Un tesoro prezioso della collezione di Palazzo Massimo
Tra i capolavori più affascinanti conservati a Palazzo Massimo, spicca una straordinaria tazza marmorea decorata con un fregio marino di rara eleganza. Rinvenuta nell’area del lungotevere in Sassia, probabilmente nei pressi degli antichi Horti di Agrippina, questa opera d’arte unisce raffinatezza tecnica, profondità mitologica e valore storico. Il fregio scolpito raffigura un corteo marino animato da Nereidi e tritoni, culminante nella scena della consegna delle armi ad Achille, episodio centrale dell’Iliade di Omero. L’opera, realizzata in marmo pentelico, è un esempio eccellente di scultura decorativa romana influenzata dal tardo ellenismo, e testimonia la cultura colta e simbolica delle élite imperiali.


Il fregio marino: ninfe danzanti e tritoni eroici
Il fregio scolpito in altorilievo raffigura un corteo marino (thiasos) di rara eleganza. Le Nereidi, ninfe del mare, si muovono con linee sinuose e leggere, trasportate da tritoni dai corpi atletici e scolpiti con precisione anatomica. Le figure sembrano danzare sulle onde.





Il movimento dei tritoni converge al centro, dove avviene l’incontro tra la figura che porta uno scudo e quella che porta una corazza: è il cuore narrativo della scena, che rappresenta la consegna delle armi divine ad Achille, momento mitico tratto dall’Iliade.

Il mito delle armi di Achille: tra letteratura e scultura
Secondo il racconto omerico, dopo la morte di Patroclo, Achille riceve nuove armi forgiate dal dio Efesto, su richiesta della madre Teti, una delle Nereidi.
Le armi di Achille erano infatti in mano ai Troiani. Patroclo le aveva rubate, e vestito della panoplia di Achille, aveva sfidato Ettore. Questi, convinto di avere davanti l’invincibile eroe greco, scese in campo e uccise il giovane Patroclo. La morte del guerriero, rompe il giuramento di Achille di non combattere più e segna la fine della città di Troia.
Lo scudo di Achille: un universo scolpito
Nel Libro XVIII dell’Iliade, Omero dedica oltre 130 versi alla descrizione dello scudo, in quello che è considerato il primo esempio di ekphrasis nella letteratura occidentale. Efesto, nella sua fucina divina, crea un oggetto che non è solo arma, ma mappa simbolica del mondo.
Lo scudo è composto da cinque strati metallici (bronzo, oro, argento, stagno) e circondato da un orlo triplo lucente, con una tracolla d’argento. Sulla sua superficie, Efesto scolpisce:
- Il cosmo: terra, cielo, mare, il Sole, la Luna e le costellazioni (Pleiadi, Iadi, Orione, l’Orsa).
- Due città: una in pace, con nozze e processi pubblici; l’altra in guerra, assediata e difesa.
- Scene di vita rurale: aratura, mietitura, vendemmia, pascoli, attacco di leoni a una mandria.
- Una danza di giovani e, all’esterno, il fiume Oceano che circonda tutto.
“Ivi ei fece la terra, il mare, il cielo / E il Sole infaticabile, e la tonda Luna, / e gli astri diversi onde sfavilla / Incoronata la celeste volta…”
(Iliade XVIII, vv. 483–486, trad. Monti)
Lo scudo non protegge solo il corpo: racchiude l’intera esistenza, alternando guerra e pace, gioia e dolore, natura e civiltà. È un ritratto del mondo omerico, scolpito per un eroe che incarna la totalità dell’esperienza umana.




La corazza: splendore e invincibilità
Nel Libro XIX, Teti consegna ad Achille le armi divine. La corazza è descritta come lucente come fiamma viva, perfettamente aderente al corpo dell’eroe. Nonostante Omero non ne dia una descrizione dettagliata come per lo scudo, la corazza assume un valore simbolico altissimo:
- È segno della rinascita di Achille dopo il lutto per Patroclo.
- Rappresenta la protezione divina: forgiata da Efesto, è unica e inimitabile.
- La sua luce è paragonata a quella della luna sul mare, visibile da lontano come un faro per i naviganti.
“E poi lo scudo prese, grande, massiccio; e da questo / fulgore come di luna si diffuse lontano…”
(Iliade XIX, vv. 373 ss.)


Ritrovamento e contesto storico: gli Horti di Agrippina
La tazza è stata rinvenuta nell’area dell’Ospedale Santo Spirito in Sassia, che sorge sopra gli antichi Horti Agrippinae, lussuosa residenza di Agrippina Maggiore. Figlia di Marco Agrippa e Giulia, nipote di Ottaviano Augusto e discendente di Giulio Cesare, Agrippina fu moglie del generale Germanico e madre dell’imperatore Caligola. Dopo la morte sospetta del marito, fu esiliata da Tiberio e morì di fame a Ventotene, in un ultimo gesto di ribellione e di resistenza.








La tazza faceva parte, molto probabilmente, di una fontana monumentale che abbelliva il giardino; rappresenta uno dei più preziosi esempi di copie romane di modelli classici. In marmo pentelico, è un esempio perfetto di scultura decorativa romana influenzata dal tardo ellenismo. Queste copie servivano ad arredare le residenze urbane e le ville delle classi dirigenti che le usavano per costruire complicati programmi decorativi dove esibire la propria cultura ellenizzante.
Conclusione: un’opera che racconta Roma, l’arte e il mito
Questa tazza non è solo un oggetto decorativo: è un frammento prezioso della storia culturale di Roma. Proviene dal giardino di una delle famiglie più influenti dell’antichità, la Gens Julia, legata direttamente a Giulio Cesare e ad Augusto. Il suo altissimo livello artistico, la raffinatezza delle figure, la profondità simbolica del mito rappresentato e la qualità del marmo utilizzato la rendono un capolavoro assoluto. Ma soprattutto, essa testimonia una cultura che faceva del mito, della letteratura e dell’arte un linguaggio comune, capace di evocare l’Iliade di Omero con una potenza visiva che ancora oggi ci incanta. Un’opera che unisce bellezza, memoria e identità.





Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo
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