Il Sarcofago di Portonaccio

Chi è il cavaliere senza volto che infuria nella battaglia?

Il museo Nazionale di Palazzo Massimo ha dedicato una sala al sarcofago di Portonaccio.

Nel silenzio e nella penombra le figure emergono dal buio con una forza ed una plasticità tale da creare l’impressione di essere risucchiati nella battaglia.

Al centro, nel momento culminante della carica, domina la scena un cavaliere senza volto. Sotto di lui la fanteria combatte corpo a corpo contro i barbari, che restano orribilmente schiacciati sul fondo del sarcofago. La composizione è stata concepita per dare il massimo risalto alle forze di Roma e per veicolare un messaggio politico: nello scontro con l’impero i barbari hanno come unica possibilità la sottomissione.

Il linguaggio visivo a differenza di quello verbale deve essere immediatamente comprensibile e seguire canoni prestabiliti per permettere la lettura. Dopo avere esposto il suo messaggio principale, l’inesorabile vittoria di Roma sul mondo e aver celebrato il comittente in qualità di autore di tale vittoria, sulla fascia del coperchio viene descritta la sua vita: la nascita, il matrimonio al centro e la clemenza verso i barbari alla fine.

Anche sulla fascia il suo volto e quello della moglie non vengono rappresentati. Era prassi aspettare fino all’ultimo momento per scolpire il volto della persona a cui era riservato il sarcofago affinché il ritratto fosse il più somigliante possibile.

Sarcofago del Portonaccio (II sec. d.C.) Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma.

Il museo Nazionale di Palazzo Massimo ha dedicato una sala al sarcofago di Portonaccio. Il sarcofago fu rinvenuto nel 1931 nei pressi di Portonaccio, un quartiere di Roma.

Le insegne militari rappresentate sul bordo superiore della cassa – l’aquila della Legio IIII Flavia e il cinghiale della Legio I Italica – permettono forse di identificare il defunto con Aulus Iulius Pompilius, ufficiale di Marco Aurelio al comando di due squadroni di cavalleria distaccati in queste due legioni nella guerra contro i Marcomanni (172-175 d.C.).
Guidò la legione Italica I, Flaminia IV e Fulminata.

Anche se la scena rappresentata non sembra riferire ad un evento storico in particolare, da alcuni dettagli si è ipotizzato che il sarcofago fosse dedicato a Aulus Iulius Pompilius.

La rappresentazione della battaglia copia lo stile della Colonna Antonina, dove vengono rappresentate le scene delle guerre germaniche condotte dall’imperatore Marco Aurelio.

La Legio I Italica (“dell’Italia”) fu una legione romana costituita da Nerone il 20 o il 22 settembre 66 d.C. o 67 d.C. e attiva fino al V secolo.

I suoi emblemi erano il cinghiale e talvolta il toro.
La legione combatté su quei confini nelle guerre di Domiziano e, con Traiano, partecipò alla conquista della Dacia.

Per Marco Aurelio difese i confini contro Quadi e Marcomanni e con Settimio Severo si spostò in oriente per battersi con i Parti, ricevendo anche il titolo di Severiana.

Il fiume Nilo

Nel 1513 venne trovata a Campo Marzio, la colossale statua del Nilo, probabilmente un prezioso elemento decorativo del cosiddetto Iseo Campense, dedicato alle divinità egizie Iside e Serapide.

Il fiume è raffigurato come un vegliardo disteso su di un fianco, con una cornucopia colma di frutti nella mano sinistra e spighe di grano nella mano destra. La terra d’Egitto è evocata dalla presenza di una sfinge, sulla quale la figura si poggia, e da alcuni animali esotici.

La scena è vivacizzata da sedici putti, che alludono ai sedici cubiti d’acqua, cioè il livello raggiunto dal Nilo durante la stagione delle inondazioni.

Sul basamento è raffigurato un paesaggio nilotico con pigmei, ippopotami e coccodrilli.

È probabile che la scultura si ispiri a una monumentale statua del Nilo in basalto nero, capolavoro della scultura ellenistica alessandrina, che Plinio il Vecchio descrive all’interno del Foro della Pace.

Musei Capitolini

Categoria Museo

Rete Musei Civici di Roma

Classificazione: 5 su 5.
Roma Pass | MiC Roma

La sede storica dei Capitolini è costituita dal Palazzo dei Conservatori e dal Palazzo Nuovo, edifici che affacciano sulla michelangiolesca Piazza del Campidoglio.

La creazione del museo risale al 1471, quando papa Sisto IV donò alla città una collezione di importanti bronzi provenienti dal Laterano (tra i quali la Lupa capitolina), che fece collocare nel cortile del Palazzo dei Conservatori e sulla piazza del Campidoglio: ciò lo rende il più antico museo pubblico al mondo.

La raccolta antiquaria si arricchì nel tempo con donazioni di vari papi e fu ampliata con la costruzione del Palazzo Nuovo nel 1654.

Da allora il museo si è ingrandito notevolmente, includendo non solo manufatti di età romana, ma anche pezzi di arte medioevale, rinascimentale e barocca.

Il museo fu aperto a visite pubbliche solo nel 1734, per volere di papa Clemente XII, quasi un secolo più tardi.

  • Musei Capitolini

Ricostruzione del Colosso di Costantino

Alla fine del Quattrocento, i frammenti della statua di Costantino furono collocati al Palazzo dei Conservatori. Nel 2022, è stata inaugurata una replica 1:1 al Giardino di Villa Caffarelli, ricostruita grazie alla tecnologia digitale e per celebrare l’imperatore.

Piazza del Campidoglio

Michelangelo, su incarico di Paolo III Farnese, progettò piazza del Campidoglio a Roma, creando uno spazio pubblico innovativo. Mantenne il Palazzo senatorio e il Palazzo dei Conservatori, aggiungendo il Palazzo nuovo. Al centro, collocò il monumento equestre di Marco Aurelio. L’opera fu completata da altri architetti nel Seicento.

Si è verificato un problema. Aggiorna la pagina e/o riprova in seguito.

Centrale Montemartini

Musei Arte Antica

Rete Musei Civici di Roma

Classificazione: 5 su 5.
Roma Pass |MiC Roma

Il museo è sede distaccata dei Musei Capitolini e contiene preziosi reperti archeologici, opere d’arte antiche della Roma Repubblicana, gruppi statuari dei templi ed edifici pubblici della Roma antica, per poi concludersi con le preziose sculture e i mosaici che decoravano le ricche domus private.

“Negli spazi grandiosi della Centrale è stato possibile ricomporre contesti architettonici di grande monumentalità che non avrebbero trovato posto nelle sale del Campidoglio collaudando nuove soluzioni espositive lungo un percorso che mette in parallelo l’illustrazione dell’impianto industriale con lo sviluppo della città antica. Da un lato le prime pagine della nostra storia produttiva e dall’altro la crescita urbanistica di Roma attraverso esemplificazioni-campione che compaiono nella sala al piano terra (Sala Colonne) e nei due saloni al primo piano (Sala Macchine e Sala Caldaie).” (Fonte “Musei Capitolini” Comune di Roma Assessorato alle Politiche Culturali Sovraintendenza ai Beni Culturali pag 199 – Mondadori Electa 2006)

Una sala è dedicata alla esposizione delle tre vetture appartenenti al treno di Pio IX, risalenti al 1858.

La Centrale termoelettrica Giovanni Montemartini è stata la prima centrale di Roma, nel quartiere Ostiense, poi dismessa e adibita a museo come sottosezione dei Musei Capitolini a partire dal 1997.

La centrale termoelettrica fu costruita nei primi anni del ‘900 e venne inaugurata dal sindaco Ernesto Nathan il 30 giugno 1912, anche se la produzione iniziò a partire dal giorno successivo. Si trattò del primo impianto di produzione elettrica della neonata Azienda Elettrica Municipale (AEM). Fu intitolata a Giovanni Montemartini, ex assessore ai servizi tecnologici della giunta Nathan nonché principale teorico delle municipalizzazioni in Italia e in particolare a Roma.

Indirizzo: via Ostiense 106 – 00154 Roma
Sito web: http://www.centralemontemartini.org/it
Costo Indicativo del biglietto: 10,00 euro intero
Gratuità: prima domenica di ogni mese in occasione dell’iniziativa Domenica al Museo
Sempre gratuito per i residenti possessori della MiC Card

Tour Virtuale con Google Arts

Musei arte antica:
Musei Capitolini
Museo Centrale Montemartini
Museo dell’Ara Pacis
Museo della Forma Urbis
Museo Nazionale Romano
Museo Nazionale Etrusco
Museo di scultura antica Barracco
Musei Vaticani
Museo della Civiltà Romana

Parchi archeologici:
Parco Archeologico del Colosseo
Mercati di Traiano
Mausoleo di Augusto
Terme di Caracalla
Parco Archeologico Appia Antica
Museo delle Mura
Basilica Sotterranea di Porta Maggiore
Villa di Livia

Breve storia della centrale termoelettrica

Da impianto industriale a museo Roma antica e archeologia industriale L’impianto termoelettrico prende il nome da Giovanni Montemartini, l’assessore al Tecnologico che, nell’ambito della Giunta di Ernesto Nathan, ne predispose il progetto dal punto di vista tecnico e politico nell’ottica della municipalizzazione dei servizi e di un loro decentramento nel cuore del quartiere industriale delineatosi…

Macchine, motori diesel e Roma Antica

La Sala Macchine Dal piano terra una piccola scala conduce alla sala più bella della Centrale, un grandioso ambiente scandito in navate da due colossali motori Diesel e caratterizzato da uno studio raffinato dei dettagli. Il pavimento a mosaico segna con bordature policrome il perimetro delle macchine, le pareti sono impreziosite da una zoccolatura in…

Sala Caldaie

Delle tre caldaie contenute nella sala ne sopravvive solo una sul fondo: si erge per un’altezza di oltre quindici metri di altezza e si configura quasi come un avveniristico fondale costituito di mattoncini, tubi, passerelle e scalette di metallo. Attraverso maniche oscillanti collegate al soffitto e alla caldaia, il carbone entrava nell’immensa zona destinata alla…

Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco

Musei Arte Antica

Rete Musei Civici di Roma

Classificazione: 3 su 5.

Non avendo eredi diretti (non si era mai sposato e non aveva figli), Giovanni Barracco maturò la decisione di donare la sua collezione alla città di Roma.

Fu insignito per questo della cittadinanza onoraria di Roma. Gli fu anche messa a disposizione un’area per farne un’adeguata sede museale, in Corso Vittorio Emanuele II, di fronte alla chiesa di San Giovanni dei Fiorentini.

Il museo, denominato Museo di Scultura Antica, fu progettato da Gaetano Koch, con il quale Barracco aveva già collaborato quando, da Questore del Senato del Regno, aveva presieduto alla ristrutturazione ed all’adeguamento di Palazzo Madama.

Giovanni Barracco seguì personalmente la fase progettuale e la realizzazione del Museo di Scultura Antica, che si presentava come un tempio classico. Su richiesta di Barracco, il Museo fu dotato di un impianto di riscaldamento (il primo in Italia), di ampie vetrate per una corretta illuminazione delle opere esposte, e di basi girevoli per permettere la visione a tutto tondo di alcune sculture.

Al Museo fu legata anche la biblioteca personale di Giovanni Barracco.

Negli ultimi anni della vita, Giovanni Barracco trasferì la propria abitazione in Corso Vittorio Emanuele II, presso il Museo, e continuò ad arricchire la collezione. Lasciò, nel testamento, indicazioni ai suoi eredi affinché acquistassero alcune pubblicazioni per la biblioteca del Museo, del quale Ludwig Pollak sarebbe rimasto Conservatore fino alla sua deportazione ad opera della Gestapo nel 1943.

Il Museo di Scultura Antica fu demolito nel 1938 in occasione dei lavori di sistemazione di Corso Vittorio Emanuele II successivi alla costruzione del Ponte Vittorio Emanuele II. La collezione fu trasferita presso l’Osteria dell’Orso e successivamente nei magazzini dei Musei Capitolini.

Nel 1948 il Museo fu ri-allestito nel Palazzo della Farnesina ai Baulari a Corso Vittorio Emanuele II, messo appositamente a disposizione dal Comune di Roma.

Indirizzo: Corso Vittorio Emanuele 166/A – 00186 Roma
Sito web: http://www.museobarracco.it/it
Costo Indicativo del biglietto: gratuito
Gratuità: sempre

Tour Virtuale con Google Arts

Musei arte antica:
Musei Capitolini
Museo Centrale Montemartini
Museo dell’Ara Pacis
Museo della Forma Urbis
Museo Nazionale Romano
Museo Nazionale Etrusco
Museo di scultura antica Barracco
Musei Vaticani
Museo della Civiltà Romana

Parchi archeologici:
Parco Archeologico del Colosseo
Mercati di Traiano
Mausoleo di Augusto
Terme di Caracalla
Parco Archeologico Appia Antica
Museo delle Mura
Basilica Sotterranea di Porta Maggiore
Villa di Livia

Leggi anche:

Casa romana sotto il museo Barracco

Nella via legata al nome dei fabbricanti e venditori di bauli (dei Baullari) del rione Parione, sorge un piccolo edificio dalle linee armoniose e severe, conforme alla migliore tradizione rinascimentale di stampo fiorentino. L’aveva voluto Tommaso Le Roy (1513), alto prelato della corte pontificia, per farne la propria abitazione secondo il gusto allora prevalente. Di…

Ulisse e Laerte

Un frammento di sarcofago del II secolo d.C. rappresenta il commovente incontro tra Laerte e Ulisse. Esposto al Museo di Arte Antica di Roma, cattura l’intensità emotiva di un abbraccio tra padre e figlio, simbolo di un lungo viaggio.

Museo delle Mura

, , ,

Musei Arte Antica

Rete Musei Civici di Roma

Classificazione: 2 su 5.

La storia del Museo è costellata di false partenze e intoppi burocratici, fino al 1990, anno in cui finalmente il museo fu realizzato.

Oggi il museo ha il suo ingresso all’interno di Porta San Sebastiano, una delle porte meglio conservate delle mura aureliane.

La porta anticamente si chiamava Porta Appia perché immetteva sulla più bella e famosa strada consolare, appunto la via Appia.

Con l’avvento dell’era cristiana, il suo nome cambiò in Porta San Sebastiano perché portava nel santuario dedicato al martire, proprio sulla via Appia.

La porta diventò la discussa residenza di Ettore Muti, segretario del partito fascista nel 1942-43.
Muti riuscì ad apportare modifiche al monumento, per farlo diventare il suo studio artistico, nonostante nel 1939 la Ripartizione Antichità e Belle Arti si fosse opposta.

Dopo la seconda guerra mondiale la Porta San Sebastiano venne riaperta al pubblico con l’intento di creare successivamente un museo delle mura.

Ci furono vari passaggi di proprietà tra il Ministero dell’Istruzione e il Comune di Roma e passarono gli anni fino alla fine del XX secolo.

Recentemente il museo è stato utilizzato per le riprese di un film italiano molto suggestivo: “Guarda in alto” del 2017 di Fulvio Risuleo. Si tratta di un’incantevole favola moderna ambientata sui tetti di una Roma fantastica e surreale. Il protagonista, il fornaio Teco incontrerà il personaggio Baobab proprio all’interno del Museo delle Mura.

Indirizzo: Via di Porta S. Sebastiano, 18 – 00179 Roma
Sito web: http://www.museodellemuraroma.it/it
Costo Indicativo del biglietto: gratuito
Gratuità: sempre

Tour Virtuale con Google Arts

Caccia al tesoro alla Stazione Ostiense

Viaggio indietro nel tempo

Siamo abituati a considerare le stazioni ferroviarie come un non-luogo semplicemente da attraversare, ma all’inizio del secolo scorso erano simboli di modernità e progresso industriale.

Oggi le stazioni sembrano centri commerciali, ma basta guardare attentamente tra gli scaffali e il loro glorioso passato riemerge.

Il pavimento della stazione Ostiense racconta una storia bellissima: il ritrovamento all’inizio del secolo scorso di un mosaico a tessere bianche e nere, originale del periodo romano, proprio vicino alla piramide Cestia (rinvenuto e subito ricoperto per preservarlo). Su questo modello si dipana la storia che Giulio Rosso ha voluto raccontare all’ingresso delle Carrozze.

L’ingresso delle Carrozze stesso nasconde nel suo lato destro, la chiara firma del fascismo: un’aquila imperiale in marmo bianco su sfondo verde acqua.
Confinata ai margini della nostra memoria collettiva, è impolverata e dimenticata, ma racconta un pezzo importante della costruzione della stazione.
La stazione venne infatti costruita nel 1940 in pieno regime fascista.

Ma l’inaugurazione avvenne nel 1938 in occasione della visita di Adolf Hitler in Italia.
Venne allestita in grande velocità una scenografia degna dei set di Cinecittà. L’arrivo in treno del fuhrer non poteva avvenire alla stazione Termini, che in quel momento era un cantiere aperto in vista dei lavori di ampliamento diretti da Angiolo Mazzoni. Pertanto si decise di fare scendere il dittatore tedesco alla stazione ostiense. A quel tempo era poco più che uno scalo ferroviario in mezzo alla campagna. Fu Roberto Narducci a creare il prototipo di stazione, fatto di pannelli di legno e tubi innocenti, dipinti in modo da simulare il marmo, che avrebbe trionfalmente accolto Adolf Hitler.

Uno dei tesori nascosti di questa stazione, normalmente chiuso al pubblico è la favolosa sala delle rappresentanze.

La Sala Presidenziale

Il viaggio di Hitler a Roma (3-9 maggio 1938)
Arriva il 3 maggio alla stazione Ostiense, scenograficamente allestita per l’occasione. L’odierno piazzale dei partigiani viene intitolato al fuhrer: Piazzale Adolf Hitler.

Il 4 maggio la giornata fu dedicata alla visita del Pantheon, l’altare della patria ed i fori imperiali. Nel pomeriggio Hitler e Mussolini parteciparono ad una manifestazione con 50.000 balilla all’aeroporto di Centocelle.

Tra coloro che dimostrarono il loro dissenso nei confronti del regime nazista, va annoverato il papa che per l’occasione lasciò Roma, fece spegnere tutte le luci in Vaticano e chiuse i musei e la basilica di San Pietro.

Maggiori informazioni qui

Nel 1977 il registra Ettore Scola, girerà il bellissimo film “Una giornata particolare” con Marcello Mastroianni e Sophia Loren, ambientato in quei giorni. E dimostrerà attraverso una storia personale, tutte le contraddizioni del nostro paese negli anni 40.

Roma de travertino, rifatta de cartone, saluta l’imbianchino, suo prossimo padrone

Trilussa

Così commentava il famoso poeta Trilussa subito dopo l’arrivo del dittatore nazista.

Con la capacità di sintesi tipica del pensiero poetico e della rima, riusciva in una riga a concentrare tutte le verità e le paure che questa visita portava con sé.

Si tratta di un elegantissimo locale, composto da due ambienti: l’anticamera di 118 mq e la sala delle rappresentanze vera e propria 127 mq.

L’anticamera, caratterizzata dall’enorme altezza del soffitto, è illuminata da una plafoniera in vetro opalescente, le pareti sono rivestite con diversi tipi di marmo di colore verde e bianco.

L’ingresso alla sala avviene attraverso una grandios avetrata in legno e vetro. Anche il salone è caratterizzato dall’accostamento di diversi marmi Italiani di colore nero e rosso.

Il soffitto è totalmente rivestito da pannelli di legno di Noce, al cui centro è posto un grande plafone rettangolare in vetro opalescente. Lungo le due pareti maggiori troviamo due grandi riquadri rivestiti in marmo.

Sul lato destro un capolavoro progettuale: l’illuminazione del bagno e dell’antibagno. Grandi tagli di luce artificiale, protetti da lastre di vetro opalescente alleggeriscono tutta la struttura.

Il bagno e l’antibagno sono completamente rivestiti di tessere di ceramica rosa e nero.

Il vestibolo è rivestito di pannelli in legno di Noce con appendi abiti.

Gli unici arredi rimasti, sono:

  • una scultura alta quasi tre metri raffigurante la Dea Roma, realizzata in marmo bianco nel 1940 dallo scultore Alfredo Angeloni, autore di numerose sculture religiose, monumenti funerari e celebrativi. La statua raffigura una dea guerriera, riletta secondo l’iconografia tipica dell’epoca ed è collocata sopra un parallelepipedo di granito rosso;
  • un tavolo in legno massello di 15 metri di lunghezza a forma ellittica, ma privato delle due estremità dove, sui tre dei quattro lati formati sono presenti i pulsanti per le chiamate di servizio durante i colloqui che si tennero all’interno della sala.

E’ difficile trovare documentazione su questa bellissima sala, ringraziamo quindi l’architetto Paolo Camaiora per la descrizione degli ambienti – Aut. Centostazioni con DLR (Rev. 03 dd. 22.06.2011) e NOC Ges dd. 14.06.2013 © testo Architetto Paolo Camaiora. Pubblicato nel Luglio 2013 sul n° 78/2013 del periodico Versilia Produce del Consorzio Marmi Versilia.

E Conosciamo l’EUR Associazione Culturale per aver organizzato una meravigliosa visita guidata alla stazione e alla sala presidenziale il 22 maggio 2021

Lasciare il cuore a piazza San Pietro

“Chi ha il nome d’Italia non sulle labbra soltanto ma nel cuore, mi segua”

— Giuseppe Garibaldi

Piazza san Pietro è talmente carica di storia che per raccontare le vicende che si sono succedute su questi san pietrini ci vorrebbe una vita.
C’è però una storia “recente” che mi piace immaginare sia avvenuta in questa piazza.
1849 – 2 Luglio – l’esperienza della Repubblica Romana è finita, dopo solo 5 mesi.
La mattina di quel giorno Garibaldi convoca le truppe in piazza San Pietro in un silenzio religioso, dichiara:
“La fortuna che oggi ci tradì, ci arriderà domani. Io esco da Roma: chi vuol continuare la guerra contro lo straniero venga con me. Non offro né paga, né quartiere, né provvigioni; offro fame, sete, marce forzate, battaglie e morte.
Chi ha il nome d’Italia non sulle labbra soltanto ma nel cuore, mi segua”.
E infatti c’è un cuore, nascosto tra i sampietrini della piazza, spezzato, vicino al vento di Libeccio.
I venti sono disposti intorno all’obelisco – vecchio di 4000 anni – che di fatto è una meridiana.
Non si sà chi sia l’autore, né cosa rappresenti… ma ci piace pensare che sia stato inciso da uno dei volontari che seguì con il corpo il destino di Garibaldi, ma che lasciò il cuore sulla piazza di Roma.

Non si sa con esattezza ne quando ne chi lo abbia scolpito.
Per primi se ne accorsero i bambini di Borgo Pio che giocavano a palla in piazza. Lo chiamavano il cuore di Nerone. Altri credono che sia il cuore di un garibaldino, altri il cuore di uno scalpellino che lavorava alla nuova pavimentazione della piazza, per ricordare il suo cuore infranto da una donna… chi dice che sia il cuore di Bernini o di Michelange (anche se quando erano vivi la pavimentazione non era ancora presente).

Giuseppe Garibaldi
e la Repubblica Romana

La repubblica, nata il 9 febbraio 1849 a seguito dei grandi moti del 1848 che coinvolsero l’Europa, ebbe come questi ultimi vita breve (finì il 4 luglio 1849) a causa dell’intervento militare della Francia. Tuttavia fu un’esperienza significativa nella storia dell’unificazione italiana, che rappresentava l’obiettivo della Repubblica, e vide l’incontro di figure di primo piano, fra cui Giuseppe Garibaldi. In quei mesi Roma passò da Stato tra i più arretrati d’Europa a banco di prova di nuove idee democratiche.

Galleria Colonna

La Galleria della famiglia Colonna è un tesoro unico. La famiglia, di cui si hanno notizie già a partire dall’XI secolo, è strettamente legata alla storia di Roma e del Papato in particolare. Nei suoi 900 anni di storia ha accumulato capolavori inestimabili tra quadri, affreschi, arazzi e mobilio pregiatissimo. Fanno parte del tesoro della famiglia opere di Tintoretto, Carracci, Guercino solo per nominarne alcuni.
Il palazzo poggia le fondamenta sull’antichissimo tempio di Giove Serapide.

I lavori di costruzione della Galleria Colonna iniziarono nel 1654, completata agli inizi del Settecento e inaugurata nel 1703. E’ composta da diversi ambienti: Sala Grande, la sala principale che conferisce il nome stesso all’intero apparato, Sala della Colonna Bellica, Sala dell’Apoteosi di Martino V e Sala dei Paesaggi.

La più famosa delle sale è la Sala della Colonna bellica, costruita per celebrare Marcantonio II Colonna e la sua vittoria durante la Battaglia di Lepanto. La sala è diventata ancor più celebre grazie al film “Vacanze Romane”. Qui è stata girata la scena finale.

Il completamento della Galleria richiese molti anni, gli affreschi sono stati eseguiti in tempi diversi, ma lo stile risulta comunque omogeneo.

Le magnifiche sale della Galleria Colonna

La Galleria Colonna è composta da molte e ricchissime sale e da una collezione di quasi 300 dipinti, senza menzionare i preziosi arazzi e i mobili pregiatissimi. La sale più famosa è sicuramente la Sala della Colonna Bellica. La celebrazione dell’eroe di famiglia, Marco Antonio Colonna II, avviene attraverso la rievocazione di eventi storici, quali…

Marco Antonio II Colonna

La storia della famiglia Colonna è strettamente legata alla storia della città di Roma e del papato, nel bene e nel male. Il 7 ottobre 1571, un’evento storico di portata europea, segnerà la svolta per la famiglia: la battaglia di Lepanto. Le flotte dei cattolici sconfissero e distrussero le forze dell’impero Ottomano. A capo della…

Il soldato Anita

L’incredibile statua equestre dedicata ad Anita Garibaldi, avventuriera ed eroina del Risorgimento, si trova a Roma sul Gianicolo.

Tutto della sua vita è avventura: nasce in Brasile, si sposa giovanissima, ma si innamora perdutamente, ricambiata, di Giuseppe Garibaldi.

Con lui condivide gli ideali e le battaglie. Lascia il marito, abbandona l’America, segue Garibaldi per tutta la penisola con l’esercito. Soldato in mezzo si soldati in grado di infondere coraggio, combattente e tenera madre di 4 figli. Morirà a 28 anni di consunzione e malaria sulle coste della Romagna.

Statua in bronzo del 1932, opera di Mario Rutelli (bisnonno dell’ex sindaco di Roma). Ai suoi piedi, nel 1932 vennero deposte le ceneri di Anita Garibaldi, trasportate da Nizza. Anita è rappresentata su un cavallo rampante, con una pistola nella mano destra ed il figlioletto attacato al seno. Non cavalca all’amazzone, perché all’epoca sarebbe stato troppo sconcio, ma possiamo presumere che Anita non si sia gettata nella battaglia cavalcando come è rappresentata.

Qualcuno porta sempre fiori sulla sua tomba a testimonianza dell’amore che ancora la circonda. Morì il 4 agosto del 1849 a soli 28 anni.
Dopo dieci anni, al termine della II guerra di indipendenza, dopo il plebiscito per le annessioni delle terre di Romagna al Regno d’Italia, Garibaldi giunge a Mandriole per ritirare le spoglie di Anita e trasferirle al cimitero di Nizza.
Nizza non è però l’ultima dimora del corpo di Anita. Nel 1931 il governo italiano chiede il permesso al sindaco della città natale di Garibaldi di spostare i resti a Roma, al Gianicolo.

Ogni anno, il 4 di agosto, giorno della sua morte, nell’aia della fattoria Guiccioli, ora museo, si cantano le canzoni che parlano di lei e un gruppo di giovani vestiti da garibaldini con fucili ad avancarica, agli ordini di un ufficiale sparano a salve al grido: «In onore di Ana di Riberio Garibaldi!».

“Non abbiate paura di vivere, per inseguire sogni. Abbiate paura di rimanere inattivi.” (Anita Garibaldi)
Ana Maria de Jesus Ribeiro, nacque il 30 Agosto del 1821 a Morinhos (Brasile) da Bento Ribeiro da Silva e Maria de Jesus Antunes, ebbe nove fratelli e sorelle, e mostrò ben presto la forza del suo carattere.
L’episodio che meglio ne dà la prova fu quando i nemici tentarono di rapirla per ricattare Giuseppe Garibaldi. Uccisero alcune guardie ma lei fece in tempo ad infagottare il bambino di soli dodici giorni, montare a cavallo e fuggire, seminando gli inseguitori. La ritroveranno gli amici dopo quattro giorni… stremata ma salva.

Anita Garibaldi, una vita per la Libertà
„Anita arrivò a Roma, incinta di quattro mesi, perché voleva stare con il suo Josè; lei, infatti, non aveva sposato solo l’uomo, ma anche la sua causa. Garibaldi se la ritrovò di fronte, inaspettata, e tra il disappunto, la preoccupazione e la gioia, la presentò alla sua truppa: “questa è Anita. Da oggi avremo un soldato in più”. E sì, perché questo era Anita, un soldato, un capo, una donna forte e coraggiosa, capace di imporre il suo volere e di contrapporlo anche al marito che fronteggiava con amore e caparbietà.“

Anita e Giuseppe: la leggenda di un amore
„Un colpo di fulmine tra terra e mare. Sbarcò dall’Italparica, il Generale, e la cercò tra la folla, dove l’aveva scovata il suo cannocchiale, e finalmente quando la vide fu come rincontrare l’anima che aveva perduto, la propria anima. Complementari l’uno all’altra vissero del loro unico ideale: la libertà. Bella lei, mora, il volto ovale e i grandi occhi neri. Irresistibile per lei il famoso più che trentenne generale, l’eroe, che combatteva per il popolo, per la giustizia. A dispetto di ogni convenzione e di ogni regola, iniziarono la loro vita insieme, con tutti i rischi, perché Anita, ahimè, era convolata a nozze a soli 14 anni e non era libera. Ma quello era amore, quello con la “A” maiuscola e Anita e José seppero riconoscerlo. Ebbero 4 figli, una vita difficile, povera, ma ricca di contenuti, perché sono gli ideali che riempiono il cuore e danno forza e gioia. Non l’effimera agiatezza che Garibaldi avrebbe potuto garantire alla sua famiglia con i compensi che i popoli per i quali combatteva gli offrivano, ma la dignità dell’uomo, la forza del combattente, spinto da quell’ideale di unità e patria che pochi hanno nel cuore.“

Quando la Repubblica di Mazzini cade, Garibaldi e le sue camice rosse fuggono da Roma, Anita si taglia i lunghi capelli, si veste da uomo e parte a cavallo a fianco di Josè, che aveva pronunciato a Piazza San Pietro il famoso discorso passato alla storia: «… Io non offro né paga, né quattrini, né provvigioni, offro fame, sete, marce forzate e morte. Chi ha il nome d’Italia non solo sulle labbra ma nel cuore, mi segua». Queste parole erano rivolte fatalmente anche ad Anita. Braccati dagli eserciti sono costretti a fuggire. La fuga prosegue a piedi o con mezzi di fortuna, aiutati da cittadini di ogni estrazione sociale, in un territorio più sicuro, ma molto faticoso, attraverso zone vallive tra terra e acqua. Raggiungono la fattoria dei conti Guiccioli, presso Mandriole e qui vengono ospitati da Stefano Ravaglia, fattore del conte. Anita, ormai priva di conoscenza per la malattia e gli stenti, viene deposta su un letto dove muore poco dopo fra le braccia del suo Josè. Anita è morta in un luogo del tutto simile alla terra in cui è nata: una terra lagunosa, tra sabbia, specchi d’acqua e canneti.

Il ricordo di questa ragazza coraggiosa è ancora molto forte. In Romagna molte donne portano ancora il suo nome.