (anche se quando erano vivi la pavimentazione non era ancora presente).

Giuseppe Garibaldi
e la Repubblica Romana

La repubblica, nata il 9 febbraio 1849 a seguito dei grandi moti del 1848 che coinvolsero l’Europa, ebbe come questi ultimi vita breve (finì il 4 luglio 1849) a causa dell’intervento militare della Francia. Tuttavia fu un’esperienza significativa nella storia dell’unificazione italiana, che rappresentava l’obiettivo della Repubblica, e vide l’incontro di figure di primo piano, fra cui Giuseppe Garibaldi. In quei mesi Roma passò da Stato tra i più arretrati d’Europa a banco di prova di nuove idee democratiche.

Galleria Colonna

La Galleria della famiglia Colonna è un tesoro unico. La famiglia, di cui si hanno notizie già a partire dall’XI secolo, è strettamente legata alla storia di Roma e del Papato in particolare. Nei suoi 900 anni di storia ha accumulato capolavori inestimabili tra quadri, affreschi, arazzi e mobilio pregiatissimo. Fanno parte del tesoro della famiglia opere di Tintoretto, Carracci, Guercino solo per nominarne alcuni.
Il palazzo poggia le fondamenta sull’antichissimo tempio di Giove Serapide.

I lavori di costruzione della Galleria Colonna iniziarono nel 1654, completata agli inizi del Settecento e inaugurata nel 1703. E’ composta da diversi ambienti: Sala Grande, la sala principale che conferisce il nome stesso all’intero apparato, Sala della Colonna Bellica, Sala dell’Apoteosi di Martino V e Sala dei Paesaggi.

La più famosa delle sale è la Sala della Colonna bellica, costruita per celebrare Marcantonio II Colonna e la sua vittoria durante la Battaglia di Lepanto. La sala è diventata ancor più celebre grazie al film “Vacanze Romane”. Qui è stata girata la scena finale.

Il completamento della Galleria richiese molti anni, gli affreschi sono stati eseguiti in tempi diversi, ma lo stile risulta comunque omogeneo.

Le magnifiche sale della Galleria Colonna

La Galleria Colonna è composta da molte e ricchissime sale e da una collezione di quasi 300 dipinti, senza menzionare i preziosi arazzi e i mobili pregiatissimi. La sale più famosa è sicuramente la Sala della Colonna Bellica. La celebrazione dell’eroe di famiglia, Marco Antonio Colonna II, avviene attraverso la rievocazione di eventi storici, quali…

Marco Antonio II Colonna

La storia della famiglia Colonna è strettamente legata alla storia della città di Roma e del papato, nel bene e nel male. Il 7 ottobre 1571, un’evento storico di portata europea, segnerà la svolta per la famiglia: la battaglia di Lepanto. Le flotte dei cattolici sconfissero e distrussero le forze dell’impero Ottomano. A capo della…

Il soldato Anita

L’incredibile statua equestre dedicata ad Anita Garibaldi, avventuriera ed eroina del Risorgimento, si trova a Roma sul Gianicolo.

Tutto della sua vita è avventura: nasce in Brasile, si sposa giovanissima, ma si innamora perdutamente, ricambiata, di Giuseppe Garibaldi.

Con lui condivide gli ideali e le battaglie. Lascia il marito, abbandona l’America, segue Garibaldi per tutta la penisola con l’esercito. Soldato in mezzo si soldati in grado di infondere coraggio, combattente e tenera madre di 4 figli. Morirà a 28 anni di consunzione e malaria sulle coste della Romagna.

Statua in bronzo del 1932, opera di Mario Rutelli (bisnonno dell’ex sindaco di Roma). Ai suoi piedi, nel 1932 vennero deposte le ceneri di Anita Garibaldi, trasportate da Nizza. Anita è rappresentata su un cavallo rampante, con una pistola nella mano destra ed il figlioletto attacato al seno. Non cavalca all’amazzone, perché all’epoca sarebbe stato troppo sconcio, ma possiamo presumere che Anita non si sia gettata nella battaglia cavalcando come è rappresentata.

Qualcuno porta sempre fiori sulla sua tomba a testimonianza dell’amore che ancora la circonda. Morì il 4 agosto del 1849 a soli 28 anni.
Dopo dieci anni, al termine della II guerra di indipendenza, dopo il plebiscito per le annessioni delle terre di Romagna al Regno d’Italia, Garibaldi giunge a Mandriole per ritirare le spoglie di Anita e trasferirle al cimitero di Nizza.
Nizza non è però l’ultima dimora del corpo di Anita. Nel 1931 il governo italiano chiede il permesso al sindaco della città natale di Garibaldi di spostare i resti a Roma, al Gianicolo.

Ogni anno, il 4 di agosto, giorno della sua morte, nell’aia della fattoria Guiccioli, ora museo, si cantano le canzoni che parlano di lei e un gruppo di giovani vestiti da garibaldini con fucili ad avancarica, agli ordini di un ufficiale sparano a salve al grido: «In onore di Ana di Riberio Garibaldi!».

“Non abbiate paura di vivere, per inseguire sogni. Abbiate paura di rimanere inattivi.” (Anita Garibaldi)
Ana Maria de Jesus Ribeiro, nacque il 30 Agosto del 1821 a Morinhos (Brasile) da Bento Ribeiro da Silva e Maria de Jesus Antunes, ebbe nove fratelli e sorelle, e mostrò ben presto la forza del suo carattere.
L’episodio che meglio ne dà la prova fu quando i nemici tentarono di rapirla per ricattare Giuseppe Garibaldi. Uccisero alcune guardie ma lei fece in tempo ad infagottare il bambino di soli dodici giorni, montare a cavallo e fuggire, seminando gli inseguitori. La ritroveranno gli amici dopo quattro giorni… stremata ma salva.

Anita Garibaldi, una vita per la Libertà
„Anita arrivò a Roma, incinta di quattro mesi, perché voleva stare con il suo Josè; lei, infatti, non aveva sposato solo l’uomo, ma anche la sua causa. Garibaldi se la ritrovò di fronte, inaspettata, e tra il disappunto, la preoccupazione e la gioia, la presentò alla sua truppa: “questa è Anita. Da oggi avremo un soldato in più”. E sì, perché questo era Anita, un soldato, un capo, una donna forte e coraggiosa, capace di imporre il suo volere e di contrapporlo anche al marito che fronteggiava con amore e caparbietà.“

Anita e Giuseppe: la leggenda di un amore
„Un colpo di fulmine tra terra e mare. Sbarcò dall’Italparica, il Generale, e la cercò tra la folla, dove l’aveva scovata il suo cannocchiale, e finalmente quando la vide fu come rincontrare l’anima che aveva perduto, la propria anima. Complementari l’uno all’altra vissero del loro unico ideale: la libertà. Bella lei, mora, il volto ovale e i grandi occhi neri. Irresistibile per lei il famoso più che trentenne generale, l’eroe, che combatteva per il popolo, per la giustizia. A dispetto di ogni convenzione e di ogni regola, iniziarono la loro vita insieme, con tutti i rischi, perché Anita, ahimè, era convolata a nozze a soli 14 anni e non era libera. Ma quello era amore, quello con la “A” maiuscola e Anita e José seppero riconoscerlo. Ebbero 4 figli, una vita difficile, povera, ma ricca di contenuti, perché sono gli ideali che riempiono il cuore e danno forza e gioia. Non l’effimera agiatezza che Garibaldi avrebbe potuto garantire alla sua famiglia con i compensi che i popoli per i quali combatteva gli offrivano, ma la dignità dell’uomo, la forza del combattente, spinto da quell’ideale di unità e patria che pochi hanno nel cuore.“

Quando la Repubblica di Mazzini cade, Garibaldi e le sue camice rosse fuggono da Roma, Anita si taglia i lunghi capelli, si veste da uomo e parte a cavallo a fianco di Josè, che aveva pronunciato a Piazza San Pietro il famoso discorso passato alla storia: «… Io non offro né paga, né quattrini, né provvigioni, offro fame, sete, marce forzate e morte. Chi ha il nome d’Italia non solo sulle labbra ma nel cuore, mi segua». Queste parole erano rivolte fatalmente anche ad Anita. Braccati dagli eserciti sono costretti a fuggire. La fuga prosegue a piedi o con mezzi di fortuna, aiutati da cittadini di ogni estrazione sociale, in un territorio più sicuro, ma molto faticoso, attraverso zone vallive tra terra e acqua. Raggiungono la fattoria dei conti Guiccioli, presso Mandriole e qui vengono ospitati da Stefano Ravaglia, fattore del conte. Anita, ormai priva di conoscenza per la malattia e gli stenti, viene deposta su un letto dove muore poco dopo fra le braccia del suo Josè. Anita è morta in un luogo del tutto simile alla terra in cui è nata: una terra lagunosa, tra sabbia, specchi d’acqua e canneti.

Il ricordo di questa ragazza coraggiosa è ancora molto forte. In Romagna molte donne portano ancora il suo nome.

Il mito della famiglia Frangipane

Roma nel Medioevo era dominata da poche importanti famiglie. Una di queste era la famiglia dei Frangipane – un interessante leggenda narra come l’antica gens Anicia abbia cambiato il nome in <<Frange nobis panem>>

Attorno al XII secolo la nobile famiglia dei Frangipane, che controllava la città lungo una zona che andava dal foro Boario al Palatino, stabilì la propria residenza all’interno del Colosseo, con un palazzo che si estendeva dal lato est sino all’arco di Costantino.

Possedevano terre fino al Circo Massimo incluso il Septisolium o Septizodium

Possedevano la torre della Moletta, ancora visibile al Circo Massimo, qui Jacopa dei Normanni o dei Settesoli (così detta perché dimorava nella torre che era di fronte al Septisolium) ricevette nel 1223 il suo grande e fraterno amico S. Francesco d’Assisi (che affettuosamente la chiamava <<frate Jacopa>>) durante l’ultimo suo soggiorno a Roma.

Jacopa fu un personaggio molto interessante, tanto da essere l’unica donna sepolta insieme ai frati francescani.

Anche Dante, secondo il Boccaccio, discenderebbe da questa antica famiglia.

I frangipane possedevano inoltre il castello di Marino, il castello di Torreimpietra e la magnifica Torre Astura, dove venne imprigionato Corradino di Svevia, tradito da Giovanni Frangipane.

Il Mundus Cereris: Riti e Significato nell’Antica Roma

L’Umbilicus Mundis, Mundus Patet e altri significati simbolici e religiosi

Siamo nella zona sacra della città, all’interno del “pomerium” il confine entro il quale gli dei a cui era dedicata proteggevano la città. Il suo centro, “omphalos” o “umbilicus mundis” era il punto in cui si incrociavano ad angolo retto le strade principali, ma soprattutto era il canale di comunicazione tra l’oltretomba e il mondo dei vivi.
In una visione olistica, il microcosmo degli uomini era sempre in comunicazione con il macrocosmo degli dei.

L’Umbilicus Urbis Romae (“ombelico della città di Roma”) o Umbilicus Urbis, era il centro ideale della città di Roma, posto nel Foro Romano, nei pressi dell’arco di Settimio Severo e del Tempio della Concordia.
Il mundus rimaneva aperto 3 giorni l’anno.
Il rito prevedeva infatti che il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre il mundus fosse aperto e pertanto quei giorni erano segnati nel calendario con la dicitura mundus patet, il mundus è aperto.
L’apertura del mundus metteva in comunicazione il mondo dei vivi e quello dei morti, i segreti dei Mani si trovano “alla luce” e per questo era proibita ogni attività ufficiale.
Il rito aveva un carattere eminentemente purificatorio, e quindi propedeutico rispetto a eventi sacri che il calendario romano prevedeva nei giorni e soprattutto nel mese immediatamente successivo (Saturnali e Natale del Sole Invitto).
Lo stesso termine di Mundus designa il “mondare” e il “purificare”.
Si trattava di un rito iniziatico .

Il Mundus era dedicato a Cerere, antichissima divinità di origine italica ed Etrusca. Anche in questo caso, il “mundus” del foro romano è un “Mundus Cereris”.
Si tratta di una fossa posta nel santuario di Cerere e consacrata ai Mani, che ha forma circolare a ricordare la volta celeste e l’universo tutto.
Tale pozzo aveva anche la forma simbolica di un utero rovesciato che veniva scavato al centro della città al congiungimento degli assi di decumano e cardo.
La fossa rimane chiusa per tutto l’anno ad eccezione di tre giorni in cui si celebra il mundus patet.
Romolo, seguì gli antichi riti italici quando fondò Roma: anche nel foro fu scavata una fossa circolare nel punto ove le due strade principali si incontravano formando un angolo retto: questo fossato era chiamato mundus. Al suo interno, in un rito dall’alto contenuto simbolico, venivano interrati simboli religiosi che avrebbero dovuto assicurare alla futura città benessere, prosperità, pace e giustizia; in particolare, il fondatore vi gettava una zolla di terra portata seco dal luogo di provenienza e lo stesso facevano, dopo di lui, gli altri patres familias.

Solo dopo, per mezzo d’un aratro, veniva tracciato un solco di confine che delimitava il territorio della città – il pomerium. I riti proseguivano per diversi giorni per poter estendere i benefici propri del mundus all’intero territorio della città rendendolo in tal modo consacrato agli dei prescelti.

Fonti esterne:

Più informazioni sul Mundus Cereris sono disponibili qui https://it.wikipedia.org/wiki/Mundus_Cereris

Leggi anche:

Roma e il mito della fondazione

La leggenda di Romolo e Remo Secondo la leggenda, Roma sarebbe stata fondata il 21  aprile del 753 a.C. da Romolo. Grazie al lavoro dell’archeologo Andrea Carandini è stata formulata un’interessante ipotesi sulla fondazione della città. Sulla base di questo imponente lavoro è stato realizzato recentemente il film del giovane regista Matteo Rovere: Il Primo…

Il Colosseo

L’anfiteatro Flavio, il più grande del mondo antico Un po’ di storia Il Colosseo, originariamente conosciuto come Anfiteatro Flavio (in latino: Amphitheatrum Flavium) o semplicemente Amphitheatrum, situato nel centro della città di Roma, è il più grande anfiteatro romano del mondo. In grado di contenere un numero di spettatori stimato tra 50.000 e 87.000 unità,…

Chi si cela dietro il “pugile a riposo”?

Museo Nazionale
Romano

Si tratta di uno dei rarissimi bronzi originali trovati a Roma.
Il pugile a riposo ha suscitato, fin dal momento della sua scoperta, stupore e meraviglia. L’espressione e la postura di questo atleta impongono una partecipazione emotiva nello spettatore.
La domanda spontanea è quindi: chi si nasconde dietro il pugile a riposo? Quale è la sua storia? Perché ci sentiamo così coinvolti?

Pugile delle Terme
Attribuito alla scuola di Lisippo

L’originale greco, attribuito per molti a Lisippo, risale al IV sec. a.C. ed è conservato al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo.

Fonte: Mys, il pugilatore: da Taranto a New York
FURIO DURANDO,
2 LUGLIO 2013

Si tratta di uno dei rarissimi bronzi originali greci presenti a Roma, attribuito a Lisippo. La storia del suo rinvenimento e dello stupore che suscitò nel 1885 è nota.

La descrizione della scoperta è ricordata da Rodolfo Lanciani:

La statua non era stata gettata là, o seppellita in fretta, ma era stata nascosta e trattata con la massima cura. La figura, trovandosi in posizione seduta, era stata posta su un capitello di pietra dell’ordine dorico, come sopra uno sgabello e il fosso che era stato aperto tra le fondamenta più basse del tempio del Sole, per nascondere la statua era stato riempito con terra setacciata per salvare la superficie del bronzo da ogni possibile offesa […]. Non ho mai provato un’impressione straordinaria simile a quella creata dalla vista di questo magnifico esemplare di un atleta semi-barbaro, uscente lentamente dal terreno come se si svegliasse da un lungo sonno dopo i suoi valorosi combattimenti.”

La sensazione di stare davanti ad un uomo in carne ed ossa, vivo e vero come lo spettatore che lo osserva è fortissima. Entrate nel suo spazio è entrare anche nel suo tempo.

Il pugile è seduto, come a riposo dopo un combattimento, ancora indossa i guantoni, il corpo è rilassato, ma la testa ha una torsione che intuiamo essere improvvisa, come se si fosse accorto improvvisamente della presenza di qualcuno.
Se ci mettiamo di fianco a lui, nella direzione dei suoi occhi, diventiamo automaticamente quella persona che ha provocato il movimento della sua testa, quella notizia, quel verdetto che sta aspettando.

Siamo dentro il suo tempo e la sua storia. Ed è il tempo fatale, la lingua greca, più precisa della nostra ha una parola specifica per questo tempo: Kairos ovvero quando nella trama della vita si verificano una serie di circostanze che possono cambiare il per sempre corso degli eventi.

Noi siamo i portatori di un verdetto: vittoria o sconfitta?

Ma chi è questo pugile di cui riusciamo a sentire perfino il respiro pesante sotto quei baffi folti?

Secondo alcuni si tratterebbe di Amico, re pugile della Colchide, che sfidò il migliore degli Argonauti in un incontro. Polluce, il suo avversario, era il mitico figlio di Zeus, gemello di Castore, fratello di Elena di Troia. Amico fu sconfitto e morì durante l’incontro.

Secondo altri l’uomo rappresentato è Mys di Taranto, un uomo della Magna Grecia vissuto nel IV sec. A.C., nobile e appassionato di pugilato.

Aveva partecipato a tutti i giochi del tempo e non aveva mai vinto. Mai

All’età di quaranta anni si presenta ai giochi di Olimpia e vince!

Noi siamo lì, di fianco a lui, ci ha sentiti arrivare solo quando eravamo molto vicino perché i colpi che ha preso lo hanno reso sordo. Scatta all’improvviso e ci guarda, aspetta da noi l’esito dell’incontro.

Lisippo lo ha colto nell’istante di verità – kairòs – in cui seduto, sfinito, stordito, attende di conoscere il verdetto. Erano le Olimpiadi del 340 a.C.. Mys le vinse. Aveva 40 anni.
Da quel giorno nacque l’espressione “fare come Mys a Olimpia”, per significare “arrivare al successo quando è ormai dato per impossibile”.

Villa d’Este

Il giardino rinascimentale

Il Giardino di Villa d’Este a Tivoli è uno delle meraviglie del Lazio assolutamente da visitare per i suoi 35.000 mq di giardino, per le sue 255 cascate, le sue 15.000 piante e le 50 meravigliose fontane. In questo brevissimo video scopriamo di più sulla Fontana di Rometta, Fontana delle Cento Cannelle, Fontana dell’Ovato, Fontana dell’Organo e Fontana di Nettuno.

Il parco della Villa contiene numerose fontane, i favolosi giochi d’acqua sono ottenuti sfruttando la potenza del fiume Aniene. Un tempo le fontane facevano scorrere 800 litri al secondo.

Il parco della Villa contiene numerose fontane, i favolosi giochi d’acqua sono ottenuti sfruttando la potenza del fiume Aniene. Un tempo le fontane facevano scorrere 800 litri al secondo.

Nella foto, la Fontana del Nettuno che si affaccia sulle tre vasche nelle quali nuotavano diverse varietà di pesci che poi rallegravano la tavola di Ippolito d’Este.

E’ sormontata dalla favolosa fontana barocca dell’organo.

Al suo interno si conserva un congegno dell’epoca che sfrutta l’acqua per attivare un organo a canne e suonare un motivo musicale ogni ora.

Fontana dell’Ovato
Fontana dell’Ovato, Villa d’Este Tivoli

La fontana dell’ovato, così chiamata per la forma ovale, rappresenta Tivoli, sulla sommità la Sibilla Tiburtina, alle sue spalle i Monti Tiburtini.

Celebra la bellezza e la forza della natura e si contrappone alla fontana delle Rometta, che celebra invece la bellezza della città di Roma.

La fontana di Rometta

Rappresenta la città di Roma, identificabile con la statua alla sua sommità e dalla presenza della lupa con i mitici gemelli. La barca con l’obelisco rappresenta la chiesa romana.

Villa d’Este a Tivoli
Piazza Trento, 5 – Tivoli (RM)
Acquisto biglietti online:
https://www.coopculture.it/it/poi/villa-deste/

Estate 2024 – Aperture Straordinare al chiaro di Luna

Mese di Luglio
Tutti i sabati dal 6 al 27 luglio

Mese di Agosto
Tutti i sabati (3,10,17,24 agosto)

Biglietteria: https://www.coopculture.it/it/prodotti/villa-deste-dal-tramonto-alla-luna/

Come raggiungere Villa d’Este

Ingresso e uscita Piazza Trento.
Uscita obbligatoria da Piazza Campitelli la prima domenica del mese 

AUTO

Da Roma: Percorrere autostrada A24 uscita Tivoli, proseguire sulla strada Maremmana Inferiore fino al congiungimento con la Via Tiburtina. Proseguire fino al centro di Tivoli. In alternativa percorrere direttamente la via Tiburtina.
Da L’Aquila: Percorrere autostrada A24 uscita Castel Madama, imboccare la via Empolitana, la via Acquaregna e seguire le indicazioni per il centro cittadino.
Parcheggi: Parcheggio multipiano ai piedi della Rocca Pia a poche centinaia di metri da Villa d’Este o in alternativa parcheggio in Piazza Garibaldi (entrambi a pagamento).BUS

BUS/METRO
da Roma: Metro B fino a fermata Ponte Mammolo, da lì prendere bus Co.Tra.L. via Prenestina o via Tiburtina o via autostrada (preferibile) per Tivoli. Scendere alla fermata di Largo delle Nazioni Unite (vicino a piazza Garibaldi) e proseguire a piedi per poche decine di metri.
da Villa Adriana: autobus locale linea CAT 4, bus Co. Tra.L. via Tiburtina a circa un chilometro dal sito di Villa Adriana 

TRENO
da Stazione Termini o da Stazione Tiburtina
 verso la stazione FS di Tivoli. Proseguire a piedi seguendo le indicazioni per Villa d’Este.

Villa d’Este fa parte dell’ente VILLAE
che comprende inoltre Villa Adriana, Il Santuario di Ercole Vincitore, Mensa Ponderaria, Mausoleo dei Plautii